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AFORISMA DEL GIORNO

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31 maggio, 2018

Nuove frontiere per la cura dell'occhio: in arrivo le cornee "stampate in 3D"

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Un gruppo di ricercatori della Newcastle University ha realizzato la prima cornea stampata in 3D, ottenuta con uno speciale bio-inchiostro formato da cellule staminali umane e sostanze aggreganti. La ricerca, descritta sulla rivista Experimental Eye Research, potrà "assicurare in futuro una riserva illimitata di organi" per i trapianti di cornea. I test hanno mostrato che per stampare la cornea 3D sono sufficienti soltanto dieci minuti.

Il materiale "di stampa" è una soluzione di alginato e collagene nella quale sono state inserite cellule staminali fornite da un donatore sano. Attraverso una bio-stampante, questo "inchiostro" viene poi rilasciato in cerchi concentrici per formare una vera e propria cornea.

"Molti ricercatori hanno cercato di ottenere il gel perfetto per dar vita a questo processo, e grazie alla nostra formula siamo finalmente riusciti a mantenere vive le staminali quanto basta per realizzare una cornea perfettamente funzionante", ha spiegato il professor Che Connon, co-autore dello studio assieme al dottor Steve Swioklo.

FONTE: Tgcom24
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15 maggio, 2018

Sicilia, buon risultato nell'export della produzione farmaceutica: "Sud parte integrante di una realtà italiana hi-tech"

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E’ il Sud d’Italia che traina il comparto farmaceutico con  25 impianti di produzione e ricerca e 13.000 addetti diretti e nell’indotto, raddoppiando negli ultimi 10 anni l’export, un risultato migliore della media europea e della Germania. a fronte di una diminuzione del 2% degli altri settori. Tra le regioni la Sicilia contribuisce con circa 1.000 addetti diretti, 2.500 nell’indotto e altri 9.000 nella distribuzione, intermedia e finale. A questi dati si aggiungono quelli della Provincia di Catania che rientra nella top 15 delle province farmaceutiche d’Italia.

I dati sono stati presentati oggi, nel corso del roadshow di Farmindustria dal titolo “Innovazione e Produzione di Valore. L’industria del farmaco: un patrimonio che l’Italia non può perdere”.

Innovazione e Produzione di valore è un percorso iniziato sei anni fa dalla Toscana, che ha toccato Emilia Romagna, Lombardia, Lazio, Puglia, Abruzzo, Marche, Toscana, Campania, Lombardia. A Catania, che rientra nella top 15 delle province farmaceutiche d’Italia, le aziende nel 2017 hanno fatto registrare quasi 270 milioni di export, una quota pari alla spesa farmaceutica pubblica dell’intera provincia.

“Occupazione qualificata, investimenti sul territorio e produzione made in Italy sono le caratteristiche dell’industria farmaceutica del Paese - dichiara Massimo Scaccabarozzi,Presidente di Farmindustria- Le imprese del farmaco generano un’occupazione stabile e qualificata anche per i giovani, in linea con il loro percorso di studi. E investono nel Paese 2,8 miliardi all’anno in Ricerca e Innovazione, grazie alla fiducia nei nostri ricercatori e nella rete di ricerca. Con risultati evidenti: l’Italia è leader continentale nelle terapie avanzate (3 su 6 autorizzate in Europa sono di origine italiana). E il Sud è parte integrante di una realtà che rappresenta al meglio l’italianità hi-tech nel mondo.”

FONTE: Quotidiano Sanità
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27 aprile, 2018

La tecnica CancerSEEK, biopsia liquida per migliorare la forza diagnostica in campo oncologico

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Da molto tempo si cerca di ottimizzare la diagnosi del tumore attraverso metodi poco invasivi ed il più efficaci possibile. Gli ultimi anni hanno visto una serie di test sperimentali chiamati biopsie liquide che promettono di rilevare e localizzare i tumori da un semplice prelievo di sangue. Molti di questi test sono pensati per rilevare un singolo tipo di cancro, individuando specifiche sequenze di DNA che circolano libere nel sangue. Le cellule tumorali possono infatti rilasciare, dopo la loro lisi o durante il loro ciclo vitale, vescicole contenenti DNA che può essere rivelato ed utilizzato come marker. Da qui nasce CancerSEEK.

Molti gruppi nel mondo accademico e in quello industriale si sono concentrati sull’uso di biopsie liquide. I vantaggi sono molti, sono molto meno costose di pratiche più invasive come le biopsie e molto meno traumatiche anche per il paziente. Tuttavia tali prelievi venivano usati per monitorare la progressione del cancro e per guidare i medici nella formulazione di un piano di trattamento.

Ma l’oncologo Nickolas Papadopoulos del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora, nel Maryland, e i suoi colleghi volevano sviluppare un test in grado di rilevare i tumori in una fase precoce, quando sono più facili da trattare.

Un test con queste caratteristiche è molto difficile da mettere a punto. Tumori di piccole dimensioni non liberano tanto DNA nel sangue, come invece fanno i tumori più grandi. E i falsi positivi sono un problema per i test che devono essere somministrati a grandi popolazioni di individui sani: un risultato sbagliato può causare alle persone stress eccessivo e portare a trattamenti non necessari e potenzialmente dannosi.

Per aumentarne la sensibilità, i ricercatori, hanno pensato quindi ad un esame composto sia da una analisi genica del DNA libero che da una analisi proteica. Il test che hanno sviluppato – chiamato CancerSEEK – esamina i livelli di otto proteine e la presenza di mutazioni in 16 geni.

Il gruppo ha testato la biopsia liquida su persone già diagnosticate con una di otto forme di cancro: ovarico, fegato, stomaco, pancreas, esofageo, colon-retto, polmone o seno. E hanno escluso le persone il cui cancro si era diffuso ad altre parti del corpo, in modo che potessero concentrarsi sulle prime fasi della malattia.

L’efficacia di CancerSEEK variava ampiamente a seconda del tumore: ha rilevato il 98 per cento dei tumori ovarici, ma solo il 33 per cento dei casi di cancro al seno. È stato in grado di individuare l’organo in cui la malattia aveva messo radici in circa il 63 per cento dei pazienti. Ma il test ha ottenuto risultati migliori sui tumori in stadio avanzato rispetto a quelli precoci, trovando il 78 per cento della malattia in stadio III rispetto al 43 per cento dei tumori in stadio I.

Risultati ottimi afferma Rosenfeld direttore scientifico dell’azienda Inivata di Cambridge, ma aggiunge la sua preoccupazione sulla possibile presenza di tumori non diagnosticabili attraverso CancerSEEK. Un’altra preoccupazione è che il tasso di falsi positivi possa essere più alto nella popolazione generale, dice Catherine Alix-Panabières, ricercatrice oncologa dell’Università di Montpellier, in Francia. Alcune persone apparentemente sane potrebbero covare malattie infiammatorie che alterano i livelli delle proteine rilevate dal test, afferma.

Potrebbero volerci anni per affrontare questi problemi. Ma i ricercatori hanno già iniziato uno studio che testerà CancerSEEK in almeno 10.000 individui sani. Nel frattempo, ci si aspetta di vedere altri gruppi di ricerca perfezionare le proprie biopsie liquide combinando il sequenziamento del DNA con altri esami del sangue, afferma Alberto Bardelli, ricercatore oncologo presso l’Istituto per la ricerca e la cura del cancro di Candiolo di Torino.

