AFORISMA DEL GIORNO

29 gennaio, 2018

Dati ISTAT 2003-2014: la "prevenzione" funziona meglio al Nord, aumenta la mortalità per malattie neuropsichiatriche

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La salute degli italiani sta cambiando in maniera costante: guardando indietro anche solo di un decennio troviamo grandi progressi, ma anche qualcosa di cui preoccuparci. Secondo gli ultimi dati resi noti dall’Istat, infatti, dal 2003 al 2014 le malattie per cui si muore di più sono demenza, Alzheimer, Parkinson e diverse malattie infettive e parassitarie. Fra quelle in crescita, però, la causa di morte più comune è un’altra e riguarda i disturbi psichici e comportamentali: nel 2003 si contavano 1,5 morti ogni 10 mila abitanti, oggi sono 2,5. Un aumento tutt’altro che insignificante.

Se però allarghiamo lo sguardo al resto del quadro la situazione cambia parecchio, e c’è di che essere ottimisti: in generale sono poche le malattie per cui è aumentata la mortalità. Nel tempo, infatti, le tre principali cause di decesso sono diventate meno frequenti, migliorando molto le prospettiva di vita degli italiani: sono calate le malattie del sistema circolatorio, insieme a tumori e a malattie cerebrovascolari come gli ictus.

In ognuno dei grandi gruppi la mortalità è in diminuzione, dove più in fretta, dove meno. Proprio nel caso delle malattie del sistema circolatorio il miglioramento è stato rapido, e nell’arco di un decennio in diverse regioni il tasso di mortalità si è anche dimezzato. Anche nel caso dei tumori oggi la situazione è senza dubbio rosea rispetto a qualche tempo fa, ma la sfida resta difficile e i decessi diminuiscono con maggiore lentezza.

La situazione può essere illustrata bene con una mappa: area per area, la mortalità si riduce sia dov’era superiore alla media italiana, sia dove già risultava inferiore. Nella provincia di Roma – così come a Trieste e più in generale nel Nord-Ovest – il calo è evidente, mentre al sud il passo tende a essere più lento.

A guardare con attenzione, non mancano infatti aree ancora problematiche. Province come Caserta, Caltanissetta, Enna e soprattutto Napoli sono quelle in cui il tasso di mortalità è più alto, e parecchio superiore alla media nazionale. I numeri sono comunque migliorati rispetto a un decennio fa, ma restano eccezioni da tenere sotto osservazione in un panorama altrimenti positivo.

Le cause di decesso che crescono vanno invece inquadrate nel giusto contesto. Il tasso di mortalità legato a disturbi psichici, comportamentali o demenza è leggermente minore rispetto a quello del diabete, mentre le altre tre cause in crescita provocano decessi quanto i tumori al seno, o leggermente meno. Che siano meno frequenti, s’intende, non implica in alcun modo che siano poco importanti, né che il loro aumento non meriti di essere indagato.

La media italiana è un buon punto di partenza, ma ci aiuta a capire solo in parte: di nuovo troviamo ampie differenze fra regioni. In linea generale, la mortalità per malattie del sistema circolatorio – come gli infarti del miocardio – tende a essere maggiore nel Meridione, mentre nel Nord sono più pericolosi i tumori. Si tratta di un divario non da poco: per dare un’idea, il tasso di mortalità per le malattie cerebrovascolari in Sicilia è oltre il doppio che in Trentino Alto Adige.

Rispetto ai tre gruppi principali, tutte le altre cause di decesso appaiono invece assai più rare. Al di là delle malattie vere e proprie, troviamo catalogati anche eventi di diverso tipo con cui fare qualche confronto. A parità di tutti gli altri fattori, per esempio, è altrettanto comune morire per un incidente stradale che per una caduta, oppure per un tumore dei reni o dell’ovaio. Rari sono ormai i decessi per Aids, appena più comuni degli avvelenamenti accidentali o degli omicidi. Ancora più difficile è morire a causa della dipendenza da droga.

