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AFORISMA DEL GIORNO

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01 ottobre, 2018

Premio Nobel 2018 per la Medicina a James Allison e Tasuku Honjo, fra i padri della immunoterapia antitumorale

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Il Premio Nobel per la Medicina 2018 è stato assegnato all'americano James P. Allison e al giapponese Tasuku Honjo. I due scienziati, attivi entrambi negli Stati Uniti, hanno effettuato ricerche sul freno naturale che riesce a bloccare l'avanzata dei tumori, sulle quali si basa l'immunoterapia. I due studiosi "hanno capito che si può stimolare il sistema immunitario per attaccare le cellule tumorali, un meccanismo di terapia assolutamente nuovo nella lotta ad un tipo di malattia che uccide ogni anno milioni di persone e che costituisce una delle più gravi minacce alla salute dell'umanità", si legge nelle motivazioni dell'Accademia.

Le ricerche di James P. Allison e Tasuku Honjo sono state una pietra miliare nella lotta contro i tumori perché per la prima volta hanno portato alla luce i meccanismi con i quali le cellule del sistema immunitario attaccano quelle tumorali.

Allison ha aperto la via a queste ricerche studiando le proteine che funzionano come un freno del sistema immunitario e intuendo le loro grandi potenzialità: manipolando il loro freno naturale sarebbe stato possibile aggredire i tumori con nuove armi.

Honjo ha segnato un altro passo lungo questa nuova strada scoprendo una proteina delle cellule tumorali che funziona anche come un freno, ma con un meccanismo d'azione diverso rispetto a quelli noti fino a quel momento. Entrambe le scoperte si sono tradotte nel tempo in nuovi approcci per la terapia contro i tumori che si stanno dimostrando molto promettenti.

«È importante che abbiano dato il premio e entrambi perché con la scoperta di questi circuiti negativi hanno aperto la strada all’identificazione di molecole cruciali per il progresso nelle terapie contro i tumori» spiega il professor Michele Maio, direttore del Centro di Immunoncologia dell’azienda ospedaliera universitaria Senese, uno dei maggiori esperti italiani in questo campo. «I due ricercatori hanno sostanzialmente intuito che esistono circuiti regolatori negativi da parte del sistema immunitario. Quando il sistema si attiva per eliminare per esempio virus o batteri, esprime proteine sulle membrane dei linfociti (Ctla-4) che si legano a un recettore che spegne l’attivazione dei linfociti T. Apparentemente non ha senso ma invece è importantissimo perché altrimenti avremmo linfociti continuamento attivati anche quando non c’è n’è più alcuna ragione. Si tratta di un meccanismo che ci evita un’infiammazione permanente. Da questa premessa Allison è partito per ipotizzare che bloccando l’interazione fra la proteina Ctla-4 e il suo recettore si sarebbe potuto de-attivare questo segnale di deattivazione del sistema immunitario. Lo ha fatto con un anticorpo monoclonale dimostrando che era effettivamente possibile mantenere un’attivazione del sistema immunitario per distruggere il tumore. Da qui si è arrivati ai primi farmaci usati a questo scopo nell’uomo nel 2011. Honjo, dal canto suo ha dimostrato la presenza di un’altra proteina, la Pd-1, e ha dimostrato che è in grado di mandare segnali negativi». In aggiunta il tumore può esprimere un recettore per la Pd-1 ,che consentono alle cellule del tumore stesso di eludere il riconoscimento da parte del sistema immunitario e quindi di continuare a riprodursi. L’immunoterapia contro i tumori agisce a questo livello, contrastando questi sistema chiave-serratura e impedendo così alle cellule tumorali di sfuggire alla cattura da parte di quelle del sistema immunitario.

La battaglia contro il cancro del resto ha registrato cambiamenti radicali negli ultimi anni. Le armi che si stanno studiando, e che già si cominciano a usare, sono capaci di riconoscere le sue trasformazioni e i suoi «piani»e agire di conseguenza. I ricercatori battono molte strade. C’è chi prova a tagliargli i rifornimenti con gli inibitori dell’angiogenesi (che impediscono di fabbricare nuovi vasi per procurarsi nutrimento). C’è chi studia bersagli stabili nelle sue cellule per «sparargli» proiettili precisissimi e chi «punta» a suoi processi biochimici specifici per sabotarli (con anticorpi monoclonali e terapie target). C’è chi affina la precisione della radioterapia e l’efficacia della chirurgia o dei farmaci tradizionali. C ’è poi chi cerca di «riconvertire» le cellule deviate, e chi prova a togliere i freni (che in sé sono utili) al sistema immunitario , in modo da scatenarlo senza remore contro il tumore, cercando al contempo di evitare che faccia danni al resto dell’organismo. Gli ultimi due, in estrema sintesi, sono i compiti che si danno gli studiosi che si occupano di immunoterapia dei tumori. Nel 2013 l’immunoterapia si era guadagnata il primo posto della top ten delle più importanti svolte scientifiche dell’anno. Nella classifica stilata ogni anno dall’Associazione Americana per il Progresso della Scienza e gli editori della prestigiosa rivista Science, l’immunoterapia era in cima alla lista delle scoperte fondamentali in virtù dei notevoli successi raggiunti in alcune sperimentazioni e nonostante mancassero ancora risultati definitivi e a lungo termine sulla sua efficacia curativa.



FONTE: Tgcom.it e Corriere.it
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08 novembre, 2016

E' scomparso il celebre medico italiano Umberto Veronesi

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Dalla quadrantectomia al linfonodo sentinella, dalla tecnica salva-capezzolo (‘nipple sparing’) alla radioterapia intra-operatoria. Umberto Veronesi, morto a Milano, è stato sempre avanti di anni rispetto al resto del mondo nel trattamento, soprattutto chirurgico, del tumore della mammella. Amava dire che una donna doveva uscire dalla sala operatoria così come era entrata. Quando 1969 espone a Ginevra, davanti a un consesso mondiale, la sua ricerca sulla quadrantectomia, cioè l’intervento che limita l’asportazione al quadrante mammellare sotto cui c’è il nodulo tumorale, e che era considerato non invasivo rispetto all’allora vigente dogma della mastectomia (l’asportazione totale della mammella), venne – riporta l’Ansa – ascoltato quasi con fastidio.

“Ero giovane, ero italiano – aveva raccontato di recente – venivamo considerati scienziati di serie B e in più trasgredivo all’ortodossia del tempo. In altre parole mi diedero del pazzo”. Lui è però sicuro delle sue ricerche e persevera nella sua pazzia, arrivando negli anni a operare con questa tecnica ben l’80% delle sue pazienti all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO). Ci vogliono 32 anni perché gli stessi americani che lo avevano sbeffeggiato nel 1969 sono costretti a dargli ragione: il 17 ottobre 2002 il New England Journal of Medicine, pubblica un lavoro da cui emerge che a distanza di 20 anni dall’intervento la sopravvivenza delle donne sottoposte a quadrantectomia corrisponde esattamente a quella di coloro cui è stata asportata la mammella intera.

“È la vittoria – osserva in quella occasione Veronesi – della nostra filosofia di attacco al cancro, che è la ‘ricerca del minimo intervento efficace’, sulla filosofia che cerca invece ‘il massimo trattamento tollerabile dal paziente”. Ma il prof è già molto più avanti: lo stesso giorno in cui arriva questo riconoscimento, lui già presenta il perfezionamento della sua invenzione: una tecnica operatoria che, asportando il tumore, restituisce alla paziente un seno vero, completo di areola e capezzolo. E in sole 2 ore di intervento. Questa nuova tecnica, chiamata ‘nipple sparing’, è resa possibile dagli ottimi risultati che negli ultimi anni ha dato la ‘radioterapia intra-operatoria (già sperimentata all’IEO su centinaia di pazienti) che fornisce in un’unica soluzione, durante l’operazione chirurgica appunto, la stessa quantità di radiazioni di un intero ciclo post operatorio, sollevando anche la paziente da una sorta di calvario aggiuntivo ai problemi, anche psicologici, che il tumore al seno comporta.

Ma già anni prima, nel 1996, Veronesi aveva sollevato le sue pazienti da un altro intervento demolitivo accessorio, quello chiamato anche, con termine molto crudo, ‘scavo ascellare’ per l’eliminazione dei linfonodi che, se coinvolti dalle cellule tumorali, sono una via di diffusione del cancro. Fino a quel momento, infatti la quadrantectomia era sempre stata seguita dall’asportazione dei linfonodi.

Veronesi scopre invece che i linfonodi sono colpiti in maniera regolare, secondo un preciso ordine e questo gli dà modo di ‘inventare’ una nuova tecnica chirurgica chiamata del ‘linfonodo sentinella’: se infatti il primo della serie dei linfonodi (quello chiamato appunto ‘sentinella’) è libero, saranno molto probabilmente liberi (cioè privi di cellule tumorali) tutti gli altri (sono ben 25, divisi su tre livelli) e non occorrerà asportarli.

Una vita spesa alla ricerca di come migliorare la tecnica chirurgica (e non solo) per alleviare le sofferenze delle sue pazienti, dal punto di vista fisico, estetico, psicologico, senza comunque mai abbassare il livello di sicurezza della terapia. Una dedizione che gli è valsa anche l’affettuosa nomina, da parte di un’associazione femminile romana, "Donna ad honorem‘. Umberto Veronesi si spegne a novant’anni - ne avrebbe compiuti 91 il 28 novembre - dopo una lunga vita spesa a combattere il cancro.Umberto Veronesi si spegne a novant’anni - ne avrebbe compiuti 91 il 28 novembre - dopo una lunga vita spesa a combattere il cancro.

Nasce a Milano nel 1925, si laurea in medicina e chirurgia nel 1950. Lavora all’Istituto dei Tumori del capoluogo lombardo e ne diventa Direttore Generale. Poi corona il suo sogno europeista, prima con la Scuola Europea di Oncologia nel 1982 e poi con la sua più grande opera: lo Ieo, l’Istituto Oncologico Italiano, inaugurato nel 1991 e diventato presto un esempio per la cura e la prevenzione del cancro a livello internazionale.