FONTE: Close Up Engineering
AUTORE: Marco Franzon
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16 marzo, 2018

L'OMS avverte: troppa plastica nelle acque minerali

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La microplastica è ampiamente diffusa nelle bottiglie d’acqua in Pet (polietilene tereftalato), come ha dimostrato un’analisi condotta dalla State University di New York per conto del progetto giornalistico Orb Media. I ricercatori hanno analizzato 259 bottiglie di undici marchi tra i più famosi del mondo, in 19 località di nove nazioni e i risultati sono stati allarmanti. Eccetto 17 campioni, in tutti gli altri sono state trovate microplastiche con una concentrazione media di 314,6 per litro, ma con punte fino a oltre 10 mila. Per le particelle di 100 micron (0,1 millimetri) di dimensione la concentrazione è risultata di 10,4 per litro. Contattati dai giornalisti di Orb Media, due degli undici marchi esaminati hanno ammesso che i loro prodotti contengono microparticelle di plastica, ma che lo studio presenta numeri esagerati. Gli altri non hanno risposto.

I Paesi dove sono state effettate le analisi sono: Stati Uniti, Messico, Brasile, Libano, Kenya, India, Cina, Thailandia e Indonesia. I marchi coinvolti: Epura e Aquafina (PespiCo), San Pellegrino e Nestlé Pure Life (Nestlé), Dasani (Coca-Cola), Minalba (Edson Queiroz), Evian e Aqua (Danone), Gerolsteiner (Gerolsteiner Group), Bisleri (Bisleri International), Wahaha (Hangzhou Wahaha Group). Il campione analizzato di acqua San Pellegrino, acquistato dai ricercatori su Amazon, è risultato quello con il secondo minore contenuto massimo di particelle: 74 per litro. Un campione di Nestlé Pure Life, sempre acquistato su Amazon, aveva un contenuto di 10.390 particelle per litro.

Il tipo più comune di plastica rinvenuto nell’acqua delle bottiglie non è però il Pet, il tipo di plastica impiegato per realizzare il corpo della bottiglia, bensì il polipropilene che viene invece sovente utilizzato per i tappi. Comunque non una buona notizia in vista della Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo.

FONTE: Corriere.it
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13 marzo, 2018

Diabete, proposta una classificazione più articolata (in 5 categorie)

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E se non esistessero solo due tipi di diabete, ma (almeno) cinque? Lo propongono alcuni ricercatori su The Lancet: Diabetes & Endocrinology sostenendo che è tempo di andare oltre le consuete definizioni secondo cui il diabete di tipo 1 è quello dei bambini in cui ci sono gli anticorpi contro l’insulina, l’ormone indispensabile per utilizzare lo zucchero in modo corretto, mentre il tipo 2 compare negli adulti e dipende da dieta sbagliata e obesità.

Semplificazioni, come dimostrano l’analisi di oltre 15mila pazienti e l’esperienza clinica: per esempio, sono sempre più frequenti casi di diabete da eccesso di peso nei giovanissimi o adulti con una produzione di insulina azzerata e quindi una malattia molto più simile al diabete di tipo 1 (è successo alla premier inglese Theresa May, che ha scoperto di avere un diabete insulino-dipendente a 56 anni). Gli autori della ricerca, considerando l’età all’esordio dei sintomi, il grado di resistenza all’insulina e l’indice di massa corporea, hanno proposto perciò cinque «nuovi» tipi di diabete:

1. diabete autoimmune: si manifesta nei bambini e si associa alla presenza di anticorpi per l’insulina
2. diabete da deficit di insulina: simile al primo per scompenso metabolico ed età di comparsa ma senza gli anticorpi
3. diabete da resistenza all’insulina: in cui c’è un peso elevato
4. diabete correlato all’obesità: dove ci sono i chili di troppo ma non la resistenza all’insulina
5. diabete correlato all’età: simile al precedente ma tipico di persone più anziane.

I primi due sono perciò sottocategorie del diabete di tipo 1, gli altri sarebbero forme diverse del diabete di tipo 2 che oggi vengono ascritte indistintamente a questo. Una nuova classificazione non rischia di confondere solo le acque? No, perché come scrivono gli autori «Il diabete da resistenza all’insulina, per esempio, più spesso porta a deficit nella funzione renale: suddividere in modo più preciso i pazienti potrebbe modificare le cure, aiutando a renderle più “su misura”».

Senza contare che forse cinque sottocategorie, di fatto facce diverse dei tipi 1 e 2, non sono comunque abbastanza. C’è infatti pure chi, come appunto Theresa May, si ammala da adulto di un diabete su base autoimmune (gli esperti lo chiamano LADA, Late Autoimmune Diabetes in Adults): una forma intermedia della malattia, che si manifesta ben lontano dall’infanzia ma in cui la perdita della capacità di produrre insulina è completa e si instaura molto rapidamente. E c’è pure chi si è spinto a considerare l’Alzheimer un diabete di tipo 3: « Il legame fra l'eccesso di carboidrati e i deficit cognitivi passa dall'alterazione della sensibilità all'insulina, che nel cervello agisce come un neuromodulatore – dice il geriatra Giuseppe Paolisso dell’università Vanvitelli di Napoli –. In chi ha un alterato metabolismo degli zuccheri la sensibilità all'insulina a livello cerebrale diminuisce e ciò facilita la deposizione di placche di beta-amiloide, sostanza di scarto del metabolismo cerebrale correlata all'Alzheimer. Non a caso l'uso di farmaci antidiabetici riduce lievi deficit cognitivi nei pazienti che li manifestano».


FONTE: Corriere Salute
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15 dicembre, 2017

Internet, 8,8 milioni di italiani vittime di "fake news" sanitarie

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Internet è pieno di notizie false. Un problema che riguarda anche la salute.  Come conferma uno studio del Censis, realizzata con Assosalute, sempre più italiani sono vittime di fake news. Secondo i dati presentati circa 8,8 milioni di persone hanno trovato sul web informazioni mediche sbagliate, in tutto il corso dell'anno: studenti, anziani ma soprattutto 3,5 milioni di genitori che senza il parere del medico si sono fidati di quanto hanno letto su internet.

Il web è fonte d'informazione per oltre 15 milioni di persone in Italia.Tra questi il 17% consulta siti generici, il 2,4% i social network e solo il 6% siti istituzionali. Un dato importante della ricerca dimostra, però, che oltre il 69% degli italiani vorrebbe trovare informazioni certificate da esperti. Una richiesta che, come sostiene Marco Cossolo di Federfarma, potrebbe rigurdare il ruolo del farmacista, figura chiave nel rapporto tra medico e paziente. Secondo l'associazione di categoria, infatti,  "il rapporto tra internet, social e negozio fisico potrebbe essere  rinnovato per confutare le notizie false in circolazione".

L'importanza del ruolo di questa professione lo dimostra il fatto che sempre più italiani decidono di curare piccoli disturbi come gastriti, mal di testa e influenza con un'autodiagnosi. Nonostante ciò, nel nostro Paese spendiamo in farmaci da banco il 39% in meno rispetto alla media europea. Un consiglio, per curarsi nel modo adegiato, potrebbe venire proprio dai farmacisti che utilizzando il web promuoverebbero un'informazione corretta verso quanti finora erano caduti nella trappola delle fake news.

