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AFORISMA DEL GIORNO

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20 aprile, 2018

Epatite C, molti paesi stanno eradicando l'infezione (ma non l'Italia) ...

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Doccia fredda da una nuova ricerca presentata in questi giorni al congresso europeo sulle malattie del fegato, in corso a Parigi. Nonostante l'accesso aperto a tutti i pazienti con virus dell'epatite C, anche i meno gravi, e nonostante l'utilizzo di farmaci che agiscono e curano in sole 8 settimane, anziché dodici, con una efficacia altissima, l'Italia non sarebbe sul binario giusto per eradicare la malattia, obiettivo che l'Organizzazione mondiale della Sanità ha posto per il 2030. Siamo solo in una fase definita di "progresso". Pochi screening, e dunque diagnosi, e pochi pazienti trattati. Per non parlare poi delle cosiddette popolazioni a rischio, i detenuti, i tossicodipendenti che usano droghe iniettive, i lavoratori del sesso e gli Msm (gli uomini che fanno sesso con gli uomini).

Ma i nostri infettivologi non ci stanno. "Non mi risultano registri di malati HCV in Europa - premette Carlo Federico Perno, professore di Microbiologia e Virologia all'università di Milano - mentre in Italia esiste un registro AIFA dei trattamenti. E lunedì scorso eravamo a 127.000 trattati su un numero complessivo che varia da 350 a 450 mila infezioni. Stiamo trattanto circa 45.000 pazienti all'anno, quindi siamo ben oltre il 10%. Abbiamo avuto fondi dedicati, abbiamo liberato l'accesso, direi che in Europa - e forse nel mondo - l'Italia è forse il Paese che ha fatto lo sforzo maggiore. Da scienziato vorrei sapere piuttosto da dove arrivano i numeri presentati a Parigi".

Numeri che assegnano all'Italia quasi ottocentomila infezioni. Dato ipotizzato molti anni fa, in base ad estrapolazioni statistiche rivelatisi poi sbagliate. Tornando all'eradicazione, per essere sul binario giusto un Paese deve trattare ogni anno almeno il 7% degli infetti, e non avere restrizioni nell'accesso. Secondo i dati presentati a Parigi l'Italia sarebbe ferma al 4%. Davanti a noi sei paesi europei: Francia, con l'8%, Georgia (13%), Islanda (54%, ma i numeri dei trattati sono complessivamente molto bassi, qualche centinaio), Olanda (12%), Spagna con il 10% e Svizzera. Lo studio americano presentato a Parigi - da Homie Razavi e Sarah Robbins del Center for Disease Analysis Foundation di Lafayette - disegna comunque una Europa a più velocità. Da una parte paesi con numeri alti di malati dove è stato trattato solo l'1% degli infetti, come Turchia, Bulgaria, Croazia, Grecia, Russia e Slovacchia, dall'altra Paesi dove i numeri continuano a crescere, Ma anche quelli temporaneamente retrocessi, come la Germania, che da un anno all'altro non è riuscita a curare la percentuale richiesta di malati. E questo perché - sottolinea Razavi - lo screening non è diffuso e sono pochi i pazienti con infezione HCV ad essere identificati.

"Molti paesi europei sono sul binario giusto - precisa Razavi - ma bisogna organizzare test di routine in carcere, servizi dedicati per i tossicodipendenti e i lavoratori del sesso. E soprattutto serve più consapevolezza tra i medici, anche quelli di famiglia, che dovrebbero proporre il test a chi è considerato a rischio infezione". Alla fine dello scorso anno molti paesi europei hanno promesso di implementare i programmi per l'elimizazione dell'epatite C prima del 2030, compresi Gran Bretagna, Irlanda, Norvegia e Svezia. Nel 2017, per esempio, la Gran Bretagna ha trattato il 6% degli infetti (circa 10mila sui 163.500 stimati), ma ha anticipato di cinque anni l'obiettivo eradicazione, fissandolo al 2025. Spagna e Svizzera hanno eliminato le restrizioni all'accesso della terapia, un dato particolarmente importante visto che la Spagna, nella Eurozone, ha numeri molto alti di infezioni.
L'Italia oggi punta a raggiungere chi ha l'infezione HCV ma non sa di averla. Soprattutto over 65, infettatisi anni fa che sono stati convinti, qualche volta anche dal medico di base, che la terapia per eradicare il virus non fosse necessaria. Ma l'infezione HCV è invece subdola, oltre che sistemica: e il virus continua a lavorare e a replicarsi danneggiando il fegato. Ma non solo quello. HCV può danneggiare reni e pancreas e provoca una infiammazione cronica. Per questo l'idea è di far fare il test a tutti coloro che hanno patologie degenerative croniche: i diabetici, chi ha danno renale, gli ipertesi, i cardiopatici. Potrebbero essere tutte patologie legate ad HCV.