Difensore dei diritti degli animali, sostenitore del testamento biologico nonché dell’eutanasia, nel 2003 ha creato la fondazione Veronesi per sostenere la ricerca e la divulgazione scientifica. È stato anche ministro della Sanità durante il governo Amato, dal 2000 al 2001, e Senatore dal 2008 al 2011. Ha ricevuto tredici lauree honoris causa, nazionali e internazionali.Difensore dei diritti degli animali, sostenitore del testamento biologico nonché dell’eutanasia, nel 2003 ha creato la fondazione Veronesi per sostenere la ricerca e la divulgazione scientifica. È stato anche ministro della Sanità durante il governo Amato, dal 2000 al 2001, e Senatore dal 2008 al 2011. Ha ricevuto tredici lauree honoris causa, nazionali e internazionali.


Veronesi è deceduto nella sua casa di Milano. Da alcune settimane le sue condizioni di salute si erano progressivamente aggravate. Era circondato dai familiari, la moglie e i figli. Una personalità forte la sua, diceva spesso di non avere paura della morte. Anticonformista anche nel rapporto con la moglie Sultana Razon dalla quale ha avuto sei figli e che, in un libro, ha raccontato delle relazioni extraconiugali del marito e di quando, mentre guidava, le rivelò di aver avuto un bambino da un’altra donna.

Cordoglio di tutto il mondo scientifico per la scomparsa del professore. #GrazieProf si legge in un tweet pubblicato dall'account della Fondazione che scrive anche: «Oggi per noi è un giorno tristissimo, grazie per i tuoi insegnamenti». «Tutti i malati oncologici, e AIRC in particolare, devono molto alla sua lungimiranza di medico e scienziato e alla sua instancabile tenacia nel perseguire l'obiettivo di terapie più umane, efficaci e accessibili a tutti» commenta per l'Airc, il presidente Pier Giuseppe Torrani che ricorda il medico come «parte di una generazione che hanno fatto la storia della medicina in Italia e che sono cresciuti all'interno dell'Istituto Tumori di Milano, il primo luogo di cura che ha approcciato la malattia oncologica con l'occhio della modernità». «La morte di Umberto Veronesi rappresenta una grande perdita per l'oncologia italiana. È stato promotore di numerosi progetti di ricerca e di raccolte fondi che hanno permesso di organizzare e fare ricerca oncologica in Italia» ha detto Carmina Pinto, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica. «Salutiamo commossi un grande uomo e scienziato, punto di riferimento per le grandi speranze laiche del nostro Paese e non solo - scrive in una nota l'associazione Luca Coscioni - Ricordiamo con gratitudine l'onore che ci ha fatto partecipando attivamente alla campagna referendaria sulla legge 40, a quella per l'eutanasia legale e per la legalizzazione della cannabis».

«Lui era un testimone del sì ma al di là di questo, è stato un grande uomo per la sanità. Vorrei che lo ricordaste con un grande applauso» il ricordo che gli ha tributato il premier Matteo Renzi, durante una manifestazione a La Spezia. Ma sono tantissimi gli attestati di stima e condoglianze per la famiglia che stanno arrivando dopo la diffusione della notizia della scomparsa dell’oncologo. Tra questi il tweet del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin: «Addio a Umberto Veronesi, grande scienziato uomo di valore, che ha insegnato alle donne come vincere e difendersi dal cancro. Un abbraccio affettuoso ai suoi cari». Con un tweet, lo saluta anche il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Stefania Giannini, che scrive: «Cordoglio per la morte di un grande uomo, medico, ricercatore che ha dedicato la propria vita a salvare quella degli altri. Grazie Veronesi». «Una vita dedicata alla lotta contro i tumori, un grande medico e un uomo libero. Ci mancheranno la scienza e le riflessioni di #Veronesi» scrive su Twitter il presidente del Senato, Pietro Grasso. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, affida ad una nota il ricordo di Veronesi di cui parla come un «milanese vero, uno dei protagonisti della storia di Milano. Ha unito alla sue qualità di medico e di scienziato di fama mondiale una forte e decisa passione civica e politica. Milano e l'Italia piangono in lui la figura di un vero laico capace di costruire istituzioni che hanno alleviato il percorso della malattia di migliaia di persone».


FONTE: "Il Fatto Quotidiano" e "Corriere.it"
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09 ottobre, 2016

Nobel 2016 per la Medicina al biologo giapponese Ohsumi per la scoperta dell’autofagia cellulare, come la cellula "ricicla se stessa"

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Yoshinori Ohsumi, biologo giapponese, è il vincitore del Nobel per la Medicina, grazie ai suoi studi sul meccanismo dell’autofagia cellulare. «Le sue scoperte hanno portato a un nuovo paradigma nella nostra comprensione su come le cellule riciclino le sostanze di scarto - si legge nella dichiarazione dell'Assemblea dei Nobel, riunita al Karolinska Institute di Stoccolma - e hanno aperto la strada per apprendere l'importanza fondamentale dell'autofagia in molti processi fisiologici, come l'adattamento alla fame o la risposta alle infezioni».

L'autofagia è un insieme di processi programmati che la cellula mette in atto per distruggere parti di se stessa, liberandosi di tutte le sostanze inutili e consegnandole a un "reparto" specializzato nella loro distruzione, chiamato lisosoma. Si verifica in diversi contesti, sia fisiologici che patologici, ed è fondamentale durante lo sviluppo e il differenziamento cellulare. Nella crescita del sistema nervoso (periodo fetale) ogni neurone produce un gran numero di ramificazioni, ovvero connessioni con altri neuroni. Nella fase successiva si ha una potatura (pruning) dei rami ridondanti e quindi delle connessioni che si riducono moltissimo in numero. È durante questa fase di potatura che emergono le funzioni corrette. Un processo fondamentale: molte patologie sono oggi interpretate come risultato di un'alterazione dei processi di autofagia e per questo apre la possibilità di nuove strategie terapeutiche.

L'esistenza di questo meccanismo era stata ipotizzata fin dagli anni '60, ma solo le ricerche condotte negli anni '90 da Ohsumi hanno permesso di comprenderlo a fondo. Il biologo premiato con il Nobel è nato nel 1945 in Giappone, a Fukuoka. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Università di Tokyo nel 1974. Dopo aver trascorso tre anni negli Stati Uniti, nella Rockefeller University di New York, è tornato nell'Università di Tokyo, dove, nel 1988, ha istituito il suo gruppo di ricerca. Dal 2009 è professore presso il Tokyo Institute of Technology. «Sono estremamente onorato. Questo premio è la più grande fonte di gioia e soddisfazione per uno scienziato - ha dichiarato all'agenzia giapponese Kyodo -. Ai giovani vorrei dire che non tutta la ricerca scientifica può avere successo, ma è importante continuare la sfida». Oshumi ha pubblicato più di 180 articoli su riviste internazionali, a partire dal 1992. A Stoccolma riceverà un diploma, una medaglia d'oro e 8 milioni di corone (circa 830mila euro). «Il corpo umano ripete costantemente il processo di auto riciclaggio, o cannibalismo, creando un equilibrio assoluto tra formazione e disfacimento - ha spiegato lo studioso -. Fa parte del circolo della vita».

«Se consideriamo le cellule come una città osserviamo due regioni principali che servono per mantenere il bilancio di energia, da un lato le centrali di produzione (mitocondri), dall'altro il processo di eliminazione dei prodotti di scarto che vengono portati nelle "discariche" (i lisosomi) - spiega Francesco Cecconi, professore di Biologia dello sviluppo presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma Tor Vergata -. L'autofagia è appunto il processo che consente la consegna dei rifiuti ai lisosomi ed è regolato da microvescicole che trasportano il materiale, un po' come i camion della spazzatura. Se fotografiamo una cellula mentre è in atto questo processo vediamo appunto le vescicole (autofagosomi) trasportare parti della cellula stessa».

Gli studi sull'autofagia sono cominciati negli anni '60, grazie al biochimico belga Christian de Duve, Nobel per la Medicina nel 1974 insieme ad Albert Claude e George Emil Palade «per le scoperte sull'organizzazione strutturale e funzionale della cellula». «Allora si pensò che le vescicole "mangiassero" le parti di scarto, da qui il nome autofagia - aggiunge Cecconi -. In realtà si è poi scoperto che hanno solo funzione di trasportarle verso i centri di distruzione o riciclaggio. Ohsumi alla fine degli anni '90 ha capito il funzionamento del meccanismo studiando il lievito di birra (quello comunemente usato per fare il pane, ndr), un organismo unicellulare, e individuando i geni-chiave coinvolti». Il biologo è riuscito poi a dimostrare che lo stesso meccanismo che permetteva al lievito di liberarsi delle sostanze di scarto era presente in tutte le altre cellule, comprese quelle umane. Quali sono gli elementi che vengono eliminati? «Spesso si tratta di mitocondri danneggiati - spiega Cecconi - che, se lasciati nella cellula, produrrebbero radicali liberi in grande quantità, pericolosi per la salute dell'individuo. In altri casi gli scarti vengono riciclati: per esempio proteine di grandi dimensioni o molto resistenti. La scoperta di Ohsumi riguarda anche diverse malattie neurologiche, come il Parkinson e l'Alzheimer: gli aggregati che si formano dentro i neuroni vengono eliminati allo stesso modo, da autofagosomi e lisosomi. Nelle persone sane il processo funziona perfettamente, nei malati l'autofagia non riesce a rimuovere completamente gli aggregati. Per questo ci sono oggi linee di ricerca sul possibile potenziamento del meccanismo di auto-distruzione in presenza di determinate patologie». Esistono anche studi sull'autismo, secondo cui il meccanismo di base della malattia sarebbe un difetto del processo autofagico che porta alla potatura delle connessioni tra i neuroni, per cui nel soggetto autistico si troverebbero molte più connessioni del normale. Un difetto che potrebbe essere dovuto all'alterazione di uno o più geni.

Gli studi del biologo giapponese si sono rivelati utili anche contro i tumori. «Alcuni tipi di cancro presentano una mutazione nei geni dell'autofagia per cui il processo è malfunzionante, gli organelli danneggiati si accumulano e c'è una super produzione di radicali liberi - chiarisce Cecconi -. In altri tumori l'autofagia è efficiente ma al contrario, nel senso che aiuta le cellule tumorali a difendersi. Per questi ultimi casi si studia la possibilità di "spegnere" il meccanismo in modo selettivo, solo nelle cellule malate». Grazie alle ricerche di Ohsumi, è cambiato il punto di vista anche per lo studio della risposta alle infezioni. «Virus e batteri vengono spesso rimossi con questo sistema - sottolinea Cecconi -, anche se alcuni patogeni riescono a nascondersi alla vista dei nostri "camion della spazzatura". La scoperta è di fondamentale importanza e il Nobel era nell'aria da diversi anni. Oggi l'autofagia viene studiata da molti gruppi di ricerca, tra cui il nostro. Quando ho iniziato a lavorarci, nel 2000, mi chiedevo come sia possibile che il meccanismo sia rimasto sconosciuto per così tanti anni: si tratta di un fenomeno della biologia di base, l'ultimo ad essere rimasto ignoto all'uomo. Nei libri di testo compare solo da poco tempo». Dai primi anni 2000 il numero di articoli pubblicati nel mondo sull'autofagia è aumentato esponenzialmente, arrivando a 4.254 articoli su riviste internazionali nel solo anno 2015.