FONTE: TgCom24
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14 dicembre, 2017

Inghilterra, arrestato chirurgo che incideva il proprio nome sugli organi trapiantati

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Passava per uno dei migliori chirurghi dell'ospedale universitario Queen Elizabeth di Birmingham, in Gran Bretagna, e solo per caso, nel 2013, fu scoperto il suo "vezzo": il medico, infatti, lasciava le sue iniziali - SB - sul fegato che trapiantava. Il chirurgo-zorro, come era stato ribattezzato dalla stampa britannica Simon Bramhall, 53 anni, davanti al giudice ha ammesso le sue responsabilità. Due gli episodi dei quali risponderà risalenti al periodo da febbraio ad agosto 2013: la sentenza arriverà a gennaio.

Il chirurgo-zorro ha lavorato per 12 anni al Queen Elizabeth Hospital, fino alla sua sospensione nel 2013. Nel maggio 2014 presentò le sue dimissioni, ammettendo davanti a una commissione disciplinare, "l'errore".

Difficile stabilire quante volte il dottore abbia lasciato il "segno". Esperti chiamati a relazionare al processo hanno confermato che l'uso, seppur improprio, del gas argon non è ritenuto dannoso per l'organo e che normalmente i segni scompaiono.

Simon Bramhall usava gas argon, solitamente impiegato negli interventi per cicatrizzare, per lasciare, invece, la sua "firma". Il segno identificativo fu scoperto da un collega, che intervenne durante un'altra operazione su un suo paziente "marchiato".

La sua difesa punta sul fatto che l'uomo non fosse solo mentre operava e che quindi il tutto sia avvenuto "in presenza di colleghi". Per l'accusa, invece, le azioni del medico sono state eseguite "con un disprezzo per i sentimenti dei pazienti incoscienti".

FONTE: TgCom24
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08 dicembre, 2017

Salute, ansia e stress da lavoro al terzo posto fra le principali fonti di preoccupazione degli italiani

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Tormentati dall’ansia e dallo stress, legati soprattutto al lavoro, e impensieriti dalle malattie, gli italiani mettono la salute fra le loro preoccupazioni principali. Subito dopo le paure legate al terrorismo (47%) e alla precarietà del lavoro (43% che sale al 49% per i Millennials) c’è il timore di contrarre una malattia grave (41%), la diffusione di pandemie (36%) o più in generale di soffrire di salute precaria. La preoccupazione di non stare bene impensierisce più dell’instabilità finanziaria globale (26%) e del cambiamento climatico (23%). E a completare il quadro un italiano su tre pensa che il proprio stato di salute non sia “buono” ma solamente “medio”. È il ritratto che emerge dalla Consumer Attitude Survey, indagine realizzata dal gruppo assicurativo Aviva e condotta da Ipsos Mori sulla percezione della salute in 14 Paesi (Italia, Stati Uniti, Canada, Irlanda, Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia, Turchia, Cina, India, Hong Kong, Singapore e Indonesia).

Sono i malanni “fisici”, ma anche disturbi come ansia e stress che impensieriscono gli italiani. Il 40% ne ha sofferto nelle ultime quattro settimane, percentuale superata solo dagli indiani che arrivano al 60%. E la situazione è peggiorata nel 2017 rispetto al 2016, sia in Italia che negli altri Paesi.

Le cause? Il lavoro, dicono 2 italiani su 5.  Un malessere testimoniato anche dal fatto che c’è una fetta ampia, il 26%, che dichiara di non riuscire a staccare la spina quando non è in ufficio. Lo stress è però provocato soprattutto dall’insicurezza lavorativa, che tocca tutte le fasce di età ma per quasi la metà dei Millennials è la preoccupazione principale.

Il sogno degi italiani, in tema di salute, per i prossimi dodici mesi è proprio liberarsi dall’ansia, dallo stress e dalla depressione (33%) e dormire meglio (28%), più ancora che perdere peso e migliorare la propria forma fisica (25%).

Per quanto riguarda le cure, gli italiani le cercano online. Quando si sentono malati, prima ancora di rivolgersi ai medici, navigano in rete per informarsi su sintomi e patologie. Una propensione all’autodiagnosi online in cui ci superano solo turchi e indonesiani (rispettivamente 42 e 48%) e che ci accomuna agli irlandesi (39%). Ma per la propensione a leggere sui forum e social media le esperienze di altre persone con gli stessi sintomi e disturbi gli italiani detengono il primato.

Un ultimo dato riguarda le assicurazioni: a fronte di un’attenzione elevata sul fronte della salute meno di uno su dieci dei partecipanti al sondaggio di Aviva ha dichiarato di avere un prodotto assicurativo dedicato.

AUTRICE: Monica Zunino
FONTE: Repubblica.it
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31 luglio, 2017

Sanità, 12 milioni italiani rinunciano a prestazioni sanitarie per ragioni economiche

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Ben 12,2 milioni di italiani nell'ultimo anno hanno rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per ragioni economiche: 1,2 milioni in più rispetto all'anno precedente. Lo rileva il settimo Rapporto Rbm-Censis sulla sanità pubblica, privata e intermediata. Inoltre, continua a crescere la spesa sanitaria privata che nel 2016 è arrivata a 37,3 miliardi di euro ed è sostenuta in grandissima parte direttamente dalle famiglie.

L'Italia continua ad avere una spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil inferiore a quella di altri grandi Paesi europei. Nel nostro Paese è pari al 6,8% del Pil, in Francia all'8,6%, in Germania al 9%. In questi anni il recupero di sostenibilità dei servizi sanitari regionali non è stato indolore e ha impattato sulla copertura per i cittadini.

Aumentate le difficoltà di accesso al sistema pubblico - Le liste d'attesa sono sempre più lunghe. I dati del Rapporto RBM-Censis indicano che per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno l'attesa arriva in media a 142 giorni. Per una colonscopia l'attesa media è di 93 giorni (6 giorni in più rispetto al 2014), ma al Centro di giorni ce ne vogliono mediamente 109. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni (6 giorni in più rispetto al 2014), ma al Sud sono necessari 111 giorni. Per una visita cardiologica l'attesa media è di 67 giorni (8 giorni in più rispetto al 2014), ma l'attesa sale a 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni (8 giorni in più rispetto al 2014), ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (18 giorni in più rispetto al 2014), con un picco di 77 giorni al Sud.

FONTE: TgCom.it
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12 maggio, 2017

Europa, attacco hacker mette fuori uso i pc degli ospedali inglesi

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Diversi ospedali britannici hanno affermato di avere seri problemi con i loro computer, apparentemente a causa di attacchi informatici. Alcuni istituti di Londra, del nord ovest dell'Inghilterra e di altre parti del Paese sono arrivati al punto di chiedere ai loro pazienti di non recarsi presso le loro strutture "se non in casi di emergenza". Sui pc è comparso un messaggio con la richiesta di pagare un riscatto di 300 dollari in bitcoin.

Il servizio sanitario britannico ha quindi confermato che gli ospedali che hanno denunciato problemi ai loro sistemi informatici sono stati colpiti da un ransomware, ma non ci sono indicazioni che gli hacker abbiano avuto accesso ai dati dei pazienti.

