AFORISMA DEL GIORNO

14 dicembre, 2013

Lettera aperta di tre giovani medici al Governo Letta: "Siamo alle soglie di un disastro occupazionale senza precedenti"

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Onorevole Presidente Letta, Onorevole Ministro Carrozza,
negli ultimi mesi è emersa in maniera sempre più drammatica la verità sulla situazione dei finanziamenti relativa ai contratti di formazione sanitaria specialistica nel nostro Paese. Se le cose non cambiano, il prossimo anno 6mila laureati in medicina dovranno cambiare mestiere, riciclarsi nel terziario o nelle aziende, dopo 6 anni di dura formazione per diventare medici. Recentemente è stato confermato, infatti, che sono stati stanziati fondi solo per 2mila borse di studio, a fronte di 8mila laureati e di un fabbisogno definito dalle Regioni di circa 8.600 unità. L'anno scorso ne erano state attivate 4.500, l'anno 2011/2012 circa 5mila. Il calo ha assunto dimensioni grottesche: le borse sono del tutto insufficienti a garantire la formazione post-laurea dei dottori in medicina. Il titolo specialistico, come Lei sa, è indispensabile per sfuggire a una vita di eterno precariato, dopo anni di studio e di frequenza nei reparti. Inoltre, non ci si può non preoccupare del pericoloso indebolimento che il sistema sanitario nazionale subirebbe se venisse privato del lavoro degli specializzandi in seguito a tale riduzione del turn-over, che metterebbe a rischio il diritto della popolazione italiana a un'assistenza medico-sanitaria. Di fronte a questa situazione cresce di giorno in giorno l'angoscia di chi tra di noi si troverà ad affrontare fra pochi mesi l'esame di specialità e anche di tutti gli studenti che dal primo anno si trovano circondati da un clima di sfiducia. Presidente Letta e On. Ministro Carrozza, è possibile per noi, studenti universitari di medicina, continuare a guardare al futuro con speranza? Abbiamo davanti a noi tanti ammirevoli esempi di neolaureati che, con prospettive ridotte quasi a zero, invece di rassegnarsi o lasciarsi andare alla recriminazione, hanno deciso di sfruttare appieno il tempo che li separa dal test di accesso alle Scuole di Specialità per poter ulteriormente perfezionare la loro formazione, impegnandosi con tale passione da suscitare lo stupore dei medici ospedalieri a loro assegnati. Nella stragrande maggioranza, gli studenti di medicina dimostrano di aver a cuore l'università e la propria formazione. Affrontando le problematiche didattiche non di rado scelgono di spendere il proprio tempo libero per preparare esercitazioni gratuite in collaborazione con i propri professori, contribuendo non solo all'innalzamento della qualità formativa, ma alla costruzione di un clima universitario collaborativo e creativo. Ci domandiamo: non conviene scommettere – per il bene di tutti – sui giovani e sulla positiva scintilla che li muove? Perché non guardare un metro più in là, invece che ritrovarsi domani senza medici a sufficienza per far fronte alle esigenze del nostro Paese? Vi chiediamo, in queste settimane in cui si prenderanno i provvedimenti decisivi per il nostro futuro, di non ignorare la nostra voce.

Lettera aperta scritta da:
Gabriele Buongarzone,
Melisa Polo Friz,
Pietro Calcagno
Rappresentanti degli studenti negli organi accademici delle Facoltà di Medicina e Chirurgia delle Università degli Studi di Milano e di Milano-Bicocca 

FONTE:  Il sussidiario.net


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29 novembre, 2013

Specializzandi, il ministro Carrozza: “Situazione catastrofica, niente soldi per nuovi posti"

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“Stiamo lavorando perché nella legge di stabilità alla Camera vengano recuperati i 41 milioni per gli atenei”. Questo l’annuncio fatto in una intervista al Sole 24 Ore dal ministro Maria Chiara Carrozza che ha aggiunto come la “sfida più alta” per il suo ministero sarà poi quella di “riformare il sistema di finanziamento dell'università e soprattutto eliminare questo sistema cervellotico di distribuzione dei fondi a vantaggio di uno trasparente e semplice”.

Carrozza ha poi sottolineato la necessità di intervenire sulla “situazione drammatica che ho trovato in termini di risorse per università e ricerca”. Ad esempio, afferma il ministro, “parliamo di fondi strutturali. Noi ora dobbiamo definire i nostri Pon e non è pensabile che nei piani operativi nazionali non investiamo almeno 3 miliardi in ricerca”, ma “è molto importante che Stato e regioni convergano”.

L'Italia, aggiunge, ha trascurato per troppi anni la ricerca ma “intanto è una questione culturale e quindi da oggi intendo utilizzare tutti i possibili strumenti di comunicazione, come la televisione, per far capire a tutti gli italiani l'importanza dell'investimento in ricerca”. E per il 2014 il Ministro ha indicato la rotta: “Dovremo fare due cose molto importanti. La prima è che sarà l'anno dell'empowerment dei ricercatori e quindi bisognerà concentrare tutte le risorse perché i ricercatori diventino indipendenti e in grado anche di partecipare ai progetti europei in modo più strutturato. Occorre aumentare il numero dei ricercatori e aumentare la dotazione di programmi di ricerca libera in Italia. La seconda cosa importante è parlare di accesso all'università, soprattutto a medicina, formazione dei medici e specializzazione”.

C'è poi il tema specializzazioni in medicina: “Ho trovato - sottolinea - una situazione catastrofica sia sui test di ammissione, che nel 2014 saranno ad aprile, sia sulla formazione e la specializzazione” visto che si fanno “test di accesso per 10mila studenti di medicina e borse di studio per 2.500 specializzandi. Sto provando a trovare risorse nel campo del Fondo sociale europeo per sostenere la spesa”.

FONTE: Quotidiano Sanità
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24 ottobre, 2013

Slitta a dicembre la direttiva UE sulle cure "transfrontaliere", per l'Italia aumenta il rischio "fuga di pazienti"

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Il 35% dei cittadini italiani che va all'estero per curarsi, lo fa per sottoporsi a interventi chirurgici di alta specializzazione, il 29% per accedere a terapie innovative, il 18% per avere diagnosi certa, il 13% per effettuare visite specialistiche, il 5% per sottoporsi ad un trapianto.

Cercare il migliore specialista per un'operazione chirurgica a Berlino o a Stoccolma. Puntare su una terapia all'avanguardia a Barcellona o ad Amsterdam. Scelte che in Europa dovrebbero diventare più semplici nei prossimi mesi. La direttiva 24/2011 sulle cure transfrontaliere, doveva essere recepita il 25 ottobre, ma il decreto per renderla operativa in Italia è slittato al 4 dicembre. Si tratta di una rivoluzione per 600 milioni di cittadini, 2 milioni di medici e 20 milioni di infermieri. Cittadinazattiva-Tribunale del malato segnala però i punti deboli di questo cambiamento. Lo fa nell'ambito del convegno 'Cure senza frontiere: da oggi si può?', che si è tenuto oggi a Roma.

Due gli elementi che potrebbero creare difficoltà al Servizio sanitario nazionale in questo 'Schengen della salute'. "Veniamo da un sistema di rimborso che dà assistenza diretta a tutti quelli che scelgono di andare all’estero. In alcune Regioni copre tutte le spese. Con la direttiva si rischia un rimborso solo dopo aver sostenuto la prestazione all’estero. Potrebbe essere parziale, senza spese di soggiorno e con eventuali differenze tra il costo della cura in Italia e nell’altro stato", spiega Tonino Aceti del Tribunale del malato-Cittadinanzattiva. Spero - aggiunge "che il decreto legislativo di attuazione garantisca l'assistenza diretta ai cittadini per evitare che la Direttiva diventi una opportunità solo per ricchi".

C’è inoltre preoccupazione per un aumento di ricoveri inappropriati e per l'aumento di contenzioso dovuti all’applicazione dell’assistenza indiretta. "Soprattutto i pazienti con malattie croniche e rare potrebbero scegliere i paesi all’avanguardia nella prescrizione di farmaci innovativi - aggiunge Aceti - . Ciò provocherebbe ricoveri inappropriati negli Stati “virtuosi” e la perdita di risorse negli Stati meno all’avanguardia o più lenti nella messa a disposizione dei medicinali innovativi. In entrambi i casi, l’Italia è un paese a rischio". Il cambiamento potrebbe essere l’occasione per attrarre pazienti dall’estero. Il Servizio sanitario italiano, nonostante i conti in difficoltà, cercherà di promuovere le sue strutture migliori.
 

Gli Stati membri stanno cercando di recepire la direttiva ponendo alcuni limiti per evitare un afflusso eccessivo di pazienti con conseguenze sulle liste d’attesa. Fino ad oggi le cure all'estero venivano rimborsate solo dopo aver ricevuto il consenso dalla propria regione. In genere, per quanto riguarda le attività programmate, la cosa avviene in caso di prestazioni di alta specialità che non sono presenti in Italia.
 

Un sistema che già in passato era caratterizzato da punti deboli: eccesso di burocrazia, carenza delle informazioni sulle procedure da seguire e problemi con i rimborsi delle. Nel 2012 al Tribunale per i diritti del malato sono arrivate 269 segnalazioni. Oltre un terzo dei pazienti (36%) ha lamentato la mancata o ritardata autorizzazione da parte dell'Asl di provenienza, mentre il 27% ha segnalato l'eccessiva burocrazia o la carenza di informazioni sulle procedure da seguire.
 

In vista delle nuove norme, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, ha detto di "sperare di poter attrarre i cittadini europei a curarsi nel nostro paese: abbiamo tutto il potenziale per farlo - ha aggiunto - perchè le nostre strutture forniscono livelli di assoluta eccellenza, farmaci innovativi, trattamenti e linee di ricerca fra le più avanzate nel mondo", sottolineando però l'esigenza di "cominciare a fare marketing per l'Italia".

Quando la direttiva 24/2011 entrerà in vigore in Italia l'iter burocratico dovrebbe essere più semplice. Ma per il recepimento della norma in Italia c'è ancora da attendere.  Secondo il Tribunale per i diritti del malato "per il decreto legislativo è stato attivato il Punto di contatto nazionale al ministero della Salute, che però nei fatti non è ancora attivo. Accade la stessa cosa per i punti di contatto regionali, che sembrerebbero previsti in Veneto, Liguria, Trento e Valle d'Aosta. Inoltre le associazioni di pazienti e cittadini non sono state, al momento, coinvolte e non sono stati individuati i centri di eccellenza del nostro Paese". Dalla rilevazione effettuata tramite le associazioni europee aderenti alla rete europea di Cittadinanzattiva, Acn (Active citizenship network), risulta che le leggi di recepimento della direttiva sono in discussione in Austria, Croazia, Estonia, Francia, Malta, Norvegia. La Germania ha fatto sapere che non farà una legge 'ad hoc', perchè molte delle previsioni della Direttiva sono già contenute in altre leggi o atti vigenti.
 



AUTRICE: Valeria Pini
FONTE: Corriere.it
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11 ottobre, 2013

Tiroide, qual è la soglia di TSH per cui applicare terapia?

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La tiroxina è uno degli ormoni prodotti dalla tiroide, nonché il farmaco prescritto a chi ha problemi di ipotiroidismo, ovvero un TSH (thyroid-stimulating hormone) troppo alto e quindi un malfunzionamento della tiroide. Ma la tiroxina è anche uno dei farmaci più venduti, a fronte delle numerose prescrizioni. Troppe, secondo il professor Alfredo Pontecorvi, primario di endocrinologia al Policlinico Gemelli di Roma, nonché autore del forum dedicato alla tiroide su Corriere.it. «Molto spesso noi medici interveniamo per sospendere una terapia prescritta inutilmente», spiega. Una tiroide ben funzionante è fondamentale per l’intero organismo, ma l’eccesso di cure può portare altri problemi, come l’aumentato rischio di osteoporosi nelle donne e di aritmie cardiache in tutti i pazienti.

La conferma di un eccesso di prescrizioni arriva anche da uno studio inglese pubblicato su JAMA Internal Medicine. Un team di ricercatori della Cardiff University guidato da Peter Taylor ha analizzato i dati di 52.298 pazienti, inglesi e americani, cui è stata prescritta la Levotiroxina sodica (isomero della tiroxina, un composto di sintesi che funge da ormone tiroideo) tra 2001 e 2009. Secondo gli esperti inglesi, il farmaco è troppo prescritto e nel tempo si è andata erroneamente abbassando la soglia di TSH oltre la quale si raccomanda il trattamento. Risultato: il farmaco è prescritto anche a chi non ne ha bisogno, con pericolosi effetti collaterali non giustificati da un reale beneficio della terapia.