FONTE: Repubblica.it
AUTRICE: Elvira Naselli
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31 maggio, 2013

Torna l'epatite A in Italia, sotto accusa i frutti di bosco congelati

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L’epatite A (dovuta all’infezione da Hav) è tornata ad affacciarsi in Italia nelle scorse settimane e minaccia altri episodi da qui all’estate, anche se il ministero della Salute si è affrettato a precisare che «alla luce della particolare situazione in atto, fino al 31 luglio 2013, le segnalazioni dei nuovi casi e gli eventuali focolai epidemici devono essere avanzate tempestivamente al ministero e all’Istituto Superiore di Sanità». Non è un allarme, ma poco ci manca. D’altronde i numeri registrati dal sistema di sorveglianza Seieva parlano chiaro: in 16 regioni che hanno trasmesso dati aggiornati al 20 maggio 2013, risulta un incremento delle notifiche di epatite A nel periodo marzo-maggio pari al 70% rispetto allo stesso trimestre di un anno fa. L’aumentata incidenza è stata registrata in quattro regioni del centro-nord (Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Veneto) e in una del sud (Puglia).

Caratterizzata da un decorso acuto (stanchezza, febbre, disturbi gastrointestinali e ittero) e dalla prevalenza della trasmissione oro-fecale (come l’epatite E) rispetto a quella interumana, l’epatite A è causata da un virus a singolo filamento di Rna diffuso soprattutto attraverso l’acqua contaminata e gli alimenti venuti a contatto con la stessa. Tra i cibi incriminati, finora, c’erano soprattutto le cozze e i vegetali lavati con acqua sporcata da residui fecali. Oggi, invece, sotto osservazione sono finiti i frutti di bosco misti congelati: rintracciati in un cluster familiare del virus individuato in un paziente che aveva consumato una torta guarnita nello scorso mese di aprile.

Le indagini sulla materia prima (probabilmente di origine extraeuropea) non sono ancora terminate, ma finora epidemiologi ed esperti in sicurezza alimentare non avevano mai concentrato i loro sforzi sugli alimenti conservati nel freezer. «È un aspetto nuovo e su cui converrà indagare: sappiamo che il congelamento non uccide i virus, ma non avevamo mai rintracciato l’Hav in un prodotto congelato», spiega Maria Triassi, ordinario di igiene all’università Federico II di Napoli, città in cui nel 2004 si registrò una vasta epidemia italiana: 421 i nuovi casi allora conteggiati tra gennaio e aprile. «Probabilmente si tratta di una contaminazione avvenuta all’origine del prodotto e che il congelamento non è riuscito a debellare». Soltanto la cottura ad alte temperature, infatti, può inattivare il virus. Non è un caso che questa sia la principale raccomandazione fornita dai medici, assieme all’accurato lavaggio con acqua e amuchina di tutti gli alimenti di dubbia provenienza: principalmente molluschi (cozze e vongole) e verdure.