«Si tratta di un Nobel assolutamente meritato - ha commentato Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e docente di Humanitas University, a Radio3 Scienza -. Le nostre cellule fanno fagocitosi, ovvero mangiano pezzi di se stesse, giocando un ruolo fondamentale per le nostre difese. Da una parte questo meccanismo permette la pulizia della cellula, dall’altro permette alla cellula stessa di sostenersi in situazioni difficili». Per Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell'Università di Pavia, si tratta di «un riconoscimento fantastico alla ricerca di base». «L'autofagia è alla base di meccanismi fondamentali - spiega Redi -. Un processo importantissimo perché avviene in ogni tipo essere vivente complesso e in ogni fase, dall'embrione alla vecchiaia. È attivo in qualsiasi momento e, se si svolge in maniera sregolata, abbiamo lo sviluppo di una patologia».

Il Nobel segna per Ohsumi il culmine di una carriera costellata di titoli e riconoscimenti: sempre quest'anno il biologo ha ricevuto il prestigioso Wiley Prize in Scienze Biomediche, della Rockefeller University di New York. Nel 2015 aveva ricevuto altri tre premi: il Keio Medical Science Prize, assegnato ai ricercatori che hanno dato un contributo significativo alle scienze mediche o a quelle della vita; l'International Prize for Biology per l'eccezionale contributo al progresso della ricerca nella biologia fondamentale; il Gairdner Foundation International Award, assegnato da una fondazione canadese nel campo delle scienze mediche, considerato precursore del Nobel. In passato il biologo giapponese aveva ricevuto altri attestati, come il Fujihara Award, della Fujihara Foundation of Science (nel 2005), il Japan Academy Prize (2006) e il Kyoto Prize for Basic Science (2012).

 [Esplora il significato del termine: L’anno scorso il Nobel per la Medicina era stato assegnato al team composto dall’irlandese William C. Campbell e dal giapponese Satoshi Omura per le loro scoperte su una nuova terapia contro le infezioni causate da parassiti, e - a pari merito - alla cinese Youyou Tu, per le sue ricerche sulla cura della malaria. Il premio apre la settimana dei Nobel: seguono, a partire da martedì, quello per la Fisica, per la Chimica, per la Pace (l’unico assegnato a Oslo); lunedì 10 si torna a Stoccolma con il premio per l’Economia. Ultimo, il premio per la Letteratura che viene assegnato il 13 ottobre. ] L’anno scorso il Nobel per la Medicina era stato assegnato al team composto dall’irlandese William C. Campbell e dal giapponese Satoshi Omura per le loro scoperte su una nuova terapia contro le infezioni causate da parassiti, e - a pari merito - alla cinese Youyou Tu, per le sue ricerche sulla cura della malaria. Il premio apre la settimana dei Nobel: seguono, a partire da martedì, quello per la Fisica, per la Chimica, per la Pace (l’unico assegnato a Oslo); lunedì 10 si torna a Stoccolma con il premio per l’Economia. Ultimo, il premio per la Letteratura che viene assegnato il 13 ottobre.

FONTE: Corriere.it
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05 ottobre, 2015

Premio Nobel per la Medicina 2015 a tre grandi protagonisti nella lotta contro le parassitosi

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Sono due uomini e una donna i vincitori del Nobel per la Medicina 2015: l’irlandese William C. Campbell, il giapponese Satoshi Omura e la cinese Youyou Tu. I primi due sono stati premiati per le loro ricerche contro i nematodi, parassiti responsabili di diverse infezioni, la dottoressa Tu per aver scoperto nel 1972 una nuova terapia contro la malaria, l’artemisinina, oggi il farmaco antimalarico più usato al mondo. La scienziata cinese è la dodicesima donna a ricevere il Nobel per la Medicina: la prima è stata Gerty Cori nel 1947. I candidati al Nobel per la Medicina (tradizionalmente il primo dei premi assegnati ogni anno) erano 327, di cui 57 nominati per la prima volta. L’ammontare del premio è di 8 milioni di corone svedesi, ovvero 855mila euro, da dividere fra i tre scienziati.

«Accetto umilmente il premio, è un giorno molto felice»: sono state le prime parole di Satoshi Omura. «Ci sono molti ricercatori che hanno ottenuto moltissimi risultati - ha aggiunto -. Il mio lavoro non è stato condotto pensando che avrei vinto un Nobel, ma sono stato fortunato. E sono molto contento che quello in cui ho creduto si sia rivelato corretto», afferma. Omura ha ricordato un aneddoto riguardo all’origine degli studi che gli sono valsi il massimo riconoscimento scientifico: teatro della sua scoperta è stato «un campo da golf sul mare, fra erba, sabbia e legno», dove il ricercatore ha trovato il microrganismo che è alla base del farmaco rivelatosi in grado di ridurre l’incidenza delle due gravi parassitosi.

Quello assegnato oggi è un premio alla lotta contro le malattie della povertà, che colpiscono centinaia di milioni di persone ogni anno. Le ricerche sulle infezioni provocate da parassiti condotte da Campbell e Omura hanno infatti permesso di mettere a punto nuove armi contro malattie (come la cecità fluviale e la filariasi linfatica) che affligono un terzo della popolazione mondiale, concentrata in Africa sub-sahariana, Sud Asia e Centro-Sud America. La cinese Tu ha dato un enorme contributo alla lotta contro la malaria, grazie appunto alla scoperta dell’artemisina. «Quest’anno i premi Nobel hanno sviluppato terapie che hanno rivoluzionato la cura di alcune delle malattie parassitarie più devastanti», si legge in una nota del Karolinska Institutet di Stoccolma, che assegna i riconoscimenti. Due scoperte - rileva il comitato dei Nobel - che hanno fornito all’umanità nuove armi per combattere malattie debilitanti: le conseguenze in termini di miglioramento della salute umana e di riduzione della sofferenza sono «incommensurabili». Dopo decenni di progressi limitati nello sviluppo di terapie efficaci contro malattie come la cecità fluviale, la filariasi linfatica e la malaria, le scoperte degli scienziati insigniti del premio Nobel 2015 hanno cambiato radicalmente la situazione.

Le malattie causate da parassiti, bersaglio di nuove terapie messe a punto da Campbell e Omura, hanno rappresentato per millenni una piaga per l’umanità. E ancora oggi costituiscono un grave problema di salute globale nelle popolazioni più povere del mondo. Le terapie sviluppate da Campbell e Omura hanno rivoluzionato il trattamento di alcune delle più devastanti di queste patologie: hanno scoperto un nuovo farmaco, l’ivermectina, i cui derivati hanno abbassato radicalmente l’incidenza della cecità fluviale (o oncocerchiasi) e della filariasi linfatica e si sono dimostrati efficaci contro un crescente numero di altre patologie parassitarie. La cecità fluviale e la filariasi linfatica sono entrambe causate da vermi parassiti. Come suggerisce il nome, la prima porta a perdita della vista per un’infiammazione cronica della cornea. La filariasi linfatica (che colpisce oltre 100 milioni di persone) porta a gonfiore cronico, a sintomi clinici a lungo termine e a disabilità come l’elefantiasi (linfedema) e idrocele scrotale.

Satoshi Omura, 80 anni, nato nel 1935 nella prefettura di Yamanashi, ha sempre lavorato in Giappone ed è professore emerito nell’Università di Kitasato. Microbiologo esperto nell’isolamento di prodotti naturali, si è focalizzato su un gruppo di batteri, gli streptomyces, che vivono nel terreno e sono noti per produrre una pletora di agenti con attività antibatteriche (inclusa la streptomicina, scoperta dal premio Nobel 1952 Selman Waksman). Omura ha messo in piedi un inedito, eccezionale metodo per coltivare su larga scala e caratterizzare questi batteri e, grazie alle sue straordinarie abilità, ha isolato nuovi ceppi di streptomyces da campioni di terreno e li ha coltivati con successo in laboratorio. Ne ha selezionati 50 fra i più promettenti, con l’intento di analizzare più a fondo la loro attività contro microrganismi dannosi, e da questi ne ha scelto uno solo, da cui ha estratto, insieme a un team di lavoro della Merck di cui faceva parte anche Campbell, il principio attivo dell’Avermectin. Un antibiotico usato oggi da 300 milioni di persone ogni anno, una delle più importanti svolte farmacologiche per i Paesi in via di sviluppo, pari all’impatto che un secolo prima aveva avuto la penicillina. Decisivo il contributo dello stesso Campbell (85 anni), classe 1930, nato a Ramelton in Irlanda: dopo la laurea al Trinity College di Dublino, Campbell ha lavorato in America, all’Università del Wisconsin, al Merck Insitute for Therapeutic Research, e oggi è professore emerito alla Drew University di Madison, nel New Jersey. Campbell ha cominciato a studiare le colture di Omura, mostrando appunto che uno dei componenti era notevolmente efficace contro parassiti in animali domestici e di allevamento. L’agente bioattivo è stato purificato e chiamato avermectina, e successivamente modificato a livello chimico fino ad arrivare alla più efficace ivermectina. Questo farmaco è stato poi testato sull’uomo con successo.