L’ipotiroidismo è un deficit di funzionamento della tiroide. Può verificarsi a causa di una tiroidite autoimmune in cui una reazione immunitaria anomala distrugge parte della ghiandola. L’ipotiroidismo si può misurare osservando con un semplice prelievo di sangue i livelli di TSH, ormone prodotto dall’ipofisi il cui livello indica la quantità di ormoni tiroidei circolanti: dosi elevate di TSH indicano che la tiroide fatica a funzionare. Ma oltre quale soglia va prescritto l’ormone tiroideo? «Gli studiosi inglesi hanno confrontato i dati del 2001 e del 2009, prendendo in esame 52mila adulti affetti da tiroidite prima dell’inizio della terapia e dopo 5 anni di cura, e hanno visto che il valore di TSH prima dell’inizio della terapia è sceso dalla media di 8,7 (2001) alla media di 7,9 (2009) - spiega Pontecorvi -. Numeri preoccupanti, se pensiamo che le linee guida americane raccomandano il trattamento solo in chi ha un TSH superiore a 10». L’eccesso di prescrizioni riguarda anche l’Italia: fino a pochi anni fa la tiroxina era il sesto farmaco più venduto.

«La terapia è fondamentale nei soggetti privi di tiroide a seguito di intervento chirurgico o in coloro che hanno uan tiroide totalmente “fuori uso” - aggiungo Pontecorvi -. Diverso è il discorso per tutti quegli adulti che soffrono di ipotiroidismo meno grave, ovvero che hanno una tiroide non perfettamente funzionante: sono tanti, il 10% della popolazione, e il disturbo colpisce più frequentemente le donne. Lo studio inglese ha analizzato proprio questa tipologia di pazienti, affetti da tiroidite di Hashimoto che si ha quando il sistema immunitario aggredisce la tiroide, con una progressiva diminuzione degli ormoni tiroidei». Secondo le suddette linee guida americane, il limite della normalità del TSH è 4,12 e la terapia è raccomandata con TSH superiore a 10. Ma anche qui vanno fatte delle distinzioni, spiega Pontecorvi: «Negli ultra 70enni il TSH superiori a 10 mU/l va trattato solo in caso di presenta di sintomi di ipotiroidismo o fattori di rischio cardiovascolare. Prima dei 70 anni, invece, il TSH superiore a 10 va trattato sempre e comunque. In caso di TSH inferiore a 10 (tra 4,12 e 10) ma con presenza di sintomi di ipotiroidismo (astenia, aumento di peso, perdita di massa muscolare e della libido, depressione) è bene fare la terapia con controllo dopo sei mesi. Al contrario, in assenza di sintomi, non si fa la terapia e ci si sottopone a controlli frequenti: questo si chiama ipotiroidismo sub-clinico». Un caso particolare è quello della donna in gravidanza, il cui TSH non deve superare il valore di 2,5; questo vale anche per le donne che stanno pianificando una gravidanza.

Ma lo studio inglese va oltre: non solo c’è un eccesso di prescrizioni in soggetti che non necessitano della terapia, ma in alcuni casi l’effetto della cura è negativo e dannoso. Nel 5,8% dei casi analizzati, dopo 5 anni di cura con tiroxina il TSH era inferiore a 0,1%, ovvero sotto la soglia minima, con rischi di osteoporosi e fibrillazione atriale. «Una terapia come questa, detta soppressiva, si fa solo in caso di tumori aggressivi della tiroide - dice Pontecorvi -, ovvero quando bisogna tenere il TSH inferiore a 0,4. Ma solo e unicamente in questi casi. In passato la terapia soppressiva era proposta anche per i noduli tiroidei benigni, ma ora questo non accade più e i dosaggi sono sempre più sofisticati. A volte però ancora oggi ci sono errori grossolani: per esempio quando vengono trattati pazienti con funzione tiroidea corretta solo perché presentano anticorpi anti-tiroide positivi. Consideriamo che la terapia non è uno scherzo, pur essendo molto economica (allo Stato il trattamento di un anno di un paziente costa meno di 20 euro): quando si comincia, la terapia va fatta per tutta la vita».

AUTRICE: Laura Cuppini
FONTE: Corriere.it 
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07 ottobre, 2013

Nobel della Medicina 2013 assegnato agli scopritori del meccanismo di trasporto "intravescicolare"

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Il premio Nobel per la Medicina è stato assegnato agli americani James Rothman, Randy Schekman e al tedesco Thomas Südhof, trapiantato da tempo negli Stati Uniti: i tre studiosi sono stati scelti per aver scoperto il meccanismo che regola il trasporto di molecole dentro le cellule, una «modalità di controllo estremamente precisa con cui le cellule organizzano il sistema di trasporto e distribuzione del proprio carico», si legge nella motivazione. Durante la cerimonia a Stoccolma, i tre scienziati hanno ricevuto il premio di 8 milioni di corone svedesi, pari a circa 900mila euro, che si suddivideranno. «Vincere il Nobel è eccitante, ma il momento in cui si fa una scoperta lo è di più - ha detto Rothman alla tv svedese -. È un’ebbrezza rarissima quella che prova uno scienziato quando scopre qualcosa di fondamentale e soprattutto di universalmente valido». E parlando del lavoro che gli è vaso il Nobel: «Non si tratta di una scoperta a cui siamo arrivati dall’oggi al domani. Gran parte di essa è stata raggiunta nel corso di molti anni, se non di decenni». Schekman ha avuto la notizia dalla moglie: «Sono saltato giù dal letto. Ho stretto mia moglie e continuavo a ripetere “Oh mio Dio, oh mio Dio”».

Quello del trasporto cellulare è un meccanismo delicatissimo da cui dipendono funzioni fondamentali, come l’attivazione delle fibre nervose o il ruolo degli ormoni nel metabolismo. Come in un grande porto o in una stazione, dove confluiscono continuamente mezzi carichi di merci, nelle cellule c’è un continuo viavai di molecole (ormoni, neurotrasmettitori, citochine, enzimi): tutte queste sostanze devono essere smistate verso la destinazione corretta all’interno della cellula o trasportate al di fuori delle cellule. E ogni passaggio deve avvenire al momento giusto. I cargo addetti al trasporto sono minuscole “bolle”, vescicole circondate da membrane che trasportano le molecole da un organello all’altro delle cellule o che fondono la loro membrana con quella della membrana esterna della cellula per trasportare le molecole all’esterno delle cellule stesse.

James E. Rothman, 63 anni, si è laureato ad Harvard nel 1976 ed è professore di Scienze Biomediche dell’Università di Yale e presidente del Dipartimento di Biologia Cellulare della stessa università. Ha cominciato a studiare le vescicole che trasportano le molecole nelle cellule dalla fine degli anni ‘70. Ha ricevuto il premio Louisa Gross Horwitz presso la Columbia University e il premio Lasker Albert per la ricerca medica di base. Rothman ha iniziato la sua carriera presso il Dipartimento di Biochimica dell’Università di Stanford nel 1978. È stato alla Princeton University dal 1988 al 1991, per poi fondare il Dipartimento di Biochimica e Biofisica Cellulare al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, di cui è stato vicepresidente. È membro della National Academy of Sciences.

Randy Wayne Schekman, 65 anni, è un biologo cellulare presso l’Università di Berkeley in California, ex caporedattore della prestigiosa rivista Proceedings of National Academy of Sciences. Ha studiato nell’Università della California a Los Angeles, dove si è laureato con il Nobel Arthur Kornberg. I suoi studi di laboratorio si sono concentrati sul processo di assemblaggio della membrana e del traffico vescicolare nelle cellule eucariote. Nel 2002 ha ricevuto il premio Albert Lasker per la ricerca medica di base e il Louisa Gross Horwitz Prize della Columbia University insieme a James Rothman proprio per la loro scoperta del «traffico» della membrana cellulare, processo che le cellule usano per organizzare le loro attività e comunicare con l’ambiente. Nel 2013 è stato eletto membro straniero della Royal Society ed è socio dell’Accademia dei Lincei.

Thomas C. Südhof, 58 anni, è un biochimico noto per i sui studi sulla trasmissione sinaptica. Ha studiato Neurochimica nell’Università Georg-August, in Germania. Si è trasferito negli Stati Uniti nel 1983 e in particolare nell’Università del Texas, dove ha lavorato con i Nobel Michael Brown e Joseph Goldstein, premiati entrambi per la Medicina nel 1985. Nel 2008 si è trasferito alla Stanford University dove insegna Fisiologia Cellulare e Molecolare, Psichiatria e Neurologia.

È d’accordo sulla tripla assegnazione del premio Edoardo Boncinelli, genetista all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, secondo cui gli studi dei tre Nobel «rappresentano le fondamenta per chiarire i meccanismi cruciali nel funzionamento delle cellule e per contrastare un gran numero di patologie, come la fibrosi cistica e molte malattie del sistema nervoso». Boncinelli paragona l’importanza delle scoperte dei tre scienziati ai semafori in città: sono cioè fondamentali. Giuseppe Novelli, genetista e neo rettore dell’Università Tor Vergata di Roma, sottolinea che «è sulla base degli studi condotti da Schekman, Südhof e Rothman che oggi si poggiano le ricerche su alcune patologie come l’Alzheimer e il Parkinson, ma anche le ricerche che spiegano come nascono le emozioni». Silvio Garattini, direttore dell’Irccs di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, sottolinea che il meccanismo di trasporto delle cellule è «fondamentale anche per capire il meccanismo d’azione di molti farmaci, e per scoprirne e svilupparne di nuovi, perché le vescicole-navicella possono anche diventare bersagli per lo sviluppo di nuove medicine». Per Clara Balsano direttore dell’Istituto di Biologia e Patologia molecolari del Cnr, la scoperta dei tre Nobel è «tra le più significative degli ultimi anni e ci permetterà di fare grossi progressi, non solo per curare patologie come l’Alzheimer, la schizofrenia, l’autismo, ma anche per contrastare le patologie che più affliggono i nostri tempi, ovvero le degenerazioni tumorali».

FONTE: Corriere Salute
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30 settembre, 2013

Test di Ingresso, elevata "migrazione" verso il Sud come effetto della graduatoria nazionale

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"Benvenuti al Sud". Centinaia di studenti ammessi al test di Medicina e Odontoiatria sostenuto al Nord saranno costretti a trasferirsi se vorranno indossare il camice bianco. La graduatoria nazionale, pubblicata lunedì scorso, ha infatti fornito i suoi primi responsi: atenei del Nord presi d'assalto e studenti settentrionali obbligati a spostarsi a Sud se vorranno coronare il sogno di una laurea in Medicina.

Una novità, quella del listone nazionale, che sta rivoluzionando la geografia degli ammessi a questi corsi di laurea. Perché, analizzando la lunghissima graduatoria con oltre 69mila candidati, per la prima volta, oltre che ad assistere alla marcia volontaria degli studenti meridionali in cerca di un buon ateneo al Nord, assisteremo anche alla marcia forzata dei ragazzi del Nord verso le università meridionali. E proprio oggi verrà resa nota l'assegnazione delle sedi per ciascuno dei partecipanti.

Fino a due anni fa infatti la selezione veniva effettuata per ateneo e l'anno scorso per ambiti regionali o interregionali. E coloro che si spostavano da Nord a Sud erano pochissimi. Chi si trasferiva al Nord lo faceva invece di sua spontanea volontà. Ma da quest'anno, tutto cambia.

Nel test svolto lo scorso 9 settembre, più di metà  -  il 56 per cento  -  degli oltre 10mila ammessi alla facoltà di Medicina e di Odontoiatria hanno sostenuto la prova in un ateneo pubblico del nord Italia: il bando costringeva gli studenti a sostenere la prova nel primo ateneo scelto. La restante parte  -  il 44 per cento  -  ha invece centrato l'obiettivo in una università dell'Italia centrale o meridionale.

Studenti settentrionali di gran lunga più bravi di tutti gli altri compagni o, semplicemente, atenei del Nord presi d'assalto anche da studenti meridionali perché più prestigiosi, meglio attrezzati e più organizzati? Sta di fatto che, tra qualche giorno, una consistente fetta dei 5.887 ammessi a Medicina e Odontoiatria al Nord dovrà fare le valigie alla volta di un ateneo del Sud. Perché in Lombardia, Veneto o Piemonte i posti messi in palio dal ministero dell'Università non basteranno per tutti. I numeri parlano chiaro. Tra i primi 10.456 ammessi alle facoltà di Medicina e Odontoiatria degli atenei pubblici ben 905 hanno sostenuto il test di ammissione alla statale di Milano. Ma nell'ateneo meneghino saranno disponibili 370 posti per iscriversi in Medicina e 60 per Odontoiatria: in tutto 430.