Le indagini condotte a livello europeo hanno evidenziato la presenza di due gruppi di epatite A: uno tra gli abitanti dei Paesi nordeuropei, l’altro in un gruppo di turisti rientranti dall’Egitto. Se il primo caso potrebbe essere ricondotto al consumo dei frutti di bosco congelati, diversa è l’origine del secondo: quasi certamente dovuto alle scarse condizioni igienico-sanitarie dello Stato nordafricano. «Ai nostri connazionali che non hanno avuto l’infezione durante l’infanzia (dunque non hanno sviluppato immunità a lungo termine, ndr) e organizzano le vacanze in paesi africani, orientali e dell’America Latina, consiglio sempre di vaccinarsi almeno tre mesi prima della partenza», afferma Antonio Picardi, responsabile dell’unità operativa di epatologia del Campus Biomedico di Roma. «Dopo venti giorni va effettuato un richiamo: così si assicura una protezione pari al 90%. Chi non ha modo di pianificare un viaggio con largo anticipo può ricorrere alla profilassi passiva: gli anticorpi iniettati assicurano una difesa per 5-6 settimane». A tavola, a queste latitudini, vige un obbligo: quello di consumare soltanto acqua minerale.  


FONTE: Corriere.it 
AUTORE: Fabio Di Todaro
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28 luglio, 2011

L'OMS lancia un allarme Epatite in Europa, e coinvolge anche l'Italia

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Quasi un milione mezzo di nuovi casi ogni anno per l'epatite A, due miliardi di persone che hanno contratto l'epatite B, circa 130 milioni quelle che hanno un'infezione cronica da epatite C. Sono cifre che nel 2010 hanno convinto l'assemblea dell'Oms a proclamare ufficialmente la Giornata mondiale dell'epatite che si celebrerà ogni anno il 28 di luglio. La stessa data in cui dal 2008 viene celebrata dalla World hepatitis alliance.

L'obiettivo della Giornata, spiega l'Oms, è di focalizzare l'attenzione su azioni specifiche come il rafforzamento della prevenzione, lo screening e il controllo dell'infezione e delle malattie connesse, aumentare la copertura vaccinale per l'epatite B e la sua integrazione nei programmi di immunizzazione nazionale e coordinare una risposta globale all'infezione.

L’epatite virale è un’infiammazione del fegato, generalmente causata da un’infezione provocata da virus. Se ne conoscono diversi tipi, ma i principali sono cinque, indicati con le prime lettere dell'alfabeto: A, B, C, D ed E, In particolare, i tipi B e C sono la causa principale di cirrosi e tumori del fegato.

La cirrosi è un processo di accumulo di tessuto fibroso nel fegato che può evolvere per decenni senza dare sintomi. Ma in un terzo circa dei casi, la cirrosi si trasforma in tumore del fegato. Tuttavia, l’eradicazione del virus dal fegato blocca l’evoluzione della malattia e in molti casi guarisce il paziente in modo definitivo.

Purtroppo il nostro Paese detiene il poco invidiabile primato europeo per la prevalenza delle malattie del fegato provocate da virus, con una preoccupante incidenza sulla mortalità e numeri allarmanti: epatiti, cirrosi, tumori al fegato, infatti, sono la causa di circa 20 mila decessi l’anno e si stima che oltre un milione di italiani siano affetti da epatite C e circa 500mila i malati di epatite B cronica.

FONTE: Focus Salute.it
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02 novembre, 2010

Ricreare il fegato umano in laboratorio? Si può, grazie alla medicina "rigenerativa" ...

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Per ora è un fegato “bonsai”, più piccolo di quelli adulti, ma è perfettamente funzionante, e la speranza è che “coltivandolo” ancora, per poi impiantarlo nell'uomo, assuma le proporzioni e le funzionalità normali. Si tratta comunque del primo fegato creato in laboratorio, un passo avanti fondamentale nella storia dei trapianti. C'è riuscito l'Istituto di medicina rigenerativa del Wake Forest University Baptist Medical Center di Winston-Salem, nel North Carolina, che ha creato un fegato in miniatura con tutte le funzionalità del fegato umano, almeno in laboratorio. Ora la scommessa sarà vedere se e come funzionerà l'organo trapiantato in un modello animale. Il fine ultimo della ricerca, che sarà presentata domenica al congresso annuale dell'Associazione americana per lo studio delle Malattie del Fegato a Boston, è quello di fornire una soluzione alla carenza di donatori di fegato disponibili per i pazienti che hanno bisogno di trapianti. Inoltre i “microfegati” creati in laboratorio potrebbero anche venire usati per testare la sicurezza di nuovi farmaci. "Siamo entusiasti delle possibilità che questa ricerca rappresenta, ma sottolineo che siamo in una fase iniziale e ci sono molti ostacoli tecnici da superare prima di poter beneficiare i pazienti", ha precisato Shay Soker, professore di medicina rigenerativa e direttore del progetto. "Non dobbiamo solo imparare come far crescere miliardi di cellule epatiche in una sola volta, al fine di creare fegati abbastanza grandi per i pazienti, ma dobbiamo valutare se questi organi sono sicuri per i pazienti stessi".