Secondo il Nhs Digital, che supervisiona la cyber-sicurezza degli ospedali, per l'attacco è stata utilizzata una variante del malware "Wanna Cryptor", che tiene in "ostaggio" i computer infettati mentre i pirati informatici chiedono un riscatto. Secondo la stessa fonte, l'attacco "non ha specificamente preso di mira il Nhs, e sta infettando organizzazioni di diversi settori".

L'attacco informatico sembra però essere ben più esteso: secondo la Bbc, infatti, il ransomware ha colpito organizzazioni e aziende in mezza Europa. Segnalazioni di casi simili sono giunte anche da Spagna, Italia, Portogallo, Russia e Ucraina.  Nel nostro Paese sarebbero state prese di mira le università.

FONTE: Tgcom.it
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17 gennaio, 2017

Biblioterapia: l'ospedale che regala libro con la dimissione...

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I benefici derivanti dalla lettura di un buon libro, possono essere, a volte, per i pazienti, più efficaci delle cure tradizionali; per questo, il reparto psichiatrico dell’ospedale “Luvini” di Cittiglio ha deciso di adottare per i propri degenti il metodo della biblioterapia, con l’obiettivo anche di “umanizzare” l’ambiente ospedaliero.

Da anni, è aperta ai pazienti del reparto psichiatrico del nosocomio di Cittiglio una biblioteca che mette a disposizione numerosi libri da leggere, per rendere meno noiosa la giornata; da pochi giorni, anche allo scopo di promuovere la lettura, si è avviata anche una nuova prassi, ovvero che il libro che un paziente ha iniziato a leggere, ma che non ha ancora terminato, viene regalato al momento della dimissione dall’ospedale.

«La biblioterapia - spiega il primario Isidoro Cioffi - è un crescente movimento di opinione che si propone di difendere il libro cartaceo, oggi in crisi più che mai in un Paesecome l’Italia, in cui si legge pochissimo e dove bisognerebbe, in prima istanza, educare i bambini, fin dalla più tenera età, ad amara, apprezzare, cercare il libro come si fa con il migliore amico».

Una sorta di book therapy preventiva insomma. «Ciò costituirebbe - prosegue il primario del reparto di psichiatria di Cittiglio - una forma di prevenzione dai disagi sociali come l’abbandono scolastico, le dipendenze e la depressione in età avanzata». La book therapy nasce agli inizi del ‘900 negli Stati Uniti, dove è tutt’oggi molto diffusa, così come in Inghilterra.

«Un buon libro - aggiunge lo psichiatra Marco Piccinelli - può appagare in maniera variegata, aiutare a sentirsi capiti, meno soli, a maturare in senso psicologico e culturale, ad allargare i propri orizzonti, a superare barriere e pregiudizi, a vedere la vita da altri punti di vista». I benefici per i pazienti insomma, sono molteplici e di diversa natura, come conferma anche un’altra operatrice del reparto, la caposala Nicoletta Bezzolato, la quale sottolinea come un libro «può regalarci emozioni, relax e compagnia».

Tutti i libri della biblioteca del reparto di psichiatria dell’ospedale di Cittiglio sono frutto di generose donazioni di associazioni e semplici cittadini; i mobili della libreria, frutto anche questi di un lascito, sono stati restaurati grazie al lavoro di un gruppo riabilitativo attivato in reparto, coordinato dall’infermiere Pietro Palamara.

FONTE: La provincia di Varese.it
AUTORE: Matteo Fontana
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15 gennaio, 2017

Fra sei anni un vaccino contro il rinovirus, il virus del comune raffreddore

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Un ricercatore dell'università di Vienna ha brevettato un vaccino che protegge dal raffreddore, un passo potrebbe portare a una versione da mettere in commercio entro sei anni. Lo afferma l'ideatore, Rudolf Valenta, in un'intervista all'Independent.

Il sistema immunitario, spiega Valenta, che ha oltre 200 pubblicazioni sull'argomento, non riesce a combattere i rinovirus, i principali responsabili del raffreddore, perchè si concentra sul centro del virus, che è passibile di mutazioni. Al contrario il vaccino messo a punto ha come obiettivo il guscio protettivo del microrganismo, che si ancora alle mucose della bocca, del naso e della gola e nello stomaco favorendo l''aggressione', e che non varia tra i diversi ceppi. "Abbiamo preso alcuni frammenti del guscio - spiega Valenta - attaccandoli ad una proteina di trasporto. E' un principio molto vecchio, 'riprogrammare' la risposta immunitaria sull'obiettivo giusto".

La ricerca, spiega Valenta, è in fase avanzata. "Con la prima proteina che abbiamo costruito abbiamo una inibizione molto buona della malattia - afferma -, siamo convinti di essere sulla buona strada. Se riusciremo ad avere i fondi per i test clinici possiamo metterlo a punto in sei-otto anni".

FONTE: Ansa.it
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21 ottobre, 2016

L'ovaio può produrre "nuove" cellule uovo oltre alle preesistenti? Ricerca in campo oncologico pone nuove prospettive...

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Una scoperta riportata dal Guardian sembrerebbe contraddire uno dei dogmi sulla vita riproduttiva femminile: quello secondo il quale le donne nascono con un determinato numero di cellule uovo, e che in nessun modo si può aumentare questa riserva, che anzi è destinata ad assottigliarsi col tempo. Ma un piccolo studio dell'Università di Edimburgo, condotto su un gruppo di pazienti oncologiche, dimostrerebbe che le giovani donne trattate con un particolare farmaco chemioterapico hanno una densità di cellule uovo maggiore di quella di donne sane della stessa età. Gli ovuli extra sembrano giovani, simili a quelli tipici dell'età prepuberale, un aspetto compatibile con la loro recente formazione.

La ricerca, fatta attraverso biopsie ovariche, era inizialmente mirata ad accertare che il trattamento antitumorale, chiamato ABVD, non causasse problemi di fertilità come altri farmaci usati contro il cancro (in questo caso, il linfoma di Hodgkin). Ma se confermata, al di là degli effetti del farmaco in sé, vorrebbe dire che in certe situazioni, le ovaie possono produrre nuove cellule uovo: quelle delle pazienti trattate hanno mostrato un numero di ovuli da due a quattro volte maggiore rispetto ai soggetti di controllo. Tuttavia sono in molti a sollevare dubbi sui risultati. Gli ovuli "extra" osservati potevano essere già presenti, e sono stati forse riportati in superficie per lo stress della terapia; oppure i follicoli - le unità funzionali dell'ovaio - potrebbero essersi divisi in due o più parti in risposta al trattamento.

Autrice: Elisabetta Intini
Fonte. Focus.it http://www.focus.it/scienza/salute/il-corpo-femminile-puo-produrre-nuove-cellule-uovo
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20 ottobre, 2016

Intelligenza umana contro algoritmi del computer: la professione medica è sostituibile?

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I medici - si sa - possono sbagliare una diagnosi. I computer possono fare di meglio? Non è una domanda campata per aria, dato che l’intelligenza artificiale ha sostituto l’essere umano in molti compiti, dal centralinista all’archivista. Le macchine sono in grado di giocare bene a scacchi, di tradurre in automatico lingue straniere, comporre musica carica di emotività e, per tornare alla medicina, leggere elettrocardiogrammi e radiografie. Un gruppo di ricercatori ha provato a fare un confronto diretto medici-computer riguardo alla diagnosi di malattie. Gli scienziati della Harvard Medical School di Boston hanno paragonato le capacità di fare una diagnosi corretta di 234 dottori in carne e ossa con quelle di 23 tra i più comuni software reperibili online che, a partire da un insieme di sintomi, elaborano un responso. Sia computer sia medici sono stati messi alla prova su 45 casi clinici: dovevano ipotizzare, a partire dalla descrizione dei sintomi e da una serie identica di informazioni sul caso, quali fossero le diagnosi più probabili, elencandone tre.

