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AFORISMA DEL GIORNO

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11 luglio, 2018

Anaao Assomed lancia l'allarme: troppi medici in fuga per mancata formazione post laurea e troppi tagli a carico del settore pubblico

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Liste d’attesa? Ospedali sotto organico? A meno di non cambiare modello sanitario, il peggio potrebbe non essere ancora arrivato. Nel 2028, secondo una stima del sindacato dei medici dirigenti Anaao, per effetto dei pensionamenti il Servizio sanitario nazionale perderà oltre 47mila specialisti. In corsia i camici bianchi saranno sempre più una rarità non solo per le uscite, ma anche perché – a causa del numero contingentato di posti nei percorsi di formazione post laurea – gli ingressi non sono sufficienti a pareggiare i conti. Gli stranieri? Gli stipendi italiani non sono competitivi con quelli degli altri Paesi europei. «Dal 2009 al 2016 abbiamo perso 9mila medici dipendenti, cioè ospedali e territorio (la maggioranza sono ospedalieri) – dice Carlo Palermo, vice segretario nazionale vicario Anaao Assomed – e a partire da quest’anno si marcerà al ritmo di 5.600 pensionamenti l’anno. Così che in un decennio andranno via 55.500 medici, 47.300 specialisti ospedalieri, più 8.200 universitari e specialisti ambulatoriali». A parlare sono le date di nascita e la curva pensionistica, con l’esodo dei figli del baby-boom. La maggior parte dei medici attivi attualmente è nata tra il 1952 e il 1962. La Riforma Fornero ne ha ritardato il pensionamento, ma adesso i nati dal 1952-53 hanno acquisito i criteri previdenziali dal 2017. E via via andranno in pensione anche gli altri.

«Ogni anno – precisa Palermo - circa 7mila medici sono pensionabili: facendo un semplice calcolo, nel 2022 matureranno il diritto a uscire 30mila medici». Ma potrebbero essere di più se davvero il governo metterà mano alla Legge Fornero e allenterà i criteri, introducendo per esempio quota 100. «Il che sarebbe un bene, perché fare le guardie a 65 anni non va bene - dice Palermo - ma si aggraverà la carenza di personale». Il calcolo rischia di essere sottostimato anche per altri motivi. Il primo fra questi è il modello (tutto italiano, senza eguali nel resto d’Europa) della formazione specialistica. «Da noi è appannaggio delle università, che però non offrono posti sufficienti», spiega Palermo. «Attualmente i laureati in medicina e chirurgia sono 9mila all’anno a cui si aggiungerà la quota di studenti che hanno fatto ricorso perché esclusi dalle selezioni (circa 15mila in totale da oggi al 2027). Da oggi al 2027 avremo oltre 95mila laureati: l’offerta formativa è di 6.200 contratti di specializzazione post laurea e 1.000 borse per diventare medici di base. Totale: 7.200 all’anno, 72mila in dieci anni. Circa 30mila medici non avranno uno sbocco formativo post laurea».

Andranno all’estero e l’Italia farà un autogol perché un laureato in medicina costa all’università italiana circa 150mila euro. Il risultato – oltre allo spreco di risorse – è la carenza di specialisti: già oggi mancano pediatri, anestesisti, cardiologi, chirurghi generali. «Alcuni medici lasciano il pubblico per andare nel privato a causa del disagio lavorativo – analizza il sindacato – perché con i tagli sono aumentati i turni di guardia, la reperibilità. Tutto il settore delle urgenze è in grandissima difficoltà, oltre ai reparti. Soprattutto nelle zone periferiche». Secondo Anaao il 10 per cento delle uscite in Veneto, Piemonte e Lombardia non è legato alla pensione. I tagli, ecco. Ci sono veramente? «È scritto nella Legge che un tempo si chiamava Finanziaria», dice Francesco Longo, dell’Osservatorio sul Sistema Sanitario Nazionale del Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale (Cergas) dell’Università Bocconi. «L’Italia nel 2020 dovrà spendere l’1,4 per cento in meno per il personale della sanità rispetto al 2004 e questo mentre gli altri Stati invece la aumentano per andare incontro alle esigenze della popolazione».Già adesso, per dirla con i numeri, lo Stato italiano spende 1.800 euro ad abitante per l’assistenza sanitaria, mentre tedeschi e francesi hanno a disposizione 2.600 euro. «Abbiamo un Servizio sanitario sobrio, per non dire povero - commenta Longo - che spende più o meno ogni anno la stessa cifra, mentre nel resto del mondo occidentale aumenta perché aumentano i bisogni della popolazione».

Dobbiamo rassegnarci a un inesorabile peggioramento della sanità pubblica? «Se non cambieremo il modello sì - dice Longo – ma possiamo invece riorganizzare il Ssn per renderlo più adatto alle esigenze di cura e alla scarsità di risorse, allocandole in modo diverso. Oggi gli specialisti passano la metà del tempo a fare burocrazia. Il modello possibile ed efficace oggi è fatto con meno medici specialisti, che però fanno solo i medici, e più personale para-sanitario (che costa meno) come tecnici di laboratorio, infermieri e fisioterapisti. Serve un nuovo governo di allocazione del personale, che del resto è anche più adatto all’epidemiologia attuale e futura, sempre più fatta da malattie croniche».Anche in Italia un cambiamento in questo senso è già stato adottato da alcuni ospedali organizzati non più in reparti ma per intensità di cura, dove il controllo dei pazienti in corsia, salvo emergenze, è affidato agli infermieri. E per sopperire alla mancanza di specialisti la soluzione esiste: «Basta fare come nel resto d’Europa – dicono sia Palermo sia Longo - cioè formare gli specialisti all’interno del Servizio sanitario individuando strutture che possano essere teaching hospital».

FONTE: Corriere.it
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26 aprile, 2018

Trento, forte carenza di medici di emergenza, "ci rubiamo i medici fra Regioni" ...

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«Se invitare i medici a partecipare ai concorsi è un reato, io mi autodenuncio, perché faccio questo ogni giorno. Una realtà piccola come la nostra ha più difficoltà di Milano, Brescia, Verona a trovare professionisti. Molti vanno in pensione e sono pochi quelli sul mercato». Paolo Bordon, direttore dell’Azienda sanitaria trentina, presenta un quadro allarmante, che va oltre il «locale».

«C’è una grave carenza di medici, da noi come in molte aziende italiane. E quando non si riesce a fare arrivare a Trento ed a Rovereto medici con un contratto a tempo indeterminato vuol dire che siamo in forte difficoltà. Lo scorso anno abbiamo addirittura acquistato spazi pubblicitari, dunque pagando, sui giornali anche all’estero per cercare pediatri e ginecologici per l’ospedale di Cavalese».

Questa è la sua risposta al consigliere provinciale di M5S Filippo Degasperi in merito all’accusa del concorso «pilotato» per l’assunzione a tempo determinato di un medico al pronto soccorso di Trento (vedi articolo in basso). «Non conosco Degasperi e non ce l’ho né con lui né con la forza di cui fa parte - aggiunge Bordon - Al contrario, noi abbiamo bisogno di lui e di tutte le forze politiche perché ci aiutino in una situazione di difficoltà nazionale nel reperire professionisti».

Nel caso del concorso finito nel mirino di Degasperi, Bordon evidenzia che il medico che ha superato la selezione (il consigliere pentastellato lo aveva indicato come vincitore con una settimana di anticipo) «non è mai venuto a lavorare in azienda sanitaria».

«Era già assunto a tempo indeterminato in un ospedale importante del Veneto, era l’unico a possedere due specialità, mentre gli altri candidati erano neo specializzandi: forse non ci voleva molto a capire chi avrebbe vinto la selezione, che avveniva per titoli - spiega il dirigente - Il Veneto ci ringrazia: lo stesso medico non si è presentato neppure al concorso per il tempo indeterminato al pronto soccorso di Trento e Rovereto, con la prima prova che si è tenuta nei giorni scorsi: su dieci domande si sono presentati in sei. Altro che favorire i medici nei concorsi: non troviamo neppure i candidati. Spendo molto del mio tempo a girare, a cercare di sensibilizzare le persone a partecipare alle nostre selezioni. Siamo arrivati al punto che io ed i miei colleghi dirigenti sanitari di tutta Italia ci stiamo “rubando” i medici».

FONTE: Adige News
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19 aprile, 2018

Italia, aumenta la spesa sanitaria e cala la spesa per il personale, peggiora efficienza cure al Sud

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Sale la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia, anche se resta più bassa che in altri Paesi. Lo afferma il Rapporto Osservasalute precisando che su base nazionale, la spesa sanitaria pubblica pro capite è aumentata dello 0,38% tra il 2015 e il 2016, attestandosi a 1.845 euro. Si evidenzia inoltre che la spesa sanitaria privata raggiunge, nel 2015, la quota di 588,10 euro con un trend crescente dal 2002 a un tasso annuo medio dell'1,8%.

Tutte le Regioni registrano un tasso medio di crescita degli esborsi che oscilla dallo 0,6% delle Lombardia al 3,7% della Basilicata. Nel 2015, in valori assoluti, la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d'Aosta con 948 euro, mentre la più bassa è in Sicilia con 414 euro. Allo stato attuale, in Italia la spesa sanitaria pro capite è ancora composta per circa i tre quarti dalla spesa pubblica, collocando il nostro Paese in linea con gli altri Paesi dell'Ue che hanno adottato un sistema di finanziamento prettamente a carico dello Stato.

Secondo gli esperti, nel nostro Paese si muore meno per tumori e malattie croniche ma solo dove la prevenzione funziona, ovvero principalmente nelle Regioni settentrionali. Al Sud, invece, la situazione è decisamente peggiore: il tasso di mortalità per queste malattie è infatti maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28% e la Campania è la Regione con il dato più allarmante (+28% di mortalità rispetto alla media nazionale del 2,3%). Il report prende in esame la cosiddetta mortalità precoce, dai 30 ai 69 anni, per varie patologie come tumori, diabete e malattie croniche e cardiovascolari.