In ogni caso, ha spiegato l'autore principale dello studio, Pedro Baptista, è la prima volta che cellule epatiche umane vengono utilizzate per creare in laboratorio, tramite bioingegneria, un fegato completo. "La nostra speranza è che una volta che questi organi verranno trapiantati, conservino le loro funzioni e continuino a svilupparsi", ha detto. Per creare il fegato umano, gli scienziati sono partiti da fegati animali, trattati con un delicato detergente per rimuovere tutte le cellule (un processo chiamato decellularizzazione), lasciando solo il collagene, una sorta di "scheletro" del fegato originario. Hanno poi sostituito le cellule originali con due tipi di cellule umane: le cellule del fegato immaturo, note come progenitrici, e le cellule endoteliali che allineano i vasi sanguigni. Le cellule sono state introdotte nello "scheletro" del fegato animale attraverso un vaso sanguigno di grandi dimensioni che alimenta un sistema di piccoli vasi nel fegato. Questa rete di vasi rimane intatta dopo il processo di decellularizzazione e gli scienziati la hanno utilizzata come una sorta di vuota autostrada su cui far passare i 'Tir' carichi di cellule umane destinate a rimpiazzare quelle animali. Il fegato è stato successivamente posto in un bioreattore, un dispositivo speciale che fornisce un flusso costante di sostanze nutritive e ossigeno in tutto l'organo. Dopo una settimana nel bioreattore, gli scienziati hanno documentato la progressiva formazione di tessuto di fegato umano, così come le funzioni associate. è stata osservata anche una crescita diffusa di cellule all'interno dell'organo 'biotech'. I ricercatori hanno detto che lo studio suggerisce un nuovo approccio alla bioingegneria di organi interi che potrebbe rivelarsi fondamentale non solo per il trattamento di malattie del fegato, ma anche per rene e pancreas. Senza contare i possibili vantaggi nei test di sicurezza per nuovi farmaci: i fegati “bonsai” "potrebbero essere ottimi per simulare il metabolismo dei farmaci nel fegato umano, qualcosa che può essere difficile da riprodurre in modelli animali", ha detto Baptista.

FONTE: Agi.it Salute
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01 marzo, 2010

Epatite C: notizie positive sull'efficacia del trattamento con peg-interferone alfa-2a