Così, 475 studenti che hanno cercato fortuna nell'ateneo milanese dovranno accontentarsi di un posto dove rimarrà spazio. Stesso discorso per chi ha tentato l'accesso a Padova: oltre 900 ammessi per 445 posti in totale. Dove andranno i 462 studenti rimasti fuori dall'ateneo veneto? E dove andranno i 59mila studenti che non ce l'hanno fatta? Alcuni si iscriveranno in Biologia e Biotecnologie e tenteranno l'avventura fra un anno. I più facoltosi tenteranno l'avventura in Spagna e Romania, dove l'accesso è libero.

Quest'anno, la domanda di iscrizione al test prevedeva la scelta delle sedi  -  anche tutte quelle presenti sul territorio nazionale  -  con un ordine di preferenza: tra tutti coloro che hanno scelto come prima opzione un determinato ateneo verranno esauditi soltanto quelli che rientreranno tra i posti messi a concorso per il singolo ateneo: i cosiddetti "assegnati". Tutti gli altri, se in posizione utile nella graduatoria dei 10mila, saranno "prenotati" in una delle sedi scelte come seconda, terza, quarta o successiva opzione. Scorrendo l'elenco delle università statali dove si sono svolti i test, si vede che la maggior parte delle università dove rimangono posti liberi è al Sud.

In Sicilia, ad esempio, a fronte degli oltre mille posti messi a concorso, sono riusciti a passare appena in 674: quasi certamente tutti siciliani che non avevano nessuna intenzione di spostarsi altrove o non ne avevano le possibilità economiche. I restanti 330 posti liberi andranno a coloro che non sono riusciti a piazzarsi nelle regioni di residenza: probabilmente studenti del Nord costretti a trasferirsi per avere un futuro da dottore.

FONTE: Repubblica.it
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09 settembre, 2013

Medicina, inizia la rivoluzione nell'accesso alle scuole di Specializzazione, verso la graduatoria unica nazionale

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Cambiano le modalità di accesso alle scuole di Specializzazione per Medicina. Stamani è stato approvato dal Consiglio dei Ministri uno specifico articolo in seno al Decreto Legge sulle «Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca», che interviene a modificare la normativa nazionale di riferimento (D.Lgs 368/1999). Tramite tale modifica, si crea un concorso a graduatoria unica nazionale per l’accesso alle scuole di specializzazione mediche, sulla scorta di quanto già avviene in Francia e Spagna. Tale punto è stato il primo delle richieste avanzate dall’Associazione Italia Giovani Medici (S.I.G.M.) e dal Comitato Pro Concorso Nazionale, nel corso della mobilitazione nazionale “Giovani Medici Day”, tenutasi il 14 maggio in piazza Montecitorio.

A seguito della citata manifestazione, il Ministro Carrozza aveva istituito una Commissione incaricata di avanzare una proposta di regolamento per l’accesso alle scuole di specializzazione mediche mirata a rendere oggettivi modalità e criteri di valutazione da parte delle commissione giudicatrici, oltre che ad introdurre una graduatoria nazionale per tipologia di specializzazione.

Dichiara il SIGM: <<Ringraziamo il Ministro Carrozza per aver prestato fede all’impegno assunto. L’adozione di una graduatoria unica nazionale e di criteri di valutazione non più discrezionali consentirà di rilanciare e di rendere più competitivo il sistema formativo professionalizzante post laurea di medicina. – Unica nota stonata, dispiace rimarcarlo, è riferibile al fatto che, adesso che tale importante obiettivo è prossimo al conseguimento, si registra la gara a salire sul carro dei “vincitori”. Premesso che i vincitori sono quanti si potranno avvalere di queste importanti innovazioni, sottolineiamo che il 14 maggio 2013 è stato avviato un percorso storico e chi è stato presente in piazza Montecitorio, mettendoci la faccia, ha dimostrato che le cose nel nostro Paese si possono davvero cambiare in meglio>>.

Il SIGM dichiara di riservarsi di seguire il successivo iter di approvazione del Decreto Legge in Parlamento sia per evitare che il testo possa essere stravolto, sia per capire tempi e modalità di implementazione della graduatoria nazionale, anche alla luce della necessaria modifica dell’attuale Regolamento concernente l’accesso alle scuole di specializzazione, una nuova bozza del quale è già stata esitata dalla Commissione ministeriale, ai lavori della quale il SIGM ha partecipato con un proprio delegato, ed è ora al vaglio del Ministro.

<<Auspichiamo il recepimento in toto della proposta elaborata dalla Commissione Ministeriale ed il successivo invio al vaglio del Consiglio di Stato. Urge fornire il prima possibile indicazioni certe a chi si appresta ad usufruire degli effetti della riforma, in modo che gli aspiranti specializzandi possano da subito orientare il proprio profilo curriculare>>.


FONTE: Giovane Medico
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07 settembre, 2013

Errori a Parma e Pavia per i test di Professioni sanitarie, tutto da rifare

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La sessione 2013 dei test d'ingresso ai corsi di laurea a numero chiuso o a numero programmato è in pieno svolgimento (lunedì prossimo sono in calendario le prove per Medicina e il giorno successivo quelle per Architettura) e già si profila una raffica di problemi. L'Università di Pavia ha comunicato che è stato annullato il test d'ingresso per i corsi di laurea in Professioni sanitarie, tenutosi mercoledì. È stata infatti riscontrata un'anomalia nei quesiti d'esame (prove predisposte dalle singole università, a differenza dell'esame di accesso a Medicina), che riportavano quattro possibili opzioni di risposta invece delle cinque previste. I 1464 candidati presenti - provenienti da tutta Italia - dovranno tornare a Pavia per rifare la prova. È il secondo episodio di annullamento della prova dopo Parma, sempre per i corsi di studio delle Professioni sanitarie. E lo scambio di questionari tra il test di Psicologia e quello di Biologia a La Sapienza di Roma.

Il ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, in visita giovedì all'università di Genova, si è detta «dispiaciuta che ci siano stati alcuni disguidi durante lo svolgimento dei test», ma ha assicurato: «nella stragrande maggioranza dei casi mi sembra che si siano svolti correttamente». Casi isolati dunque, ma il Codacons, che contro il sistema del numero chiuso ha già avviato un ricorso collettivo al Tar del Lazio, ha annunciato un esposto per il «caso Parma». L'associazione di consumatori sta anche predisponendo un esposto alla Corte dei Conti «poichè gli errori contenuti nelle domande hanno determinato l'esigenza di disporre la ripetizione della prova, con conseguenti maggiori costi per la collettività. La magistratura contabile sarà dunque chiamata ad accertare le relative responsabilità e verificare l'eventuale danno erariale connesso all'annullamento dei test». La possibilità di ricorsi viene presa in considerazione anche da Rosario Trefiletti, presidente della Federconsumatori, e Massimiliano Dona, segretario generale dell'Unione Nazionale Consumatori. «Bisognerebbe capire - afferma però Dona - se il rinvio della data del test in seguito all'annullamento provochi l'impossibilità per lo studente di partecipare ad altri test, penalizzandolo». Un altro punto da valutare è il rimborso delle tasse per tutti gli studenti che, a causa del rinvio, non possono partecipare alla nuova data del test, e tutti i disagi che può provocare questa procrastinazione.

L'Unione degli studenti universitari ha annunciato che chiederà i danni per tutti i candidati che si sono iscritti alla prova: «Quello che sta accadendo in questo giorni rasenta l'assurdo. È inammissibile che le prove d'ammissione vengano annullate a causa di errori nella compilazione dei test. Il sistema fa acqua da tutte le parti e tutto questo accade a discapito di migliaia di studenti», scrive in una nota Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell'Udu. Che parla di «miriadi di segnalazioni» di irregolarità durante i test: «In moltissime città, ad esempio - dice Orezzi - si è leso il criterio dell'anonimato delle prove facendo tenere ai candidati la carta d'identità sul banco durante il test, in questo modo si può associare il codice della prova al candidato». Un sistema che il sindacato degli studenti denuncia da giorni e contro cui ha pronto un ricorso. Sotto accusa soprattutto il «bonus maturità», che «ha generato altre discriminazioni tra gli studenti: migliaia di loro resteranno esclusi dalle graduatorie a causa di quest'altro criterio di valutazione all'accesso».

Lo strumento del ricorso nel campo dell'istruzione è ampiamente utilizzato, spesso con risultati positivi per i ricorrenti. È di oggi la notizia che il Tar del Lazio ha ritenuto valido anche il servizio svolto da docenti precari ai fini della partecipazione al concorso per presidi. «Per la prima volta, in materia concorsuale, un tribunale italiano disapplica la normativa nazionale in ragione del principio comunitario di non discriminazione del servizio prestato da precario. Undici docenti così possono sciogliere la riserva ed essere assunti dopo due anni come presidi» commenta l'Anief che parla di sentenza di «portata storica».

Fonte: Corriere.it
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05 settembre, 2013

Sicilia, dal 16 settembre parte la nuova "Ricetta Elettronica"

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A partire dal 16 settembre i siciliani dovranno dire addio alla ricetta del medico di famiglia. A sostituire il foglietto con le scritte rosa su fondo bianco la ricetta online. I medici di base, i cui computer saranno collegati in rete con le farmacie, quindi, dovranno adeguarsi ai tempi con la prescrizione elettronica, pena una decurtazione dello stipendio.

Sono diversi gli obiettivi che vuole raggiungere la Regione: per esempio, eliminare gli sprechi e irregolarità su false esenzioni o prescrizioni che non servono, ma anche la conoscenza e verifica in tempo reale della spesa sanitaria e, perché no, l’azzeramento di una voce di spesa che costa 2 milioni di euro l’anno per la stampa dei bollettini con le ricette da compilare.

La prescrizione dei farmaci avverrà in una prima fase in modo semplice. Il medico di base si collegherà attraverso il suo computer ad una piattaforma informatica condivisa e, poi, dopo che avrà compilato la ricetta elettronica, darà al paziente un promemoria su un foglio bianco dove ci saranno scritti i dati del paziente, il numero dell’esenzione se è esente, il numero della ricetta elettronica e il farmaco prescritto.

Il foglio servirà a garantire con certezza il medicinale al paziente qualora ci dovessero essere inconvenienti nella piattaforma informatica. In futuro, il foglio di supporto potrebbe essere sostituito per esempio con un sms.

Con questo atto, la Sicilia si adegua a un cambiamento che riguarderà l’intero Paese. Tutti quanto previsto nella ricetta elettronica potrà essere consultato da medici, farmacisti, ministero dell’Economia e Aziende sanitarie. Alcune associazioni di categoria si dicono preoccupate per il funzionamento del nuovo sistema informatizzato nei piccoli centri dove la connessione internet è scarsa o assente.

FONTE: Essepress
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03 settembre, 2013

Università, boom per Medicina: 84165 aspiranti per 10157 posti, +23% rispetto allo scorso anno

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Test universitari al via oggi per 115 mila diplomati che hanno deciso di iscriversi ai corsi di laurea a numero chiuso. Sono questi i numeri forniti dal Ministero. I primi a cimentarsi con il pacchetto di quesiti saranno oggi gli aspiranti veterinari (10.812 iscritti). Domani tocca alle professioni sanitarie, il 9 a Medicina e Odontoiatria e il 10 ad Architettura. Il drappello più numeroso è rappresentato, ancora una volta, dai potenziali camici bianchi: 84.165 iscritti ai test per 10.157 posti (con un incremento del 23 per cento rispetto a un anno fa), con un rapporto di 1 a 8 tra iscrizioni effettivamente dispobinibili e richieste degli studenti. Ma l'aumento più alto si registra a Veterinaria: +38 per cento.

Ogni candidato dovrà affrontare 60 domande, per un massimo di 90 punti (1,5 punti per ogni risposta esatta, meno 0,4 per ogni risposta sbagliata, 0 punti per ogni risposta non data). Il punteggio minimo per superare il test è 20 punti. Ma quest'anno avrà un peso notevole anche il tanto discusso bonus maturità che "regala" da 1 a 10 punti extra in base al voto ottenuto all'esame di Stato a condizione che lo stesso sia non inferiore all'80esimo percentile della commissione d'esame. La graduatoria sarà nazionale, a differenza di un anno fa quando erano previste aggregazioni territoriali.

