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AFORISMA DEL GIORNO

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20 aprile, 2018

Epatite C, molti paesi stanno eradicando l'infezione (ma non l'Italia) ...

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Doccia fredda da una nuova ricerca presentata in questi giorni al congresso europeo sulle malattie del fegato, in corso a Parigi. Nonostante l'accesso aperto a tutti i pazienti con virus dell'epatite C, anche i meno gravi, e nonostante l'utilizzo di farmaci che agiscono e curano in sole 8 settimane, anziché dodici, con una efficacia altissima, l'Italia non sarebbe sul binario giusto per eradicare la malattia, obiettivo che l'Organizzazione mondiale della Sanità ha posto per il 2030. Siamo solo in una fase definita di "progresso". Pochi screening, e dunque diagnosi, e pochi pazienti trattati. Per non parlare poi delle cosiddette popolazioni a rischio, i detenuti, i tossicodipendenti che usano droghe iniettive, i lavoratori del sesso e gli Msm (gli uomini che fanno sesso con gli uomini).

Ma i nostri infettivologi non ci stanno. "Non mi risultano registri di malati HCV in Europa - premette Carlo Federico Perno, professore di Microbiologia e Virologia all'università di Milano - mentre in Italia esiste un registro AIFA dei trattamenti. E lunedì scorso eravamo a 127.000 trattati su un numero complessivo che varia da 350 a 450 mila infezioni. Stiamo trattanto circa 45.000 pazienti all'anno, quindi siamo ben oltre il 10%. Abbiamo avuto fondi dedicati, abbiamo liberato l'accesso, direi che in Europa - e forse nel mondo - l'Italia è forse il Paese che ha fatto lo sforzo maggiore. Da scienziato vorrei sapere piuttosto da dove arrivano i numeri presentati a Parigi".

Numeri che assegnano all'Italia quasi ottocentomila infezioni. Dato ipotizzato molti anni fa, in base ad estrapolazioni statistiche rivelatisi poi sbagliate. Tornando all'eradicazione, per essere sul binario giusto un Paese deve trattare ogni anno almeno il 7% degli infetti, e non avere restrizioni nell'accesso. Secondo i dati presentati a Parigi l'Italia sarebbe ferma al 4%. Davanti a noi sei paesi europei: Francia, con l'8%, Georgia (13%), Islanda (54%, ma i numeri dei trattati sono complessivamente molto bassi, qualche centinaio), Olanda (12%), Spagna con il 10% e Svizzera. Lo studio americano presentato a Parigi - da Homie Razavi e Sarah Robbins del Center for Disease Analysis Foundation di Lafayette - disegna comunque una Europa a più velocità. Da una parte paesi con numeri alti di malati dove è stato trattato solo l'1% degli infetti, come Turchia, Bulgaria, Croazia, Grecia, Russia e Slovacchia, dall'altra Paesi dove i numeri continuano a crescere, Ma anche quelli temporaneamente retrocessi, come la Germania, che da un anno all'altro non è riuscita a curare la percentuale richiesta di malati. E questo perché - sottolinea Razavi - lo screening non è diffuso e sono pochi i pazienti con infezione HCV ad essere identificati.

"Molti paesi europei sono sul binario giusto - precisa Razavi - ma bisogna organizzare test di routine in carcere, servizi dedicati per i tossicodipendenti e i lavoratori del sesso. E soprattutto serve più consapevolezza tra i medici, anche quelli di famiglia, che dovrebbero proporre il test a chi è considerato a rischio infezione". Alla fine dello scorso anno molti paesi europei hanno promesso di implementare i programmi per l'elimizazione dell'epatite C prima del 2030, compresi Gran Bretagna, Irlanda, Norvegia e Svezia. Nel 2017, per esempio, la Gran Bretagna ha trattato il 6% degli infetti (circa 10mila sui 163.500 stimati), ma ha anticipato di cinque anni l'obiettivo eradicazione, fissandolo al 2025. Spagna e Svizzera hanno eliminato le restrizioni all'accesso della terapia, un dato particolarmente importante visto che la Spagna, nella Eurozone, ha numeri molto alti di infezioni.
L'Italia oggi punta a raggiungere chi ha l'infezione HCV ma non sa di averla. Soprattutto over 65, infettatisi anni fa che sono stati convinti, qualche volta anche dal medico di base, che la terapia per eradicare il virus non fosse necessaria. Ma l'infezione HCV è invece subdola, oltre che sistemica: e il virus continua a lavorare e a replicarsi danneggiando il fegato. Ma non solo quello. HCV può danneggiare reni e pancreas e provoca una infiammazione cronica. Per questo l'idea è di far fare il test a tutti coloro che hanno patologie degenerative croniche: i diabetici, chi ha danno renale, gli ipertesi, i cardiopatici. Potrebbero essere tutte patologie legate ad HCV.