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La ricerca italiana sull'epatite C ha ottenuto due importanti riconoscimenti internazionali con la pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica "Gastroenterology" degli studi indipendenti condotti presso l'Ospedale Cardarelli di Napoli (studio Ascione et al.) e presso l'Ospedale Maggiore, Università degli studi di Milano (Studio MIST). I risultati di entrambi gli studi dimostrano che l'attuale terapia di riferimento con "peginterferone alfa-2a", molecola in grado di bloccare lo sviluppo del virus dell'epatite C, associato a ribavirina è più efficace rispetto agli altri regimi di trattamento. I due studi hanno coinvolto in totale oltre 700 pazienti italiani e hanno valutato il livello di efficacia (percentuale di blocco dell'attività del virus C) del trattamento con peginterferone alfa-2a in combinazione con ribavirina, ripetto al trattamento con peginterferone alfa-2b e ribavirina. In particolare il primo studio, Ascione et al., ha coinvolto 320 pazienti con epatite C cronica, e ha evidenziato un tasso di regressione del virus HCV (Risposta Virologica Sostenuta - SVR) significativamente superiore nei pazienti trattati con peginterferone alfa-2a ripetto ai pazienti trattati con peginterferone alfa-2b, entrambi in associazione con ribavirina. Il secondo studio, MIST, ha coinvolto oltre 400 pazienti e ha valutato l'efficacia e la tollerabilità del trattamento con peginterferone alfa-2a in combinazione con ribavirina, rispetto al trattamento con peginterferone alfa-2b e ribavirina. Le rilevazioni effettuate sui due gruppi di pazienti randomizzati, trattati rispettivamente con peginterferone alfa-2a e peginterferone alfa-2b, hanno evidenziato che, sebbene i due regimi di trattamento abbiano mostrato profili simili di sicurezza e tollerabilità, il trattamento con peginterferone alfa-2a ha determinato una percentuale di eradicazione del virus (Risposta Virologica Sostenuta - SVR) significativamente superiore rispetto al trattamento con peginterferone alfa-2b (rispettivamente, 66% vs 54%; p = 0,02). Secondo i dati dell'Oms l'epatite C colpisce circa 180 milioni di persone nel mondo e si stima che siano circa 1 milione gli italiani che hanno contratto infezione cronica con il virus HCV. L'infezione si trasmette principalmente attraverso il sangue e i suoi derivati ed è la principale causa di cirrosi, insufficienza epatica e tumore del fegato. La diagnosi e il trattamento tempestivi sono fondamentali per contrastare queste conseguenze e ridurre i rischi per il paziente. Gli schemi terapeutici attuali con peginterferone e ribavirina stanno sensibilmente migliorando le possibilità di cura; gli studi sopracitati confermano che la combinazione di peginterferone alfa-2a e ribavirina consente di eradicare il virus in più del 50% dei pazienti trattati e di bloccare la progressione della malattia.

FONTE: Agi.it Salute
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20 settembre, 2009

Tumori al fegato, nuova scoperta riguardante cellule staminali "maligne"

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Per la prima volta sono state isolate le cellule staminali del fegato di tipo maligno prima della formazione di un tumore. La nuova scoperta dei ricercatori del Penn State College of Medicine (Stati Uniti), pubblicata sulla rivista "Stem Cells", rivela il ruolo che le cellule staminali hanno nell'insorgenza del cancro al fegato. "Grazie a degli esperimenti compiuti sui topi di laboratorio, siamo riusciti a indurre delle malattie croniche nel fegato per osservare lo sviluppo dei tumori", ha detto Bart Rountree, ricercatore che ha condotto lo studio. "Il nostro obiettivo principale era vedere cosa spinge le cellule staminali durante la proliferazione incontrollata se il fegato è ammalato. Quello che abbiamo invece scoperto è che nelle cellule staminali del fegato ce ne erano alcune già maligne, anche se nel topo non c'era nessun tumore". I ricercatori sono riusciti a isolare le cellule prima ancora che esse potessero dare origine al cancro. "Il fegato è l'unico organo del corpo che si può rigenerare e ciò avviene grazie proprio alle sue cellule staminali", ha spiegato Rountree. "Tuttavia tra di esse se ne può annidare qualcuna che è già "maligna" e che si attiva quando il fegato si ammala cronicamente: un'attivazione che porta alla formazione di tumori. Aver isolato le staminali maligne prima ancora che esse agiscano puo essere utile per l'elaborazione di strategie cliniche mirate", ha concluso Rountree.

E' opportuno ricordare come i tumori primari del fegato (cioè quelli nati nell'organo e non provocati da cellule staccatesi da altri tumori e migrate fino al fegato perchè in quest'ultimo caso si parla delle cosiddette "metastasi") hanno per lo più inizio dalle cellule interne dell'organo chiamate "epatociti". In questo caso si parla di "carcinoma epatocellulare" o, più raramente, di "epatoma"; questi tumori tendono a diffondersi alle ossa e ai polmoni. Più spesso, tuttavia, le neoplasie che colpiscono il fegato sono secondarie, cioè derivano da tumori che nascono altrove (per esempio nel colon, nella mammella o nel polmone). I tumori del fegato possono svilupparsi anche nei bambini: in questi casi si parla di "epatoblastoma".