Nei test di Medicina quest'anno si darà più spazio ai quesiti che richiedono un ragionamento logico: 25 sui 60. E poi ci saranno 5 domande di cultura generale, 14 di biologia, 8 di chimica e altrettante di fisica e matematica. Cento minuti per risolvere il tutto (erano 120 lo scorso anno ma per 80 quesiti). Già sul piede di guerra l'Unione degli universitari che annuncia un ricorso collettivo nazionale per impugnare non soltanto il bonus maturità, ma tutto il sistema a numero chiuso "assolutamente incostituzionale e lesivo dei diritti degli studenti".

Intanto, in ordine sparso si sono svolte e si stanno svolgendo le prove di accesso negli atenei che, al di là delle programmazioni a livello nazionale, hanno deciso di introdurre il numero chiuso per alcune facoltà: Psicologia alla Sapienza di Roma, Economia a Torino e Padova, ingegneria al Politecnico di Milano e Farmacia a Genova e Firenze.

FONTE: Repubblica.it
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19 agosto, 2013

Sclerosi multipla, è guerra italo-canadese sul principio di base della terapia di Zamboni

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Non c'è alcuna evidenza che un ridotto flusso di sangue nelle vene del collo, o una loro ostruzione, sia uno dei meccanismi coinvolti nella sclerosi multipla. Uno studio canadese, pubblicato online su "Plos One", sembra sfatare la discussa teoria del chirurgo di Ferrara Paolo Zamboni, che ha suggerito un legame tra la malattia neurodegenerativa e la Ccsvi (insufficienza venosa cerebrospinale cronica), indicando dunque la possibile efficacia dell'applicazione di uno stent venoso per riaprire il vaso bloccato.

Lo studio, condotto da un gruppo della McMaster University, non ha rilevato evidenze di anomalie nelle vene giugulari interne, nelle vene vertebrali o nelle vene cerebrali profonde di 100 pazienti con sclerosi multipla, confrontati con 100 controlli sani. In sintesi, le conclusioni della ricerca smentiscono la possibilità che una terapia di "liberazione" (come viene chiamata la cura del prof. Zamboni) possa contrastare la sclerosi multipla. Proprio in Canada le teorie del chirurgo italiano alimentarono forti pressioni che, nel 2011, portarono il governo del Paese a finanziare una sperimentazione clinica sul metodo. L'anno scorso il governo ha annunciato che non si sarebbe fatto carico delle spese per il trattamento.

«Questo è il primo studio canadese a fornire evidenze contrarie al coinvolgimento della Ccsvi nella sclerosi multipla», commenta il primo autore dello studio, Ian Rodger, professore emerito di medicina alla Michael G. DeGroote School of Medicine. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a indagini a ultrasuoni delle vene cerebrali profonde e delle vene del collo, come pure a risonanza magnetica per immagini delle vene del collo e del cervello. Ciascun partecipante ha ricevuto entrambe le analisi nello stesso giorno. Il team di ricerca comprendeva un radiologo e due tecnici che avevano seguito un periodo di training sulla tecnica Zamboni presso il Dipartimento di chirurgia vascolare dell'università di Ferrara.

«I risultati ottenuti dai ricercatori canadesi sono esattamente agli antipodi di quello che noi abbiamo trovato, in quanto non sono stati in grado di dimostrare alcuna anomalia del flusso venoso nei pazienti con sclerosi multipla studiati sia con l'ecocolordoppler che con la venografia con catetere». È la risposta inviata da Paolo Zamboni e da Mirko Tessari, del Centro malattie Vascolari dell'Università di Ferrara, alla rivista Plos One. «Per quanto riguarda la metodologia Ecd - spiegano -, siamo rimasti molto sorpresi che gli autori non siano riusciti ad utilizzare la metodologia aggiornata di recente raccomandata da un consenso internazionale». Secondo i due scienziati, il modello Ecd in M-mode «è indispensabile per individuare gli ostacoli endoluminali e le valvole mobili e fisse, che rappresentano la maggioranza delle anomalie venose della Ccsvi». Infine, sottolineano, «siamo stati sorpresi dal focus delle indagini nella regione superiore e mediana del collo, dove non sono mai state rilevate in condizione di Ccsvi differenze significative nel portata del flusso giugulare. Al contrario numerosi report hanno misurato significative limitazioni della portata del flusso giugulare e stenosi extraluminali nella parte inferiore del collo, dove i ricercatori non hanno effettuato alcuna valutazione».

Dà ragione a Zamboni uno studio italiano pubblicato in questi giorni sul Journal of Vascular Surgery. Secondo Tommaso Lupattelli (Unità vascolare ed endovascolare, Istituto clinico cardiologico di Roma) e colleghi, autori del lavoro condotto su circa 1.200 pazienti con sclerosi ritenuti positivi alla Ccsvi, «il trattamento endovascolare per la Ccsvi sembra fattibile e sicuro». Tutti i pazienti - spiegano gli autori - erano stati precedentemente trovati positivi all'ecocolordoppler per almeno due criteri di Zamboni per la Ccsvi, e avevano una diagnosi di sclerosi multipla confermata dal neurologo. Sono state considerati per il trattamento solo i casi di sclerosi sintomatici. Procedure primarie (prima angioplastica per la Ccsvi) e secondarie (re-intervento dopo recidiva di malattia venosa) sono state effettuate rispettivamente nell'86,5% e nel 13,5% dei pazienti. Il successo della procedura e le complicazioni sono stati registrati entro 30 giorni dall'intervento.

FONTE: ADNKronos e Corriere Salute
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07 agosto, 2013

Calabria, medico chiama la polizia dopo 30 ore consecutive di turno di lavoro

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Un medico della rianimazione dell'ospedale di Cetraro quando ha visto che dopo 30 ore di servizio ininterrotto nessuno gli dava il cambio ha chiamato la polizia esasperato. Una vicenda emblematica di come funzioni la sanità non solo per i pazienti ma anche per gli operatori.

Lasciato per trenta ore senza cambio turno. Alla fine esasperato e consapevole che la stanchezza accumulata non gli garantiva la lucidità necessaria per fronteggiare le emergenze, un medico della rianimazione dell’ospedale di Cetraro ha chiamato la polizia. Dopo un po gli agenti del posto fisso del nosocomio sono arrivati, hanno raccolto la dichiarazione del medico, ma non hanno potuto fare altro e il povero sventurato è rimasto ancora li ad attendere il “fine turno”. Una vicenda paradossale che da conto della criticità e della precarietà in cui versa la sanità calabrese, del dramma del blocco del turn over imposto dal piano di rientro che non consente di potenziare gli organici. Ora sulla base della relazione degli agenti di polizia probabilmente la procura aprirà un fascicolo, ma sono necessari interventi urgenti considerato tra l’altro che nell’ospedale di Cetraro durante il periodo estivo la popolazione aumenta notevolmente come pure le urgenze e le richieste di prestazioni. Può un solo medico far fronte a ciò e peraltro per trenta ore consecutive? A rischio i pazienti, ma a rischio anche gli operatori sanitari.

FONTE: Gazzetta del Sud
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01 agosto, 2013

Il controverso "metodo Stamina" sbarca in Sicilia: speranza o bufala?

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La Regione Sicilia avrebbe approvato un’ordinanza che prevede la possibilità di curarsi con le cellule staminali del metodo Stamina, individuando due strutture sanitarie autorizzate al trattamento sperimentale , dopo l’intervento nella Commissione Sanitaria Siciliana dell’On, Bernardette Grasso. Oggi, infatti, il presidente dell’ormai famosa Stamina Foundation, Davide Vannoni, ha consegnato il protocollo del suo metodo terapeutico, atteso da molto tempo, all’Istituto Superiore di Sanità, dando così inizio alla sperimentazione clinica. A rendere immediatamente nota la notizia Movimento Vite Sospese, che da diversi giorni davanti a Montecitorio sta manifestando per la libertà di cura.

Vannoni, subito dopo aver consegnato il protocollo, ha commentato: “Non sono le regioni che si muovono, sono le famiglie dei pazienti che si rivolgono alle regioni e chiedono la possibilità di poter accedere alle cure. Dopo Abruzzo e Sicilia, sono parecchie le regioni che si stanno muovendo in questa direzione. Del resto, la legge Turco-Fazio autorizza le cure compassionevoli al di fuori delle sperimentazioni cliniche, purché siano approvate dal comitato etico dell’ospedale e gratuite per i pazienti, prodotte da un laboratorio pubblico il cui direttore abbia alle spalle 5 anni di esperienza sull’applicazione delle staminali“.

Le due strutture ospedaliere autorizzate per le cure staminali sono il Policlinico Vittorio Emanuele di Catania ed gli Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello di Palermo. Inoltre nel protocollo vengono indicati anche i tempi per l’autorizzazione dei centri, ossia 30-45 giorni dalla firma dei responsabili delle aziende ospedaliere, prevista proprio in questi giorni con la presenza dello stesso Vannoni.

Il vicepresidente del Movimento Vite Sospese, Pietro Crisafulli, ha commentato la consegna del protocollo con queste parole: “d’ora in poi in Sicilia i malati gravi, e non, potranno curarsi con le cellule staminali del metodo Stamina.Si tratta, di una svolta epocale che ci rende tutti molto orgogliosi per la battaglia vinta“.

Stamina è il nome di un controverso metodo terapeutico a base di cellule staminali, inventato da Davide Vannoni, laureato in lettere e filosofia.

Il metodo proposto dalla Stamina Foundation Onlus prevede la conversione di cellule staminali mesenchimali (cellule destinate alla generazione di tessuti ossei e adiposi) in neuroni, dopo una breve esposizione ad acido retinoico diluito in etanolo. La terapia consiste nel prelievo di cellule dal midollo osseo dei pazienti, la loro manipolazione in vitro (incubazione delle cellule staminali per 2 ore in una soluzione 18 micromolare di acido retinoico), e infine la loro infusione nei pazienti stessi.

Vannoni ha ripetutamente evitato di rivelare i dettagli del suo metodo al di là di quelli disponibili nella sua domanda di brevetto. Nel 2012 l'Ufficio Brevetti degli Stati Uniti aveva parzialmente respinto la domanda di brevetto, con una procedura che consente la ri-presentazione: Vannoni non l'ha più ripresentata. Il rifiuto era dovuto al fatto che la domanda aveva dettagli insufficienti riguardo alla metodologia, al fatto che la differenziazione cellulare è improbabile che si verifichi durante un periodo di incubazione così breve e che la comparsa di cellule nervose nella cultura rischierebbe di essere frutto di cambiamenti citotossici.

Tale metodo viene descritto dal suo ideatore come utile per curare malattie di diverso tipo, anche molto diverse tra loro per cause, sintomi e decorso. In particolare, il metodo viene indicato da Vannoni per la cura di malattie neurodegenerative.

Vannoni racconta di avere avviato il progetto in seguito alla propria esperienza personale: curato nel 2004 in Ucraina per una paralisi facciale con un trapianto di staminali, decide di proporre il trattamento anche in Italia, prima stabilendosi a Torino e, in seguito, dopo l'entrata in vigore della disciplina europea del 2007 sulle terapie con staminali, a San Marino.

Nel maggio del 2009, in seguito ad un articolo del Corriere della Sera e ad un esposto di un dipendente della società Cognition, di cui Vannoni era amministratore, viene avviata un inchiesta dal magistrato Raffaele Guariniello, che intende chiarire la posizione di Vannoni in merito all'uso di cellule staminali al di fuori dei protocolli sperimentali previsti dalla legge. Sul finire del 2009 compaiono sulla stampa diversi articoli giornalistici sulle attività di Vannoni, coinvolto in un intreccio di società e la fondazione Stamina. La stampa riporta di come Vannoni prometta la cura di molte malattie neurodegenerative per cifre che oscillano dai 20.000 ai 50.000 euro, utilizzando metodi poco chiari e a volte con danni e conseguenze indesiderate, tra cui viene riportata anche della morte di un paziente.

L'inchiesta di Guariniello coinvolge anche San Marino, dato che le cure venivano praticate anche in una clinica sammarinese priva di autorizzazione medica. Nell’agosto 2012, la procura dispone il rinvio a giudizio di 12 indagati, tra cui alcuni medici e lo stesso Vannoni, per ipotesi di reato di somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere.