Un’altra grande linea di demarcazione è il genere. Le donne vivono diversi anni più degli uomini, e così naturalmente il loro tasso di mortalità è minore. Questo è vero in quasi tutti i casi, con qualche eccezione. Essere uomini o donne non fa differenza quando si tratta di asma, influenza o disturbi psichici e comportamentali, mentre per le donne la mortalità aumenta a causa dell’Alzheimer.

Esistono anche cause di decesso tipicamente maschili, nel senso che si verificano con maggiore frequenza negli uomini e meno nelle donne. Fra queste i tumori maligni della laringe, alla vescica o all’esofago, oppure l’abuso di alcool. Anche suicidi, incidenti stradali, annegamenti e omicidi colpiscono più gli uomini rispetto alle donne, nonostante siano poco eventi poco frequenti.

Confrontando malattie, eventi, persone e aree diverse entrano in gioco tantissimi fattori. Alcuni dipendono dalla genetica dei singoli individui, ma a spostare l’ago in una direzione o nell’altra spesso è anche il reddito o il livello d’istruzione, l’attività fisica oppure la dieta. Esiste un ampio divario fra fumatori e non fumatori, per citare un altro elemento, e certo incide anche il lavoro che svolgiamo o se per qualche motivo siamo esposti a sostanze inquinanti.

I numeri, ad ogni modo, non vanno presi alla lettera, anche quando provengono da una fonte ufficiale e affidabile come l’Istat. A volte è difficile determinare con esattezza una causa di morte, altre volte è cambiato nel tempo il modo in cui gli eventi vengono catalogati dai medici. Tutto questo crea un certo margine di incertezza: a volte, infatti, è possibile l’aumento di alcune malattie sia dovuto anche al fatto che i dottori oggi le prendono in considerazione più spesso.

Nel caso di decessi dovuti a traumi, tumori o malattie ben definite e di breve durata i numeri tendono invece a essere piuttosto affidabili. Più complicato è il caso delle patologie degenerative, che a volte possono impiegare anni a effettuare il proprio corso e non sempre è facile collegarle con precisione a un decesso.

AUTORE: Davide Mancino




FONTE: Corriere.it

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28 gennaio, 2018

Elezioni, fra protezionismi e fandonie la politica si "scorda" del "problema SSN"

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Basta coi tagli: la sanità italiana va rafforzata e riallineata ai principi di equità. Lo chiede all’unanimità una recente indagine conoscitiva della 12esima Commissione del Senato, che spinge per il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale. Senza però aver trovato grande eco da parte dei partiti: il tema della salute dei cittadini è praticamente assente dal dibattito politico di una campagna elettorale dove ha trovato spazio perfino la riapertura delle case chiuse. Anche a dispetto del fatto che la sanità rappresenta circa l’80% dei bilanci delle Regioni e che, come nel caso del Lazio, sia pure motivo di pesante indebitamento (10 miliardi su 25 dell’intera sanità italiana).

A leggere le parole del resoconto sommario, la situazione della sanità italiana rischia di peggiorare ulteriormente se la politica non interviene per garantire il diritto alla salute dei cittadini. “La sanità sta pagando un pesante contributo alle politiche di contenimento dei costi messe in atto dai governi succedutisi fino ad oggi, attraverso manovre di particolare entità per il Servizio sanitario nazionale che se da un lato hanno favorito una razionalizzazione del sistema, dall’altro stanno mettendo a dura prova i bisogni dei cittadini”, si legge nelle conclusioni dell’indagine sul Ssn. “Le restrizioni imposte alla sanità pubblica, in particolare nelle regioni sotto Piano di Rientro (…) stanno producendo effetti preoccupanti in termini di funzionamento dei servizi e di assistenza erogata ai cittadini, alimentando importanti diseguaglianze all’interno di un sistema che, al contrario, dovrebbe rispondere ai principi di equità”.