Sempre nel Mezzogiorno una persona su cinque dichiara di non aver soldi per pagarsi le cure, quattro volte la percentuale osservata nelle Regioni settentrionali. La Campania e ancor di più la Calabria sono le Regioni che nel quadro complessivo mostrano il profilo peggiore. Si evidenziano dunque, si legge nel documento, "situazioni di buona copertura dei sistemi sanitari nelle regioni del Centro-Nord, mentre per il Meridione appare urgente un forte intervento in grado di evitare discriminazioni sul piano dell'accesso alle cure e dell'efficienza del sistema".

Continua a calare anche la spesa per il personale sanitario. L'incidenza degli investimenti per personale dipendente del Sistema sanitario nazionale sulle uscite totali si è ridotta dell'1,1% tra il 2012 e il 2015, passando dal 32,2% al 31,1% e confermando un trend già osservato a partire dal 2010. Il contenimento della spesa si è registrato, prevalentemente, nelle Regioni sottoposte al Piano di Rientro (Campania, Calabria, Sicilia, Lazio e Puglia), in Lombardia, Liguria e nella Provincia autonoma di Bolzano.

Appare critica anche la situazione dei cittadini anziani non autosufficienti, che nel 2028 ammonteranno alla cifra record di 1,6 milioni, 100mila in più rispetto a oggi. I cittadini over 65 con problemi di autonomia (preparare i pasti, gestire le medicine e le attività domestiche, ecc.) arriveranno invece a 4,7 milioni (700mila in più). Secondo gli esperti si tratta tuttavia di dati sottostimati, destinati probabilmente a divenire ancora più negativi. "Ci troveremo di fronte a seri problemi per garantire un'adeguata assistenza agli anziani - hanno sottolineato gli esperti - in particolare quelli con limitazioni funzionali, perché la rete degli aiuti familiari si va assottigliando a causa della bassissima natalità che affligge il nostro Paese da anni e della precarietà lavorativa che non offre tutele ai familiari".

Più in generale, l'indagine segnala come sia diminuito il numero degli abitanti in Italia, con oltre un italiano su cinque che ha più di 65 anni: attualmente sono 6,6 milioni i 65-74enni (10,9% con un picco del 12,7% in Liguria), 4,8 milioni i 75-84enni e due milioni gli over-84 (con le donne che rappresentano la maggioranza, ovvero il 68%). Continuano invece a calare gli ultracentenari: al gennaio 2017, meno di tre residenti su 10mila hanno 100 anni e oltre e le donne sono le più numerose.

FONTE: Tgcom.it
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08 marzo, 2018

Palermo, indagine su dosi di ormone della crescita forniti illegalmente a pazienti

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Avrebbe prescritto illecitamente a 133 pazienti l'ormone della crescita, usando i formulari del Policlinico e agevolando così un'importante multinazionale farmaceutica con cui collaborava. E' la pesante accusa mossa al ricercatore universitario A. C., che adesso deve rispondere di falso ideologico, abuso d'ufficio e truffa aggravata ai danni dell'Università e del nosocomio e che si è visto sequestrare beni per 104.694,18 euro. Gli illeciti sarebbero stati compiuti dal 2014 al 2016. Sotto indagine anche la docente universitaria C. G. che, essendo autorizzata dall’assessorato regionale della Salute per le specifiche prescrizioni, lo avrebbe aiutato. Alla professoressa si contestano il falso ideologico e l'abuso d'ufficio.

La misura cautelare è stata eseguita dai carabinieri del Nas. "La somma sottoposta a sequestro - spiegano i militari dell'Arma - è l'equivalente del vantaggio economico conseguito dal ricercatore e derivante dal contratto di lavoro a tempo determinato e a tempo pieno che lo vincolava all'Università di Palermo, per un impegno orario di 1.500 ore annue, per il periodo dall'1 marzo 2013 al 30 novembre 2016, mentre in realtà, in tale arco temporale, lo stesso effettuava attività libero professionale esterna non autorizzata nonché attività di consulenza per una importante multinazionale farmaceutica con la quale, già dall'anno 2012, aveva stipulato contratti di collaborazione finalizzati all'erogazione retribuita di consulenze endocrinologiche online".

L'indagine è nata da un accertamento effettuato il 23 febbraio 2016 presso il dipartimento del Farmaco dell'Asp di Palermo, su segnalazione del dirigente, nel corso del quale è emersa "l'esistenza di 204 pratiche irregolari inerenti piani terapeutici a base di ormone somatotropo (GH - ormone della crescita) prescritti illecitamente negli anni dal 2014 al 2016 dal ricercatore universitario a 133 pazienti, per una spesa complessiva di euro 849.789,86, utilizzando il formulario identificativo del Policlinico. In particolare è stato poi verificato che i pazienti venivano sottoposti a visita, anche presso un centro medico privato, dal ricercatore, medico non autorizzato alla specifica prescrizione, che redigeva i piani anzidetti forte della collaborazione del docente universitario di suo riferimento, clinico prescrittore autorizzato dall'assessorato regionale della Salute per le specifiche prescrizioni".

FONTE: Palermo Today
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19 gennaio, 2018

Stasera in onda su Raitre "La Linea Verticale", una fiction "medical drama" ispirata alla drammatica realtà sanitaria italiana

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Tratto da un libro "best seller" dello scorso anno e ispirato ad una storia vera, "La Linea Verticale" è un "drama" con forti contorni di commedia e di ironia, che descrive la storia di un paziente qualunque alle prese con la dura realtà sanitaria italiana. Le tante facce della vita di reparto vengono riproposte in una chiave di lettura nuova, dove il paziente vive e racconta con i suoi occhi quegli aspetti di una  "Linea di potere" immaginata come una verticale e generante una gravità troppo spesso fonte di derisione per gli addetti ai lavori e svantaggiosa per il paziente stesso.

Di seguito la recensione tratta dal famoso sito Movieplay.it (a cura di Chiara Apicella):

"" Quando uscì sugli schermi italiani l'incomparabile serie Boris, urlammo al miracolo: non eravamo abituati da anni a un prodotto nostrano per la televisione così acuto e gustoso, che raccontasse vizi e slanci dell'Italia in maniera tanto realistica e al contempo surreale. Ne eravamo deliziati: avevamo saputo prenderci in giro con arguzia, esorcizzando e denunciando un microcosmo lavorativo che sembrava il plastico dell'Italia tutta.

La Linea Verticale è la nuova serie in onda su Rai3, in prima serata dal 13 gennaio e interamente disponibile sulla piattaforma gratuita RaiPlay già dal 6, scritta e diretta da Mattia Torre, una delle vulcaniche menti dietro Boris; di questa conserva l'umorismo cattivo, molti irresistibili interpreti, e quelle pennellate surreali. Ma lo spunto è più serio, l'impianto narrativo è di un medical drama (per ironia della sorte, come quello della serie fittizia in Boris, Gli occhi del cuore), e lo sguardo dietro la macchina da presa non è solo di scherno, ma anche di profonda gratitudine.

Primi minuti della prima delle otto puntate, da venticinque minuti l'una: Luigi (uno sferzante, annichilito e sempre in parte Valerio Mastandrea) fa le sue considerazioni dopo la scoperta di un cancro al rene. Immagina il suo funerale, che dovrà essere molto doloroso; a questo scopo, è escluso il rito cattolico, troppo criptico e distraente. Si racconteranno invece aneddoti della sua vita che uniscano "lo strazio a quella nota comica", e che faranno venire voglia a tutti gli astanti di farla finita. Già nei primi minuti s'intuisce la cifra della serie: tra il commovente e l'ironico, quell'umore vibrante e verissimo di chi ci è passato in prima persona, come Mattia Torre, conservando quella lucida tenerezza con cui ha potuto scriverne un libro e poi una serie, che inizialmente sarebbe dovuta essere uno spettacolo teatrale.

La voice-over di Luigi commenta continuamente la routine in ospedale, e dà vita a squarci e siparietti immaginati dal protagonista per evadere dal presente con filosofia e cinismo. È così che Luigi ci spiega come la rabbia anche lì dentro si sfoghi verticalmente, dal medico allo specializzando all'infermiere, e che sia da cercare in questa linea verticale il motivo per cui l'addetto alle pulizie è la persona più frustrata e scortese dell'ospedale. Ed è ancora con questo espediente che Luigi spiega come tutti si sfoghino sul pulsante dell'ascensore, premendolo nevroticamente o addirittura saltandoci sopra come farebbe un ninja. Le riprese ieratiche dal basso o dall'alto, e quelle inquadrature che quasi ricordano il "Cristo morto" di Mantegna, aggiungono un'aura di sacralità all'ironia, perché negli ospedali tutti i pazienti sono uguali, e non c'è distinzione per reddito o ceto, ma ognuno sviluppa una "intima e profonda dipendenza dai medici", esattamente come si fa con una divinità. Figure quasi ultraterrene e spesso presenti nei sogni, i medici che gravitano intorno a Luigi hanno un qualcosa in più rispetto agli altri esseri umani: possiedono le risposte. Peccato che, da parte dei medici meno ispirati e molto più sbrigativi del dio-chirurgo (Elia Schilton) che opera Luigi con affetto e dedizione, la diagnosi medica sia sempre la stessa: "è colpa dei vasi". Battuta geniale e sconsolata, che torna nelle puntate come un refrain.