Youyou Tu, 85 anni, è nata nel 1930 in Cina, dove ha condotto la carriera scientifica, e dal 2000 è ai vertici dell’Accademia di Medicina tradizionale cinese. Le sue ricerche hanno portato alla scoperta dell’artemisinina, medicinale che ha significativamente ridotto il tasso di mortalità dei pazienti colpiti da malaria (con milioni di vite salvate in Africa, Asia meridionale e Sud America), malattia provocata da un parassita trasmesso dalle zanzare, che provoca febbre e in casi gravi anche danni cerebrali e morte. Sono a rischio di contrarla oltre 3,4 miliardi di persone nelle zone più povere del mondo, con 450mila morti ogni anno. Fino alla metà del secolo scorso veniva curata tradizionalmente con clorochina o chinina, ma con scarso successo. Dagli studi della dottoressa Tu, immunologa ma anche esperta di medicina tradizionale e di erbologia (un ibrido per la prima volta premiato con il Nobel), è “nato” il nuovo farmaco contro la malaria, nato da erbe cinesi studiate e utilizzate da oltre 1.500 anni per curare le febbri. Le sue grandi scoperte nascono proprio dallo studio delle erbe: nel 1967, nonostante la sua avversione per gli scienziati, Mao Zedong avalla il progetto top secret ‘523’ per studiare le erbe tradizionali cinesi: la malaria era infatti la principale causa di morte in diverse province della Cina meridionale e si diffondeva sempre di più nel Vietnam del Nord, alleato di Mao, durante la guerra con il Vietnam del Sud. Tu svolge dunque i suoi studi in un periodo difficile: durante la rivoluzione culturale cinese i ricercatori erano relegati al gradino più basso della scala sociale e le denunce nei loro confronti era all’ordine del giorno. Nonostante questo, Tu si concentra sull’erbologia classica, visita in tutto il Paese gli anziani esperti, si focalizza su 380 estratti di erbe usati tradizionalmente contro la malaria. E i risultati arrivano nel 1969, quando la scienziata ha 39 anni.

Una di queste erbe, l’Artemisia annua, ottiene risultati verificabili sui topi: contrasta effettivamente la malaria, come sostenevano testi di medicina cinese vecchi di 1.600 anni. Yoyuyou Tu è stata anche la prima ad aver sperimentato il composto da lei stessa isolato: «Come capo del mio gruppo di ricerca, avevo io la responsabilità». Ma ci vogliono anni di tentativi: gli antichi testi prescrivevano di bollire l’erba, cosa che si rivela nociva. Nel 1972 Tu e i suoi colleghi ottengono finalmente, dopo vari tentativi di estrazione eliminando le tossine dell’erba, la sostanza pura, artemisinina o Qinghaosu: è il nuovo farmaco contro la malaria, che in 40 anni ha salvato milioni di vite. L’artemisinina rappresenta una nuova classe di agenti antimalarici che uccidono rapidamente i parassiti della malattia in uno stadio precoce del loro sviluppo, cosa che spiega la sua potenza senza precedenti. Oggi è usata in ogni parte del mondo e, in terapie combinate, riduce la mortalità di oltre il 20% in generale e del 30% nei bambini. Solo per l’Africa, ciò significa più di 100mila vite salvate ogni anno. Tra i numerosi premi vinti dalla Tu, l’Albert Einstein World Science Prize nel 1987 e l’Albert Lasker per la Medicina nel 2011, prima volta per un cinese.

«È un premio a chi ha lottato e dedicato una vita alle malattie tropicali neglette: l’oncocercosi, la filariasi linfatica e la malaria, fino ad arrivare a trovare farmaci che le hanno sconfitte e dato speranza a popolazioni che fino a quel momento erano abbandonate a loro stesse. E questo non può che fare piacere alla comunità di scienziati e medici» ha commentato Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di sanità. Per Massimo Andreoni, presidente della Simit (Società Italiana di malattie infettive e tropicali), «si tratta di un riconoscimento importantissimo che, come sempre accade, arriva dopo diversi anni dal momento della scoperta. L’esigenza del tempo, nasce per avere la prova provata che i farmaci funzionino».

Il genetista Edoardo Boncinelli fa notare che con il Nobel per la Medicina di quest’anno «si sono ricordati che il premio è intestato alla medicina e alla fisiologia e hanno assegnato il riconoscimento interamente a tre scienziati che hanno scoperto nuove medicine. Di solito, invece, si approfitta dell’occasione per premiare la biologia, la biochimica, la genetica». Carlo Alberto Redi, biologo all’Università di Pavia e accademico dei Lincei, parla di «un Nobel molto meritato, ma anche molto tardivo, assegnato a tre biologi che hanno salvato milioni di vite. E le cui ricerche sono un modello per gli studenti, perché dalla biologia di campo sono arrivate a quella sintetica nell’applicazione medica. Va bene essere cauti, ma mi sembra un po’ troppo».

Per Medici senza frontiere, infine, «il Nobel di quest’anno ha un grande valore simbolico. L’aspetto più bello è che segna un’inversione di tendenza: c’è finalmente la consapevolezza che la ricerca a vantaggio dei Paesi in via di sviluppo deve essere valorizzata», ha detto Stella Egidi, responsabile medico dell’organizzazione.

FONTE: Corriere.it
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06 ottobre, 2014

Nobel della Medicina 2014 ai scopritori del sistema di orientamento cerebrale

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Come facciamo a sapere dove siamo, come possiamo trovare il modo di andare da un posto all'altro? E come possiamo memorizzare queste informazioni in modo che, la prossima volta, possiamo subito ritrovare lo stesso percorso?. Lo hanno scoperto John O'Keefe, 75 anni, e i coniugi May-Britt, 51 anni, ed Edvard Moser, 53 anni, che per i loro studi sul cervello hanno appena ricevuto il Nobel per la Medicina 2014.

Sono stati premiati per la scoperta del sistema di cellule che permette di orientarci, come una specie di "Gps biologico". L'individuazione di questa sistema di cellule nervose risale al 2005 e costituisce 'una rete' che permette al cervello di avere costantemente le coordinate spaziali del luogo in cui si trova. Le loro scoperte, fa sapere l'Assemblea dei Nobel del Karolinska Institute, hanno contribuito a spiegare come il cervello crea "una mappa dello spazio che ci circonda e come possiamo muoverci in un ambiente complesso.  Un risultato che, ricorda l'Assemblea del Nobel, ha contribuito a risolvere un "problema che ha tenuto occupati per secoli filosofi e scienziati".
      
I coniugi norvegesi Edvard e May-Britt e Moser sono la quinta coppia sposata a conquistare un Nobel. Prima di loro, solo per fare un esempio, Marie e Pierre Curie che vinsero il premio Nobel per la chimica nel 1903 "per i loro studi sulle radiazioni". May-Britt è l'undicesima donna a ricevere il premio, e ha avuto la notizia del Nobel mentre si trovava all'università di Trondheim, in Norvegia. Gli scienziati si dividono in 2 parti (la prima a O'Keefe, la seconda al marito e alla moglie) un riconoscimento pari a 8 milioni di corone svedesi (oltre 880 mila euro).

Fu O'Keefe, angloamericano, a individuare nel 1971  il primo componente di questo sistema di posizionamento. Studiando dalla fine degli anni '60 ratti liberi di muoversi in una stanza, O'Keefe scoprì che nel cervello alcuni neuroni dell'ippocampo si attivavano quando l'animale assumeva una particolare posizione nello spazio. O'Keefe concluse dunque che queste "cellule di posizionamento" formavano una mappa della stanza. Più di 30 anni più tardi, i norvegesi May-Britt ed Edvard Moser, aggiunsero un altro componente chiave di questo sistema di posizionamento del cervello: identificarono un altro tipo di cellula nervosa, che chiamarono cellule griglia: esse generano un sistema coordinato e consentono un preciso posizionamento e percorso. Le loro successive ricerche hanno mostrato che cellule di posizionamento e cellule grigia rendono possibile determinare localizzare un luogo e poi muoversi.

Nato a New York nel 1939 ma con doppia nazionalità americana e inglese, O'Keefe è neuroscienziato e professore presso l'Istituto di Neuroscienze Cognitive e attuale direttore del Sainsbury. Nel 1967 ha conseguito un dottorato in Psicologia fisiologica alla McGill University in Canada per poi continuare la sua formazione all'University College di Londra.  Prima del Nobel, ha ricevuto diversi premi come quello della British Neuroscience Association per il suo contributo agli studi neuroscientifici del paese (2007) e il Gruber Prize in Neuroscienza (2008).

May-Britt Moser, norvegese, ha studiato psicologia all'Università di Oslo dove ha conosciuto Moser, suo futuro marito. Dopo il dottorato in neurofisiologia nel 1995, ha lavorato all'Università di Edimburgo e all'University College London, prima di trasferirsi nel 1996 alla Norwegian University of Science and Technologydi Trondheim. Ha ottenuto il titolo di Professore in Neuroscienza nel 2000 ed è attualmente direttrice del Centre for Neural Computation di Trondheim. Di nazionalità norvegese come la moglie, Moser ha ottenuto un dottorato di ricerca in neurofisiologia all'Università di Oslo  nel 1995 e ha lavorato sia all'Università di Edimburgo che nel laboratorio di O'Keefe all'University College di Londra. I Moser si sono trasferiti alla Norvegian University of Science and Tecnology di Trondheim nel 1996, dove due anni dopo Edvard è diventato professore. Moser è attualmente direttore del Kavli Institute for System Neuroscience in Trondheim.


FONTE: Repubblica.it
AUTRICE: Valeria Pini
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07 ottobre, 2013

Nobel della Medicina 2013 assegnato agli scopritori del meccanismo di trasporto "intravescicolare"

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Il premio Nobel per la Medicina è stato assegnato agli americani James Rothman, Randy Schekman e al tedesco Thomas Südhof, trapiantato da tempo negli Stati Uniti: i tre studiosi sono stati scelti per aver scoperto il meccanismo che regola il trasporto di molecole dentro le cellule, una «modalità di controllo estremamente precisa con cui le cellule organizzano il sistema di trasporto e distribuzione del proprio carico», si legge nella motivazione. Durante la cerimonia a Stoccolma, i tre scienziati hanno ricevuto il premio di 8 milioni di corone svedesi, pari a circa 900mila euro, che si suddivideranno. «Vincere il Nobel è eccitante, ma il momento in cui si fa una scoperta lo è di più - ha detto Rothman alla tv svedese -. È un’ebbrezza rarissima quella che prova uno scienziato quando scopre qualcosa di fondamentale e soprattutto di universalmente valido». E parlando del lavoro che gli è vaso il Nobel: «Non si tratta di una scoperta a cui siamo arrivati dall’oggi al domani. Gran parte di essa è stata raggiunta nel corso di molti anni, se non di decenni». Schekman ha avuto la notizia dalla moglie: «Sono saltato giù dal letto. Ho stretto mia moglie e continuavo a ripetere “Oh mio Dio, oh mio Dio”».