Secondo il Senato, questa tendenza non può continuare ancora a lungo: “la Commissione ritiene che, nei prossimi anni, il sistema non sia in grado di sopportare ulteriori restrizioni finanziarie, pena un ulteriore peggioramento della risposta ai bisogni di salute dei cittadini e un deterioramento delle condizioni di lavoro degli operatori”. Per questo, prosegue il documento, “la Commissione (Igiene e sanità, ndr) ritiene che la tutela della salute debba ritornare a pieno titolo a far parte dell’agenda delle priorità dei governi (nazionale e regionale)”. In che modo? Con un piano straordinario di investimenti, la ridefinizione e il monitoraggio dei livelli essenziali assistenziali (Lea) che, secondo il Senato, non sono garantiti su tutto il territorio nazionale. Parole che suonano come musica alle orecchie della Cgil che si sta battendo anche contro la tendenza del governo Renzi prima e Gentiloni poi di favorire lo sviluppo di welfare aziendale sottraendo risorse agli investimenti nella sanità pubblica e quindi alla sua universalità.

“Speriamo che la questione sanità entri a pieno titolo in questa campagna elettorale”, confida il responsabile welfare della Cgil, Stefano Cecconi. I precedenti non testimoniano a favore: “Da Monti in poi abbiamo assistito a dichiarazioni programmatiche di governi che non hanno assolutamente affrontato la questione della salute pubblica e del futuro del Servizio sanitario nazionale”, racconta Costantino Troise, segretario nazionale dell’Anaoo Assomed. “Siamo di fronte ad una colossale opera di mistificazione – prosegue Troise –. La politica chiede un voto nascondendo il progetto che ha in mente per la salute dei cittadini. Direi che è quanto meno curioso che i partiti non si esprimano sui piani che hanno per garantire il diritto alla salute in un sistema sanitario che avrebbe bisogno di un innesto di nuovi risorse economiche e professionali per far fronte alle esigenze di una popolazione che invecchia”. Per questo i medici di Anaoo Assomed hanno lanciato la campagna: #prima di votare, pensa alla salute. Un modo per invitare la gente a difendere con i denti il costituzionale diritto alla salute e per spingere la politica ad invertire la rotta su un tema del peso dell’universalità delle cure pubbliche per i cittadini.


AUTRICE: Fiorina Capozzi
FONTE: Il Fatto Quotidiano

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19 gennaio, 2018

Stasera in onda su Raitre "La Linea Verticale", una fiction "medical drama" ispirata alla drammatica realtà sanitaria italiana

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Tratto da un libro "best seller" dello scorso anno e ispirato ad una storia vera, "La Linea Verticale" è un "drama" con forti contorni di commedia e di ironia, che descrive la storia di un paziente qualunque alle prese con la dura realtà sanitaria italiana. Le tante facce della vita di reparto vengono riproposte in una chiave di lettura nuova, dove il paziente vive e racconta con i suoi occhi quegli aspetti di una  "Linea di potere" immaginata come una verticale e generante una gravità troppo spesso fonte di derisione per gli addetti ai lavori e svantaggiosa per il paziente stesso.

Di seguito la recensione tratta dal famoso sito Movieplay.it (a cura di Chiara Apicella):

"" Quando uscì sugli schermi italiani l'incomparabile serie Boris, urlammo al miracolo: non eravamo abituati da anni a un prodotto nostrano per la televisione così acuto e gustoso, che raccontasse vizi e slanci dell'Italia in maniera tanto realistica e al contempo surreale. Ne eravamo deliziati: avevamo saputo prenderci in giro con arguzia, esorcizzando e denunciando un microcosmo lavorativo che sembrava il plastico dell'Italia tutta.

La Linea Verticale è la nuova serie in onda su Rai3, in prima serata dal 13 gennaio e interamente disponibile sulla piattaforma gratuita RaiPlay già dal 6, scritta e diretta da Mattia Torre, una delle vulcaniche menti dietro Boris; di questa conserva l'umorismo cattivo, molti irresistibili interpreti, e quelle pennellate surreali. Ma lo spunto è più serio, l'impianto narrativo è di un medical drama (per ironia della sorte, come quello della serie fittizia in Boris, Gli occhi del cuore), e lo sguardo dietro la macchina da presa non è solo di scherno, ma anche di profonda gratitudine.