Il tumore del fegato è stato anche chiamato tumore silenzioso perché soprattutto nelle fasi iniziali non dà alcun segno di sè. Via via che la malattia si diffonde, però, iniziano a comparire i sintomi specifici, tra i quali il dolore alla parte superiore dell'addome, che si può irradiare anche alla schiena e alle spalle, l'ingrossamento del ventre, la perdita di peso e di appetito, la nausea, il vomito, la sensazione di sazietà, la stanchezza, l'ittero (ovvero il colore giallo della pelle), la colorazione scura delle urine e la febbre.

Si tratta di sintomi poco specifici, che possono presentarsi anche in malattie del tutto diverse. In ogni caso vanno riferiti al medico, che valuterà la situazione. Non è purtroppo possibile prevenire il cancro del fegato, se non evitando i più comuni fattori di rischio che sono il consumo eccessivo di alcol e l'esposizione ai virus dell'epatite. Esistono diversi modi per verificare la presenza di un tumore del fegato e, in generale, la salute dell'organo. Ecco quali:

esame obiettivo: il medico tasta l'addome per verificare le dimensioni del fegato, della milza e degli organi vicini, per controllarne le dimensioni e l'eventuale presenza di masse sospette. Inoltre verifica la presenza di ascite, cioè di liquido in quantità abnorme nel ventre, e osserva il colore della pelle e del bianco degli occhi, per vedere se c'è ittero.

esami del sangue: ci sono diversi parametri che suggeriscono una malattia del fegato quali, per esempio, i dosaggi delle transaminasi e della bilirubina. In caso di tumore, tuttavia, il più significativo è l'alfa-fetoproteina, i cui valori, se non c'è una neoplasia, si alzano solo in presenza di una gravidanza.

TAC (tomografia computerizzata): è un esame radiologico effettuato da una macchina che rileva immagini da diverse sezioni dell'organo; i dati acquisiti vengono poi elaborati da un computer che ricostruisce un'immagine dettagliata del fegato, degli organi vicini e dei vasi sanguigni. Talvolta il potere dello strumento è amplificato con specifici liquidi di contrasto. La TAC consente di vedere un eventuale tumore nel fegato e in tutti gli organi addominali.

ecografia: grazie all'eco degli ultrasuoni si ottiene, in modo del tutto innocuo, un'immagine del fegato e degli organi circostanti. Le masse tumorali danno un'eco diversa dai tessuti sani e possono essere identificate con facilità.

risonanza magnetica: un altro tipo di immagini è quello che si forma grazie ai campi magnetici generati da un magnete collegato a un computer. Ancora una volta, le zone colpite da un tumore danno immagini che possono essere distinte da quelle dei tessuti sani.

angiogramma: è un esame radiologico che richiede il ricovero e l'anestesia perchè si avvale dell'amplificazione dell'immagine data da un mezzo di contrasto iniettato nell'arteria epatica; consente di visualizzare i vasi che irrorano il fegato ed eventuali tumori che vi si annidano. È un esame radiologico che richiede il ricovero e l'anestesia perchè si avvale dell'amplificazione dell'immagine data da un mezzo di contrasto iniettato nell'arteria epatica; consente di visualizzare i vasi che irrorano il fegato ed eventuali tumori che vi si annidano.

biopsia: è l'esame istologico del tessuto epatico. Per lo più viene effettuato in anestesia locale ma richiede comunque un breve ricovero. Il medico inserisce un ago molto sottile nell'addome e preleva un campione di tessuto con la guida dell'immagine della TAC o dell'ecografia, oppure effettua il prelievo con un ago più grande. In alternativa, il prelievo si può effettuare con una sonda che è la stessa che fornisce l'immagine dell'organo (laparoscopia) o attraverso una piccola incisione nell'addome o, ancora, durante un vero e proprio intervento chirurgico.