FONTE: Repubblica.it
AUTRICE: Elvira Naselli
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30 marzo, 2017

Ok del Governo all'importazione dall'estero "in casi eccezionali" di farmaci non autorizzati sul territorio nazionale

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Sarà possibile importare dall'estero farmaci destinati ad uso personale, con la prescrizione del medico, non autorizzati in Italia. Lo prevede una circolare del ministero della Salute, precisando che sono compresi anche i super farmaci, come quelli per l'epatite, e i prodotti di ultima generazione. L'importazione, ad oggi non prevista, sarà consentita anche nel caso in cui il farmaco sia autorizzato in Italia ma con diverso dosaggio. Si prevede inoltre che l'importazione sia possibile se il paziente non rientra nelle categorie per cui l'erogazione è prevista dal SSN o per motivi legati all'eccessivo costo.

"A seguito delle numerose segnalazioni pervenute - si legge nella circolare - su conforme avviso dell`Agenzia italiana del farmaco, con la presente circolare, a tutela della salute dei pazienti, si intendono fornire a codesti uffici periferici istruzioni operative relative all`applicazione del dm 11 febbraio 1997, il quale ammette, ricorrendone i presupposti, l'importazione di medicinali regolarmente autorizzati in un Paese estero, ma non autorizzati all'immissione in commercio in Italia". Infatti "secondo i principi generali e le disposizioni vigenti in materia, nessun medicinale può essere commercializzato in Italia senza aver ottenuto un`autorizzazione della AIFA o un'autorizzazione a livello comunitario", con la circolare si stabilisce che "eccezionalmente, e in deroga a tale principio, è ammessa l'importazione per il solo uso personale di medicinali regolarmente autorizzati in un Paese estero in due ipotesi specificamente individuate".

Ovvero che si tratti di "medicinali posti regolarmente in vendita in Paesi esteri, ma non autorizzati all`immissione in commercio sul territorio nazionale, spediti dall`estero su richiesta del medico curante"; o "medicinali registrati in Paesi esteri, che vengono personalmente portati dal viaggiatore al momento dell`ingresso nel territorio nazionale, purché destinati a uso personale per un trattamento terapeutico non superiore a 30 giorni".

Esulta M5s - "Il ministero della Salute viene finalmente sulle nostre posizioni e dà il via libera all'importazione di farmaci innovativi, compresi quelli per la cura dell'epatite C, destinati a uso personale". Cosi' i deputati M5s in commissione Affari Sociali, secondo i quali questa "è una vittoria del buonsenso e per questa ragione ci siamo battuti al fine di sollecitare il ministero e tutto il Parlamento".

"Ancora adesso purtroppo - aggiungono - in Italia non tutti i cittadini riescono ad accedere al trattamento per la cura dell'Epatite C a spese della sanità pubblica e, visto l'alto costo di questi medicinali, per molte persone l'unica possibilità resta quella di rivolgersi all'estero, dove si possono trovare prezzi anche di molto inferiori rispetto ai nostri. Fino ad oggi però la Legge italiana impediva tale pratica perché considerata una forma di commercio illegale".

FONTE: TgCom.it
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02 giugno, 2013

Stati Uniti: oltre 30 persone in 5 Stati colpite da Epatite A trasmessa dai frutti di bosco congelati

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Almeno 30 persone in 5 Stati sono stati colpiti da una forma di avvelenamento da epatite A riconducibile  al consumo di frutti di bosco congelati.
 I casi sono stati segnalati in Colorado, Nuovo Messico, Nevada, Arizona e California. In un comunicato Venerdì, i funzionari del Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie hanno dichiarato che le prime vittime si sono ammalate il ​​29 aprile e il caso più recente è stato 17 il maggio. Si ritiene che ulteriori casi dovrebbero manifestarsi nelle prossime settimane.
L'epidemia sembra essere legata ad una miscela di bacche congelate vendute dalla catena di supermercati Costco e chiamate "
The Townsend Farms Organic Anti-oxidant Blend Frozen Berry Mix,", un prodotto che miscela bacche congelate a semi di melograno. La catena ha ovviamente ritirato tutti i prodotti sui suoi scaffali e sta notificando quanto accaduto a tutti gli acquirenti. Secondo l'etichetta, la miscela di bacche conteneva semi di melograno e altri prodotti provenienti da Stati Uniti, Argentina, Cile e Turchia.
I funzionari della sanità non sanno ancora se il prodotto è stato venduto in altri negozi o mercati. Questo tipo di congelati sono spesso usati in campo artigianale per fare gelati, frullati, bevande e molti tipi di dolci. Uno dei fattori che preoccupano le autorità consiste nel fatto che le piccole imprese potrebbero aver acquistato frutti di bosco congelati sfusi a Costco per reimpiegarli in altri prodotti.