Primi minuti della prima delle otto puntate, da venticinque minuti l'una: Luigi (uno sferzante, annichilito e sempre in parte Valerio Mastandrea) fa le sue considerazioni dopo la scoperta di un cancro al rene. Immagina il suo funerale, che dovrà essere molto doloroso; a questo scopo, è escluso il rito cattolico, troppo criptico e distraente. Si racconteranno invece aneddoti della sua vita che uniscano "lo strazio a quella nota comica", e che faranno venire voglia a tutti gli astanti di farla finita. Già nei primi minuti s'intuisce la cifra della serie: tra il commovente e l'ironico, quell'umore vibrante e verissimo di chi ci è passato in prima persona, come Mattia Torre, conservando quella lucida tenerezza con cui ha potuto scriverne un libro e poi una serie, che inizialmente sarebbe dovuta essere uno spettacolo teatrale.

La voice-over di Luigi commenta continuamente la routine in ospedale, e dà vita a squarci e siparietti immaginati dal protagonista per evadere dal presente con filosofia e cinismo. È così che Luigi ci spiega come la rabbia anche lì dentro si sfoghi verticalmente, dal medico allo specializzando all'infermiere, e che sia da cercare in questa linea verticale il motivo per cui l'addetto alle pulizie è la persona più frustrata e scortese dell'ospedale. Ed è ancora con questo espediente che Luigi spiega come tutti si sfoghino sul pulsante dell'ascensore, premendolo nevroticamente o addirittura saltandoci sopra come farebbe un ninja. Le riprese ieratiche dal basso o dall'alto, e quelle inquadrature che quasi ricordano il "Cristo morto" di Mantegna, aggiungono un'aura di sacralità all'ironia, perché negli ospedali tutti i pazienti sono uguali, e non c'è distinzione per reddito o ceto, ma ognuno sviluppa una "intima e profonda dipendenza dai medici", esattamente come si fa con una divinità. Figure quasi ultraterrene e spesso presenti nei sogni, i medici che gravitano intorno a Luigi hanno un qualcosa in più rispetto agli altri esseri umani: possiedono le risposte. Peccato che, da parte dei medici meno ispirati e molto più sbrigativi del dio-chirurgo (Elia Schilton) che opera Luigi con affetto e dedizione, la diagnosi medica sia sempre la stessa: "è colpa dei vasi". Battuta geniale e sconsolata, che torna nelle puntate come un refrain.

Luigi non è un paziente abbandonato a sé stesso, ma ha un'amorevole moglie incinta (Greta Scarano) e una figlia di sette anni che gli compare di continuo, insieme alla compagna, in quei ricordi cui ci si aggrappa per sopravvivere. La moglie di Luigi va sempre a trovarlo, lo incoraggia parlando di resilienza, ma a un occhio più attento mostra un'espressione stanca e la radice dei capelli imbiancata, come quando si hanno pensieri più seri del rifarsi la tinta. E poi c'è la caposala (Alvia Reale), che ha un modo di fare ruvido ma si rivela comprensiva, e ama evadere con la mente dai corridoi ospedalieri grazie al melenso pop italiano.

C'è l'impareggiabile compagno di stanza Amed (Babak Karimi), considerato da tutti un migrante nonostante parli un italiano da filosofo, alternando momenti di compassione a deliri mistici e minacce di dieta vegana agli altri pazienti. C'è "il competente delirante" (Giorgio Tirabassi), che non si comporta da malato ma da dottore, elargendo diagnosi a tutti con bonaria petulanza e in fondo rimpiangendo gli aromi della sua trattoria. C'è Peppe (Gianfelice Imparato), che affronta la malattia col tipico ottimismo del "paziente recidivo", e si ricorda di tutti ma non viene riconosciuto da nessuno. C'è l'infermiera Giusy (Cristina Pellegrino), che minaccia in romanesco i pazienti ma in realtà li sostiene in tutte le loro assillanti pretese. E c'è il dottor Barbieri (Ninni Bruschetta), che la corteggia insistentemente e, coi pazienti, mescola diagnosi di un secondo a ottimi consigli spassionati, celando un odio viscerale nei confronti degli oncologi che, a differenza dei chirurghi, non combattono sul campo. E tutti i personaggi sono caratterizzati perfettamente, dai medici che minimizzano ai medici catastrofici, dal chirurgo primario fino alla paffuta infermiera filippina, che viene chiamata "Filippa" e lo spiega col fatto che gli italiani sono un popolo "semplicistico".