Luigi non è un paziente abbandonato a sé stesso, ma ha un'amorevole moglie incinta (Greta Scarano) e una figlia di sette anni che gli compare di continuo, insieme alla compagna, in quei ricordi cui ci si aggrappa per sopravvivere. La moglie di Luigi va sempre a trovarlo, lo incoraggia parlando di resilienza, ma a un occhio più attento mostra un'espressione stanca e la radice dei capelli imbiancata, come quando si hanno pensieri più seri del rifarsi la tinta. E poi c'è la caposala (Alvia Reale), che ha un modo di fare ruvido ma si rivela comprensiva, e ama evadere con la mente dai corridoi ospedalieri grazie al melenso pop italiano.

C'è l'impareggiabile compagno di stanza Amed (Babak Karimi), considerato da tutti un migrante nonostante parli un italiano da filosofo, alternando momenti di compassione a deliri mistici e minacce di dieta vegana agli altri pazienti. C'è "il competente delirante" (Giorgio Tirabassi), che non si comporta da malato ma da dottore, elargendo diagnosi a tutti con bonaria petulanza e in fondo rimpiangendo gli aromi della sua trattoria. C'è Peppe (Gianfelice Imparato), che affronta la malattia col tipico ottimismo del "paziente recidivo", e si ricorda di tutti ma non viene riconosciuto da nessuno. C'è l'infermiera Giusy (Cristina Pellegrino), che minaccia in romanesco i pazienti ma in realtà li sostiene in tutte le loro assillanti pretese. E c'è il dottor Barbieri (Ninni Bruschetta), che la corteggia insistentemente e, coi pazienti, mescola diagnosi di un secondo a ottimi consigli spassionati, celando un odio viscerale nei confronti degli oncologi che, a differenza dei chirurghi, non combattono sul campo. E tutti i personaggi sono caratterizzati perfettamente, dai medici che minimizzano ai medici catastrofici, dal chirurgo primario fino alla paffuta infermiera filippina, che viene chiamata "Filippa" e lo spiega col fatto che gli italiani sono un popolo "semplicistico".

E c'è poi chi riserva al proprio mestiere molta meno dedizione: dal dottor Policari (Antonio Catania), che preferisce la musica alla medicina e si distrae ascoltando l'evocativa suoneria del suo cellulare, al dottor Rapisarda (Federico Pacifici), che si defila quando intravede domande, lamentele e rogne di varia natura, e che secondo le congetture di Luigi ha perfezionato un passetto apposito per voltare i tacchi senza dare troppo nell'occhio. E non solo i medici, ma anche i preti sembrano poco convinti della propria vocazione: Don Costa (Paolo Calabresi) dopo la scoperta della malattia non dispensa più consigli fumosi tra i letti dell'ospedale, ma si mostra impaurito e vulnerabile, e confessa che anche lui, come Ratzinger, pensa: "Boh!". In quella linea verticale che è la vita, tutti vacillano, con maggiore o minore empatia, con maggiore o minore egoismo; ma tutti sognano il mare, o quantomeno di raggiungere "a piccoli passi" il bar, se i valori dell'emoglobina lo consentono, facendo diventare un traguardo ordinare cinque caffè per gli infermieri che possono berlo.

Questo medical nostrano, un po' comico e un po' drammatico, racchiude un amore per la vita e per il ritorno alla vita che può consolare chiunque, malati e non, e che a un certo punto prende in prestito i meravigliosi versi di Borges, estendendo la celebrazione per la vita a quella per i medici, per gli infermieri, e per chiunque nel proprio mestiere profonda amore e impegno. Perché, oltre a essere un popolo semplicistico, l'Italia è anche composta da persone che fanno guarire gli altri, con tutti gli strumenti che hanno a disposizione. ""


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15 dicembre, 2017

Internet, 8,8 milioni di italiani vittime di "fake news" sanitarie

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Internet è pieno di notizie false. Un problema che riguarda anche la salute.  Come conferma uno studio del Censis, realizzata con Assosalute, sempre più italiani sono vittime di fake news. Secondo i dati presentati circa 8,8 milioni di persone hanno trovato sul web informazioni mediche sbagliate, in tutto il corso dell'anno: studenti, anziani ma soprattutto 3,5 milioni di genitori che senza il parere del medico si sono fidati di quanto hanno letto su internet.

Il web è fonte d'informazione per oltre 15 milioni di persone in Italia.Tra questi il 17% consulta siti generici, il 2,4% i social network e solo il 6% siti istituzionali. Un dato importante della ricerca dimostra, però, che oltre il 69% degli italiani vorrebbe trovare informazioni certificate da esperti. Una richiesta che, come sostiene Marco Cossolo di Federfarma, potrebbe rigurdare il ruolo del farmacista, figura chiave nel rapporto tra medico e paziente. Secondo l'associazione di categoria, infatti,  "il rapporto tra internet, social e negozio fisico potrebbe essere  rinnovato per confutare le notizie false in circolazione".

L'importanza del ruolo di questa professione lo dimostra il fatto che sempre più italiani decidono di curare piccoli disturbi come gastriti, mal di testa e influenza con un'autodiagnosi. Nonostante ciò, nel nostro Paese spendiamo in farmaci da banco il 39% in meno rispetto alla media europea. Un consiglio, per curarsi nel modo adegiato, potrebbe venire proprio dai farmacisti che utilizzando il web promuoverebbero un'informazione corretta verso quanti finora erano caduti nella trappola delle fake news.

FONTE: TgCom24
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14 dicembre, 2017

Inghilterra, arrestato chirurgo che incideva il proprio nome sugli organi trapiantati

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Passava per uno dei migliori chirurghi dell'ospedale universitario Queen Elizabeth di Birmingham, in Gran Bretagna, e solo per caso, nel 2013, fu scoperto il suo "vezzo": il medico, infatti, lasciava le sue iniziali - SB - sul fegato che trapiantava. Il chirurgo-zorro, come era stato ribattezzato dalla stampa britannica Simon Bramhall, 53 anni, davanti al giudice ha ammesso le sue responsabilità. Due gli episodi dei quali risponderà risalenti al periodo da febbraio ad agosto 2013: la sentenza arriverà a gennaio.

Il chirurgo-zorro ha lavorato per 12 anni al Queen Elizabeth Hospital, fino alla sua sospensione nel 2013. Nel maggio 2014 presentò le sue dimissioni, ammettendo davanti a una commissione disciplinare, "l'errore".

Difficile stabilire quante volte il dottore abbia lasciato il "segno". Esperti chiamati a relazionare al processo hanno confermato che l'uso, seppur improprio, del gas argon non è ritenuto dannoso per l'organo e che normalmente i segni scompaiono.

Simon Bramhall usava gas argon, solitamente impiegato negli interventi per cicatrizzare, per lasciare, invece, la sua "firma". Il segno identificativo fu scoperto da un collega, che intervenne durante un'altra operazione su un suo paziente "marchiato".

La sua difesa punta sul fatto che l'uomo non fosse solo mentre operava e che quindi il tutto sia avvenuto "in presenza di colleghi". Per l'accusa, invece, le azioni del medico sono state eseguite "con un disprezzo per i sentimenti dei pazienti incoscienti".

FONTE: TgCom24
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07 dicembre, 2017

Sanità, deflagra la guerra fra ASL e medici di Continuità Assistenziale: "restituite le indennità decennali e usate le vostre auto gratuitamente" - "piuttosto visitiamo i pazienti in bicicletta" ...

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Abruzzo, Basilicata, Campania e prossimamente anche Calabria. Le aziende sanitarie di tutta Italia vanno al recupero coatto dei forfait giudicati illegittimi. Qualcuno risponde rifiutandosi di usare l'auto privata: le Asl hanno 7mila vetture che non mettono a disposizione. A Matera e Potenza ce ne sono 95 adibite "ad attività ispettiva di prevenzione umana e del benessere animale”, ma troppo vecchia per garantire la sicurezza

C’è chi va casa del paziente a piedi o si fa portare in auto dai parenti. Chi inforca la bicicletta, anche di notte, per una visita a domicilio come nell’Ottocento. Succede in Basilicata dove le guardie mediche da giorni sono scese letteralmente sul piede di guerra. Sulla loro testa, e sul portafogli, s’è abbattuto un gigantesco pasticcio: devono restituire le indennità accessorie che le Asl hanno versato per 10 anni – 5 euro l’ora circa per coprire i vari buchi della sanità lucana – come fossero una refurtiva e non il risultato di un accordo integrativo decentrato firmato in Regione da sindacati e parte pubblica tuttora in vigore, contemplato a sua volta nell’Accordo Collettivo Nazionale. Poco importa, ai medici tocca ora restituire anche 60-70mila euro. ​E non solo in Basilicata, perché la grana è esplosa anche in Abruzzo e Campania e sta arrivando in Calabria dopo che la Procura contabile nazionale ha contestato ratio e quantum di quelle identità che, solo per la Basilicata, avrebbero prodotto un danno all’erario di 18 milioni di euro. Così, mentre si ingrandisce il buco nero per i conti pubblici ​man mano che si contagia tutta l’Italia​, si impone il tema di garantire la continuità assistenziale, cosa che i medici si impegnano a fare non senza colorite (quanto risolute) proteste.

Il pasticcio nasce da lontano. Dal 2001 i medici addetti al servizio di guardia medica, ribattezzati oggi di continuità assistenziale, a fronte di sedi fortemente disagiate, montane, isolate, percepiscono, in aggiunta al compenso professionale previsto dall’ Accordo Collettivo Nazionale un’indennità di rischio pari a 3,5 e di 4 euro (dal 2008) lordi ora onnicomprensiva. E’ una voce integrativa regionale prevista dagli accordi decentrati, contemplati a loro volta nell’Accordo Collettivo Nazionale. In totale il medico di guardia che lavora di notte (orario di servizio 20 – 08) e nei giorni festivi (dalle 8 alle 20) percepisce la somma oraria complessiva lorda di 26 euro. Per cui da quasi 10 anni questi medici riescono a guadagnare, mediamente 2400 euro lordi al mese, che privati di tasse (circa 700 euro) e contributi previdenziali (circa 200 euro), si riducono a 1500 euro al mese, ma senza 13esima, senza diritto a indennità di malattia, senza diritto a ferie, senza copertura assicurativa professionale che deve essere stipulata da singolo medico. Ecco perché restituire queste somme fa imbestialire molti camici.