Il confronto, a quanto pare, si è concluso con una sconfitta netta per i computer, come riporta l’articolo pubblicato su Jama Internal Medicine. Mentre i medici hanno elencato la diagnosi giusta tra le prime tre proposte 72 volte su 100, i software ci sono riusciti solo in poco più della metà dei casi. Inoltre, nel complesso, l’hanno azzeccata l’84 per cento dei medici, contro il cinquanta per cento dei software. I computer sono andati particolarmente male rispetto ai dottori in carne e ossa quando il caso era di una malattia rara e grave, se la sono invece cavata meglio quando si trattava invece di malanni più comuni e poco seri.

Nonostante la palese inferiorità delle macchine in questo campo, gli autori dello studio sostengono che valga la pena continuare a lavorare per incrementare le loro capacità diagnostiche: dopotutto, come mostra un recente rapporto americano,  i medici sbagliano comunque nel 15 per cento dei casi.

Autrice: Chiara Palmerini
FONTE: Focus.it
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13 ottobre, 2016

Biologia, ricercatori ipotizzano il limite di durata massima di vita a 125 anni

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Dal XIX Secolo in poi l'aspettativa di vita media è aumentata quasi costantemente grazie ai miglioramenti nella sanità pubblica, nella dieta, nella cura dell'ambiente e in altre aree della tecnologia e della #medicina. In media, per esempio, i bambini americani nati oggi possono aspettarsi di vivere fino quasi 79 anni a fronte di un'aspettativa di vita media di soli 47 per gli americani nati nel 1900. Dal 1970, la durata massima della vita è aumentata sempre e in modo progressivo.

Tuttavia, secondo i ricercatori dell'Albert Einstein College of Medicine, abbiamo già toccato il punto più alto di questo trend ascensionale: “benché i biologi e i demografi ritengano che non vi sono ragioni per predire una brusca frenata dell'innalzamento della prospettiva di vita, gli ultimi dati a disposizione suggerirebbero proprio questo inaspettato esito”. Ad affermarlo è Jan Vijg, uno degli autori di questa ricerca.

Possiamo sconfiggere malattie muscolari come le distrofie, curare traumi e compensare patologie come la sarcopenia ma, a quanto pare, biologia e genetica pongono dei limiti alla nostra sopravvivenza. Forse quali siano esattamente non lo sapremo mai, ma alcuni studi recenti stanno aumentando significativamente le nostre conoscenze.

Il Dottor Vijg e colleghi hanno analizzato i dati raccolti dal Human Mortality Database, che raccoglie informazioni da più di 40 paesi. Dal 1900 in poi, in questi questi paesi si registra un calo generale della mortalità: la frazione di ciascuna coorte di nascita (per esempio, le persone nate in un particolare anno) che sopravvivono alla vecchiaia (definita come tale dai 70 anni in su) aumenta in modo proporzionale alla progressione dell'anno di nascita. Tuttavia, quando si è passati a studiare l'aspettativa di vita, sempre a partire dal 1900, per i centenari si ottengono risultati inaspettati. I picchi si fermano a poco più di 100 anni, il che fa pensare che questo sia il limite massimo, biologicamente orientato, per la nostra specie.

Il campione principale è costituito da coloro che hanno raggiunto i 110 anni, che sono nati in quattro paesi (Stati Uniti, Francia, Giappone e la U.K.) che paiono i più longevi. Il numero di questi supercentenari è aumentato rapidamente tra i 1970 e i primi anni 1990, ma ha raggiunto un plateau intorno al 1995. Dopo la scomparsa, nel 1997, della donna più longeva, la francese Jeanne Calment che ha spento 122 candeline, i ricercatori hanno elaborato alcune stime e modelli per comprendere meglio il fenomeno. In media, la durata massima della vita raggiunge i 115 anni e si suppone che oltre i 125 anni non si possa andare.

Al di là di questi calcoli meramente probabilistici, il senso di questi studi è duplice. Da un lato si tratta di capire, sul piano politico, quali strategie e riforme adottare a fronte dell'aumento dell'aspettativa di vita che caratterizza tutte le società contemporanee industrializzate. Dall'altro, lo studio delle varianti genetiche presenti negli ultracentenari sarà molto utile per implementare terapie e farmaci in grado di garantire alle persone di trascorrere la vecchiaia in buona salute.

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10 ottobre, 2016

Influenza 2016 "in forte anticipo" e "piu' pesante del previsto", FIMMG rinnova l'invito a vaccinarsi celermente

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L'influenza quest'anno sarà più pesante del previsto e per questo ''è più che mai necessario vaccinarsi presto''. L'invito arriva dai medici di famiglia riuniti a Chia Laguna per il Congresso nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg). ''L'arrivo in anticipo del virus e alcune sue mutazioni minacciano infatti una sua più vasta diffusione anche nella fascia di età 50-60 anni. Per questo è più che mai consigliato vaccinarsi tra fine ottobre e primi di novembre", raccomanda Silvestro Scotti vice segretario nazionale vicario della Fimmg. Il nuovo virus influenzale del ceppo A/H3 quest'anno minaccia di mettere in anticipo a letto sei milioni di italiani.

A far prevedere un'ondata influenzale più pesante del solito sono due fattori, spiega Tommasa Maio, che è Segretario nazionale Fimmg Continuità assistenziale: ''Il primo è il largo anticipo con il quale quest'anno, già a fine agosto, è stato isolato il virus in un bambino nato in Marocco e proveniente dalla Libia. Fatto questo che ne prefigura una più ampia diffusione, soprattutto tra le persone non ancora vaccinate. In secondo luogo, i virus A/Hong Kong (H3N2) e B/Brisbane, isolati dall'Istituto superiore di sanità, contengono piccole mutazioni che predispongono a una maggiore circolazione dell'influenza. Questo perché né i bambini, né le persone a rischio che solitamente si vaccinano possiedono gli anticorpi che fungono da barriera alla malattia".

Ogni anno, le complicanze dell'influenza provocano la morte di ottomila persone, soprattutto anziani e dunque ''quest'anno - afferma Maio - è più che mai necessario vaccinarsi per tempo, soprattutto se si appartiene a una categoria a rischio: ultrasessantacinquenni, diabetici, immunodepressi, cardiopatici, malati oncologici, donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza''. Ma la prevenzione è consigliata anche alle persone sane: il nuovo 'Calendario della vita' presentato la scorsa settimana da Fimmg, Federazione dei pediatri Fimp e Società di Igiene Siti, consiglia infatti quest'anno la vaccinazione anche per le persone sane tra i 50 e i 60 anni, che a causa della mutazione del virus saranno a breve più colpite dall'influenza. Il vaccino è consigliato pure per i bambini sani, visto che l'influenza da 0 a 4 anni colpisce 10 volte più che tra gli anziani, ed 8 volte in più tra i 5 e i 14 anni.