E c'è poi chi riserva al proprio mestiere molta meno dedizione: dal dottor Policari (Antonio Catania), che preferisce la musica alla medicina e si distrae ascoltando l'evocativa suoneria del suo cellulare, al dottor Rapisarda (Federico Pacifici), che si defila quando intravede domande, lamentele e rogne di varia natura, e che secondo le congetture di Luigi ha perfezionato un passetto apposito per voltare i tacchi senza dare troppo nell'occhio. E non solo i medici, ma anche i preti sembrano poco convinti della propria vocazione: Don Costa (Paolo Calabresi) dopo la scoperta della malattia non dispensa più consigli fumosi tra i letti dell'ospedale, ma si mostra impaurito e vulnerabile, e confessa che anche lui, come Ratzinger, pensa: "Boh!". In quella linea verticale che è la vita, tutti vacillano, con maggiore o minore empatia, con maggiore o minore egoismo; ma tutti sognano il mare, o quantomeno di raggiungere "a piccoli passi" il bar, se i valori dell'emoglobina lo consentono, facendo diventare un traguardo ordinare cinque caffè per gli infermieri che possono berlo.

Questo medical nostrano, un po' comico e un po' drammatico, racchiude un amore per la vita e per il ritorno alla vita che può consolare chiunque, malati e non, e che a un certo punto prende in prestito i meravigliosi versi di Borges, estendendo la celebrazione per la vita a quella per i medici, per gli infermieri, e per chiunque nel proprio mestiere profonda amore e impegno. Perché, oltre a essere un popolo semplicistico, l'Italia è anche composta da persone che fanno guarire gli altri, con tutti gli strumenti che hanno a disposizione. ""


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18 gennaio, 2018

Influenza, il "Yamagata" gioca un brutto scherzo: record di incidenza e quasi quattro milioni di casi

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Il 2017 sarà ricordato come una delle stagioni peggiori per la diffusione del virus influenzale, con un'incidenza fra le più elevate rispetto agli ultimi 15 anni. Tuttavia, questa non dovrebbe aumentare: gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità sono sicuri sulle stime secondo le quali l'influenza sta raggiungendo il picco proprio in queste prime due settimane di inizio anno. Sempre l'ISS stima un numero di casi pari a poco meno di 4 milioni: un'influenza che segna il record di casi, come 0non si vedeva dalle stagioni 2004-05 e dal 2009-10, anno dell'influenza A. Precisamente, nell’ultima settimana si contano 832mila nuovi casi, che hanno portato il totale a 3 milioni e 883mila. Il livello di incidenza è pari a 13,73 casi per mille assistiti. La fascia di età maggiormente colpita è quella dei bambini al di sotto dei cinque anni in cui si osserva un’incidenza pari a circa 30,8 casi per mille assistiti e quella tra 5 e 14 anni pari a 15,9. L’incidenza nei giovani adulti è pari a 13,8 e negli anziani a 7,8 casi per mille assistiti. In tutte le Regioni italiane il livello di incidenza è pari o superiore a dieci casi per mille assistiti tranne in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Provincia autonoma di Bolzano.

A favorire l'elevato numero di casi vi è stata la diffusione di una variante del ceppo B, il "Yamagata", variante non molto aggressiva e tuttavia "non coperta" dal vaccino trivalente (ma soltanto dal quadrivalente, solitamente utilizzato solo se richiesto specificatamente dal paziente o dal medico stesso). Tale variante ha contribuito a colpire soprattutto nell'età pediatrica e nel periodo festivo. Sarebbero quindi tre i fattori che hanno determinato quest'anno ad innalzare l'incidenza: 1) la vaccinazione anti-influenzale spesso non diffusa per quanto si dovrebbe 2) un ceppo meno atteso e che si diffonde maggiormente in età pediatrica cioè in individui immunologicamente "naive" 3) un vaccino paradossalmente "inefficace" poichè il trivalente è molto più utilizzato del quadrivalente.