Appreso che le aziende sanitarie di Potenza e Matera avevano fermato le indennità e si apprestano a stilare un piano di recupero di quelle versate alcuni sono passati al contrattacco. Un centinaio secondo i sindacati, poche decine per i vertici dell’azienda sanitaria hanno inscenato una protesta dell’auto. In pratica hanno notificato formalmente la propria indisponibilità a coprire ulteriormente la mancanza di vetture di servizio usando la propria, giacché è proprio una delle voci sulle quali si sta abbattendo la scure. E come fanno? Non è mai finita da queste parti, vista anche l’orografia della regione che vuole tanti piccoli paesini a distanza di chilometri, la pratica dei parenti che prelevano il medico a casa o in ambulatorio e lo portano dal congiunto malato. Ma in gran voga torna anche la bici. “Che è un problema quando piove, ma un modo sano per conciliare rivendicazioni e responsabilità professionale”, racconta Pino Di Sario, medico di continuità assistenziale a Carbone, 614 abitanti in provincia di Potenza.

In Regione, dove è stato partorito il pasticcio, si spremono le meningi per garantire un ristorno ai camici che non incorra nella scure dei magistrati, ora che si è chiarito che non si può più usare forfettari generici ma ci si deve attenere a una corresponsione che abbia “una corrispondenza in atti tra l’indennità accessoria e il lavoro effettivamente svolto”, come dice il Direttore Generale Asp Potenza Giovanni Battista Bochicchio. Nel frattempo le Asl lucane vanno al recupero delle somme e ammoniscono i camici alla “responsabilità”, invitandoli a usare l’auto propria. E tuttavia passano all’incasso spogliandoli materialmente delle indennità incassate per anni. “Non possiamo fare altro – spiega Bochicchio – perché potremmo andare incontro a prescrizione e questo potrebbe essere imputato a noi come danno erariale”. Perché nulla cancella l’anomalia di partenza.

La procura contabile aprire tre filoni di indagine, uno a carico dei due dirigenti che hanno liquidato per anni le indennità, uno a carico del livello regionale dove è stato redatto l’accordo decentrato da cui discendono, un terzo a carico della giunta che ha deliberato quel tipo di accordo. Responsabilità penali e patrimoniali tutte da accertare ma di sicuro, per ora, gli unici a pagare un prezzo al “pasticcio” sono proprio gli incolpevoli medici che subiscono lo stop alle indennità e il recupero coatto di quelle erogate. E a fronte di tutto ciò devono pure metterci l’auto privata. Il 15 novembre è arrivata infatti una nota dell’Asl che intima loro di usarla, giacché nel contratto nazionale (in attesa di rinnovo da 9 anni) l’art. 72 dice che “spetta al medico, qualora l’azienda non sia in grado di assicurargli un mezzo di servizio, utilizzare il proprio in cambio di un rimborso forfettario pari al costo di un litro di benzina per ogni ora di attività, nonché adeguata copertura assicurativa”.

La guerra sull’auto porta a galla però un altro aspetto surreale della vicenda. Le Asl in realtà le auto per i medici le hanno eccome: 6436 secondo gli ultimi dati del ministero della Funzione pubblica, di cui 2.133 a noleggio senza conducente e 4.797 di proprietà. Restando in Basilicata ne risultano per l’esattezza 52 a Potenza e 43 a Matera, quindi pure in abbondanza rispetto alle poche decine di medici che non si sono piegati al perentorio richiamo della stessa Asl. Ma quelle auto, manco a dirlo, non vengono date ai medici che fanno assistenza ai pazienti. Lo spiega proprio il direttore generale dell’Asp Potenza: “Sono in uso ai due dipartimenti che si occupano di attività ispettiva di prevenzione umana e del benessere animale”, dice Bochicchio, ricordando anche che “si tratta di un parco auto ormai vecchio che in larga parte andrebbe sostituito per garantire la sicurezza ai medici”. La situazione è analoga in molte zone dello Stivale. “Noi ci stiamo ponendo il problema, ma dobbiamo individuare le risorse per acquisirne di nuove“, aggiunge il dg. “Certo, gli ispettori non le usano tutti i giorni e si potrebbero forse gestire in maniera diversa, ma ripeto quelle efficienti ormai sono davvero poche. L’accordo decentrato che consentiva un sereno utilizzo dell’auto privata del medico era funzionale a contenere anche questa spesa. Nella prossima programmazione aziendale si dovrà tenere conto che oggi sono intervenuti elementi nuovi, se i medici ritengono di non dover più aderire a un contratto come questo provvederemo diversamente”.

AUTORE: Thomas Mackinson
FONTE: Il Fatto Quotidiano
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12 maggio, 2017

Europa, attacco hacker mette fuori uso i pc degli ospedali inglesi

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Diversi ospedali britannici hanno affermato di avere seri problemi con i loro computer, apparentemente a causa di attacchi informatici. Alcuni istituti di Londra, del nord ovest dell'Inghilterra e di altre parti del Paese sono arrivati al punto di chiedere ai loro pazienti di non recarsi presso le loro strutture "se non in casi di emergenza". Sui pc è comparso un messaggio con la richiesta di pagare un riscatto di 300 dollari in bitcoin.

Il servizio sanitario britannico ha quindi confermato che gli ospedali che hanno denunciato problemi ai loro sistemi informatici sono stati colpiti da un ransomware, ma non ci sono indicazioni che gli hacker abbiano avuto accesso ai dati dei pazienti.

Secondo il Nhs Digital, che supervisiona la cyber-sicurezza degli ospedali, per l'attacco è stata utilizzata una variante del malware "Wanna Cryptor", che tiene in "ostaggio" i computer infettati mentre i pirati informatici chiedono un riscatto. Secondo la stessa fonte, l'attacco "non ha specificamente preso di mira il Nhs, e sta infettando organizzazioni di diversi settori".

L'attacco informatico sembra però essere ben più esteso: secondo la Bbc, infatti, il ransomware ha colpito organizzazioni e aziende in mezza Europa. Segnalazioni di casi simili sono giunte anche da Spagna, Italia, Portogallo, Russia e Ucraina.  Nel nostro Paese sarebbero state prese di mira le università.

FONTE: Tgcom.it
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31 marzo, 2017

Messina, tagli e confusione nel piano di riordino della rete ospedaliera, forti disagi in vista per Milazzo e Barcellona

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Fare presto. Sembra essere questa l'unica indicazione da seguire nel Piano di riordino della rete ospedaliera che la giunta ha esitato, poi inviato al ministero e ieri e stato varato con parere favorevole dalla commissione sanita allArs. Il 4 aprile il Piano deve tornare a Roma. «Un documento - commenta il deputato regionale Beppe Picciolo - che riorganizza e fortifica il nostro sistema sanitario». Di parere opposto il M5S: «Un colpo di mano del governo in piena regola». Per il M5S «sarebbe bello capire - afferma il deputato Francesco Cappello - quando la rete potrà entrare a regime. La rete ospedaliera ha evidenti limiti: l'adeguamento strutturale ed organizzativo delle strutture ospedaliere, specialmente quelle individuate quali spoke Dea di I livello, e le ingenti risorse necessarie».

Nel dettaglio il piano prevede la chiusura di 215 unita operative complesse. Come gia spiegato e previsto il modello hub (strutture di secondo livello altamente specializzate), che diminuiscono da 8 a 7, e spoke (ospedali con aree di pronto soccorso con funzioni di rianimazione e degenza), che crescono da 18 a 22. Poi ci sono i presidi di base (con quattro unita operative), e gli ospedali in zone disagiate.

A Palermo, Villa Sofia-Cervello passa a primo livello. Salvo il “Giglio” di Cefalu confermato Dea di primo di livello, cosi come l'lngrassia. A Trapani, diventa Dea di primo livello l'ospedale di Marsala con gli “Ospedali riuniti” di Trapani e Salemi. Presidio in zona disagiata resta quello di Pantelleria.
A Messina il Bonino Pulejo-Piemonte da presidio di base diventa Dea di primo livello e si aggiunge al San Vincenzo di Taormina e al Papardo di Messina. A Caltanissetta confermato l'hub di San Cataldo e Gela come spoke. Ad Agrigento, insieme allo spoke del “San Giovanni di Dio” confermato l'ospedale riunito di Sciacca e Ribera. A Enna, l'Umberto I sara l'unico spoke. A Ragusa dea di primo livello in citta, il Vittoria-Comiso e si aggiunge il Modica-Scicli. A Siracusa, i Dea di primo livello saranno l'Umberto I e l'ospedale di Avola-Noto.

Ci sono i numeri che parlano riguardo la ridistribuzione della nuova rete ospedaliera approvata ieri a Palermo in VI commissione sanita e che giorno 4 passera per la definitiva approvazione nella commissione interministeriale sanita e economia e finanza. Si tratta di linee guida che saranno immediatamente operative. Si apre una nuova fase nonostante le doglianze da questa o da quella parte delle scelte fatte per rientrare nei termini stabiliti dalla legge. Sara poi discrezione dei direttori generali delle aziende organizzarsi al meglio per soddisfare domande e offerte del territorio. Tra i numeri eclatanti la diminuzione dei posti letto al Papardo dove da 410 passano a 318. La cosa grave, sottolinea il manager Vullo, è la riduzione dei posti letto di ematologia da 24 a 8, un taglio esagerato se si pensa che l'azienda messinese del Papardo è considerata una eccellenza nel settore che conta ad esempio per le donazioni di midollo oltre 4000 iscritti. Ci sono anche degli errori eclatanti come ad esempio l'assegnazione al Papardo di sei posti di chirurgia pediatrica nonostante la figura del chirurgo pediatrico non sia contemplata. Altra stranezza e che all'azienda sono stati assegnati 15 posti di psichiatria che in realta il Papardo non ha ma che semplicemente ospita essendo di pertinenza dell'azienda sanitaria provinciale. II numero degli iniziali 410 posti si assottiglia dunque a 318. Questo potrebbe avere effetti sul personale che risultera in esubero.