FONTE: Repubblica.it
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09 ottobre, 2016

Nobel 2016 per la Medicina al biologo giapponese Ohsumi per la scoperta dell’autofagia cellulare, come la cellula "ricicla se stessa"

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Yoshinori Ohsumi, biologo giapponese, è il vincitore del Nobel per la Medicina, grazie ai suoi studi sul meccanismo dell’autofagia cellulare. «Le sue scoperte hanno portato a un nuovo paradigma nella nostra comprensione su come le cellule riciclino le sostanze di scarto - si legge nella dichiarazione dell'Assemblea dei Nobel, riunita al Karolinska Institute di Stoccolma - e hanno aperto la strada per apprendere l'importanza fondamentale dell'autofagia in molti processi fisiologici, come l'adattamento alla fame o la risposta alle infezioni».

L'autofagia è un insieme di processi programmati che la cellula mette in atto per distruggere parti di se stessa, liberandosi di tutte le sostanze inutili e consegnandole a un "reparto" specializzato nella loro distruzione, chiamato lisosoma. Si verifica in diversi contesti, sia fisiologici che patologici, ed è fondamentale durante lo sviluppo e il differenziamento cellulare. Nella crescita del sistema nervoso (periodo fetale) ogni neurone produce un gran numero di ramificazioni, ovvero connessioni con altri neuroni. Nella fase successiva si ha una potatura (pruning) dei rami ridondanti e quindi delle connessioni che si riducono moltissimo in numero. È durante questa fase di potatura che emergono le funzioni corrette. Un processo fondamentale: molte patologie sono oggi interpretate come risultato di un'alterazione dei processi di autofagia e per questo apre la possibilità di nuove strategie terapeutiche.

L'esistenza di questo meccanismo era stata ipotizzata fin dagli anni '60, ma solo le ricerche condotte negli anni '90 da Ohsumi hanno permesso di comprenderlo a fondo. Il biologo premiato con il Nobel è nato nel 1945 in Giappone, a Fukuoka. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Università di Tokyo nel 1974. Dopo aver trascorso tre anni negli Stati Uniti, nella Rockefeller University di New York, è tornato nell'Università di Tokyo, dove, nel 1988, ha istituito il suo gruppo di ricerca. Dal 2009 è professore presso il Tokyo Institute of Technology. «Sono estremamente onorato. Questo premio è la più grande fonte di gioia e soddisfazione per uno scienziato - ha dichiarato all'agenzia giapponese Kyodo -. Ai giovani vorrei dire che non tutta la ricerca scientifica può avere successo, ma è importante continuare la sfida». Oshumi ha pubblicato più di 180 articoli su riviste internazionali, a partire dal 1992. A Stoccolma riceverà un diploma, una medaglia d'oro e 8 milioni di corone (circa 830mila euro). «Il corpo umano ripete costantemente il processo di auto riciclaggio, o cannibalismo, creando un equilibrio assoluto tra formazione e disfacimento - ha spiegato lo studioso -. Fa parte del circolo della vita».

«Se consideriamo le cellule come una città osserviamo due regioni principali che servono per mantenere il bilancio di energia, da un lato le centrali di produzione (mitocondri), dall'altro il processo di eliminazione dei prodotti di scarto che vengono portati nelle "discariche" (i lisosomi) - spiega Francesco Cecconi, professore di Biologia dello sviluppo presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma Tor Vergata -. L'autofagia è appunto il processo che consente la consegna dei rifiuti ai lisosomi ed è regolato da microvescicole che trasportano il materiale, un po' come i camion della spazzatura. Se fotografiamo una cellula mentre è in atto questo processo vediamo appunto le vescicole (autofagosomi) trasportare parti della cellula stessa».

Gli studi sull'autofagia sono cominciati negli anni '60, grazie al biochimico belga Christian de Duve, Nobel per la Medicina nel 1974 insieme ad Albert Claude e George Emil Palade «per le scoperte sull'organizzazione strutturale e funzionale della cellula». «Allora si pensò che le vescicole "mangiassero" le parti di scarto, da qui il nome autofagia - aggiunge Cecconi -. In realtà si è poi scoperto che hanno solo funzione di trasportarle verso i centri di distruzione o riciclaggio. Ohsumi alla fine degli anni '90 ha capito il funzionamento del meccanismo studiando il lievito di birra (quello comunemente usato per fare il pane, ndr), un organismo unicellulare, e individuando i geni-chiave coinvolti». Il biologo è riuscito poi a dimostrare che lo stesso meccanismo che permetteva al lievito di liberarsi delle sostanze di scarto era presente in tutte le altre cellule, comprese quelle umane. Quali sono gli elementi che vengono eliminati? «Spesso si tratta di mitocondri danneggiati - spiega Cecconi - che, se lasciati nella cellula, produrrebbero radicali liberi in grande quantità, pericolosi per la salute dell'individuo. In altri casi gli scarti vengono riciclati: per esempio proteine di grandi dimensioni o molto resistenti. La scoperta di Ohsumi riguarda anche diverse malattie neurologiche, come il Parkinson e l'Alzheimer: gli aggregati che si formano dentro i neuroni vengono eliminati allo stesso modo, da autofagosomi e lisosomi. Nelle persone sane il processo funziona perfettamente, nei malati l'autofagia non riesce a rimuovere completamente gli aggregati. Per questo ci sono oggi linee di ricerca sul possibile potenziamento del meccanismo di auto-distruzione in presenza di determinate patologie». Esistono anche studi sull'autismo, secondo cui il meccanismo di base della malattia sarebbe un difetto del processo autofagico che porta alla potatura delle connessioni tra i neuroni, per cui nel soggetto autistico si troverebbero molte più connessioni del normale. Un difetto che potrebbe essere dovuto all'alterazione di uno o più geni.

Gli studi del biologo giapponese si sono rivelati utili anche contro i tumori. «Alcuni tipi di cancro presentano una mutazione nei geni dell'autofagia per cui il processo è malfunzionante, gli organelli danneggiati si accumulano e c'è una super produzione di radicali liberi - chiarisce Cecconi -. In altri tumori l'autofagia è efficiente ma al contrario, nel senso che aiuta le cellule tumorali a difendersi. Per questi ultimi casi si studia la possibilità di "spegnere" il meccanismo in modo selettivo, solo nelle cellule malate». Grazie alle ricerche di Ohsumi, è cambiato il punto di vista anche per lo studio della risposta alle infezioni. «Virus e batteri vengono spesso rimossi con questo sistema - sottolinea Cecconi -, anche se alcuni patogeni riescono a nascondersi alla vista dei nostri "camion della spazzatura". La scoperta è di fondamentale importanza e il Nobel era nell'aria da diversi anni. Oggi l'autofagia viene studiata da molti gruppi di ricerca, tra cui il nostro. Quando ho iniziato a lavorarci, nel 2000, mi chiedevo come sia possibile che il meccanismo sia rimasto sconosciuto per così tanti anni: si tratta di un fenomeno della biologia di base, l'ultimo ad essere rimasto ignoto all'uomo. Nei libri di testo compare solo da poco tempo». Dai primi anni 2000 il numero di articoli pubblicati nel mondo sull'autofagia è aumentato esponenzialmente, arrivando a 4.254 articoli su riviste internazionali nel solo anno 2015.