Dal 2011 grazie all'interessamento del dottor Marino Andolina, divenuto collaboratore di Vannoni, il "metodo Stamina" veniva praticato come cura compassionevole nell'Ospedale di Brescia; agli inizi 2013 viene sospeso in seguito a un'ispezione dei NAS e dell'AIFA, in cui fu rilevato il mancato rispetto dei requisiti di sicurezza e igiene e la carenza nella documentazione prescritta dalla legge.

Nell'anno 2013 il metodo Stamina giunge sotto i riflettori dei media in seguito ad un servizio del programma televisivo Le Iene, che ne mostra l'utilizzo su alcuni bambini affetti da atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo I. Nel servizio si sostiene che le infusioni di staminali avrebbero generato significativi miglioramenti nello stato di questa malattia, e si suggerisce, senza alcuna evidenza, che possa modificarne il decorso fatale. Il metodo Stamina diviene quindi oggetto di proteste popolari in favore della cura. Del caso si occupano poi anche l'Accademia dei Lincei, e, in ambito internazionale, anche la rivista Nature e l'Agenzia europea per i medicinali. Il 3 maggio 2013, tredici scienziati pubblicano sul The EMBO Journal un'analisi del metodo.

A partire da marzo dello stesso anno l'associazione Famiglie SMA, che riunisce i familiari dei pazienti affetti da SMA, interviene esprimendosi più volte in maniera molto critica verso il metodo Stamina e verso i servizi televisivi de Le Iene.

Il risalto è tale che il Dr. Shinya Yamanaka, presidente della Società Internazionale per la ricerca sulle cellule staminali (ISSCR), premio Nobel per la medicina e "padre" delle cellule staminali pluripotenti indotte umane, rilascia un comunicato in cui esprime preoccupazione per l'autorizzazione da parte delle autorità italiane di un metodo del quale non si conosce la sicurezza e privo di qualunque evidenza di efficacia.

Il 2 luglio 2013 la rivista Nature in un nuovo articolo dedicato alla presunta terapia la definisce come promossa da "uno psicologo trasformatosi in imprenditore medico", «basata su dati fallaci» e "plagio di un altro studio già sviluppato e soprattutto tecnica inefficace": la rivista ha scoperto che due immagini utilizzate per depositare il brevetto della terapia nel 2010 erano in realtà identiche a quelle di un articolo del 2003 e uno del 2006 di un team russo e ucraino. Anche quel team cercava cellule del midollo osseo capaci di differenziarsi in cellule nervose, ma la loro soluzione di acido retinoico raggiungeva un decimo della concentrazione del metodo di Vannoni, e prevedeva l'incubazione delle cellule per diversi giorni: la stessa immagine era stata utilizzata per rappresentare differenti condizioni sperimentali. Vannoni ha replicato alle accuse definendo l'intervento di Nature del 2 luglio 2013 "il solito articolo politico" che "non scopre nessun segreto"; ha sostenuto, infatti, di aver "sempre lavorato e condiviso materiale con i russi e con gli ucraini" e ha definito l'"articolo e i commenti che contiene [...] di cattivo gusto". La ricercatrice ucraina che aveva prodotto le foto ha tuttavia negato di conoscere Vannoni all'epoca in cui le aveva realizzate. Ha affermato inoltre di non essere a conoscenza del loro utilizzo da parte di Vannoni, e di non averlo mai autorizzato. Una delle foto infatti è stata pubblicata dalla ricercatrice e dai suoi colleghi nel 2003, prima del viaggio di Vannoni in Ucranina, mentre l'altra è stata pubblicata nel 2006, prima dell'inizio collaborazione dell'autrice con Stamina.

Vengono inoltre posti dubbi di conflitto di interessi in ragione dell'accordo siglato tra Vannoni e la multinazionale Medestea, interessata al business delle staminali, che è stata accusata di puntare ad ottenere una deregolazione per l'uso delle staminali così da poter approvare più facilmente eventuali nuovi prodotti.

Il 15 maggio 2013 la Commissione affari sociali della Camera dei deputati ha approvato all’unanimità l'avvio della sperimentazione clinica del metodo ideato da Vannoni; il 23 maggio il parlamento ratifica la sperimentabilità del metodo, stanziando anche 3 milioni di Euro per gli anni 2013-2014.

Il 21 giugno 2013 Vannoni avrebbe dovuto consegnare la documentazione scientifica sul suo metodo all'Istituto Superiore di Sanità, all'agenzia italiana del farmaco e al centro nazionale trapianti per permettere di elaborare il protocollo dei test, ma chiede di rinviare l'incontro, per ben due volte.

A fine giugno 2013 il ministro della salute Beatrice Lorenzin nomina i membri del comitato che dovrà seguire la sperimentazione nel servizio pubblico (definendone aspetti quali la scelta delle cell factory per produrre le staminali, l'arruolamento dei pazienti, la scelta degli ospedali) e che seguirà le fasi della ricerca (della durata di 1 anno e mezzo). La presidenza è affidata al capo dell'Istituto Superiore di Sanità, e tra i membri ci sono i direttori dell'AIFA, del Centro nazionale trapianti, la federazione delle associazioni delle persone colpite da malattie rare. Il giorno precedente alla pubblicazione del decreto ministeriale, Vannoni ha, per la terza volta, chiesto di rinviare l'incontro per depositare il protocollo della sperimentazione, la cui data di avvio era inizialmente stata fissata al 1º luglio 2013: essa non può quindi ancora cominciare.

L'11 luglio la rivista scientifica Nature pubblica un editoriale in cui invita il governo italiano a non portare avanti la sperimentazione, in quanto questa non è giustificata da alcuna ragione scientifica.

L'1 agosto viene consegnato presso l'Istituto Superiore di Sanità il protocollo del metodo Stamina per poter far partire la sperimentazione.

FONTI: TN24.it e Wikipedia.it
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28 luglio, 2013

Università, Boom di domande per Medicina

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Accesso a Medicina sempre più difficile. A settembre, superare il test per intraprendere la carriera di medico sarà più ostico degli anni passati. Il numero di coloro che entro il 18 luglio scorso ha fatto domanda è cresciuto notevolmente rispetto a 12 mesi fa mentre i posti messi a disposizione dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca sono rimasti praticamente invariati. Così, per gli oltre 84mila aspiranti che il 9 settembre si presenteranno puntuali negli atenei italiani per confrontarsi col quizzone di 60 domande, la strada si fa in salita. E a complicare le cose, rendendole più incerte ancora, sarà il bonus-maturità, voluto dall’ex ministro Francesco Profumo, che la neoministra Maria Chiara Carrozza non se l’è sentita di congelare.

La valanga di polemiche seguite alla prima versione del meccanismo dei “percentili” che regola il premio ha infatti prodotto soltanto una rivisitazione del sistema di attribuzione del bonus che lascia invariate le disparità tra concorrenti. L’anno scorso, secondo i dati comunicati ufficialmente da viale Trastevere, gli studenti delle superiori che fecero domanda per sostenere il test di ammissione a Medicina furono 68.426, quest’anno 84.165: il 23 per cento in più. Evidentemente, ai giovani italiani quella del medico deve apparire una carriera che può garantire un futuro lavorativo. I posti messi in palio dal ministero sono 10.748 per Medicina e chirurgia, praticamente lo stesso numero del 2012, e 984 per Odontoiatria. Con test di ammissione unico per tutte e due le facoltà.

Per comprendere che quest’anno l’accesso sarà più difficile basta fare una semplice divisione tra aspiranti e i posti. Nel 2012, per la sola facoltà di Medicina era disponibile un posto ogni 6 candidati e qualcosa: 6,37 per l’esattezza. Quest’anno, ci sarà un posto ogni 8 candidati circa: uno ogni 7,83, per la precisione. L’unica consolazione per le migliaia di concorrenti che si stanno preparando – da soli o seguendo costosissimi corsi – è che per la prima volta la graduatoria sarà nazionale e non sarà possibile subire la beffa che centinaia di studenti hanno dovuto sopportare in passato. Quando, con un dato punteggio, si veniva esclusi nell’ateneo in cui si era presentato domanda ma si sarebbe riusciti ad entrare in altri atenei del Belpaese.

Con la graduatoria nazionale, tutto questo, non sarà più possibile. Resta il fatto che questo stesso meccanismo penalizzerà i figli dei meno abbienti: uno studente di Catania senza gradi disponibilità economiche potrebbe trovare piuttosto sconveniente, o addirittura impossibile, studiare a Torino, Milano o Udine ed essere costretto a rinunciare al sogno del camice bianco. Inoltre, quest’anno, il bonus-maturità – variabile da uno a 10 punti, per color che si sono diplomati con almeno 80 centesimi – renderà il test di ammissione una specie di lotteria, perché due ragazzi col medesimo punteggio al diploma e lo stesso nel test di ammissione, che nella graduatoria del test occuperebbero due posti vicinissimi, nella classifica generale – data dal punteggio del test più quello relativo al bonus – potrebbero occupare due posizioni distanti anche qualche migliaio di posti.

Infatti, il bonus-maturità verrà attribuito in base alla distribuzione dei voti conseguiti da tutti i candidati della medesima commissione – che è composta da due quinte classi – e sarà più alto, a parità di punteggio, nelle commissioni dove i voti sono stati bassi e minore in una commissione, anche dello stesso istituto, dove sono fioccati i voti alti. E a nulla, a questo punto, servirà il corso di formazione – pagato dai genitori da 400 a 4mila euro – che tantissimi studenti delle scuole superiori hanno seguito durante i mesi invernali, prima degli esami di maturità, e continuano a seguire in questi giorni per allenarsi a risolvere le domande del test.

AUTORE: Salvo Intravaia
FONTE: Repubblica.it
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18 luglio, 2013

Il vantaggio della formulazione liquida monodose della levotiroxina

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L’ampia diffusione di patologie tiroidee rendono la terapia ormonale sostitutiva una delle cure mediche maggiormente prescritte a livello mondiale. Per circa cinque milioni di italiani l’assunzione di levotiroxina (principio attivo analogo dell’ormone tiroideo T4) rappresenta l’unico sollievo efficacemente riconosciuto per la cura dell’ipotiroidismo ovvero l’insufficiente sintesi ormonale da parte della tiroide.

L’attenzione va posta in particolare sull’assunzione farmacologica della levotiroxina  la quale – essendo una terapia cronica – va seguita per tutta la vita. Affinché l’ormone sia pienamente efficiente occorre prenderlo di mattina a digiuno, attendendo – in alcuni casi – fino ad un’ora prima di fare colazione, poiché gli alimenti comprometterebbero il corretto assorbimento dell’ormone. Senza tener conto degli effetti di malassorbimento del farmaco in compresse uniti alle costanti difficoltà nella modalità di somministrazione e calibrazione del dosaggio che – richiedenti continui adeguamenti della dose – interferiscono massicciamente sulle condizioni di vita e di benessere del paziente.
Sebbene la cura assicuri la giusta dose di ormone tiroideo e migliori il funzionamento dell’organismo, ha, tuttavia, insito nelle proprie indicazioni d’uso il suo stesso tallone d’Achille. Secondo un’indagine Doxa per IBSA farmaceutici un paziente su tre fatica a seguire correttamente la terapia e che oltre il 66% dei pazienti fa colazione prima dei canonici trenta minuti. Inoltre in un recente Rapporto Health Search presentato all’ultimo Congresso nazionale della SIMG, la compressa non andrebbe d’accordo né con gli organi del tratto gastrointestinale, né con i farmaci antiacidi utilizzati per la digestione, avvalorando l’associazione fra ipotiroidismo e malattie dello stomaco.

La ricerca scientifica si è perciò indirizzata verso lo studio di soluzioni più versatili, che non necessitano di raffinate calibrazioni per trovare il dosaggio ideale e che consentano di ridurre il rischio di interazione fra farmaco e altri farmaci, cibo e/o bevande qualora queste venissero assunte troppo ravvicinate. Da questi sforzi è stata messa a punto l’innovativa formulazione liquida monodose della levotiroxina che, rispetto alla classica compressa – essendo già dissolta e pronta per l’assimilazione – è in grado di superare problemi di malassorbimento, migliorando sensibilmente la qualità della vita e l’aderenza alla terapia dei pazienti.

In particolare, si è arrivati a queste nuova via scoprendo che le soluzioni liquide garantiscono una migliore permeazione del principio attivo (fino al 30% più rapida), persino nei pazienti con problemi di malassorbimento gastrico e intestinale. In pratica, eliminando la fase di dissoluzione tipica delle compresse, i farmaci in forma liquida si miscelano direttamente con i fluidi gastrointestinali, rendendosi subito disponibili, anche in casi di patologie come celiachia o intolleranza al lattosio. Questa ottimizzazione del processo potrebbe consentire anche di ridurre il rischio di interazione tra farmaco e cibo e/o bevande qualora queste venissero assunte  troppo ravvicinate, con evidenti risvolti positivi sulla garanzia del risultato terapeutico. Il vantaggio delle formulazioni liquide costituisce un grande passo in avanti a livello terapeutico.