Quello del trasporto cellulare è un meccanismo delicatissimo da cui dipendono funzioni fondamentali, come l’attivazione delle fibre nervose o il ruolo degli ormoni nel metabolismo. Come in un grande porto o in una stazione, dove confluiscono continuamente mezzi carichi di merci, nelle cellule c’è un continuo viavai di molecole (ormoni, neurotrasmettitori, citochine, enzimi): tutte queste sostanze devono essere smistate verso la destinazione corretta all’interno della cellula o trasportate al di fuori delle cellule. E ogni passaggio deve avvenire al momento giusto. I cargo addetti al trasporto sono minuscole “bolle”, vescicole circondate da membrane che trasportano le molecole da un organello all’altro delle cellule o che fondono la loro membrana con quella della membrana esterna della cellula per trasportare le molecole all’esterno delle cellule stesse.

James E. Rothman, 63 anni, si è laureato ad Harvard nel 1976 ed è professore di Scienze Biomediche dell’Università di Yale e presidente del Dipartimento di Biologia Cellulare della stessa università. Ha cominciato a studiare le vescicole che trasportano le molecole nelle cellule dalla fine degli anni ‘70. Ha ricevuto il premio Louisa Gross Horwitz presso la Columbia University e il premio Lasker Albert per la ricerca medica di base. Rothman ha iniziato la sua carriera presso il Dipartimento di Biochimica dell’Università di Stanford nel 1978. È stato alla Princeton University dal 1988 al 1991, per poi fondare il Dipartimento di Biochimica e Biofisica Cellulare al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, di cui è stato vicepresidente. È membro della National Academy of Sciences.

Randy Wayne Schekman, 65 anni, è un biologo cellulare presso l’Università di Berkeley in California, ex caporedattore della prestigiosa rivista Proceedings of National Academy of Sciences. Ha studiato nell’Università della California a Los Angeles, dove si è laureato con il Nobel Arthur Kornberg. I suoi studi di laboratorio si sono concentrati sul processo di assemblaggio della membrana e del traffico vescicolare nelle cellule eucariote. Nel 2002 ha ricevuto il premio Albert Lasker per la ricerca medica di base e il Louisa Gross Horwitz Prize della Columbia University insieme a James Rothman proprio per la loro scoperta del «traffico» della membrana cellulare, processo che le cellule usano per organizzare le loro attività e comunicare con l’ambiente. Nel 2013 è stato eletto membro straniero della Royal Society ed è socio dell’Accademia dei Lincei.

Thomas C. Südhof, 58 anni, è un biochimico noto per i sui studi sulla trasmissione sinaptica. Ha studiato Neurochimica nell’Università Georg-August, in Germania. Si è trasferito negli Stati Uniti nel 1983 e in particolare nell’Università del Texas, dove ha lavorato con i Nobel Michael Brown e Joseph Goldstein, premiati entrambi per la Medicina nel 1985. Nel 2008 si è trasferito alla Stanford University dove insegna Fisiologia Cellulare e Molecolare, Psichiatria e Neurologia.

È d’accordo sulla tripla assegnazione del premio Edoardo Boncinelli, genetista all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, secondo cui gli studi dei tre Nobel «rappresentano le fondamenta per chiarire i meccanismi cruciali nel funzionamento delle cellule e per contrastare un gran numero di patologie, come la fibrosi cistica e molte malattie del sistema nervoso». Boncinelli paragona l’importanza delle scoperte dei tre scienziati ai semafori in città: sono cioè fondamentali. Giuseppe Novelli, genetista e neo rettore dell’Università Tor Vergata di Roma, sottolinea che «è sulla base degli studi condotti da Schekman, Südhof e Rothman che oggi si poggiano le ricerche su alcune patologie come l’Alzheimer e il Parkinson, ma anche le ricerche che spiegano come nascono le emozioni». Silvio Garattini, direttore dell’Irccs di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, sottolinea che il meccanismo di trasporto delle cellule è «fondamentale anche per capire il meccanismo d’azione di molti farmaci, e per scoprirne e svilupparne di nuovi, perché le vescicole-navicella possono anche diventare bersagli per lo sviluppo di nuove medicine». Per Clara Balsano direttore dell’Istituto di Biologia e Patologia molecolari del Cnr, la scoperta dei tre Nobel è «tra le più significative degli ultimi anni e ci permetterà di fare grossi progressi, non solo per curare patologie come l’Alzheimer, la schizofrenia, l’autismo, ma anche per contrastare le patologie che più affliggono i nostri tempi, ovvero le degenerazioni tumorali».

FONTE: Corriere Salute
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10 aprile, 2013

E' morto Robert Edwards, il "padre" della fecondazione in vitro

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Robert Edwards, pioniere della fecondazione in vitro e Premio Nobel per la medicina, è morto all'età di 87 anni. Lo ha reso noto l'Università di Cambridge, presso la quale aveva lavorato. Edwars "si è spento nel sonno, dopo una lunga malattia", si legge nel comunicato dell'ateneo.

Era il 1968 quando Edwards, medico inglese e ricercatore dell'università di Cambridge, riuscì per la prima volta a fecondare un ovulo umano al di fuori del corpo di una donna, unendolo a uno spermatozoo in provetta. Ci vollero però ancora 10 anni da quel giorno per far nascere, grazie ai suoi studi, una bambina, Louise Brown, che il 14 luglio del 2013 ha compiuto 35 anni.

Dopo la nascita del primo bebè in provetta più di 4 milioni di bambini sono stati concepiti in questo modo nel mondo. Le ricerche di Edwards e del ginecologo Patrick Steptoe, morto nel 1988, scatenarono all'epoca polemiche fra le chiese cristiane e i medici convinti che la fecondazione artificiale non avrebbe mai funzionato. Ma Edwards portò avanti quel progetto che all'epoca sembrava folle. "Avere un bambino è una delle gioie più grandi che si possa dare a una coppia", amava ricordare difendendo i suoi studi.

Nato a Manchester il 27 settembre 1925, Edwards si laureò in Biologia e per lungo tempo si dedicò allo studio della fecondazione e della diagnosi preimpianto.  Fin dagli anni '50 ha considerato la fecondazione artificiale come una strada possibile per combattere la sterilità. Nel 1965 entrò a far parte della Società eugenetica britannica e solo tre anni dopo iniziò a collaborare con il ginecologo Steptoe. Un incontro importante per Edwars che collaborando con Steptoe riuscì a realizzare il suo sogno: far nascere un bimbo in provetta.

Importanti anche i suoi studi per la diagnosi preimpianto. Per difendere la diffusione di questa tecnica e la sua utilità fece anche un discorso di fronte al parlamento inglese. "Quando la gente dice che la diagnosi preimpianto è costosa, dico sempre: qual è il prezzo di un bambino disabile che nasce? Qual è il costo che ognuno deve sopportare? E' un prezzo terribile per tutti, e il costo economico è immenso. Per una diagnosi preimpianto, a confronto, servono davvero pochi soldi".

Per anni Edwars difese con coraggio le sue tesi, nonostante resistenze e scetticismi rispetto al suo programma di ricerca. Questo lo portò a completare con successo le proprie sperimentazioni facendo venire alla luce la prima bambina in provetta.

 FONTE: Repubblica.it
AUTRICE: Valeria Pini
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30 dicembre, 2012

E' morta Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina

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E' morta la scienziata e senatrice a vita Rita Levi Montalcini. Il premio Nobel per la medicina si è spenta nella sua abitazione a Roma in via di Villa Massimo. Aveva 103 anni ed era nata a Torino. E' stata una delle scienziate più ammirate e celebrate del panorama scientifico italiano a livello mondiale. Negli anni cinquanta le sue ricerche la portarono alla scoperta e all'identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, è stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Il 1º agosto 2001 è stata nominata senatrice a vita "per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale". È stata socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche ed è stata tra i soci fondatori della Fondazione Idis-Città della Scienza.

Nata in una famiglia ebrea sefardita, figlia di Adamo Levi, ingegnere elettrotecnico e matematico, e della pittrice Adele Montalcini, e sorella di Gino (1902–1974), scultore e architetto noto negli anni trenta, e Anna (1905–2000), nel 1909 Rita nacque insieme alla sorella gemella Paola (1909–2000), nota pittrice. In merito alla propria educazione familiare, scriverà: « La mancanza di complessi, una notevole tenacia nel perseguire la strada che ritenevo giusta e la noncuranza per le difficoltà che avrei incontrato nella realizzazione dei miei progetti, lati del carattere che ritengo di aver ereditato da mio padre, mi hanno enormemente aiutato a far fronte agli anni difficili della vita. A mio padre come a mia madre debbo la disposizione a considerare con simpatia il prossimo, la mancanza di animosità e una naturale tendenza a interpretare fatti e persone dal lato più favorevole. Questo atteggiamento, che si manifestò anche più spiccatamente in mio fratello Gino, mi colpì sin dall'infanzia e determinò, almeno in parte, l'incondizionata ammirazione che avevo nei suoi confronti.»

Entrambi i genitori erano molto colti e instillarono nei figli il proprio apprezzamento per la ricerca intellettuale. Trascorse l'infanzia e l'adolescenza in un ambiente sereno, sebbene dominato da una concezione tipicamente vittoriana dei rapporti con i genitori e dei ruoli femminili e maschili e dalla forte personalità del padre convinto che una carriera professionale avrebbe interferito con i doveri di una moglie e di una madre. Nonostante l'opinione del padre, decise nell'autunno del 1930 di studiare medicina all'Università di Torino; la scelta di medicina fu determinata dal fatto che in quell'anno si ammalò e morì di cancro la sua amata governante.

All'età di vent'anni entrò nella scuola medica dell'istologo Giuseppe Levi (padre di Natalia Ginzburg), dove cominciò gli studi sul sistema nervoso che avrebbe proseguito per tutta la vita. Ebbe come compagni universitari due futuri premi Nobel, Salvador Luria e Renato Dulbecco. Tutti e tre furono studenti di Giuseppe Levi verso il quale si sentirono in debito per la formazione in scienze biologiche e per aver insegnato loro come affrontare i problemi scientifici in modo rigoroso, in un momento in cui tale approccio era ancora abbastanza inusuale; fu lo stesso Levi a introdurre in Italia il metodo di coltivazione in vitro.