Delle persone che sono state colpite da questa epidemia, il 47% di loro hanno richiesto ricovero ospedaliero. Il ceppo di epatite A in questa epidemia è stato raramente riscontrato negli Stati Uniti, ha detto il CDC Lola Russell. E' un tipo di virus più frequentemente riscontrabile in Nord Africa e in Medio Oriente. Lo stesso tipo di epatite A è stato identificato recentemente come responsabile di una epidemia in Europa. Nel 2012 si è registrato un altro caso in Canada, in rapporto al consumo di semi di melograno provenienti dall'Egitto.

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31 maggio, 2013

Torna l'epatite A in Italia, sotto accusa i frutti di bosco congelati

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L’epatite A (dovuta all’infezione da Hav) è tornata ad affacciarsi in Italia nelle scorse settimane e minaccia altri episodi da qui all’estate, anche se il ministero della Salute si è affrettato a precisare che «alla luce della particolare situazione in atto, fino al 31 luglio 2013, le segnalazioni dei nuovi casi e gli eventuali focolai epidemici devono essere avanzate tempestivamente al ministero e all’Istituto Superiore di Sanità». Non è un allarme, ma poco ci manca. D’altronde i numeri registrati dal sistema di sorveglianza Seieva parlano chiaro: in 16 regioni che hanno trasmesso dati aggiornati al 20 maggio 2013, risulta un incremento delle notifiche di epatite A nel periodo marzo-maggio pari al 70% rispetto allo stesso trimestre di un anno fa. L’aumentata incidenza è stata registrata in quattro regioni del centro-nord (Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Veneto) e in una del sud (Puglia).

Caratterizzata da un decorso acuto (stanchezza, febbre, disturbi gastrointestinali e ittero) e dalla prevalenza della trasmissione oro-fecale (come l’epatite E) rispetto a quella interumana, l’epatite A è causata da un virus a singolo filamento di Rna diffuso soprattutto attraverso l’acqua contaminata e gli alimenti venuti a contatto con la stessa. Tra i cibi incriminati, finora, c’erano soprattutto le cozze e i vegetali lavati con acqua sporcata da residui fecali. Oggi, invece, sotto osservazione sono finiti i frutti di bosco misti congelati: rintracciati in un cluster familiare del virus individuato in un paziente che aveva consumato una torta guarnita nello scorso mese di aprile.

Le indagini sulla materia prima (probabilmente di origine extraeuropea) non sono ancora terminate, ma finora epidemiologi ed esperti in sicurezza alimentare non avevano mai concentrato i loro sforzi sugli alimenti conservati nel freezer. «È un aspetto nuovo e su cui converrà indagare: sappiamo che il congelamento non uccide i virus, ma non avevamo mai rintracciato l’Hav in un prodotto congelato», spiega Maria Triassi, ordinario di igiene all’università Federico II di Napoli, città in cui nel 2004 si registrò una vasta epidemia italiana: 421 i nuovi casi allora conteggiati tra gennaio e aprile. «Probabilmente si tratta di una contaminazione avvenuta all’origine del prodotto e che il congelamento non è riuscito a debellare». Soltanto la cottura ad alte temperature, infatti, può inattivare il virus. Non è un caso che questa sia la principale raccomandazione fornita dai medici, assieme all’accurato lavaggio con acqua e amuchina di tutti gli alimenti di dubbia provenienza: principalmente molluschi (cozze e vongole) e verdure.

Le indagini condotte a livello europeo hanno evidenziato la presenza di due gruppi di epatite A: uno tra gli abitanti dei Paesi nordeuropei, l’altro in un gruppo di turisti rientranti dall’Egitto. Se il primo caso potrebbe essere ricondotto al consumo dei frutti di bosco congelati, diversa è l’origine del secondo: quasi certamente dovuto alle scarse condizioni igienico-sanitarie dello Stato nordafricano. «Ai nostri connazionali che non hanno avuto l’infezione durante l’infanzia (dunque non hanno sviluppato immunità a lungo termine, ndr) e organizzano le vacanze in paesi africani, orientali e dell’America Latina, consiglio sempre di vaccinarsi almeno tre mesi prima della partenza», afferma Antonio Picardi, responsabile dell’unità operativa di epatologia del Campus Biomedico di Roma. «Dopo venti giorni va effettuato un richiamo: così si assicura una protezione pari al 90%. Chi non ha modo di pianificare un viaggio con largo anticipo può ricorrere alla profilassi passiva: gli anticorpi iniettati assicurano una difesa per 5-6 settimane». A tavola, a queste latitudini, vige un obbligo: quello di consumare soltanto acqua minerale.  