FONTE: www.tiroide.com
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Grazie al gene "XIST" nuove prospettive di terapia genetica per la sindrome di Down

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Si aprono all'orizzonte nuove prospettive per una terapia genetica per la Sindrome di Down. Per la prima volta è stata neutralizzata in provetta la terza copia del cromosoma 21 responsabile della sindrome. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, non ha ancora un'applicazione clinica ma è una premessa importante per una futura "terapia cromosomica" di questa malattia. Il lavoro, che si deve a un gruppo coordinato da Jeanne Lawrence dell'università americana Massachusetts Medical School, potrebbe aiutare anche a comprendere meglio i meccanismi di base delle malattie dovute ad anomalie cromosomiche.

Neell'uomo vi sono 23 coppie di cromosomi, tra cui due cromosomi sessuali, per un totale di 46 cromosomi. Nelle persone con la sindrome di Down invece vi sono tre (anziché due) copie del cromosoma 21, e questa 'trisomia 21' provoca la malattia che causa disabilità cognitive, un maggior rischio di leucemia infantile, difetti cardiaci e del sistema immunitario.


A differenza delle malattie genetiche causate dal difetto di un singolo gene, la correzione genetica di un intero cromosoma è stata finora impossibile. I ricercatori sono riusciti nell'impresa sfruttando la funzione naturale di un gene chiamato Xist, che normalmente 'spegne' uno dei due cromosomi X che si trovano nei mammiferi di sesso femminile e che sono ereditati da madre e padre. Spegnendo questo cromosoma X in più si rende l’espressione dei geni collegati al cromosoma X, nelle femmine, simile a quella dei maschi che hanno solo un cromosoma X.

I ricercatori hanno quindi pensato di sfruttare questa abilità del gene applicandola al cromosoma responsabile della sindrome di Down. Hanno quindi trasferito il gene Xist nelle cellule staminali derivate da pazienti con la sindrome di Down. Il gene ha rivestito la terza copia extra del cromosoma 21, mettendolo a 'tacere', ossia ha modificato la sua struttura in modo che non ha più potuto esprimere geni. Confrontando cellule con e senza il cromosoma supplementare silenziato, si è osservato che il gene Xist aiuta a correggere gli schemi insoliti di crescita e di differenziazione cellulare osservati nelle cellule derivate da persone con la sindrome di Down.


FONTE: Ansa.it
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10 luglio, 2013

Diabete, è allarme in Basilicata: cresce la prevalenza di nuovi casi rispetto al resto del paese

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Sono “preoccupanti” i dati sulla diffusione del diabete in Basilicata, la percentuale di diabetici in regione è del 6,9%, un dato questo superiore alla media nazionale che si attesta al 5,5% e tra i più elevati d’Italia con un tasso di mortalità che nel 2009 era di 35 casi su centomila persone, in linea con il trend italiano.

Un dato certamente preoccupante quello che si legge nel “Libro Bianco sul diabete” presentato ieri mattina nell’auditorium dell’ospedale San Carlo di Potenza. A pesare sulla popolazione lucana è il forte impatto dell’obesità, il rapporto denuncia che il 32,9% dei soggetti residenti in Basilicata, principalmente rientranti nella fascia di età compresa tra i 6 e i 17 anni, risulta in eccesso di peso, un dato notevolmente superiore al valore nazionale. In regione ci si muove poco, ad impattare negativamente sono anche la sedentarietà e la mancanza di attività fisica, in regione il 48,4% della popolazione non pratica alcuno sport o attività fisica. In più la Basilicata si contraddistingue per un consumo ridotto di ortaggi, frutta e verdura, il consumo di alimenti ricchi di grassi risulta piuttosto elevato fra i lucani, infatti il 30,9% degli abitanti consuma snack più di una volta a settimana, infine risulta elevato anche il consumo di dolciumi, il 49,8% ne consuma più di una volta a settimana, sebbene alto questo dato è in linea con il trend nazionale. Tutto questo rende i lucani a forte rischio diabete.

Il “Libro Bianco” è un report sulla patologia diabetica nato dalla collaborazione tra l’Osservatorio regionale sul diabete e l’Istituto di igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Presentare il primo Libro Bianco sul diabete significa fare una fotografia sulla stato di salute dei lucani – ha detto Attilio Martorano, assessore regionale alla Sanità – da qui partiamo per porre in essere una intensa e articolata lotta al diabete, e lo facciamo con due progetti, da un lato orientanti alla conoscenza delle cause di questa malattia e dall’altro con un’ iniziativa che miri alla prevenzione”.

FONTE: Nuova del Sud
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09 luglio, 2013

Oxford, nato a Giugno bambino da embrione con DNA "studiato" mediante tecnica NGS

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È nato il primo bambino il cui embrione è stato selezionato attraverso una nuova tecnica di sequenziamento del genoma, che promette di rivoluzionare la fecondazione in vitro. Lo ha annunciato l'Eshre (società per la riproduzione umana e l'embriologia) nel corso del suo meeting annuale, specificando che il bambino è nato in giugno, sano e senza problemi.

La fecondazione in vitro è una tecnica di lotta alla sterilità faticosa e costosa, poiché molti degli embrioni impiantati non arrivano al termine della gravidanza: solo il 30% sopravvive. Si sospetta che l'elevata mortalità sia dovuta a difetti genetici non identificati, e che uno screening per selezionare gli embrioni migliori aumenterebbe molto le probabilità di successo. Le metodologie sperimentate finora, tuttavia, avevano dei problemi che ne hanno causato l'insuccesso durante i test clinici, oppure risultavano molto costose.

La tecnica usata in questo caso, detta Ngs (Next generation sequencing), permette invece di sequenziare l'intero genoma in modo rapido ed economico, e di eliminare gli embrioni con anormalità che potrebbero causare un aborto o che presentano altri difetti genetici gravi; il tutto senza necessità di congelare l'embrione nell'attesa dei risultati.

Lo studio sulla Ngs è stato condotto da Dagan Wells del Nihr Biomedical Research Centre dell'Università di Oxford, alla guida di un'équipe internazionale. La nuova metodologia è stata testata inizialmente verificando la sua capacità di individuare cellule di embrioni con difetti genetici noti. È stata poi sperimentata su due puerpere volontarie, di 35 e 39 anni, una delle quali aveva già subito aborti spontanei.

Il dottor Wells ha dichiarato: «Negli anni passati i risultati di test clinici casuali hanno suggerito che la maggior parte delle fecondazioni in vitro beneficerebbe di uno screening dei cromosomi dell'embrione, e alcuni studi riferiscono di un miglioramento del 50% nel numero di gravidanze ottenute. Tuttavia i costi dei test genetici non sono alla portata di molte pazienti. Next Generation Sequencing è un modo per rendere i test cromosomici più accessibili per un gran numero di persone. Il nostro prossimo passo saranno test clinici casuali per rivelare l'autentica efficacia di questo approccio, che cominceranno entro quest'anno».

FONTE: Ilsole24ore
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02 luglio, 2013

Università, l’Ocse sbugiarda stampa e politica. “Troppi costi e studenti = falso!"

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Tutta la verità sull’università italiana, ovvero: come ti sbugiardo dieci anni di proclami (e programmi) politici che hanno fatto del luogo comune e dell’analisi falsata il grimaldello per entrare nel sistema dell’istruzione e giustificarne la progressiva demolizione, dalle guerre sante dei berluscones contro la scuola pubblica agli strali dei “professori” chiamati da Monti a tagliare la spesa statale per l’istruzione. “Abbiamo troppi laureati”, no troppi professori, l’università pubblica “costa troppo”, la laurea “non vale nulla”… Tutte clamorosissime “balle”, e lo certifica l’Ocse che ha appena diffuso l’edizione 2013 del suo Rapporto sullo stato dell’istruzione a livello mondiale (scarica). Si parla anche dell’Italia, eccome. Numeri su numeri, statistiche comparative tra nazioni su spesa, costi privati, quantità di professori, studenti, laureati e dottorandi. E ancora, analisi su benefici e costi socioeconomici dell’istruzione universitaria e del valore del titolo accademico.

Il battagliero e informale network di ricercatori “Roars“ ha studiato le 440 pagine di dati e si è divertito a confrontarli con quanto dichiarato negli ultimi anni dal variopinto pool di “esperti” chiamati a vario titolo dalla politica e dalla stampa a contribuire al discorso pubblico su emergenze e prospettive del sistema universitario. Tra gli altri Gelmini, Giavazzi, Andrea Ichino, Profumo, Martone. Il confronto tra il proclama del momento e il dato fornito dall’Ocse è spesso esilarante, ma è soprattutto preoccupante: in un attimo rivela il livello di approssimazione delle analisi e delle valutazioni di chi per anni ha avuto tra le mani la delega al settore o è stato chiamato a dire la sua, in virtù di una patente di competenza scientifica pubblicamente riconosciuta. Ecco le cantonate più grosse.

1. “L’università italiana costa troppo”
Era la grande convinzione del ex ministro Mariastella Gelmini che nella stagione dei tagli e della contestazione del 2009 apostrofava così le voci del dissenso: “È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea)”. Ma cosa dice l’Ocse in proposito?

L’esatto contrario della Gelmini: ad eccezione di Repubblica Slovacca e Ungheria, l’Italia spende meno di tutte le altre nazioni europee (61% della media Ocse, 69% della media Eu21). Mentre la maggior parte delle altre nazioni hanno riconosciuto la natura strategica delle spese per istruzione, l’Italia, con la sola eccezione dell’Ungheria, è la nazione che ha effettuato i tagli più pesanti (il rapporto Ocse non fornisce il dato relativo alla sola spesa per università, ma un dato aggregato relativo all’intera spesa per istruzione). Se si considera la percentuale della spesa pubblica destinata all’istruzione, si scopre che l’Italia è ultima su 32 nazioni. Insomma, Gelmini bocciata su tutta la linea.

2. Troppi studenti. Parola di Giavazzi, l’uomo della spending review
L’altro mantra che si ripete da tempo è l’eccessivo numero di studenti. Tra chi si esercita in affondi letali per il mondo accademico italiano spicca Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere. Che non ha alcun dubbio in proposito, tanto che quando Mario Monti l’ha chiamato a realizzare la spending review e tagliare teste molti in università si son fatti il segno della Croce.

Ed ecco che sul sito de Lavoce.info, l’esperto getta il sasso nello stagno al motto “Siamo davvero sicuri che questo Paese abbia bisogno di più laureati?” (28/11/2012).  Ma ha ragione Giavazzi, sono davvero troppi gli studenti dell’università italiana? Niente affatto e l’Ocse lo certifica. Come percentuale di laureati nella fascia più giovane (25-34 anni) l’Italia è all’ultimo posto in Europa (21% contro 39% della media Ocse). Se si considera che il Brasile è una nazione non-Ocse, l’Italia è al penultimo posto tra i Paesi Ocse dato che solo la Turchia (19%) ha meno laureati di noi. Sarà allora che abbiamo troppi docenti.

3. Contrordine: sono troppi i professori
Se non sono troppi gli studenti tocca prendersela con i professori, altrimenti il gioco a chi spara sull’università non funziona più. Per accreditare l’idea che gli atenei siano in balia di masse di baroni, orde incontrollate di docenti,  Giavazzi usa le pagine del Corriere. La sentenza è inappellabile: “Non c’è dubbio che nell’università siamo in troppi”  (24 ottobre 201o).

Non c’è dubbio. Ma anche qui, sbaglia. Ricorda l’ingegner Giuseppe De Nicolao, professore e analista all’università di Pavia: su 26 nazioni considerate solo 5 hanno un rapporto studenti/docenti peggiore del’Italia (Indonesia, Repubblica Ceca, Arabia Saudita, Belgio e Slovenia). Dato che Indonesia e Arabia Saudita sono paesi non-Ocse, l’Italia risulta essere quart’ultima tra i paesi Ocse per rapporto docenti/studenti. “Eppure anche questo dato, disponibile a tutti e da alcuni anni, non è mai stato utilizzato perché non funzionale come altri a dare addosso al sistema universitario. Fa parte di quel corredo di parametri sistematicamente occultato da chi guardava ai numeri del settore con gli occhiali dell’ideologia politica”.