Nel piano in partenza per Roma esce vittoriosa l'azienda Piemonte Irccs promossa a struttura di base, che mantiene tutti i reparti attualmente attivi e passa da 136 posti a 250 tra acuti Piemonte e riabilitazione Irccs Bonino Pulejo. II Policlinico viene classificato come “hub” owero struttura altamente specializzata che sara punto di riferimento per le grandi emergenze anche se perdera 15 posti letto da 560 a 545. In provincia grossa delusione per l'ospedale di Barcellona che serve un comprensorio di oltre ottantamila abitanti, che sara depotenziato e privato del pronto soccorso. Beppe Picciolo, componente della VI commissione sanita all'ARS, parla di inaccettabile trave nell'occhio, una grave penalizzazione per il Cutroni Zodda che esce fortemente ridimensionato dalle rigide scelte ministeriali alle quali è stato inchiodato l'assessorato, costretto a presentare un modesto ed improponibile modello di Presidio ospedaliero che andrà quindi radicalmente riformato o riproposto. Depotenziato anche l'ospedale di Milazzo che non viene dotato dell'indispensabile emodinamica, ma che dovra sobbarcarsi anche il maggiore afflusso di accessi al pronto soccorso vista la chiusura di quello di Barcellona.

FONTE: Gazzetta del Sud






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30 marzo, 2017

Sanità, Ministro Lorenzin ammette la gravità dei tagli nel meridione

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Il livello delle cure erogate dal Servizio sanitario nell’ambito dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) è “sotto la soglia minima” in cinque regioni italiane. A denunciarlo è la stessa Beatrice Lorenzin, ministro della Salute, dopo la lettura dei primi dati del 2015 sull’attuazione dei Lea nelle otto regioni in Piano di rientro o commissariate. Sotto la soglia minima troviamo Calabria, Molise, Puglia, Sicilia e Campania. Tutte regioni del meridione in cui, esclusa la Calabria, le performance sanitarie sono addirittura peggiorate rispetto al 2014. Preoccupa soprattutto la Campania, spiega Lorenzin, dove il calo è stato di 40 punti. Attualmente il punteggio della regione è 99, a fronte del minimo necessario fissato a 160.

“In troppe regioni ci sono molte difficoltà nel potenziamento della assistenza territoriale”, ammette il ministro nella sua intervista all’Ansa. “In particolare – continua – nell’assistenza domiciliare, nel numero dei posti letto per assistenza residenziale, nell’assistenza ai disabili, nelle coperture vaccinali, nello screening del tumore a colon-retto, mammella e cervice uterina”. E se questa è la situazione dal punto di vista della qualità del servizio, le cose migliorano solo leggermente dal lato economico. I conti delle otto regioni inserite nel piano o commissariate sono sì migliorati, “ma ancora troppe non vanno in rosso solo grazie alle coperture, ovvero all’aumento delle aliquote fiscali previste dai piani di rientro o a risorse proprie di bilancio”, spiega Lorenzin.

Il disavanzo, senza le famose coperture, di Piemonte, Abruzzo, Puglia e Sicilia (le regioni in Piano di rientro) e di Molise, Campania, Calabria e Lazio (quelle commissariate) “è sceso dai 427,4 milioni di euro del 2015 ai poco più di 300 milioni del 2016, sulla base dei dati provvisori”, vuole sottolineare il ministro. “Il Lazio nel 2015 ha chiuso in pareggio solo grazie alle coperture fiscali, anche se in realtà la Regione aveva un disavanzo strutturale di 332,6 milioni, sceso nel 2016 a 163 milioni. Ma nel 2016 – ammette allo stesso tempo Lorenzin – in rosso ci sono anche il Molise con -17 milioni, Calabria (-55), Abruzzo (-23) e Puglia (-49)”.

Fatto il punto della situazione, il ministro avanza la sua proposta per il “superamento” dell’attuale modello. “I commissariamenti come li abbiamo immaginati fino ad oggi hanno mostrato molte lacune sul fronte dell’erogazione delle cure”. “Possiamo per esempio – spiega Lorenzin – ridare alle regioni la capacità decisionale completa, senza alibi. Ma noi come stato centrale dovremmo tempestivamente intervenire commissariando le singole aziende sanitarie a fronte di standard bassi di erogazione dei servizi sanitari ai cittadini”. Questo vorrebbe dire che “il direttore generale, amministrativo, sanitario lo decidiamo noi dando un tempo definito per la riorganizzazione della singola azienda ed esercitando poteri sostitutivi completi”, conclude il ministro.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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25 gennaio, 2017

Cgil: “Sistema sanitario al tracollo, 40mila lavoratori in meno dal 2009”

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Blocco del turn over che dal 2009 al 2015 ha causato la perdita di 40.364 lavoratori, che arriveranno a 50mila nel 2016. In più, l’età media dei dipendenti a quota 50,1 anni, di molto superiore a quella registrata nell’intera pubblica amministrazione. I dati del report della Funzione Pubblica Cgil sullo stato del servizio sanitario analizzano la variazione dell’occupazione di un sistema che è “al tracollo” e che “si ‘impoverisce’, non solo nelle risorse economiche ma anche in quelle umane”. Rispetto al periodo considerato sono stati persi circa 8.000 medici, quasi 10.300 infermieri e 2.200 operatori di assistenza (Oss, Ota e Ausiliari) e 20mila lavoratori tecnici, riabilitativi, della prevenzione e amministrativi. Di questi, rileva la Fp Cgil, oltre 10mila nel solo 2015. E a causa di “blocco del turn over, emorragia occupazionale ed esplosione dell’età media”, aumenta il ricorso a forme di lavoro precarie.

Dai dati rielaborati dalla Fp Cgil emerge che cresce tra il 2014 e il 2015 la quota di personale non stabile (tempi determinati e formazione lavoro, interinali e co.co.co) di circa 3.500 unità per complessivi 43.763 lavoratori. Cala invece il ricorso a consulenze ma allo stesso tempo aumenta la spesa complessiva che arriva a 230 milioni di euro. In questo quadro si inserisce lo stato dei servizi ai cittadini e del finanziamento al servizio sanitario nazionale, giudicato “insufficiente e costantemente ridotto” e il bisogno dello sblocco del turn over. Cgil, Cisl e Uil hanno inoltre chiesto un incontro al ministro della Salute Beatrice Lorenzin sui nuovi Lea, affinché le risorse per il loro finanziamento siano adeguate e venga costruita “una nuova governance, sulla base di indirizzi condivisi, mirata al superamento dei diversi modelli regionali oggi esistenti”.

Se l’approvazione dei nuovi Lea, “auspicata da lungo tempo”, è per la Fp Cgil “un passo avanti per avere prestazioni in linea con i bisogni dei cittadini, è necessario però rivedere le attuali organizzazioni del lavoro, in estrema sofferenza in molti territori, e fissare adeguati standard minimi di personale in maniera omogenea e uniforme su tutto il territorio nazionale, sui quali programmare coerentemente le assunzioni di personale, a prescindere dalle inevitabili specificità territoriali”. Per il sindacato “non è più possibile aspettare oltre per scongiurare l’eventualità che l’aumento delle prestazioni da garantire ai cittadini, con l’attuale scarsità di risorse complessive, arrivi a creare una effettiva selezione delle prestazioni, con il rischio concreto di non poterle garantire e non solo nell’immediato”. E si domandano se ad esempio, pensando al trattamento delle ludopatie, ci sia un “numero adeguato di personale formato” o se invece sia il caso di “pensare sin da subito ad assumere ed a programmare interventi formativi mirati?”. La Cgil sottolinea anche la necessità del superamento del blocco del turn over “per garantire servizi ai cittadini e assicurare il funzionamento dei nuovi Lea” e l’importanza di “un adeguato piano di formazione rivolto a tutto il personale del Servizio Sanitario Nazionale”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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16 gennaio, 2017

Responsabilità medica, approvata la Legge sul rischio clinico, ecco cosa cambia

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La Legge sul rischio clinico e la responsabilità dei medici è passata al Senato. Manca adesso solo il voto favorevole della Camera, che appare scontato visto che è da lì che arriva la norma, e una delle norme fondamentali per la sanità degli ultimi anni sarà realtà. Nel testo è previsto tra l'altro che il medico che provoca un danno a un paziente per imperizia ma avrà rispettato le linee guida o le buone pratiche assistenziali, non sarà punibile penalmente per colpa. E' quanto previsto dall'articolo 6, destinato ad inserire una nuova norma nel codice penale (“Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”), uno dei passaggi chiave del Ddl Gelli.

Della nuova norma si è discusso per mesi, tra cambiamenti e integrazioni, anche sulla base di quanto suggerito dai professionisti allo stesso Federico Gelli, deputato pisano e responsabile della sanità del Pd. Si tenta da un lato di alleggerire la responsabilità professionale e ridurre così la medicina difensiva, legata proprio al timore dei professionisti di finire davanti a un giudice, cosa che spesso li porta a sbagliare o a evitare trattamenti complessi. Dall’altro lato la legge vuole rendere più facile e veloce al paziente la possibilità di ottenere un risarcimento del danno subito in corsia. E dunque la responsabilità civile del medico diventa “extracontrattuale”, cosa che obbliga la persona che ha subito un danno in ospedale a dimostrare la colpa di chi l’ha curata, ma quella della struttura sanitaria resta “contrattuale”, e quindi in questo caso il spetta all’ospedale o alla Asl provare di non avere responsabilità. Si tratta di un modo per permettere al cittadino di rifarsi prima di tutto sul soggetto economicamente più solido, cioè la struttura pubblica.