FONTE: Agi.it Salute e Airc.it

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24 aprile, 2009

Epatite B: 700 mila i malati in Italia

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Si calcola che vi siano circa 700 mila portatori di Epatite B cronica in Italia, dove ogni giorno 57 persone muoiono per cirrosi o tumore del fegato. Ma solo venticinquemila persone, poco piu' del 3%, sono in terapia, sebbene molte di piu' potrebbero trarre beneficio da trattamenti efficaci per arrestare l'evoluzione della malattia. Sono i dati presentati a Copenhagen, dove e' in corso il 44° Congresso dell'Associazione europea per lo studio del fegato (European Association for the Study of the Liver - EASL), il piu' importante appuntamento continentale sulle malattie epatiche e che vede la partecipazione di circa 7.400 esperti.

Se non trattata l'epatite B cronica evolve in cirrosi nel 10-20% dei casi ed in quasi la meta' di questi si verifica il decesso per insufficienza epatica o epatocarcinoma. Tuttavia, oggi affrontare l'epatite B cronica e controllarla senza sviluppare resistenze al virus e' possibile. Il 99% dei pazienti in cura con entecavir, molecola di nuova generazione e antivirale orale per il trattamento di questa malattia, non ha infatti sviluppato resistenza nei confronti del farmaco nel corso di sei anni di terapia. Secondo uno studio presentato al congresso di Copenaghen, il tasso di probabilita' cumulativa di resistenza e' infatti attorno all'1% a sei anni, risultato mai raggiunto nella storia farmacologica di questa malattia cronica, nei pazienti che non hanno seguito in precedenza alcun trattamento con antivirali orali. I dati confermano l'alta barriera genetica di entecavir e il bassissimo rischio di sviluppare resistenza.

La molecola ha anche dimostrato, dopo sei anni di somministrazione, di essere in grado di ridurre i danni a carico del fegato nel 96% dei pazienti. "Questi nuovi dati - afferma il prof. Pietro Lampertico dell'Universita' degli Studi di Milano - confermano che un trattamento a lungo termine con un antiretrovirale potente e che non causa insorgenza di resistenze e' potenzialmente in grado di arrestare il danno epatico e puo' perfino migliorare la fibrosi epatica".

Nell'ambito di questo studio sono stati valutati i risultati istologici a lungo termine in 57 persone non trattate in precedenza con un antivirale orale provenienti da due studi di fase III. Nel 96% dei pazienti (55 su 57) sono stati evidenziati miglioramenti nell'istologia epatica. Inoltre, nell'88% dei pazienti (50 su 57) si e' manifestata la riduzione della fibrosi epatica. Nel mondo vi sono circa 350 milioni di portatori cronici del virus, che e' responsabile dell'80% dei casi di tumore al fegato e di piu' di un milione di morti ogni anno. In Europa le persone colpite sono piu' di 10 milioni.

FONTE: Agi.it Salute
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02 dicembre, 2008

SRC-2 e regolazione genica della glicemia

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Sull'ultimo numero della rivista "Science" è comparso un articolo nel quale si sostiene che un coattivatore dell'espressione genica SRC-2 (steroid receptor-2) rivesta un ruolo cruciale nella regolazione della glicemia. Bert W. O'Malley, docente di biologia cellulare presso il "Baylor College of Medicine" , in collaborazione con il Medical Center della Duke University di Durham nel North Carolina, ha infatti dimostrato su cavie murine che la mancanza del gene causi un crollo della glicemia e la morte in breve tempo in caso di digiuno anche di un solo giorno.

I ricercatori han potuto chiarire che a livello molecolare la mancanza del gene SRC-2 impedisce a un importante enzima di convertire lo zucchero immagazzinato nel fegato in una forma che possa circolare nel torrente sanguigno, e tale condizione potrebbe avere implicazioni soprattutto per la patologia nota come "Morbo di Von Gierke", che determina gravi effetti se non viene riconosciuta e trattata in tempo.

La ricerca di O'Malley e colleghi, ha chiarito che l'SRC-2 agisce insieme con un recettore ROR-Alfa, o NR1F1, per influenzare l'attività delle enzima glucosio-6-fosfatasi, che converte il glicogeno presente nel fegato in glucosio.