4.L’ultima spiaggia: troppi dottorandi
A un certo punto se non sono troppi i laureati e neppure i professori a qualcuno viene in mente che possano essere i dottorandi, ad esempio a Sergio Benedetto, illustre professore del Politecnico di Torino ma sopratutto l’uomo messo a capo dell’organismo di valutazione della ricerca, deputato dall’Anvur a premiare o punire 95 atenei stabilendo criteri per l’erogazione di 800 milioni di fondi. Incarico delicatissimo, dunque.

Ebbene Benedetto su Repubblica annuncia: “Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta” (Repubblica, 4/02/2012). Ma l’assunto iniziale era corretto, ovvero l’Italia ha un numero di dottorandi  tanto spropositato da doverlo ridurre? Nel seguente grafico viene riportata la percentuale di studenti che proseguono i loro studi fino al conseguimento del dottorato di ricerca. L’Italia è al di sotto della media Ocse e si colloca in 21esima posizione su 32 nazioni. Per la spiegazione delle età medie di entrata particolarmente elevate in alcune nazioni (Islanda, Spagna, Portogallo, Corea, …) si veda la discussione a p. 296 del Rapporto “Education at a Glance”.

 5. La moltiplicazione dei fuoricorso
Ma ecco il turno di Francesco Profumo che se la prende con i fuori corso d’Italia, massa di fannulloni che non avrebbe pari in tutta Europa. “I fuori corso all’università esistono solo da noi (…) All’Italia manca il rispetto delle regole e dei tempi. Credo che la scuola sul rispetto delle regole debba dare un segnale forte perché gli studenti fuori corso hanno un costo, anche in termini sociali” (Corriere, 15-10-2012). Vero, non vero?

Anche questo non è vero, a insistere sullo stesso punto è però l’ex sottosegretario Michel Martone (quello che laurearsi dopo i 28 anni “è da sfigati”), su Repubblica: “Il problema dell’età media dei laureati in Italia esiste”. L’Ocse dice esattamente il contrario: l’età media dei laureati italiani è addirittura più bassa della media europea. In realtà il mancato rispetto dei tempo nominali è un fenomeno diffuso a livello mondiale, mentre nelle dichiarazioni degli “esperti” viene propagandato come il piccolo e imperdonabile vezzo di un Paese che tira a campare, azzoppato dal carrozzone universitario, mentre l’Europa e il mondo corrono.

6. Lo studente che costava troppo. Il problema che non è mai esistito
Ad avvertire che “spendiamo troppo per gli studenti” è Roberto Perotti, economista della Bocconi che nel libro L’università truccata (Einaudi) ha messo in croce il malcostume accademico dei privilegi. Ma ha commesso anche qualche errore di conto.

L’assunto iniziale (e quindi i rimedi finali intesi come proposte di riforma in appendice al discorso) sono falsi. “Si basano infatti sul precedente rapporto Ocse e su una rielaborazione fai-da-te del Perotti del dato sulla spesa per studente che già lo stesso rapporto indicava come inutilizzabile a fini comprativi”, spiega De Nicolao. Il rapporto mostra che la spesa media per studente lungo la durata media del suo corso di studi, lungi dall’essere la quarta al mondo, è invece 14-esima con un valore pari al 75% della media Ocse”. In altre parole il sistema universitario italiano non è quella babele di sprechi e costi ingiustificati che si vuol sempre rappresentare nel dibattito pubblico. O almeno, l’Italia (almeno in questo) non è la pecora nera d’Europa.

 7. Il falso mito delle rette troppo basse, una mina sull’istruzione di massa
Altro mito da sfatare buttato in pasto al dibattito sul destino dell’istruzione universitaria è il seguente: “Non possiamo più permetterci un’università quasi gratuita”, sempre Giavazzi (Corriere, 24-10-2010). Vero, perché dobbiamo pagare noi per masse di studenti sfaccendati, professori e ricercatori parassitari?

Peccato che anche questo dato sia del tutto campato in aria. Dalle comparazioni Ocse per l’Italia risulta un quadro della situazione decisamente diverso: il nostro Paese si posiziona decimo in classifica sulle 25 nazioni considerate per costo delle tasse e addirittura terza se si considera poi l’aumento delle rette dell’ultimo anno, soprattutto nelle private. Qui effettivamente la retta corre e forse dovrebbe essere posta più attenzione nel dibattito pubblico. Tanto che, considerando solo le private, l’Italia è addirittura seconda in Europa per costo delle rette, seguita dall’Inghilterra. Ma (chissà perché) di questo non si parla mai mentre si riempiono fiumi d’inchiostro sul falso mito dell’università semi-gratuita per tutti.

 8. Il sistema pubblico ci costa e ci danneggia tutti. Quelli che…  ”meglio le private”
Ma ecco che Andrea Ichino, fratello del giuslavorista Pietro con cattedra all’università di Bologna, metteva in dubbio i benefici sociali della laurea: “Uno dei nostri argomenti, però, è che chi ha provato a misurare empiricamente la presenza di questi benefici sociali [della laurea], aggiuntivi rispetto a quelli privati, ha trovato poco o nulla”, scriveva proprio su “Roars” il 18 febbraio scorso.

La questione viene analizzata in dettaglio dall’Ocse che sfata l’ennesimo falso mito: i benefici sociali conseguenti da un laureato italiano maschio sono 3,7 volte maggiori dei costi pubblici  (media Ocse: 3,9), nel caso di una laureata femmina sono 2,4 volte maggiori  (media Ocse: 3,0). Quindi un euro speso in ricerca ne porta da 2,4 a 3,7.

I ritorni economici di un laureato italiano (ovvero i benefici meno i costi sostenuti), sia pubblici (169mila dollari) che individuali (155mila dollari) elaborati dall’Ocse per i laureati non solo sono di entità del tutto paragonabile ai valori degli altri paesi, ma  in Italia il ritorno per la collettività sarebbe superiore addirittura a quello individuale. In altre parole, incentivare e investire sull’accesso al sistema universitario conviene a tutti, anche a chi decide altrimenti.

 9. L’affondo finale: quelli che “La laurea non serve”. Parola di Oscar Giannino
Ma cosa ti laurei a fare? L’università non serve ormai a nulla. L’ultimo a sostenerlo, forse per ragioni strettamente personali, è stato Oscar Giannino, beccato in castagna a vantare titoli mai posseduti: “Cinquantamila universitari in meno vuol dire che i giovani non sono fessi, vedono l’università senza merito come inutile”. Anche qui l’Ocse ristabilisce due elementi di verità. Nel seguente grafico viene rappresentato il maggior guadagno percentuale che deriva dall’essere laureati rispetto a possedere un diploma di istruzione secondaria.

Per i laureati italiani tale maggior guadagno (+48%) non appare trascurabile, anche se negli altri paesi Ocse tende ad essere ancora maggiore (media Ocse: +57%). Non solo. Il beneficio della laurea (il cui valore legale è sempre a rischio di abolizione) emerge anche rispetto al dato occupazionale. Nell’ultimo grafico si osserva infatti la minore probabilità di disoccupazione tra chi ha in tasca un diploma di laurea e chi non lo ha. Il tasso di occupazione per i laureati italiani è pari al 79% (media Ocse:84%) contro il 75% dei maturati (media Ocse: 84%) ed il 58% per chi si è fermato alla media inferiore (media Ocse: 58%). Se da un lato, la situazione italiana è peggiore della media Ocse, il differenziale  di quattro punti percentuali tra laureati e maturati è identico. Tutto il resto è, semplicemente, falso.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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01 luglio, 2013

Diabete, allarme in Sicilia: 290 mila soggetti ammalati, 5% della popolazione è a rischio

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Allarme diabete in Sicilia. Ormai, stando alle ultime stime si può considerare un'epidemia silenziosa che avanza e che preoccupa non poco specialisti e soprattutto le istituzioni sanitarie dell'Isola che da anni si battono con campagne di prevenzione per tentare di frenare il trend sempre più in aumento. Non a caso, dall'ultima indagine risulta che la percentuale di diabetici in Sicilia supera la media nazionale. Oggi sono 290 mila i soggetti diabetici accertati in tutte e nove le province, ma almeno il 40 per cento di questi non sa ancora di essere portatore di questa patologia.

La Sicilia ha un numero di diabetici accertati che è tra i più alti del Paese, con una percentuale che supera il 5,8 per cento della popolazione, contro una media nazionale – stando ai dati Istat del 2012 - del 5,5 per cento. E l’Isola si colloca al terzo posto tra le regioni per numero di diabetici, rapportato al numero degli abitanti, con un indice di mortalità che è superiore a quello del resto del Paese. Con i circa 2.500 decessi l'anno per la mancata prevenzione delle complicanze, il diabete costituisce la quarta causa di mortalità in Sicilia. Mortalità che risulta essere superiore a quella del resto del Paese, in particolare tra le donne, con il 40% in più rispetto agli uomini.

Nel 2011, nella popolazione generale italiana, la media di diabetici era del 4,9, in Sicilia del 5,4. Un aumento, esponenziale, anno dopo anno, che indica epidemia. E si sa quanto il diabete non controllato possa arrecare ulteriori danni alla salute. Tra le complicanze, la retinopatia che può portare, nel tempo, alla cecità, patologie cardiache, renali, neurologiche e possibili amputazioni degli arti inferiori. In questo panorama seriamente preoccupante, nasce l’indagine sul diabete in Sicilia, realizzata da "Az Salute" con la collaborazione dell’assessorato regionale alla Salute, le nove Asp territoriali, i medici diabetologi. Dall’indagine emerge una situazione fortemente inquietante, ma anche un impegno regionale di grande spessore organizzativo, tanto che il Piano Sanitario Regionale ha incluso il diabete tra le priorità di intervento, alla luce del particolare impatto epidemiologico sul territorio.

Questa mattina all'assessorato regionale alla Salute questi dati sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa al quale ha partecipato l'assessore Lucia Borsellino. "Diabete e scompenso – ha detto l’assessore alla Salute - sono tra le patologie a maggiore impatto sulla popolazione siciliana e sulle quali si concentra, prevalentemente, la programmazione sanitaria regionale e locale. Recenti provvedimenti hanno dato, sul piano organizzativo, un forte impulso alla gestione integrata di queste patologie, come dimostrano i dati relativi alle attività scaturenti da una maggiore attenzione allo sviluppo della rete dei servizi sul territorio. Anche il recente provvedimento per il monitoraggio delle prescrizioni rientra tra le azioni di maggiore appropriatezza, a tutela dei pazienti e a supporto degli operatori, per l’attuazione delle quali l’assessorato, oggi, può fornire idonei strumenti ed evidenze per il governo clinico. Una buona cura, infatti, nasce favorendo un’alleanza tra il paziente, il suo medico di famiglia e lo specialista".

Analizzando i dati dell'indagine si evidenzia che poco più di 290 mila i siciliani che hanno ricevuto una diagnosi di diabete. Di questi, intorno al 10 per cento è affetto da diabete di tipo 1, il cosiddetto diabete giovanile o insulino-dipendente. E i casi attesi sono quasi 4 mila nella fascia di età 0-17 anni, in buona percentuale con diabete di tipo 1. Ben 190 mila diabetici sono in età 18-69 anni, il resto sono over 70. Ed è noto che la prevalenza del diabete aumenta con l’età, fino a raggiungere il 20,3 per cento nelle persone con età uguale o superiore ai 75 anni. E si stima che per ogni due-tre persone con diabete ce ne sia una che ancora non lo sa. Nell’Isola, ci sarebbe il 30-50 per cento di diabetici non diagnosticati, percentuale che porterebbe i siciliani portatori della malattia ad oltre 400 mila.

Sempre secondo i dati più aggiornati forniti dall’assessorato della Salute della Regione Siciliana, l’Asp di Palermo ha il più alto numero di assistiti: 42.437. Catania ne ha 36.646, Messina 23.879, Siracusa 23.843, Trapani 19.725, Agrigento 18.775, Ragusa 14.857, Caltanissetta 9.488, Enna 8.963. Nel corso del 2011, la spesa media pro capite è risultata essere intorno ai 2.500 euro. Il valore più elevato è stato registrato nell’Asp di Messina (2.674), mentre quello più basso è stato osservato nell’Asp di Agrigento (2.192). Se moltiplichiamo la media di 2.500 euro l’anno per il numero di assistiti, si arriva ad una cifra che sfiora i 500 milioni di euro l’anno, senza contare le complicanze e i ricoveri ospedalieri. Ecco l’importanza della prevenzione che dovrebbe essere intensificata. Negli ultimi anni, si assiste ad un significativo cambiamento del diabete di tipo 2 (intorno al 90% dei casi). Fino a pochi anni fa, era una patologia che colpiva in età adulta, oggi si sta diffondendo anche tra i giovani. Tra le cause, l’aumento dell’obesità tra i giovanissimi, fenomeno che, oggi, arriva a toccare anche il 30 per cento in età scolare.