Ma la norma prevede anche l’obbligo di tentare una conciliazione stragiudiziale prima di finire davanti a un tribunale. Questo servirebbe a rendere più brevi i tempi dei risarcimenti evitando di far partire un processo. In più, tra l’altro, si obbligano tutte le strutture sanitarie ad essere assicurate e permette al cittadino di fare un’azione diretta nei confronti della compagnia di assicurazione se non riesce ad ottenere il denaro dalla Asl. Inoltre  viene costituito un fondo di garanzia per i pazienti che si trovano davanti una società assicurativa fallita, scomparsa o che comunque non è un grado di coprire il danno.

Nel Ddl Gelli, tra l’altro, si stabilisce che la sicurezza delle cure è parte integrante del diritto alla salute e si promuove in tutte le strutture sanitarie la nascita di un centro per il rischio clinico, che valuti appunto gli errori dei professionisti e adotti politiche per prevenirli.

FONTE: Repubblica.it
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14 gennaio, 2017

La mappa mondiale della medicina "inappropriata", in Italia uso eccessivo di antibiotici e procedure diagnostiche invasive

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Troppi farmaci e procedure inutili da una parte, mancato accesso a terapie ed esami salvavita dall'altra, con l'aggravante che i fenomeni si presentano magari nello stesso paese o addirittura nello stesso ospedale. A fare la mappa della medicina 'sbagliata' è una serie speciale della rivista Lancet realizzata insieme al Lown Institute di Boston, con una serie di articoli scritti da 27 esperti internazionali, da cui emerge che un quarto del volume delle prestazioni sanitarie è inappropriato per qualche motivo. Dagli articoli emergono diversi esempi, dai 500mila casi di tumore della tiroide che subiscono un eccesso di trattamento ai sei milioni di cesarei di troppo, metà dei quali in Cina e Brasile, al 26% di sostituzioni dell'anca inutili in Spagna. Per l'Italia viene citato ad esempio il fatto che il 22% delle angioplastiche e il 30% delle angiografie sono inappropriate, o che il 9% dei bambini ricoverati per diarrea riceve antibiotici inutili, o ancora un uso eccessivo delle endoscopie, comune a tutto il mondo occidentale con tassi che vanno dal 16 al 33% dei casi. "Quello che viene fuori da queste ricerche è che il problema riguarda tutti i paesi, non ci sono primi della classe - sottolinea Andrea Gardini del consiglio direttivo di Slow Medicine, che ha partecipato alla stesura -. In Italia abbiamo senz'altro il problema dell'uso eccessivo di antibiotici, come anche di alcune procedure radiologiche, mentre il dato sulle angioplastiche va un po' ponderato, sebbene sia emerso che siamo sopra la media degli altri paesi. Bisogna dire che in Italia la federazione degli ordini dei Medici e il collegio degli infermieri hanno iniziato ad occuparsi del problema, ma ancora molto c'è da fare". Fra le procedure sottoutilizzate ci sono l'uso di steroidi in gravidanza per ridurre il rischio di morte pretermine, ma anche il mancato accesso a farmaci salvavita come quelli per alcuni tumori o, in Africa, per l'Hiv. "Le terapie inappropriate sono un fenomeno comune - scrivono gli autori - i medici continuano a sottoutilizzare interventi semplici o economici, e ad utilizzare eccessivamente procedure inefficaci ma più note, lucrose o convenienti, nonostante i potenziali danni per i pazienti.
Questi due problemi si possono trovare contemporaneamente nello stesso paese, struttura sanitaria o addirittura paziente".

La soluzione, aggiunge Gardini, sta nel ritrovare il rapporto medico-paziente, con quest'ultimo che dovrebbe chiedere sempre se un determinato trattamento può portare ad effettivi benefici. "La proposta che sta venendo fuori è di garantire che ci sia una attenzione importante alla relazione fra medico e paziente, nel senso che la pressione che spesso viene dal paziente di fare un esame o una terapia va discussa con il medico, anche perchè molti degli esami possono anche fare del male. Bisogna ristabilire un dialogo e un'alleanza, anche i medici sono non felici di fare prescrizioni e basta, devono avere un ruolo più attivo. L'alleanza è essenziale per costruire un rapporto di fiducia che porti a una cura più giusta".
  
FONTE: Ansa.it
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La nuova responsabilità medica: ecco tutte le novità in vigore da Febbraio 2017

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Sarà legge entro febbraio il nuovo testo sul ddl Gelli in tema di responsabilità sanitaria. La riforma ha previsto una maggiore garanzia di trasparenza per gli utenti vittime di errori in ambito sanitario, maggiori tutele anche per i medici coinvolti. Ciò anche al fine di evitare le condotte tendenzialmente omissive tenute da parte dei medici per situazioni molto a rischio e presumibilmente compromettenti (c.d. medicina difensiva negativa), oppure trattamenti non necessari se non in funzione di una paventata linea difensiva ma comportanti dei costi superflui ed ingiustificati per il servizio sanitario (c.d. medicina difensiva positiva).

Ecco una serie di novità: innanzitutto viene ridimensionato espressamente il titolo di responsabilità e viene stabilita espressamente la natura extracontrattuale della responsabilità del medico verso il paziente. Tale svolta non è di poco conto dacché ricadrà sul paziente danneggiato il gravoso onere di dimostrare la “colpa” del medico.

Viene introdotto l’ art. 590-sexies c.p. (responsabilità penale del medico), con espressa esclusione della colpa in caso di morte o lesione personale del paziente laddove siano state osservate le linee guida od in subordine le “buone pratiche clinico assistenziali”. Di conseguenza è stato abrogato l’art. 3 co. 1 della legge 189/2012 in base al quale il medico non rispondeva penalmente per colpa lieve.

Per la responsabilità civile viene definitivamente introdotto un doppio binario: responsabilità del medico e della struttura sanitaria. Il medico (che operi in struttura privata o pubblica) potrà rispondere solo in base all’art. 2043 del cod. civ. (responsabilità extra-contrattuale), salvo che il comportamento lesivo sia stato determinato dall’adempimento di una obbligazione contrattualmente assunta con il paziente. Il paziente avrà il gravoso onere di dimostrare l’evento (la lesione), la causa della lesione (colpa del medico) ed il nesso di causalità tra la condotta del medico e l’evento.

La struttura sanitaria (pubblica o privata) invece risponderà a titolo di responsabilità contrattuale, trattandosi del cd. contratto atipico di spedalità che include una serie di prestazioni in favore del paziente e che sorge nel momento in cui questi è accettato nella struttura ospedaliera e dal quale derivano particolari obblighi a carico dell’ente e dei suoi ausiliari. In tal caso il paziente per agire nei confronti della struttura dovrà semplicemente allegare il danno subito, di conseguenza sarà la struttura a dover dimostrare di aver adottato tutte le cautele necessarie per evitare il danno.
Obbligo di assicurazione e fondo di garanzia

Viene introdotto l’obbligo per tutte le strutture sanitarie di munirsi di polizza assicurativa. L'utente potrà agire direttamente nei confronti dell’assicurazione per richiedere il ristoro dei danni subiti (azione diretta). Tale obbligo si estende anche alle professioni esercitate intramoenia in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale. La polizza dovrà essere operativa per ulteriori dieci anni successivi alla cessazione della professione del medico (cd. ultrattività).

Viene anche istituito un fondo di garanzia a tutela degli interessi generali dei pazienti: il fondo risarcirà i danni in quei casi in cui gli importi eccedano i massimali coperti dalle polizze stipulate dalle strutture sanitarie o dal medico, oppure in caso di insolvenza della compagnia assicuratrice. Il fondo è alimentato con i contributi obbligatori annuali versati dalle compagnie autorizzate all'esercizio dell’assicurazione per i rischi derivanti da responsabilità sanitaria.
La conciliazione stragiudiziale

Per tutte le controversie riguardanti i casi di responsabilità medica ed a scopo deflattivo del contenzioso è stato introdotto il necessario preventivo esperimento del tentativo di conciliazione pena l’improcedibilità dell’azione giudiziaria.


FONTE: Ansa.it
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12 ottobre, 2016

Sanità, medici: “Tradito il diritto alla salute. Governo si occupi delle sofferenze sociali come di quelle bancarie”

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“Basterebbe che governo e regioni si occupassero delle sofferenze sociali come di quelle bancarie” per evitare casi come quello del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Camillo. E’ l’amara analisi di Costantino Troise, segretario di Anaao Assomed, l’associazione dei medici dirigenti italiani del servizio sanitario nazionale, che accusano la politica di aver abbandonato la sanità pubblica segnandone un lento e ineluttabile declino. “Il nostro servizio sanitario nazionale sta precipitando, nel silenzio e nell’indifferenza, nel baratro dell’incapienza. Un’incapienza di posti letto, di medici, di infermieri, di spazi fisici, di risorse in conto capitale, di formazione – spiega Troise – Siamo ai margini dell’Europa come numero di posti letto per mille abitanti, sotto la media europea per le risorse destinate alla Sanità. Il diritto ad essere curato in maniera appropriata ed in condizioni dignitose è diventato quasi un privilegio. Dall’addio al posto fisso alla fine del ‘letto fisso‘”.

L’analisi dei medici dirigenti è spietata perché crudele è il contesto in cui si trovano a lavorare: da un lato ci sono le pene del paziente che chiede di essere aiutato, dall’altro un’insufficienza di mezzi e uomini destinata a peggiorare nell’ipotesi di nuovi tagli alla sanità. “A medici e infermieri spetta assumersi tutti i rischi ed assistere allo scempio quotidiano di un diritto fondamentale. Ai pazienti spetta invece il martirio che questo scempio comporta. Costretti a vivere lo stesso dramma su fronti contrapposti”, prosegue Troise accusando la politica di aver tradito la carta costituzionale.