FONTE: Corriere.it 
AUTORE: Fabio Di Todaro
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01 marzo, 2010

Epatite C: notizie positive sull'efficacia del trattamento con peg-interferone alfa-2a

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La ricerca italiana sull'epatite C ha ottenuto due importanti riconoscimenti internazionali con la pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica "Gastroenterology" degli studi indipendenti condotti presso l'Ospedale Cardarelli di Napoli (studio Ascione et al.) e presso l'Ospedale Maggiore, Università degli studi di Milano (Studio MIST). I risultati di entrambi gli studi dimostrano che l'attuale terapia di riferimento con "peginterferone alfa-2a", molecola in grado di bloccare lo sviluppo del virus dell'epatite C, associato a ribavirina è più efficace rispetto agli altri regimi di trattamento. I due studi hanno coinvolto in totale oltre 700 pazienti italiani e hanno valutato il livello di efficacia (percentuale di blocco dell'attività del virus C) del trattamento con peginterferone alfa-2a in combinazione con ribavirina, ripetto al trattamento con peginterferone alfa-2b e ribavirina. In particolare il primo studio, Ascione et al., ha coinvolto 320 pazienti con epatite C cronica, e ha evidenziato un tasso di regressione del virus HCV (Risposta Virologica Sostenuta - SVR) significativamente superiore nei pazienti trattati con peginterferone alfa-2a ripetto ai pazienti trattati con peginterferone alfa-2b, entrambi in associazione con ribavirina. Il secondo studio, MIST, ha coinvolto oltre 400 pazienti e ha valutato l'efficacia e la tollerabilità del trattamento con peginterferone alfa-2a in combinazione con ribavirina, rispetto al trattamento con peginterferone alfa-2b e ribavirina. Le rilevazioni effettuate sui due gruppi di pazienti randomizzati, trattati rispettivamente con peginterferone alfa-2a e peginterferone alfa-2b, hanno evidenziato che, sebbene i due regimi di trattamento abbiano mostrato profili simili di sicurezza e tollerabilità, il trattamento con peginterferone alfa-2a ha determinato una percentuale di eradicazione del virus (Risposta Virologica Sostenuta - SVR) significativamente superiore rispetto al trattamento con peginterferone alfa-2b (rispettivamente, 66% vs 54%; p = 0,02). Secondo i dati dell'Oms l'epatite C colpisce circa 180 milioni di persone nel mondo e si stima che siano circa 1 milione gli italiani che hanno contratto infezione cronica con il virus HCV. L'infezione si trasmette principalmente attraverso il sangue e i suoi derivati ed è la principale causa di cirrosi, insufficienza epatica e tumore del fegato. La diagnosi e il trattamento tempestivi sono fondamentali per contrastare queste conseguenze e ridurre i rischi per il paziente. Gli schemi terapeutici attuali con peginterferone e ribavirina stanno sensibilmente migliorando le possibilità di cura; gli studi sopracitati confermano che la combinazione di peginterferone alfa-2a e ribavirina consente di eradicare il virus in più del 50% dei pazienti trattati e di bloccare la progressione della malattia.

FONTE: Agi.it Salute
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02 agosto, 2008

Creata una mappa genetica del virus dell'Epatite B

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Mediante il metodo della vaporizzazione messo a punto da Albert Heck dell'università di Utrecht è stata individuata la prima "mappa genetica" del virus dell'epatite B. Come dichiarato dallo stesso scienziato alla rivista Pnas "abbiamo trovato che il rivestimento si può presentare in due diverse strutture e con questa tecnica si può studiare la composizione del virus e il modo di assemblarsi, interferire con l'assemblaggio e quindi ideare nuove cure". L'epatite virale B o SH è una delle forme di epatite virale acuta determinata dal virus HBV. Si stima che nel mondo ci siano almeno 400 milioni di persone infettate dal virus dell'epatite B. La maggioranza dei soggetti infetti nei paesi dell'Europa Occidentale presentano una infezione di lunga durata, attualmente sostenuta dal ceppo "mutante sull'"e"" o "e-minus", sebbene l'introduzione capillare della vaccinazione ha notevolmente ridotto i nuovi casi di infezione. Tuttavia nei paesi dell'Europa dell'Est ed in Asia ed Africa, dove invece la frequenza di nuove infezioni è ancora alta, la maggioranza dei soggetti è infetta dal ceppo selvaggio o wild-type. La creazione della mappa genetica del virus può rappresentare un ottimo strumento per creare vaccini sempre più efficaci, in grado di colpire differenti tipi di questo virus.
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