Ricerche approfondite in tal senso potrebbero ipoteticamente aprire la strada ad un controllo "esterno" della quantità di glucidi liberata dal fegato con la glicogenolisi e potrebbe dunque fornire dei supporti terapetici per il controllo della glicemia, in particolare per coadiuvare le terapie improntate per pazienti sofferenti di insulinomi o iperinsulinemie fisiologiche.

FONTE: MolecularLab.it
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15 agosto, 2008

Scoperta predisposizione genetica alla steatosi

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Uno studio pubblicato questa estate dalla rivista "Gastroenterology" riporta i risultati di una ricerca condotta nell'università di Newcastle da un pool di ricercatori guidati dal prof. Day e e dalla prof. Reeves. I risultati della ricerca dimostrano una predisposizione genetica alla base dello sviluppo di una fibrosi epatica in presenza di un danno cronico al fegato come la steatosi, il cosiddetto "fegato grasso", una delle maggiori cause di malattie croniche del fegato. La ricerca ha riguardato un pool di 400 pazienti affetti da steatosi (in fasi differenti della malattia) e ha evidenziato come i fegati maggiormente infiammati presentavano un incremento della espressione del fattore di trascrizione "KLF6", una proteina che svolge il ruolo di "interruttore" molecolare e che regola diversi processi biologici. La ricerca ha avuto una collaborazione internazionale, hanno infatti contribuito anche la Mount Sinai School of Medicine di New York. Contributo anche italiano con il lavoro svolto dai ricercatori Luca Miele e Antonio Grieco dell'Istituto di medicina interna dell'Università Cattolica di Roma assieme a colleghi delle Università di Torino e dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Ed è proprio il ricercatore Antonio Grieco a rilasciare questa dichiarazione che spiega in breve la necessità e l'importanza dei risultati ottenuti da questa ricerca: "La steatosi è causata da un eccesso di flusso di grasso nel fegato che si verifica soprattutto nelle persone obese, in coloro che hanno una resistenza alla azione dell'insulina e nei pazienti con diabete o con sindromi metaboliche. Il fegato si infarcisce di grasso: in questo modo si attivano processi infiammatori che a loro volta fanno scattare dei meccanismi riparativi delle cellule epatiche, ciò determina la formazione di una specie di cicatrice che può portare a fibrosi epatica, una malattia che altera la funzionalità del fegato. A sua volta, la fibrosi potrebbe degenerare in cirrosi epatica, una lesione permanente del fegato. E la cirrosi comporta una serie di complicazioni, fra cui anche il tumore. Il punto importante è che la storia naturale della malattia non è uguale per tutti: esistono fattori genetici che possono accelerare il decorso della malattia mentre il numero delle persone che da una steatosi arrivano a una fibrosi e a un cancro è meno di un quarto". Con lo studio pubblicato da Gastrenterology, il primo che identifica su una ampia popolazione un chiaro fattore genetico per spiegare la progressione della steatosi in fibrosi grave, conclude il dott. Miele, "l'equipe internazionale di ricercatori ha dimostrato che un difetto nel gene che regola l'espressione della proteina KLF6 riduce il rischio di una fibrosi grave. Se al gene difettoso infatti corrisponde una fibrosi meno sviluppata, significa che il gene è coinvolto in qualche modo nella progressione della malattia"
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25 luglio, 2008

Tumore al fegato: positivi primi test su farmaco terapico

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Sono positivi i primi risultati di uno studio su un nuovo farmaco contro il tumore primitivo piu' comune del fegato: l'epatocarcinoma. I risultati hanno coinvolto anche 5 centri italiani. Il farmaco e' il sorafenib, molecola che si era gia' dimostrata attiva contro il tumore del rene e capace di rallentare la crescita del cancro. Nei pazienti con tumore epatico avanzato che hanno ricevuto il sorafenib, la sopravvivenza globale e' aumentata del 44% rispetto a chi ha ricevuto il placebo.
FONTE: ANSA.IT => http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2008-07-23_123234807.html
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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