“Tutti sono bravi a discettare della Costituzione che verrà – prosegue – ma del rispetto dell’attuale Carta Costituzionale ed in particolare dell’articolo 32 (il diritto alla salute) di cui dovremmo esser fieri nessuno parla (..) Ma chi, nel vociare dei contendenti, che il rispetto e l’applicazione dei diritti fondamentali sono non meno importanti delle modifiche degli assetti parlamentari?”, continua Troise, contrario anche all’ipotesi di abolizione della Guardia medica che, nella sua visione, comporterà un incremento esponenziale del lavoro di 118 e Pronto soccorso.

Per l’Anaao Assomed, la dignità negata ad un malato terminale è un fatto gravissimo. Ne sono coscienti anche i dirigenti del San Camillo, come dimostra il fatto che il direttore sanitario dell’ospedale romano, Luca Casertano, si è scusato pubblicamente con Patrizio Cairoli, figlio dell’uomo, malato terminale, morto nell’ospedale romano dopo aver trascorso 56 ore sulla barella del Pronto Soccorso. I vertici del San Camillo spezzano però anche una lancia per il lavoro che ogni giorno viene fatto in corsia: “I nostri Pronto soccorso – ricorda Casertano – gestiscono ogni anno più di 90.000 accessi. Presso il dipartimento di emergenza dove è stato ricoverato il signor Cairoli ogni giorno arrivano 150 nuovi casi che vengono presi in carico e curati dal personale medico e infermieristico. Un flusso elevato di persone che, in caso di incremento di accessi di malati – non prevedibile, ma frequente – può aver in qualche modo limitato o impedito una idonea comunicazione da parte degli operatori sanitari”.

Alla luce di quanto accaduto, l’Anaao invita la politica a una profonda riflessione per evitare di distruggere quel che resta della sanità pubblica italiana. “A leggere quello che accade nei Pronto Soccorso cittadini, ed in particolare quanto avvenuto all’Ospedale San Camillo di Roma, ci si chiede se coloro che dovrebbero difendere questi diritti conoscano lo stato comatoso della sanità pubblica – conclude – O pensano che 70.000 posti letto in dieci anni siano evaporati per un sortilegio e non per l’effetto della mannaia dei tagli che hanno introdotto negli ospedali pubblici? Il dubbio è lecito dato che non crediamo che alcun giudice, anchorman, parlamentare o ministro accetterebbe di morire in barella in un ambiente inappropriato insicuro e non dignitoso di un Paese civile”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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11 ottobre, 2016

Torino, infermieri in rivolta per spazi e organici insufficienti

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Gli infermieri denunciano i vertici dell’Asl To2 alla procura per «consentire la verifica di un’eventuale responsabilità connesse alle violazioni di legge» nella gestione del Mecau, la Medicina d’urgenza del Maria Vittoria. Un reparto di terapia sub intensiva che accetta pazienti sia dal Pronto Soccorso che da altri reparti dell’ospedale, «lavorando - secondo il Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche - con un numero di operatori pericolosamente insufficiente». Non solo: «Gli spazi sono di dimensioni insufficienti rispetto al numero di ricoverati, i letti non entrano negli ascensori e per trasportare i pazienti si usano le barella, anch’esse inadeguate e insicure per il trasporto».

 Un quadro che non rispecchierebbe poi i numeri di posti letto pubblicati sul sito dall’azienda sanitaria: «L’Asl dichiara che sono 13, di cui 7 monitorati. Ma questa fotografia non rispecchia la situazione del reparto, dove sono presenti 24 posti letto, di cui 8 semi intensivi, seguiti da 19 infermieri, di cui tre solo part-time. Un numero appena sufficiente a garantire la presenza di tre infermieri per turno, che in alcune situazioni sono solo due», afferma Francesco Coppolella, segretario regionale del Nursind. «Nelle realtà di terapia sub-intensiva, il rapporto infermiere/persona assistita dovrebbe essere di uno a 4 e si dovrebbe tener conto di tutte le specificità presenti», rincara. Problemi che «mettono giornalmente a rischio gli operatori e i cittadini, che abbiamo voluto denunciare dettagliatamente sia alla procura che allo Spresal», il Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro.

Il documento inviato alle autorità è corredato da un lungo elenco di problemi legati non solo alla mancanza di personale, come lo stoccaggio bombole di ossigeno sul balcone di una delle stanze di degenza, il numero di uscite di sicurezza insufficienti rispetto alla lunghezza del reparto e tutti i problemi legati al cantiere del pronto soccorso.

A confermare che i posti letto sono 24 è il Dispa Marcello Bozzi, il nuovo direttore delle professioni sanitarie della To2 arrivato il 5 settembre dall’Asl di Pescara, il quale smentisce la mancanza di personale. «Per garantire l’adeguatezza delle attività e delle prestazioni, nonché la continuità dei servizi e dell’assistenza, necessitano 26,7 operatori, infermieri e Oss. E al momento ne risultano assegnati 30,4, al netto dei part-time». La percentuale di suddivisione fra Oss e infermieri «è a discrezione di ogni presidio, quindi per noi il numero rimane adeguato, addirittura superiore rispetto a molte altre realtà». Per tutti gli altri problemi di spazio e percorsi, «sono invece in corso lavori di ristrutturazione che cambieranno l’assetto di un ospedale antico, che sicuramente necessita di migliorie ma avrei preferito ricevere una richiesta d’incontro rispetto ad una denuncia. Incontriamoci e troviamo insieme soluzioni».

FONTE: La Stampa
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21 luglio, 2016

Infermieri in protesta, “persi 7 mila posti di lavoro in 5 anni!”

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Pochi, massacrati dagli straordinari e pagati sempre meno. Questa la fotografia degli infermieri italiani scattata da IPASVI, la federazione nazionale dei professionisti del settore. Secondo un rapporto stilato dall’associazione, servono 47mila persone per raggiungere un “numero minimo necessario ottimale per garantire subito l’efficienza del territorio”. Anche perché, sottolinea la federazione, meno infermieri e straordinari troppo pesanti significa un maggiore tasso di mortalità negli ospedali.

Dal 2009 al 2014, infatti, il Servizio sanitario nazionale ha perso circa 7.500 addetti, con un calo del 2,21% della forza lavoro. Nel dettaglio, la contrazione maggiore in valori assoluti si registra in Campania con 2.102 infermieri in meno, seguita dal Lazio con -1.893 e dalla Calabria a -1.444. Ma in percentuale, spiega il rapporto, il primato spetta alla Calabria che perde il 16,31% dei suoi infermieri in cinque anni.

La scarsità di addetti diventa evidente anche anche in rapporto al numero di pazienti. In media, in Italia un infermiere si occupa di 12 pazienti, mentre in alcune Regioni si arriva anche a un rapporto di 1 a 18. Cifre a dir poco lontane dall’obiettivo indicato dalla federazione di un infermiere ogni 6 pazienti.

“Studi internazionali hanno dimostrato che la mortalità aumenta con il diminuire degli organici infermieristici – commenta Barbara Mangiacavalli, presidente Ipasvi – e in particolare un minor carico di pazienti per singolo infermiere permette la riduzione della mortalità dei pazienti del – 20%, se si portano da 10 a 6 i pazienti totali affidati a un singolo infermiere”.

Ma la salute dei pazienti, secondo la federazione, è messa a rischio anche dalla quantità di straordinari che devono fare gli infermieri italiani. Nel 2014, questa voce è in aumento in quasi tutte le Regioni rispetto a tre anni prima. “Le punte maggiori si hanno nel primo gruppo in Campania e nel Lazio, dove lo straordinario copre il 4,5% della retribuzione media e in Calabria (4%)”, fa notare il rapporto.

“La ridotta vigilanza può portare a errori clinici che possono compromettere il benessere del paziente – aggiunge la presidente Mangiacavalli – In uno studio relativo alle ore di lavoro degli infermieri per la sicurezza del paziente, i rischi di errori e gli errori sono aumentati quando gli infermieri hanno svolto turni straordinari oltre le 12 ore, incrementando 3 volte il rischio di cadere in errore e più del doppio il rischio di incorrere in un quasi-errore”.

E a fronte del maggiore impegno degli infermieri, le loro buste paga si assottigliano con il passare degli anni. Dal 2011 al 2014 le retribuzioni si sono ridotte di circa 70 euro all’anno a testa. A trascinare verso il basso il dato è la Liguria (-664 euro), il Friuli Venezia Giulia (-419 euro) e la Puglia (-310 euro).

“A fronte di questa situazione al limite – afferma il Movimento 5 Stelle in una nota – l’azione messa in campo dal governo e dal ministro della Salute in particolare, è stata – prosegue la nota -costante e chiara: prosecuzione dei tagli nel comparto sanità, blocco del turnover, mancato adeguamento alla normativa europea sull’orario di lavoro del personale medico sanitario. Chi cerca risposte adeguate rispetto ai problemi del comparto andando a bussare alla porta di questo esecutivo sta solo perdendo tempo”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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28 aprile, 2016

Vicenza, l'assurda sfida "di aghi e cannule" fra medici e infermieri

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Una assurda sfida fra medici e infermieri sulla pelle dei pazienti. La vicenda è venuta a galla, come riporta "Il giornale di Vicenza", a conclusione di un procedimento disciplinare interno che ha visto sul banco degli imputati due medici e sei infermieri. Alla fine, un medico è stato sanzionato con la censura scritta, un infermiere con il rimprovero scritto. Erano gli unici in servizio, nel momento della competizione.