L'influenza si presenta con i soliti sintomi: raffreddore, tosse e febbre molto alta che dura anche diversi giorni, malgrado l’uso di antipiretici. L’unico rimedio, visto che si tratta di una patologia virale, è quello di stare a letto, bere molto per prevenire la disidratazione, e seguire un’alimentazione leggera, ricorrendo agli antibiotici (ricordando che gli antibiotici sono poco utili nelle fasi iniziali di una malattia virale) solo sotto consiglio/prescrizione medica e soltanto per prevenire possibili complicanze (sovrainfezioni batteriche causanti bronchiti, otiti, ect).

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13 gennaio, 2018

Medici italiani in fuga dal "Malpaese", il 52% dei medici europei scappa dall'Italia

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C'era una volta la valigia di cartone, quella dei migranti in cerca di fortuna. Adesso il bagaglio si sarà pure trasformata in un trolley, ma a quanto pare la ricerca di una vita migliore resta una costante. Con la differenza, rispetto al passato, che tra gli espatriati ci sono professionisti con importanti specializzazioni, costate anni di studio e il sacrificio economico delle famiglie. E' il caso dei 10.104 medici che tra il 2005 e il 2015 hanno lasciato il loro Paese: su 100 dottori europei espatriati, ben 52 sono italiani.

A parlarne è il primo Rapporto di Enpam-Eurispes sul sistema sanitario italiano, in base ai dati forniti dalla Commissione europea. Il secondo Paese per maggiore numero di medici che vanno via è la Germania, ma si ferma al 19%. Meta principale degli stetoscopi viaggianti è la Gran Bretagna con il 33% di scelte, seguita dalla Svizzera con il 26%. Il dato, segnala il Rapporto, è tanto più allarmante per l'Italia in vista del futuro prossimo, ovvero da oggi al 2025, periodo per il quale si prospetta una forte quota di pensionamenti. Si stima che verranno collocati a riposo 47.300 medici specialisti del SSN, a cui si aggiungono i circa 8.200 tra medici universitari e specialisti ambulatoriali, mentre nello stesso periodo gli specialisti formati saranno solo 40.000. Se si conferma il trend dei giovani medici che scelgono l'estero, il saldo risulterà fortemente passivo, e i fenomeni di carenze professionali già diffusi ma non ancora esplosi si manifesteranno appieno, allargando oltre misura la forbice tra pensionamenti e nuovi ingressi.

"Lo Stato spende mezzo milione di euro per formare un medico specializzato e poi se lo prende la Svezia", ha commentato la signora Beatrice Lorenzin alla presentazione del Rapporto Enpam-Eurispes. "La realtà è che se un giovane medico va a lavorare altrove, vuol dire che sono state investite risorse a beneficio di altri Paesi", ha aggiunto, "l'Italia si impoverisce del proprio capitale umano, e se non c'è demografia, non c'è crescita economica".

Del resto il blocco del turnover, che da anni impedisce un ricambio del personale negli ospedali e nei presidi del Ssn, ha creato un esercito di medici, assistenti sanitari e tecnici che lavorano a partita Iva o addirittura con logica interinale. Il Rapporto definisce queste presenze a chiamata, o a gettone, vere e proprie presenze "ectoplasmatiche", poiché pur non risultando tra gli organici, lavorano come dipendenti e svolgono le stesse mansioni ma in una condizione di precariato assoluto.

Impossibile in queste condizioni pensare a una carriera, così come è risultato finora impossibile censire queste figure e determinare quanto incidano sul sistema. In particolare il rapporto cita l'area del Napoletano e del Casertano dove viene impiegata una media di 250 assistenti sanitari interinali nelle corsie dei maggiori ospedali. Con riferimento al 2011, e il dato non è stato aggiornato, risulta che nelle strutture della sanità pubblica operavano almeno 35mila precari, tra cui 10mila medici, con lavoro a gettone.