Nel 1936 il rettore dell'Università di Torino, Silvio Pivano, le conferì la laurea in Medicina e Chirurgia con 110 e lode, successivamente si specializzò in neurologia e psichiatria, ancora incerta se dedicarsi completamente alla professione medica o allo stesso tempo portare avanti le ricerche in neurologia.

Nel 1938 Benito Mussolini pubblicò il “Manifesto per la difesa della razza” firmato da dieci scienziati italiani, cui fece seguito la promulgazione di leggi razziali di blocco delle carriere accademiche e professionali a cittadini italiani non ariani. In quanto ebrea sefardita, Rita fu costretta a emigrare in Belgio con Giuseppe Levi, sebbene stesse ancora terminando gli studi specialistici di psichiatria e neurologia. Sino all'invasione tedesca del Belgio (primavera del 1940), fu ospite dell'istituto di neurologia dell'Università di Bruxelles dove continuò gli studi sul differenziamento del sistema nervoso.

Poco prima dell'invasione del Belgio tornò a Torino, dove, durante l'inverno del 1940, allestì un laboratorio domestico situato nella sua camera da letto per proseguire le sue ricerche, ispirate da un articolo di Viktor Hamburger del 1934 che riferiva sugli effetti dell'estirpazione degli arti negli embrioni di pulcini. Il suo progetto era appena partito quando Giuseppe Levi, scappato dal Belgio invaso dai nazisti, ritornò a Torino e si unì a lei, diventando così, con suo grande orgoglio, il suo primo e unico assistente. Il loro obiettivo era quello di comprendere il ruolo dei fattori genetici e di quelli ambientali nella differenziazione dei centri nervosi. In quel laboratorio Rita Levi-Montalcini scoprì il meccanismo della morte di intere popolazioni nervose nelle fasi iniziali del loro sviluppo, fenomeno riconosciuto solo tre decenni più tardi (1972) e definito con il termine apoptosi. Il pesante bombardamento di Torino a opera delle forze aeree angloamericane nel 1941 rese indispensabile abbandonare la città e la Montalcini si rifugiò nelle campagne di un paese dell'Astigiano, dove ricostruì il suo mini laboratorio e riprese gli esperimenti. Nel 1943 l'invasione dell'Italia da parte delle forze armate tedesche li costrinse ad abbandonare il loro rifugio ormai pericoloso. L'8 settembre 1943, il fratello Gino si sposò e, dopo un breve viaggio di nozze a Oropa, decise di portare nel sud Italia tutta la famiglia: la madre, la giovane moglie e le sorelle. Iniziò un pericoloso viaggio che si concluse a Firenze, ospiti della famiglia Mori, la cui figlia, pittrice, era amica di Paola.

I Levi-Montalcini restarono a Firenze, divisi in vari alloggi, sino alla liberazione della città, cambiando spesso abitazione per non incorrere nelle deportazioni. Una volta furono salvati da una domestica, che li fece scappare appena in tempo. A Firenze, Rita fu in contatto con le forze partigiane del Partito d'Azione e nel 1944 entrò come medico nelle forze alleate.

Nell'agosto 1944 gli Alleati costrinsero i tedeschi a lasciare Firenze; la Montalcini divenne medico presso il Quartier Generale anglo-americano e venne assegnata al campo dei rifugiati di guerra provenienti dal Nord Italia, trattando le epidemie di malattie infettive e di tifo addominale. Qui si accorse però che quel lavoro non era adatto a lei, in quanto non riusciva a costruire il necessario distacco personale dal dolore dei pazienti. Lavoro da lei stessa definito difficile e penoso per il diffondersi delle epidemie: « Era in corso un'epidemia di tifo, i malati morivano a decine. Facevo di tutto, il medico, l'infermiera, la portantina. Giorno e notte. È stato molto duro e ho avuto fortuna a non ammalarmi. » (Rita Levi-Montalcini)

Dopo la guerra tornò dalla famiglia a Torino dove riprese gli studi accademici e allestì un laboratorio di fortuna casalingo in una collina vicino ad Asti. I suoi primi studi (degli anni 1938-1944) erano stati dedicati ai meccanismi di formazione del sistema nervoso dei vertebrati. Con il maestro Giuseppe Levi, iniziò a fare ricerca negli embrioni di pollo attraverso i quali approfondì le ricerche sulle correlazioni nello sviluppo tra le varie parti del sistema nervoso e si rivolgeva allo studio dello sviluppo dei neuroni isolati da vari elementi del tessuto cerebrale dell'embrione, giungendo a diversi risultati pubblicati su riviste scientifiche internazionali.

Nel 1947 il biologo Viktor Hamburger, al quale si era ispirata per molti suoi lavori, la invitò a St. Louis, a prendere la cattedra di docente del corso di Neurobiologia al Dipartimento di zoologia della Washington University. Tra le altre cose continuò le ricerche embrionali sulle galline portando sul terreno sperimentale il problema delle relazioni tra neurosviluppo e periferia organica. Innestando in embrioni di pollo frammenti di speciali tumori, poté osservare il prodursi di un "gomitolo" di fibre nervose a carico delle cellule gangliari, deducendone l'ipotesi di un fattore chimico, liberato dal tessuto ospite e attivo sullo sviluppo dei neuroni. Tra la fine del 1950 e il 1951, agganciandosi alle ricerche dell'embriologo Elemer Bueker, delineò l'idea di un agente promotore della crescita nervosa, presentando nel dicembre 1951 presso la New York Academy of Sciences la sua tesi che cercava di spiegare la differenziazione dei neuroni e la crescita di fibre nervose, l'esistenza di fattori liberati da altre cellule capaci di controllare questa differenziazione. La tesi venne approfondita e precisata con nuove esperienze, condotte nel 1952 con la cultura in vitro all'Istituto di biofisica dell'università di Rio de Janeiro, in collaborazione con Hertha Mayer.

Certa di rimanere negli Stati Uniti solo pochi mesi, quella che doveva essere una breve permanenza si rivelò poi una scelta trentennale. Fino al 1977 rimase negli USA, dove realizzò gli esperimenti fondamentali che la condussero, nel 1951-52, durante la sperimentazione di un trapianto di tumore di topo sul sistema nervoso dell'embrione di un pulcino, alla scoperta del fattore di crescita nervoso, una proteina che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche.

Nel 1954, continuando nelle analisi in vitro e in collaborazione col suo allievo biochimico Stanley Cohen, giunse all'isolamento di una frazione nucleoproteica tumorale e all'identificazione di tale sostanza presente in quantità ingenti nel veleno dei serpenti e nella ghiandola salivare dei topi: una proteina che viene sintetizzata da quasi tutti i tessuti e in particolare dalle ghiandole esocrine, con cui meglio accertò la molecola proteica tumorale chiarificandone i meccanismi di crescita e di differenziazione cellulare. Designata come Nerve Growth Factor (NGF), essa si sarebbe dimostrata attiva sul differenziamento, il trofismo e il tropismo di determinati neuroni del sistema nervoso periferico e del cervello. La loro ricerca è stata di fondamentale importanza per la comprensione della crescita delle cellule e organi e svolge un ruolo significativo nella comprensione del cancro e di malattie come l'Alzheimer e il Parkinson.

Questa scoperta "andava contro l'ipotesi dominante nel mondo scientifico che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni". Sviluppi successivi poterono chiarire appieno il significato di questa scoperta: alcune cellule del sistema simpatico sono stimolate dall'organo di cui regolano l'attività, una maggior richiesta è in grado di modificare in senso ipertrofico le cellule di questo sistema. Dopo aver sperimentato che, trattando alcuni topi con un siero anti-NGF, questi presentavano gravi problemi neuroendocrini, dovuti ad alterazioni irreversibili dell'ipotalamo, Rita Levi-Montalcini lo utilizzò per controllare la crescita dei tumori delle cellule nervose.

Nel 1956 venne nominata professoressa associata e nel 1958 professoressa ordinaria di zoologia presso la Washington University di St. Louis e, nonostante inizialmente volesse rimanere in quella città solo un anno, vi lavorò e vi insegnò fino al suo pensionamento, avvenuto nel 1977. Per circa trent'anni fece le ricerche sull'NGF e sul suo meccanismo d'azione, per le quali nel 1986 ricevette il Premio Nobel per la medicina insieme al suo studente biochimico Stanley Cohen. Nella motivazione del Premio si legge: «La scoperta dell'NGF all'inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell'organismo».

La scienziata devolse una parte dell'ammontare del premio alla comunità ebraica, per la costruzione di una nuova sinagoga a Roma. Nel 1987 ricevette dal Presidente Ronald Reagan la National Medal of Science, l'onorificenza più alta del mondo scientifico statunitense.

Durante la carriera negli Stati Uniti, lavorò assiduamente anche in Italia: fondò un gruppo di ricerche e dal 1961 al 1969 diresse il Centro di Ricerche di neurobiologia creato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Roma) presso l'Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l'Istituto di Biologia della Washington University, e dal 1969 al 1979 rivestì la carica di Direttrice del Laboratorio di Biologia cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Dopo essersi ritirata da questo incarico "per raggiunti limiti d'età" proseguì i suoi studi come ricercatrice e fu Guest professor dal 1979 al 1989. Nel 1983 fu chiamata a ricoprire anche la posizione di presidente dell'Associazione Italiana Sclerosi Multipla, poiché, nonostante i lunghi soggiorni negli Stati Uniti, non smise di seguire le ricerche su questa patologia.

Dal 1989 al 1995 lavorò presso l'Istituto di neurobiologia del CNR con la qualifica di "superesperto", concentrandosi sullo spettro di azione dell'NGF. Dal 1993 al 1998 presiedette l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, istituzione che è riuscita a rilanciare in quegli anni. Nel 1999 è stata nominata ambasciatrice dell'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) dal direttore generale Jacques Diouf, per contribuire alla sua campagna contro la fame nel mondo-

È stata membro delle maggiori accademie scientifiche internazionali, come l'Accademia Nazionale dei Lincei per la classe delle Scienze Fisiche, la Pontificia Accademia delle Scienze (prima donna ammessa), l'Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, la National Academy of Sciences statunitense e la Royal Society. È stata inoltre Presidente onoraria dell'Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Ha collaborato con l'Istituto Europeo di Ricerca sul Cervello (Fondazione EBRI, European Brain Research Institute), da lei fondato nel 2001 e presso il quale ha proseguito, fino a poco tempo prima di morire, la sua attività di ricerca, affiancata da un costante impegno in campo sociale e politico e sostanziata dalla profonda riflessione etica che ne ha animato l'intero percorso di vita.