«Si tratta di un Nobel assolutamente meritato - ha commentato Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e docente di Humanitas University, a Radio3 Scienza -. Le nostre cellule fanno fagocitosi, ovvero mangiano pezzi di se stesse, giocando un ruolo fondamentale per le nostre difese. Da una parte questo meccanismo permette la pulizia della cellula, dall’altro permette alla cellula stessa di sostenersi in situazioni difficili». Per Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell'Università di Pavia, si tratta di «un riconoscimento fantastico alla ricerca di base». «L'autofagia è alla base di meccanismi fondamentali - spiega Redi -. Un processo importantissimo perché avviene in ogni tipo essere vivente complesso e in ogni fase, dall'embrione alla vecchiaia. È attivo in qualsiasi momento e, se si svolge in maniera sregolata, abbiamo lo sviluppo di una patologia».

Il Nobel segna per Ohsumi il culmine di una carriera costellata di titoli e riconoscimenti: sempre quest'anno il biologo ha ricevuto il prestigioso Wiley Prize in Scienze Biomediche, della Rockefeller University di New York. Nel 2015 aveva ricevuto altri tre premi: il Keio Medical Science Prize, assegnato ai ricercatori che hanno dato un contributo significativo alle scienze mediche o a quelle della vita; l'International Prize for Biology per l'eccezionale contributo al progresso della ricerca nella biologia fondamentale; il Gairdner Foundation International Award, assegnato da una fondazione canadese nel campo delle scienze mediche, considerato precursore del Nobel. In passato il biologo giapponese aveva ricevuto altri attestati, come il Fujihara Award, della Fujihara Foundation of Science (nel 2005), il Japan Academy Prize (2006) e il Kyoto Prize for Basic Science (2012).

 [Esplora il significato del termine: L’anno scorso il Nobel per la Medicina era stato assegnato al team composto dall’irlandese William C. Campbell e dal giapponese Satoshi Omura per le loro scoperte su una nuova terapia contro le infezioni causate da parassiti, e - a pari merito - alla cinese Youyou Tu, per le sue ricerche sulla cura della malaria. Il premio apre la settimana dei Nobel: seguono, a partire da martedì, quello per la Fisica, per la Chimica, per la Pace (l’unico assegnato a Oslo); lunedì 10 si torna a Stoccolma con il premio per l’Economia. Ultimo, il premio per la Letteratura che viene assegnato il 13 ottobre. ] L’anno scorso il Nobel per la Medicina era stato assegnato al team composto dall’irlandese William C. Campbell e dal giapponese Satoshi Omura per le loro scoperte su una nuova terapia contro le infezioni causate da parassiti, e - a pari merito - alla cinese Youyou Tu, per le sue ricerche sulla cura della malaria. Il premio apre la settimana dei Nobel: seguono, a partire da martedì, quello per la Fisica, per la Chimica, per la Pace (l’unico assegnato a Oslo); lunedì 10 si torna a Stoccolma con il premio per l’Economia. Ultimo, il premio per la Letteratura che viene assegnato il 13 ottobre.

FONTE: Corriere.it
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29 settembre, 2016

Vaccini, Senato annulla (dopo proteste) la proiezione ‪del film antagonista "Vaxxed"

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Il 26 marzo scorso il Robert De Niro decise di ritirare il film sul presunto legame tra autismo e vaccini in programma al Tribeca Film Festival di New York. Il controverso documentario antivaccinazioni Vaxxed: From Cover-Up to Catastrophe (Vaccini, dall’insabbiamento alla catastrofe), di Andrew Wakefield doveva essere proiettato in Italia il prossimo 4 ottobre nella sala Isma del Senato su proposta del senatore Bartolomeo Pepe, ex M5S, ora del gruppo Grandi Autonomie e Libertà, ma l’iniziativa è stata annullata dopo la valanga di proteste. Non solo politiche.

I primi erano stati i medici dell’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani: “È grave e pericolosa la divulgazione, per di più in una sede istituzionale, di un film palesemente antiscientifico che cavalca teorie supportate da dati fraudolenti per le quali l’autore è stato radiato dall’ordine dei medici”. “I vaccini – afferma il vice-presidente dell’Acoi Pierluigi Marini – hanno svolto e continuano a svolgere una funzione medica e sociale insostituibile. Proprio grazie ai vaccini sono state sconfitte malattie gravissime ed invalidanti. Le campagne contro la vaccinazione, con il loro substrato di populismi antiscientifici, possono avere effetti devastanti sulla salute pubblica. Società scientifiche ed istituzioni hanno il dovere di contrastare la diffusioni di tutte le credenze diffuse da moderni stregoni senza scrupoli che approfittano della buona fede e anche dell’ignoranza di alcune persone”. Poi sono arrivati lo “sconcerto e l’indignazione” del comitato Scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità. “L’iniziativa del Senatore è tanto più grave se si pensa al calo di oltre il 5% delle coperture vaccinali che si è verificato recentemente e che ha portato il nostro Paese sotto la soglia di sicurezza”.

“La mia è una posizione di estrema contrarietà, così come c’è l’indignazione di tutta la comunità scientifica nazionale e internazionale intorno a ciò che è propagandato da questo documentario – dice all’Ansa il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin – Quando l’antiscienza ha lo stesso diritto di tribuna della scienza non è un tema di democrazia ma di disinformazione”.

Pepe aveva annunciato anche una diretta streaming con Andrea Wakefield e il produttore Francesca Alesse e aveva spiegato l’iniziativa così: “Perché non sono mai troppi gli spunti per fare chiarezza sulla paventata pericolosità dei vaccini. Un documentario che Robert De Niro avrebbe voluto al Tribeca Film Festival e che invece è stato ostracizzato dalle lobby del farmaco. Nel dettaglio del documentario, si cerca la relazione tra le vaccinazioni e l’insorgere dell’autismo nei bambini. Al termine della proiezione, infatti, ci sarà un dibattito sul tema”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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07 settembre, 2016

In arrivo un sito "anti ciarlatani", promosso dalla FNOMCEO per contrastare le "false cure"

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"Attenti alle bufale": si chiamerà così il sito al quale sta lavorando la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) e che avrà l'obiettivo di informare i cittadini contro i ciarlatani e le "false cure" diffuse in Rete. Il nuovo portale dovrebbe partire entro un paio di mesi e coinvolgerà esperti di fama nazionale che forniranno risposte chiare agli utenti.

"Oggi la Rete rappresenta per un numero crescente di persone uno strumento fondamentale per informarsi, ma anche un luogo dove cercare cure e terapie che non sempre sono attendibili", ha affermato il presidente della Fnomceo, Roberta Chersevani. "Purtroppo, però, spesso si corre il rischio di rimanere impigliati in informazioni false, poiché sul web non vi è alcun controllo a garanzia della validità scientifica dell'enorme mole di informazioni veicolate", ha aggiunto.

L'obiettivo del progetto è dunque quello di "potenziare l'informazione ai cittadini, tenendo sempre presente che il Codice deontologico medico ha regole ben precise: il medico non può allontanarsi da posizioni validate scientificamente, pena la radiazione". Il vero problema, ha proseguito la Chersevani, "è che spesso dietro false e costose terapie si nascondono solo interessi economici, che fanno leva sulla debolezza delle persone malate".