FONTE: Repubblica.it
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Statali, pugno di ferro sulle visite fiscali: varati incentivi economici per i medici compienti visite domiciliari

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Da oggi le visite fiscali per gli statali in malattia potranno essere anche ripetute più volte ed eseguite in prossimità dei giorni festivi e di riposo settimanali. In pratica, visite fiscali con controlli ripetuti più volte in un giorno, soprattutto a ridosso del fine settimana o in prossimità delle feste. E' una delle novità della riforma Madia che riguarda circa 3 milioni di dipendenti: previsti anche incentivi economici ai medici per spingerli a effettuare più accertamenti nelle zone d'Italia meno battute.

Salta invece l’armonizzazione tra il settore pubblico e quello privato che avrebbe parificato le fasce di reperibilità. La riforma Madia non si è adeguata alle osservazioni del Consiglio di Stato e ha lasciato invariate le vecchie fasce orarie peri i controlli per l’accertamento delle assenze dal lavoro per malattia.

Il decreto numero 206/2017 firmato dal ministro della Pubblica amministrazione di concerto con il ministro del lavoro Poletti, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 29 dicembre, è entrato in vigore oggi. L'obiettivo è quello di ridurre il più possibile l'assenteismo "strategico" dei dipendenti, specie a ridosso di festività o week end: una stretta iniziata dopo il famigerato capodanno dei vigili di Roma a cavallo tra il 2014 e il 2015 con l'85% del personale a casa per malattia. Dunque, tra le novità spicca la possibilità dei controlli reiterati. Il medico durante una malattia potrà recarsi anche più volte al giorno a casa del lavoratore, anche a distanza di poche ore. E, per incentivare i controlli fiscali, sono previsti dei premi economici ai medici proprio in base al numero delle visite effettuate.

Rimangono invariate, almeno per ora, le fasce orarie di reperibilità. Sette ore per i dipendenti pubblici(contro le 4 dei privati), e cioè dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L'obbligo di reperibilità sussiste anche nei giorni non lavorativi e festivi. Il dipendente inoltre è tenuto a comunicare preventivamente al datore, che a sua volta informerà l'Inps, l'eventuale variazione di indirizzo durante il periodo di prognosi. Sono esclusi dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità i dipendenti con “patologie gravi che richiedono terapie salvavita; causa di servizio riconosciuta” con riferimento alle prime tre categorie della Tabella A allegata al decreto del presidente della Repubblica 30 dicembre 1981 n. 834 o a patologie della Tabella E dello stesso decreto; “stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta, pari o superiore al 67%”.

All’articolo 1 viene stabilito che la visita fiscale può essere richiesta, dal datore di lavoro pubblico, fin dal primo giorno di assenza dal servizio per malattia del dipendente pubblico mediante utilizzo del canale telematico messo a disposizione dall’INPS. All’articolo 2, invece, viene scritto che le visite fiscali possono essere effettuate con cadenza sistematica e ripetitiva, anche in prossimità delle giornate festive e di riposo settimanale. All’articolo 3, invece, si parla di fasce orarie di reperibilità: dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L’obbligo di reperibilità sussiste anche nei giorni non lavorativi e festivi. Nell’articolo 4, invece, spazio alle esclusioni dall’obbligo di reperibilità. Con l’articolo 5, il medico è tenuto a redigere, nelle modalità telematiche indicate dall’INPS, il verbale contenente la valutazione medico legale relativa alla capacità o incapacità al lavoro riscontrata. L’articolo 6, invece, parla di variazione dell’indirizzo di reperibilità: deve essere comunicato dal dipendente all’amministrazione presso cui presta servizio. L’articolo 7 si parla della mancata effettuazione della visita per assenza del lavoratore all’indirizzo indicato: il medico fiscale rilascia apposito invito a visita ambulatoriale per il primo giorno utile presso l’Ufficio medico legale dell’INPS competente per territorio. Nell’articolo 8, invece, si afferma che, qualora il dipendente non accetti l’esito della visita fiscale, il medico è tenuto ad informarlo del fatto che deve eccepire il dissenso seduta stante e questo deve essere sottoscritto dal dipendente. L’ultimo articolo, il numero 9, infine, parla di rientro anticipato al lavoro: il dipendente deve richiedere un certificato sostitutivo che viene rilasciato dallo stesso medico che ha redatto la certificazione di malattia ancora in corso di prognosi o da altro medico in sostituzione.




FONTE: Web
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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