Levi-Montalcini ha sempre affermato di sentirsi una donna libera. Cresciuta in «un mondo vittoriano, nel quale dominava la figura maschile e la donna aveva poche possibilità», ha dichiarato d'averne «risentito, poiché sapevo che le nostre capacità mentali - uomo e donna - son le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio».

Ha rinunciato per scelta a un marito e a una famiglia per dedicarsi interamente alla scienza. Riguardo alla propria esperienza di donna nell'ambito scientifico, ha descritto i rapporti coi collaboratori e studiosi sempre amichevoli e paritari, sostenendo che le donne costituiscono al pari degli uomini un immenso serbatoio di potenzialità, sebbene ancora lontane dal raggiungimento di una piena parità sociale.

La prima metà degli anni settanta l'ha vista partecipe dell'attività del Movimento di Liberazione Femminile per la regolamentazione dell'aborto.

Rita Levi-Montalcini ha sovente lavorato con giovani attraverso progetti del CNR. Da un'indagine del 2006, effettuata dalla Tns Infratest, la sua credibilità la pone in testa alla classifica dei migliori testimonial.

Alla base di questa volontà di confronto con i giovani vi è una profonda fiducia nelle capacità innovative dell'uomo. Ha più volte affrontato il tema del rapporto tra le nuove generazioni e lo sviluppo tecnologico, del quale ha descritto anche i limiti:
« Oggi, rispetto a ieri, i giovani usufruiscono di una straordinaria ampiezza di informazioni; il prezzo è l’effetto ipnotico esercitato dagli schermi televisivi che li disabituano a ragionare (oltre a derubarli del tempo da dedicare allo studio, allo sport e ai giochi che stimolano la loro capacità creativa). Creano per loro una realtà definita che inibisce la loro capacità di “inventare il mondo” e distrugge il fascino dell’ignoto. »
(Rita Levi-Montalcini)

Negli incontri coi giovani, emerge l'invito a non concentrare l'attenzione solo su sé stessi, a partecipare ai problemi sociali e fare proposte volte al miglioramento del mondo attuale.
Ai giovani ricercatori ha ripetutamente suggerito l'esperienza all'estero per poi tornare in Italia, convinta che risieda in loro il futuro della ricerca e dell'innovazione scientifica del paese.

Nel 2009, giungendo all'età di cento anni, è stata la prima tra le vincitrici e i vincitori del premio Nobel a varcare il secolo di vita. È stata altresì la più anziana tra i senatori e senatrici a vita in carica nonché della storia repubblicana italiana. Più anziano di lei fu il Senatore del Regno Giovanni Battista Borea d'Olmo, vissuto fino all'età di 105 anni. In occasione del compimento dei cento anni ebbe modo di dichiarare: "Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente".

FONTE: Wikipedia

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08 ottobre, 2012

Premio Nobel per la Medicina a John Gurdon e Shinya Yamanaka per la loro ricerca nel campo delle staminali

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Può una cellula matura tornare bambina? E può un organismo adulto ritornare embrione? I due esperimenti che sembrano capovolgere le regole della logica oltre che della biologia sono stati portati a termine a oltre 40 anni da distanza l'uno dall'altro dallo scienziato inglese John Gurdon,79 anni, e da quello giapponese Shinya Yamanaka, 50 anni, che oggi hanno vinto il Nobel per la medicina.

Gordon è il padre storico della clonazione, che tanto fermento ha causato sul fronte della bioetica. Yamanaka quegli stessi malcontenti ha invece contribuito a sedarli, inventando una tecnica che permette di ottenere cellule staminali senza bisogno di toccare gli embrioni. Entrambi sono riusciti a invertire le lancette del tempo della vita "riprogrammando" individui e cellule adulti per riportarli allo stato embrionale.

Con un esperimento che è diventato un classico dei manuali di biologia, Gurdon nel 1962 clonò una rana. Prese una cellula da un individuo adulto. Ne isolò il nucleo e lo inserì all'interno di una cellula uovo dopo aver rimosso il nucleo originario di quest'ultima. Ne nacque un girino in piena salute. Il nucleo di una cellula di una vecchia rana era stato in grado di guidare la cellula uovo verso la formazione di una rana giovane. "Gordon  -  scrive oggi l'Accademia delle Scienze di Stoccolma che assegna il Nobel  -  aveva scoperto che la specializzazione delle cellule è reversibile".

Dagli anni '60 a oggi la clonazione venne replicata su molte specie animali (famosi la pecora Dolly e il cane Snuppy) e divenne quasi un fenomeno da baraccone, con la setta dei raeliani intenta a clonare un essere umano e speculazioni sul modo migliore per riportare in vita un dinosauro. Difficilmente questa tecnica avrebbe potuto dare una mano concreta alla medicina senza l'aiuto di Yamanaka, che nel 2006 prese delle cellule adulte di topo e inserendovi una manciata di geni le trasformò in staminali dalle caratteristiche del tutto simili alle cellule di un embrione. L'esperimento di Yamanaka era estremamente semplice ed elegante. Come una sorta di pietra filosofale, il suo metodo forniva ai medici staminali in quantità per tentare di curare le malattie più svariate, e senza bisogno di distruggere embrioni.

Le staminali di Yamanaka (chiamate ips, induced pluripotent stem cells) sono oggi il cuore dell'attività della maggior parte dei laboratori di medicina rigenerativa. Non sono ancora state usate in esperimenti sull'uomo perché si è notato che il loro Dna non è in ordine al 100 per cento. Ma gli scienziati giudicano questi problemi in via di risoluzione. Le cellule di un paziente malato potranno un giorno essere prelevate, trasformate in staminali grazie al metodo di Yamanaka e poi fatte specializzare nel tipo di tessuto richiesto per correggere diabete, lesioni al midollo spinale, distrofie muscolari e tutte le malattie che la medicina rigenerative promette un giorno di trattare.

Il Nobel al tandem Gurdon-Yamanaka dimostra come una scoperta di biologia fondamentale apparentemente inutile (la clonazione di un girino) possa portare un giorno a delle applicazioni reali in medicina. Anche se nel mezzo ci sono ben 40 anni di sforzi e di ricerche, un tempo infinito per chi ha una malattia da combattere oggi.

Il premio Nobel per la medicina è il primo ad essere annunciato. Domani è il turno della fisica, mercoledì della chimica e giovedì della letteratura. A causa della crisi economica, la fondazione Nobel quest'anno ha diminuito il montante del premio del 20 per cento, stabilendolo a 8 milioni di corone (930.940 euro) contro i 10 milioni in palio dal 2001.

Autrice: Elena Dusi
FONTE: Repubblica.it
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20 febbraio, 2012

Morto il biologo e genetista Renato Dulbecco, premio Nobel per le sue ricerche sui virus tumorali

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E' morto a 98 anni il biologo e genetista Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina nel 1975. Dulbecco aveva scoperto in America, dove si era trasferito 50 anni fa, il meccanismo d'azione dei virus tumorali nelle cellule animali, scoperta per la quale e' stato insignito del Nobel. "Era un po' amareggiato. L'esperienza fatta in Italia lo aveva davvero deluso".

Lo racconta Paolo Vezzoni, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che insieme al professore Renato Dulbecco ha condiviso l'esordio negli anni '90 del "Progetto Genoma" e che e' rimasto in contatto con il premio Nobel della Medicina fino a un paio di mesi fa. Quasi un secolo di vita interamente dedicata alla scienza (era nato a Catanzaro il 22 febbraio 1914), e quasi tutta negli Stati Uniti, con una brillante e inaspettata parentesi, la conduzione del Festival di Sanremo nel 1999 con Fabio Fazio.

E' stata una vita lunghissima e piena di successi quella di Renato Dulbecco, biologo, medico e genetista, premio Nobel per la medicina nel 1975. Una carriera iniziata 80 anni fa: nel 1930 Dulbecco si iscrisse alla facolta' di medicina dell'Universita' di Torino (benche' amasse la fisica), e gia' dal secondo anno, grazie ai brillanti risultati ottenuti, fu ammesso come interno all'Istituto di Anatomia di Giuseppe Levi, personalita' in vista nell'ambito medico e biologico.

Qui, dove si occupava prevalentemente di biologia, ebbe modo di conoscere Salvador Luria e Rita Levi Montalcini, che divenne un'ottima compagna di lavoro e con la quale instauro' una profonda amicizia che coltivo' anche in seguito. Si laureo' a soli 22 anni, nel 1936.
  Decisivo fu l'incontro con Salvador Luria, che aveva gia' avuto modo di conoscere, essendo stato anch'egli studente a Torino e interno dell'istituto di Levi.

Luria si occupava a quel tempo dei virus (biologia) che infettano i batteri (batteriofagi), e utilizzava come Dulbecco le radiazioni; data la comunanza di interessi, gli offri' la possibilita' di lavorare nel suo laboratorio a Bloomington, nell'Indiana (USA), dove collaboravano gia' personalita' di spicco della comunita' scientifica. Nell'autunno del 1947 si trasferi' negli Stati Uniti, a Bloomington (Indiana). Nel 1949 Max Delbruck, padre della genetica moderna, gli offri' un posto di lavoro al California Institute of Technology di Pasadena, piu' noto come Caltech, uno dei piu' importanti laboratori scientifici del mondo.

La grande occasione, quella che spiano' la strada alle nuove frontiere della ricerca biologica, fu lo studio del virus responsabile dell'Herpes zoster, meglio noto come "fuoco di Sant'Antonio". Un'altra conquista, sopraggiunse poco tempo dopo, nel 1955, quando il futuro Nobel riusci' ad identificare un mutante del virus della poliomelite, malattia estremamente temuta, che fu utilizzato da Albert Sabin per preparare un vaccino.


L'interesse per i virus, si fece sempre piu' specifico, fin quando sfocio' in uno studio del tutto nuovo, riguardante i virus che rendono le cellule cancerose, ovvero capaci di moltiplicarsi incessantemente. L'idea di fondo fu quella di studiare la genesi di un cancro, dovuto, come era gia' noto, ad un'alterazione genetica, all'interno di queste piccole entita' biologiche costituite da pochi geni, a differenza delle cellule animali.