Carla Giordano, ordinaria di Endocrinologia dell'Università di Palermo e componente del Consiglio nazionale della Società italiana di Endocrinologia: "Il diabete in Sicilia sta galoppando verso un’epidemia. E come se non bastasse si assiste alla presenza di diabete 'doppio' una forma emergente dove diabetici di tipo 1, insulino-dipendenti, hanno anche le caratteristiche del tipo 2, un fenomeno che prima non si osservava".

E poi c'è il dato dell'ospedalizzazione: sono intorno a 46 mila i siciliani portatoti di diabete che, ogni anno, fanno ricorso a ricoveri ospedalieri in regime ordinario per qualsiasi causa, con un picco di ospedalizzazione negli anziani tra i 60 e i 70 anni. Solo nel campo della diagnosi sono quasi 7.500, la maggior parte donne (54,8 per cento), una tendenza che vede in prima linea Catania, Messina, Palermo, Siracusa e Trapani, mentre per le province di Agrigento e Caltanissetta si evidenzia una maggioranza negli uomini. L’Asp con più ricoveri ospedalieri è Palermo, con 10.329, seguita da quella di Catania (9.746), Messina (6.746), Agrigento (4.631), Trapani (4.424), Siracusa (3.442), Caltanissetta (2.921), Ragusa (2.699), Enna (1.895).

FONTE: Ilsitodipalermo.it
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29 giugno, 2013

E' morta la grande astrofisica italiana Margherita Hack

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E' morta questa mattina a Trieste l'astrofisica Margherita Hack. Dopo la morte nello scorso anno di Rita Levi Montalcini, ancora una volta ci lascia una delle figure scientifiche italiane più prestigiose del panorama mondiale. Animalista convinta e vegetariana sin da bambina, Margherita Hack è stata anche direttore del Dipartimento di Astronomia dell'Università di Trieste dal 1985 al 1991 e dal 1994 al 1997. È un membro dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Ha lavorato presso numerosi osservatori americani ed europei ed è stata per lungo tempo membro dei gruppi di lavoro dell'ESA e della NASA. In Italia, con un'intensa opera di promozione ha ottenuto che la comunità astronomica italiana espandesse la sua attività nell'utilizzo di vari satelliti giungendo ad un livello di rinomanza internazionale.

Ha pubblicato numerosi lavori originali su riviste internazionali e numerosi libri sia divulgativi sia a livello universitario. Nel 1994 ha ricevuto la Targa Giuseppe Piazzi per la ricerca scientifica. Nel 1995 ha ricevuto il Premio Internazionale Cortina Ulisse per la divulgazione scientifica.

In segno di apprezzamento per il suo importante contributo, le è stato anche intitolato l'asteroide 8558 Hack.

Margherita Hack è molto nota anche per le sue attività non strettamente scientifiche e in campo sociale e politico. E' stata una esponente di spicco dell'Ateismo in Italia, non ha creduto in nessuna religione o forma di soprannaturalismo, sostenendo con forza che l'etica non deriva dalla religione ma da "principi di coscienza" che permettono a chiunque di avere una visione laica della vita, ovvero rispettosa del prossimo, della sua individualità e della sua libertà.

Sul tema della questione energetica Margherita Hack si è espressa contro la costruzione di centrali nucleari in Italia, ma a favore della ricerca sul nucleare, spiegando che l'Italia attualmente non è in grado di mantenere delle centrali e che l'Italia è un paese poco affidabile. La Hack sostiene che esiste «una paura irrazionale, anche scientifica, per l'energia nucleare», che però «inquinerebbe molto meno dell'energia a petrolio, a metano e a carbone, a cui dovremmo comunque ricorrere». Ha anche sottolineato l'importanza della ricerca in questo campo e la necessità di "sviluppare al massimo le energie rinnovabili" che contribuiscono a soddisfare parte del fabbisogno energetico.
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28 giugno, 2013

Diabete, imposto alla Regione Sicilia l'aumento del numero di strisce per l'autocontrollo della glicemia

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La Sicilia, sebbene abbia recentemente recepito il primo Piano Nazionale del Diabete, rimane fanalino di coda per autocontrollo della glicemia: la Regione concede ogni mese solo 25 strisce reattive per il diabete di tipo 1 e 12 strisce per il diabete di tipo 2 insulino-trattato, per il controllo della glicemia. In base alle recenti raccomandazioni delle Societa' Scientifiche della diabetologia (SID-AMD-SIEDP), sarebbero necessarie 150 strisce al mese per il diabete di tipo 1 e 100 strisce per il diabete di tipo 2 insulino-trattato. Sono i dati emersi durante il seminario "Il diabete in Sicilia: facciamo un passo avanti" svoltosi oggi al Palazzo dei Normanni di Palermo con il supporto organizzativo di Roche Diabetes Care.

"Siamo molto lieti che la Regione Sicilia abbia recepito il Piano Nazionale del Diabete ma adesso dobbiamo passare dalla teoria alla pratica? - spiega Gianna Miceli, Presidente dell'Associazione dei Pazienti AIAD di Ragusa. La mancata concessione di un numero adeguato di strisce e' particolarmente grave e se le associazioni dei pazienti avessero invece visto riconosciuto prima il proprio ruolo di coordinamento non avremmo accumulato questo ritardo. Siamo contenti che il Piano Nazionale Diabete finalmente ci attribuisca un ruolo non piu' meramente consultivo perche' cosi' potremo dare una maggiore collaborazione alle Istituzioni".

"Per i giovani diabetici l'autocontrollo e' uno strumento di liberta' e di consapevolezza che li stimola ad adottare un corretto regime alimentare e uno di stile di vita attivo e non solo a vedere quanto hanno di glicemia- commenta Alfonso La Loggia, Responsabile della Unita' Operativa Dipartimentale di Diabetologia dell'eta' evolutiva della ASP di Caltanissetta e Delegato per l'area Diabete in Sicilia della SIEDP - Societa' Italiana Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica. La normativa sulle strisce e' vecchia e deve essere adeguata, per dare la possibilita' al diabetologo di "cucire su misura" la migliore cura per il singolo paziente".

FONTE: Agi Salute
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27 giugno, 2013

Si è spento Stefano Borgonovo, campione simbolo della lotta alla SLA

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Si è spento oggi pomeriggio Stefano Borgonovo. L'ex attaccante di Como, Milan, Fiorentina, Pescara, Udinese e Brescia, è morto a 49 anni, dopo una lunga battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica. Borgonovo lascia la moglie Chantal e quatto figli Andrea, Alessandria, Benedetta e Gaia. Nel 2008 ha dato vita alla Fondazione Stefano Borgonovo Onlus, per sostenere la ricerca contro la Sla, che lui chiamava scherzosamente «la stronza».

Il 5 settembre 2008 Borgonovo ha annunciato di essere malato di sclerosi laterale amiotrofica. La notizia raggiunge anche il ritiro della Nazionale, che era impegnata nella preparazione a due incontri di qualificazione ai Mondiali di Calcio del 2010. Da allora ha creato una Fondazione che ha raccolto fondi per la ricerca. Lui stesso in carrozzina è sceso più volte in campo insieme alla sua inseparabile compagna Chantal. Il mondo del calcio è in lutto per il calciatore che insieme all'amico Roberto Baggio a Firenze con la maglia viola ha formato per anni la coppia «B2» tanto amata dai tifosi della Fiorentina. 

La Ferdercalcio italiana, dopo aver ricevuto la notizia, ha chiesto formalmente alla Fifa di scendere in campo con il lutto al braccio nella semifinale della Confederations Cup contro la Spagna, e di far osservare 1' di silenzio prima dell'inizio della partita.
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Crisi nel settore medico, il paradosso di un lavoro che "c'è" ma non viene "coperto" da sufficienti specializzati

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Da Ippocrate in poi i medici sono sempre stati personaggi cardine di qualsiasi struttura sociale. Per ruolo e funzione pubblica. In Italia da qualche tempo qualcosa è cambiato. E non in meglio. La categoria si dibatte fra crisi strutturali e nefaste prospettive future. Giovani e anziani medici vedono a rischio il loro futuro professionale. Le fonti della crisi sono almeno tre.

Il primo fronte dell'emergenza riguarda i giovani: i medici e gli odontoiatri approdano alla libera professione in media a 37 anni d'età e con un reddito inferiore a 17mila euro all'anno (più precisamente 16.786 euro). I dati sono stati ricavati dall'Enpam, l'ente previdenziale di medici e odontoiatri, analizzando le nuove iscrizioni al proprio fondo della libera professione. Si tratta di numeri che evidenziano due aspetti. Da un lato quello dell'ingresso tardivo nel mondo del lavoro; dall'altro il problema dell'adeguatezza delle pensioni future (se guadagno poco e per giunta in tarda età, l'assegno che mi attende sarà probabilmente non adeguato ad affrontare la vecchiaia).

Il secondo allarme riguarda la staffetta generazionale. L'Osservatorio sul lavoro dell'Enpam - che diffonderà domani tutti i dati analitici del mondo della sanità - evidenzia che dal 2016 quasi un milione di italiani rimarrà senza medico di famiglia. Fra tre anni infatti ci saranno 600 medici di medicina generale in meno. Considerando che ogni medico di famiglia può avere fino a 1.500 pazienti, questo significa che circa 900mila italiani potrebbero rimanere senza medico curante. Un numero destinato a crescere ulteriormente per via dei pensionamenti futuri. Dal 2016, un'intera generazione di medici di famiglia andrà in pensione alterando gli equilibri della categoria. Fra tre anni infatti 1.499 iscritti al fondo di previdenza della medicina generale compiranno l'età del pensionamento (68 anni).

Nello stesso anno, dalle scuole di formazione in medicina generale è prevista l'uscita di meno di 900 nuovi medici di famiglia. «Nei prossimi anni potremmo essere costretti a chiamare specialisti e medici di famiglia dall'estero - dichiara il presidente della Fondazione Enpam, Alberto Oliveti -. Allo stesso tempo in Italia migliaia di laureati in medicina rischiano di non avere accesso ai percorsi di post laurea perché, a causa dei tagli alle borse di studio, non viene messo a bando un numero sufficiente di posti nelle scuole di specializzazione e formazione». Ma l'Enpam avverte che il numero dei camici bianchi impegnati nella medicina di famiglia che andranno in pensione ogni anno continuerà a crescere anche dopo il 2016 e raggiungerà il picco nel 2022 (quando saranno quasi 4.900 gli iscritti al fondo della medicina generale a compiere l'età di 68 anni). Ci sono dunque tutti gli ingredienti per un gigantesco paradosso: mentre medici di famiglia e specialisti diminuiscono si nega a molti laureati in medicina di proseguire il loro percorso di formazione post laurea. Basta fare due conti: alla conclusione dei corsi di laurea che stanno per cominciare usciranno circa 9 mila medici mentre a oggi i posti nei percorsi di specializzazione sono 4.500 e quelli nelle scuole di formazione in medicina generale poco più di 900. Se i posti non verranno aumentati, migliaia di laureati rimarranno senza prospettive mentre gli italiani rimarranno senza medico.

Con la riforma delle professioni ratificata da pochi mesi è entrato in vigore l'obbligo di assicurazione per tutti i professionisti. Entro il 13 agosto chi non sarà coperto da polizza non potrà esercitare. Il punto è che le assicurazioni non sono obbligate a coprire i professionisti e i medici (categoria ad alto rischio di cause di risarcimento) spesso restano senza polizze. Tre le categorie più a rischio: ortopedici, ginecologi e chirurghi. Secondo i dati più recenti pubblicati dall'Ania, l'associazione delle imprese assicuratrici, nel 2010 il numero di sinistri denunciati alle assicurazioni è triplicato rispetto a quanto accadeva 15 anni prima. Questo induce le compagnie a rifiutare di garantire i medici che hanno probabilità quasi certe di subire sinistri con richieste di risarcimenti miliardari. E dal 13 agosto chi rimane senza assicurazione rischia di non poter più nemmeno esercitare. Ippocrate certo non crederebbe ai suoi occhi.

FONTE: Corriere.it
AUTORE: Isidoro Trovaro
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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