FONTE: Tgcom.it
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23 agosto, 2016

Concorso Scuola, "bocciato" il 55,2% dei prof, 23 mila cattedre rimarranno vuote

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Meglio un somaro in cattedra o un somaro a spasso? Messa così la risposta è ovvia: non c’è un solo genitore disposto ad affidare il figlio a un insegnante scadente. Non uno. Ma sono così tanti i dubbi e le contestazioni sul concorsone per assumere 63.712 docenti dalle materne alle superiori che c’è da chiedersi: qual è il confine esatto tra la «somarite» di una classe docente demotivata e una selezione che qua e là pare essere stata studiata apposta per bocciare? Certo è che il setaccio sta dando esiti agghiaccianti: un posto su tre resterà vuoto: i candidati non sono all’altezza. Bocciati. Il quadro, apocalittico, emerge dall’ultima ricerca di Tuttoscuola, che da mesi al concorsone fa giustamente le pulci: sulla scelta delle commissioni, sulle paghe da fame ai commissari (50 cent per ogni prova scritta), sui quesiti prescelti (Ernesto Galli della Loggia ha scritto che quelli di storia appaiono «più che un esame un tentativo di decimazione») fino all’abisso che separa il Nord dove sono i posti vuoti e il Sud da dove tanti «prof» spinti a trasferirsi urlano alla «deportazione»...

Dice dunque il monitoraggio che gli «scritti» (conclusi il 28 aprile) fino ad oggi esaminati in quasi tre mesi dalle 825 commissioni e 202 sottocommissioni sono circa la metà del totale dunque, a causa delle regole che prevedono venti giorni di stacco tra scritti e orali, «solo il 62% o poco più dei vari concorsi banditi riuscirà a concludere le procedure concorsuali in tempo utile». Cioè per il via all’anno scolastico. Un ritardo enorme. Risultato: anche quest’anno non tutte le cattedre saranno occupate da chi le ha vinte (mancanza di vincitori) ma una grossa quota finirà agli iscritti alle graduatorie ad esaurimento (dove queste ci sono ancora) o ai soliti supplenti annuali. Magari bocciati al concorsone.

Il panorama comunque, a metà percorso, è chiaro. Tra i 71.448 candidati già esaminati agli «scritti» di 510 «procedure», solo 32.036 sono stati ammessi agli orali. Il 55,2%, infatti, non è stato ritenuto all’altezza. Più bocciati al Nord, meno al Sud, spiega la tabella che pubblichiamo. Ma è difficile trarne motivo di polemica su severità e lassismo: la regione più selettiva è la Lombardia, quella meno il Friuli-Venezia Giulia. Allora? Il nodo è questo: se andrà così anche nelle graduatorie in arrivo fuori tempo massimo (315 per un totale di 93.083 candidati, in larghissima parte per l’infanzia e la primaria) è probabile un buco di circa 23 mila posti vacanti. Uno su tre. Troppo selettive le prove o troppo impreparati i concorrenti? Le due cose insieme, probabilmente. Emerge, racconta la rivista di Giovanni Vinciguerra, «una scarsa capacità di comunicazione scritta, in termini di pertinenza, chiarezza e sequenza logica e una carenza nell’elaborare un testo in modo organico e compiuto. Si ricava anche un campionario di risposte incomplete, errori e veri e propri strafalcioni, che sorprendono in maniera più acuta per il tipo di concorso in questione, ovvero una selezione tra chi si candida a insegnare alle nuove generazioni».

Onestamente: c’è qualche mamma che, per solidarietà verso chi soffre il dramma della disoccupazione, affiderebbe suo figlio a un docente di italiano che scrive «cmq» invece di comunque, «X» invece che «per» o «ke» invece di «che»? Ha studiato Dante e Petrarca o il manuale «Abbreviazioni per sms»? E chi accetterebbe un’insegnante che anziché svolgere il tema prescritto si rivolge ai commissari e chiede l’assunzione definendosi «una madre di famiglia con tre figli» alla ricerca del «posto fisso»? Massima comprensione, sia chiaro. Ma quella aspirante professoressa quali garanzie può dare a studenti che han diritto ad avere il meglio del meglio o almeno, scusate il bisticcio, un docente decente? Che se ne fa, un ragazzo che vuole imparare l’inglese, d’un professore che ignora cosa sia l’ormai diffusissimo «peer tutoring» (l’insegnamento della lingua attraverso il dialogo fra lo studente più forte e quello più debole) e lo confonde con il «peer touring» che non c’entra un fico secco? Per non dire degli strafalcioni ortografici, degli errori madornali perfino nei quiz a risposta chiusa (esempio: qual è la capitale della Svezia? -Parigi -Stoccolma -Bogotà -Madrid) o delle risposte surreali. «Cos’è un compito autentico?», veniva chiesto a chi aspira a lavorare nella scuola primaria. Per dirla facile facile: è un compito «vicino al mondo concreto» noto al bambino. Che non parli di cose astratte ma quotidiane e reali. L’Abc, per un maestro elementare. Risposta di un concorrente: «Un compito autentico è un compito fatto dall’alunno e non dal professore». Un capolavoro.

Erano 175.245 i candidati del concorsone. E tutti, sottolinea Tuttoscuola, avevano già «l’abilitazione all’insegnamento» presa magari «attraverso i percorsi abilitanti post lauream Tfa, Siss e Pas», a questo punto da rovesciare come calzini. Bene: «In alcuni compiti è emersa anche una scarsissima conoscenza dell’italiano, tanto da indurre alcuni commissari a chiedersi se si trattasse di candidati stranieri che non padroneggiavano bene la nostra lingua, salvo poi verificare che erano italianissimi». Per carità, era successo anni fa anche a un concorso per magistrati. Dove uno dei commissari, seccato per i piagnistei sulle bocciature, si era deciso a rivelare alcuni strafalcioni: da «qual’è» con l’apostrofo a «Corte dell’Ajax», dall’«a detto» senza l’acca a «risquotere». Con la «q».

Ma qui, spiega Tuttoscuola, è peggio: «La letteratura internazionale in materia di valutazione di sistema considera la qualità professionale degli insegnanti come la variabile più influente sui risultati degli studenti». Eppure da noi «in cima alle preoccupazioni dei decisori politici e sindacali non c’è stata la qualità degli insegnanti, ma il loro consenso politico, guadagnato (...) attraverso la sostanziale conservazione dello status quo dal punto di vista giuridico ed economico: carriera solo per anzianità e uguale per tutti gli insegnanti...». Accusa sacrosanta. E l’ecatombe di candidati alle scuole d’infanzia e alle primarie negli scritti esaminati finora (22,4% di ammessi agli orali: quattro su cinque no) pare l’indizio che la professione di insegnante basata sul vecchio patto non scritto «ti pago poco ma ti chiedo un po’ meno» ha finito per essere «inevitabilmente considerata non una prima scelta da parte dei migliori studenti universitari (fatte salve le eccezioni, che per fortuna non mancano), e anzi da molti una seconda o terza scelta». Ma possiamo, oggi, sopravvivere al degrado d’una scuola sempre più «stipendificio» e sempre meno concentrata sulla crescita degli studenti? «Inutile nascondersi dietro un dito», accusa la rivista: «Finché l’insegnamento non tornerà ad essere una prima scelta mancherà il presupposto principale per tenere alto il livello qualitativo della scuola italiana». Anche al di là delle eventuali magagne nelle selezioni.

Autore: Gian Antonio Stella
FONTE: Corriere.it (servizio in abbonamento)
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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