“Come va la sfida grigi contro arancioni?” chiede l’infermiere. “2 arancio 1 grigio. Il dottor… è a un prelievo senza cannula” gli risponde un collega. “Ma come, un prelievo senza cannula!! Deludente, deludente” è il commento dei contendenti. Poi il medico, con uno scatto di reni, trionfante: “Infilato un arancio, or ora. Malfidati”. “Sì, ma il punteggio complessivo com’è? Se non ho capito male… 2 arancio e un grigio contro 1 arancio. Ci vuole un rimontone”. Puntuale, la rimonta arriva: “Lombosciatalgia, 3 vie in succlavia e vittoria a mani basse” annuncia un altro infermiere. “Ancora venti minuti al fischio dell’arbitro!”. Al momento fatidico il dottore chiede: “Vediamo il tabellone”. Dialoghi surreali di malasanità, sulla pelle dei pazienti. Perché quella che è andata in scena al pronto soccorso del San Bortolo di Vicenza è stata una vera competizione combattuta da medici e infermieri, a colpi di cannule e aghi infilati nei corpi dei malati. Con tanto di cronaca in diretta via smartphone, per convalidare i punti e tenere il conto di chi ne faceva di più.

La vicenda è venuta a galla, come riporta Il giornale di Vicenza, a conclusione di un procedimento disciplinare interno che ha visto sul banco degli imputati due medici e sei infermieri. Alla fine, un medico è stato sanzionato con la censura scritta, un infermiere con il rimprovero scritto. Erano gli unici in servizio, nel momento della gara, mentre gli altri (un medico donna e cinque infermieri, tre donne e due uomini) non erano in servizio e non sono stati puniti solo per questo. Ieri mattina dall’Ulss 6 berica è venuta la conferma. “Purtroppo ciò che è stato scritto è vero…”.

La sanzione non riguarda la competizione, per la quale non è stata raggiunta una prova certa. Ma questo era il sospetto iniziale, suffragato da uno dei protagonisti, impaurito per come la vicenda stava degenerando, dopo una cena in cui “Gli amici di Maria” – così era stato battezzato il gruppo – avrebbe deciso di sfidarsi a chi era più bravo nell’infilare aghi e cannule nelle vene dei pazienti. Di colore arancione la cannula più larga (e dolorosa), di colore grigio la più sottile. Il sistema di punteggio avrebbe previsto una supervalutazione per il catetere venoso centrale.

Dopo la denuncia, il primario Vincenzo Riboni, indignato, non solo ha fatto una lavata di capo al gruppetto, ma ha coinvolto il direttore generale Giovanni Pavesi. L’avvocato Laura Tedeschi, capo dell’ufficio legale dell’Ulss, ha formulato le accuse e svolto l’istruttoria. Medici e infermieri (assistiti anche da avvocati e sindacalisti) hanno negato ogni addebito. La sentenza assolve tutti, ma con il dubbio, dall’ipotesi di una gara sulla pelle dei pazienti, anche perché nei verbali del pronto soccorso non si trovano prove sufficienti e i malati non si sono lamentati. Ma restano quelle frasi sconcertanti degli “amici di Maria”. Tanto basta per contestare lo “sviamento dall’attività istituzionale” e l’uso improprio del cellulare di servizio, con “lo scambio di messaggi di dubbio gusto e lesivo della dignità dei pazienti”. Si salvano i sei che non erano in servizio, finiscono nella rete gli altri due.

Commento del primario Riboni: “È la prima volta in oltre vent’anni che accade un episodio così grave”. Il direttore generale Pavesi: “Non è il pronto soccorso il luogo per concedersi battutine mentre c’è chi soffre, è in ansia, rischia la vita”.


FONTE: Il Fatto Quotidiano
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16 dicembre, 2015

Sciopero Sanità, i medici del SSN in rivolta, il Governo impone alle Regioni il taglio di ulteriori posti letto per finanziare i nuovi contratti...

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Ripresentato un emendamento alla Stabilità che prevede un concorso straordinario per consentire agli ospedali di rispettare la nuova legge che limita la lunghezza dei turni di lavoro. Ma le risorse dovrebbero trovarle le Regioni, risparmiando su posti letto e prestazioni "superflue". E se ne parla solo nel 2017: nel frattempo solo contratti a termine.

L’ennesimo dietrofront del governo, che lunedì notte ha ripresentato un emendamento alla legge di Stabilità con cui dà il via libera a un concorso straordinario per medici e infermieri, non è bastato. I camici bianchi, come annunciato già all’inizio di novembre, sono in sciopero per 24 ore in segno di protesta contro la riduzione dei fondi per la sanità pubblica e un piano di assunzioni che considerano ancora troppo fumoso e lontano nel tempo. L’adesione, secondo i sindacati di categoria, è del 75%, e sono a rischio 2 milioni di prestazioni ospedaliere e ambulatoriali tra cui 250mila visite pediatriche. Questo mentre il Servizio sanitario nazionale è alle corde a causa dell’entrata in vigore delle nuove norme sui turni di lavoro e i riposi obbligatori: è di ieri la notizia che in un ospedale sardo sono saltati dei trapianti di reni perché i chirurghi avevano superato le 13 ore di lavoro e hanno dovuto posare il bisturi. Un caos che dura da quasi un mese e che l’emendamento governativo non risolve in modo definitivo, oltre al fatto che non mette nero su bianco il numero degli ingressi in organico. Nonostante il ministro della Salute Beatrice Lorenzin avesse parlato di un fabbisogno “indicativo” di 6mila persone.

Secondo Massimo Cozza, della Fp Cgil, “la sanità è ormai a pezzi, con profonde diseguaglianze regionali e con una accessibilità sempre più ridotta per liste di attesa e ticket”. E le assunzioni promesse sono “ipotesi di assunzioni basate sui risparmi delle Regioni, ma sappiamo che i budget delle Regioni sono già al limite”. Biagio Papotto, segretario generale di Cisl Medici, sostiene che “i medici sono stanchi di vedere corsie di pronto soccorso invase da barelle con persone che chiedono aiuto e che cercano solo sollievo nella loro sofferenza. Protestiamo innanzitutto per questo e anche per quel giusto salario, quella giusta gratificazione che ormai ci è negata da circa 6 anni”. “Scioperiamo per il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Perché le due cose non sono scindibili. La sorte della sanità pubblica non è separata dalla sorte dei medici pubblici. O stanno insieme o crolla tutto”, ha detto il segretario nazionale del sindacato dei medici dirigenti Anaao Assomed, Costantino Troise, intervistato da quotidianosanita.it.

Quando all’emendamento per il rafforzamento degli organici, Anaao Assomed sottolinea che “il colpo ad effetto, necessario all’immagine e al marketing del ceto politico, si esaurisce nella possibilità per le Regioni di procedere ad assunzioni di personale e stabilizzazione di precari, ma ad invarianza del tetto per la spesa del personale congelata al lontano 2004”. Risultato: “Senza soldi aggiuntivi, e senza deroghe al tetto di spesa, le parole rischiano solo di essere una beffa, l’ennesima promessa scritta sull’acqua, affidata non più ai fantastiliardi derivanti dalla riduzione immediata della medicina difensiva ma ad improbabili risparmi, incerti nei tempi e nei numeri. Ormai, però, il trucco è scoperto: nessuna posta in campo per il rinnovo di contratti e convenzioni, risorse solo virtuali per assunzioni, pure giudicate necessarie, ulteriore sottrazione al monte salari dei medici di circa 100 milioni all’anno”. Di qui lo sciopero, nato come mobilitazione contro il mancato incremento del fondo sanitario nazionale, si è trasformato in una mobilitazione per le assunzioni e contro il precariato. Si tratta della prima mobilitazione dell’intera categoria dal 2004, quando al governo c’era Silvio Berlusconi.

Il concorso si svolgerà solo nel 2017. Nel frattempo si metterà una pezza con contratti flessibili prorogabili fino a ottobre. Le Regioni intanto, stando all’emendamento Pd riformulato dai relatori, dovranno predisporre la riduzione dei posti letto e mettere a punto un piano sul fabbisogno di personale, entrambi da trasmettere entro il 29 febbraio. Da lì dovranno arrivare le coperture per le assunzioni flessibili e per il successivo concorso, da bandire “entro il 31 dicembre 2016″ e concludere “entro il 31 dicembre 2017″, riservando il 50% dei posti disponibili ai precari con “almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi cinque anni”.

Oltre che dalla riduzione dei posti letto, i risparmi dovrebbero derivare dalla “attivazione di strutture di risk management in tutte le strutture sanitarie”, strutture incaricate anche di “rilevare il rischio di inappropriatezza nei percorsi diagnostici e terapeutici”, “facilitare l’emersione di eventuali attività di medicina difensiva attiva e passiva” e “sensibilizzare il personale alla prevenzione del rischio sanitario”. In questo modo si punta a contenere i costi delle prestazioni “superflue”, prescritte più che altro per evitare il rischio che il paziente in seguito faccia causa rivendicando di non essere stato seguito in modo adeguato. Questa parte dell’emendamento recepisce l’articolo due del disegno di legge Gelli sulla riforma della responsabilità professionale, che all’inizio il governo puntava a recepire interamente nella manovra per coprire i costi delle assunzioni con i risparmi che ne sarebbero derivati. Ma domenica notte c’è stata una marcia indietro e si è deciso che il ddl proseguirà il suo iter su un percorso separato.

“Penso – ha sostenuto la Lorenzin – che le regioni non avranno problemi a recuperare i 300 milioni necessari, perché abbiamo permesso gli strumenti per le assunzioni previste. È una scommessa che le Regioni possono assolutamente vincere”. Una posizione contestata dall’assessore alla Sanità del Veneto, Luca Coletto: “Il governo trova sempre il modo, a parole, di trovare i soldi per tutto e per tutti. La realtà è che il ministro Lorenzin non può non sapere che i soldi non ci sono. Basta con il gioco delle tre carte”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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