Finalmente nel 1968 sopraggiunsero i risultati tanto attesi: "Per indagare l'azione dei geni di questi virus pensai che bisognava prima di tutto capire che cosa ne accadesse all'interno delle cellule rese tumorali [?]. Si supponeva che il virus entrasse nelle cellule, ne alterasse i geni e poi scomparisse, comportandosi come un pirata della strada che investe un pedone ferendolo e poi scappa abbandonando il luogo dell'incidente".

L'elemento inedito fu l'individuazione di una sostanza, chiamata antigene T (tumorale), assente nelle cellule "sane" dell'organismo, ma presente sia in quelle infettate che in quelle uccise dal virus. Non se ne conosceva la natura ma era sufficiente per indurre a pensare che qualcosa del virus restasse nella cellula bersaglio; cio' a cui si miro' allora fu l'identificazione di tale sostanza. L'esito fu chiaro, si trattava di DNA virale che si unisce chimicamente a quello della cellula, diventando parte integrante del suo materiale genetico.

La scoperta fu clamorosa perche' a questo punto fu semplice dedurre che i geni virali definiti "oncogeni" attivassero quelli cellulari necessari alla moltiplicazione cellulare facendola proseguire incessantemente. La scoperta gli frutto' il premio piu' ambito, il Nobel. Gli ultimi decenni sono dedicati al Progetto Genoma: l'obiettivo di identificare tutti i geni delle cellule umane e il loro ruolo, in modo da comprendere e combattere concretamente lo sviluppo del cancro.

Infine, nel 1999, l'ultimo guizzo, con l'ironia e l'inteligenza tipica del grande scienziato: accetta di presentare Sanremo con Fabio Fazio e Laetitia Casta, diventando rapidamente, con il suo sorriso fanciullesco e l'inconfondibile parlata italo-americana un idolo dell'Ariston. 




FONTE: Agi.it Salute
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20 gennaio, 2012

I 90 anni dell'insulina iniettabile

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Avevano poco piu' di 11 anni quando, nel 1919, cominciarono a soffrire di quella 'strana' malattia la cui diagnosi equivaleva, allora, ad una condanna a morte nel giro di poche settimane: il diabete. Ma a Leonard ed Elizabeth la scienza avrebbe riservato una 'sorpresa' in grado di sconfiggere un destino che pareva ineluttabile. E' la scoperta dell'insulina iniettabile, nel 1921, ed i due bambini furono i primi, nel 1922, a ricevere quel trattamento che avrebbe salvato, dopo le loro, milioni di vite in tutto il mondo.

L'insulina e' un ormone prodotto dal pancreas, la cui funzione fondamentale e' quella di regolare il livello di glucosio nel sangue. Se la sua quantita' o funzione nell'organismo e' alterata, oppure se l'ormone e' totalmente mancante, la conseguenza e' il diabete, malattia cronica caratterizzata appunto dalla presenza di elevati livelli di glucosio nel circolo sanguigno (iperglicemia). Una malattia incurabile, fino al fatidico anno 1921, quando due medici canadesi - Fredrick Banting e Charles Best - riuscirono per la prima volta a isolare e produrre insulina estraendola dal pancreas del maiale o altri animali. L'anno successivo, l'11 gennaio 1922, l'insulina viene usata per la prima volta per curare il diabete in un essere umano. Il primo paziente fu proprio Leonard Thompson, e pochi mesi dopo, in agosto, anche Elizabeth inizio' il trattamento. Entrambi sono sopravvissuti anni grazie alla cura 'rivoluzionaria', per la quale nel 1923 Banting ricevette il Premio Nobel per la Medicina. Nel tempo gli studi proseguirono, fino ad arrivare alla messa a punto di insulina di derivazione sintetica. Oggi, a 90 anni dal primo trattamento con insulina sull'uomo, si sono fatti passi enormi nella cura di quella che si potrebbe definire una 'ex malattia incurabile'. E nuove formulazioni di 'insulina di nuova generazione' sono disponibili sul mercato, garantendo una maggiore efficacia e minori effetti collaterali.

Il diabete, pero', complice anche un peggioramento degli stili di vita, continua a diffondersi vertiginosamente. Gli esperti mettono in guardia: Sono 366 mln i malati nel mondo nel 2011 ma, secondo le previsioni, raggiungeranno il picco di 552 mln nel 2030. Si parla dunque di una 'epidemia globale' che sta interessando sempre di piu' anche i paesi dell'Asia e dell'Africa e che pone un grave problema di sostenibilita' economica: nell'arco di 10 anni, i vari sistemi sanitari nazionali non saranno infatti piu' in grado di 'reggere' i costi della 'emergenza diabete'. Anche il numero dei decessi resta alto - circa 3 mln ogni anno - perche', nonostante le migliori cure disponibili, pesano aggravanti come l'obesita' (sempre piu' diffusa nel mondo) e complicanze cardiovascolari. Oggi dunque la sfida contro il diabete sta, soprattutto, nella prevenzione, a partire dai corretti stili alimentari per ridurre i tassi di obesita', fattore strettamente collegato al diabete.

Ma di certo, la messa a punto della terapia insulinica ha segnato una svolta storica alla lotta contro questa malattia, aprendo la strada a nuove, possibili armi terapeutiche - dalle cellule staminali, ai trapianti di isole pancreatiche ai vaccini - che potrebbero portare, in futuro, ad una cura definitiva.


FONTE: Ansa.it
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13 dicembre, 2011

Briciole di Medicina (17° Puntata) - Il trapianto cardiaco

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La fase sperimentale del trapianto di cuore inizia nel 1905 con Carrel Guthrie, che operò un trapianto cardiaco eterotopico da cane a cane. Nel 1960 Lower e Shumway descrivono il primo trapianto cardiaco ortotopico nell'animale. Il primo trapianto di cuore al mondo fu eseguito il 3 dicembre 1967 dal chirurgo sudafricano Christiaan Barnard all'ospedale Groote Schuur di Città del Capo, su Louis Washkansky, di 55 anni, che morì 18 giorni dopo. Nel 1972 è l'introduzione della biopsia endocardica per la monitorizzazione del rigetto acuto. Il 1975 è l'anno del primo ritrapianto di cuore. Nel 1980 viene introdotta la ciclosporina come farmaco anti-rigetto. Il primo intervento di trapianto cardiaco in Italia fu eseguito il 14 novembre 1985 a Padova, dall'équipe del professor Vincenzo Gallucci. Il 2 ottobre 2010 il professor Antonio Amodeo all'ospedale Bambino Gesù di Roma riesce nel primo impianto di cuore artificiale permanente su un ragazzo di 15 anni, affetto da una malattia rara che impediva il trapianto di cuore, lasciandogli pochi mesi di vita. Il cuore artificiale è una pompa idraulica in titanio attivata elettricamente lunga 4 cm e 400 grammi di peso, collegata all'arteria aorta, con due novità significative: è impiantata interamente nel ventricolo sinistro all'interno della cavità toracica, per ridurre al minimo i rischi di infezione, e l'alimentazione elettrica è posta dietro l'orecchio sinistro, collegata a una batteria che il paziente porta alla cintura.

Il trapianto cardiaco è oggi praticato frequentemente in caso di insufficienza cardiaca grave, refrattaria al trattamento, qualunque ne sia la causa. Le due patologie che più frequentemente richiedono il trapianto sono la cardiomiopatia dilatativa e la cardiopatia ischemica. Tre principali fattori hanno contribuito al miglioramento dei risultati del trapianto cardiaco dal primo trapianto da uomo a uomo nel 1967: (1) una più efficace terapia immunosoppressiva (incluso impiego di ciclosporina A, glucocorticoidi e altri farmaci), 2) un'accurata selezione dei candidati e (3) la precoce diagnosi

Istopatologica del rigetto acuto dell'allotrapianto tramite biopsia endomìocardìca. Tra le complicanze maggiori, il rigetto dell'allotrapianto è il principale problema e richiede un'attenta sorveglianza; la biopsia endomiocardica programmata è l'unico mezzo affidabile per diagnosticare un rigetto cardiaco acuto prima che si verifichi un danno miocardico significativo e a uno stadio che sia reversibile nella maggior parte dei casi. Il rigetto acuto è caratterizzato da un infiltrato infiammatorio linfocitario interstiziale che, negli stadi più avanzati, danneggia i miociti a esso adiacenti; il quadro istologico è simile alla miocardite. Quando il danno miocardico non è ancora esteso, l'episodio di "rigetto" è in genere autolimitato o può essere risolto aumentando la terapia immunosoppressiva. Il rigetto avanzato può essere irreversibile e fatale se non trattato tempestivamente.

Il principale limite attuale al successo a lungo termine del trapianto cardiaco è la diffusa proliferazione intimale stenosante delle arterie coronarie, che può interessare in forma estesa i vasi intramurali (arteriopatia da trapianto). Poiché il cuore trapiantato è spesso denervato, i pazienti con questa patologia possono non percepire il dolore toracico ischemico e questo grave problema può dare luogo a infarti miocardici clinicamente silenti; in caso di grave arteriopatia da trapianto, l'esito usuale è un'ICC o la morte improvvisa del paziente. La patogenesi di questa arteriopatia non è chiara. Reazioni di rigetto cronico, di basso livello, possono stimolare le cellule infiammatorie e le cellule della parete vascolare a secernere fattori di crescita che promuovono il reclutamento e la proliferazione di cellule muscolari lisce e la sintesi di matrice extracellulare, espandendo in tal modo l'intima, Altri problemi postoperatori includono infezioni e tumori, in particolare il linfoma a cellule B associato al virus di Epstein-Barr che insorge nel contesto dell'immunosoppressione T cellulare a cui i pazienti sono sottoposti per controllare un possibile rigetto. Malgrado questi problemi, la prognosi globale è buona; la sopravvivenza a I anno è del 70-80% e quella a 5 anni è superiore al 60%.

TRAPIANTO ORTOTOPICO

Si devono considerare 4 momenti: • cardiectomia del donatore • modalità di protezione dell'organo durante il trasporto • cardiectomia del ricevente • trapianto vero e proprio

Cardiectomia del donatore: si inizia con una sternotomia mediana longitudinale con pericardiectomia con lo scopo di esporre il cuore ed eseguire l'esplorazione così da valutare la contrattilità ventricolare e le condizioni delle coronarie. Segue la rimozione del catetere venoso centrale (dalla vena giugulare esterna) e l'isolamento tramite clampaggio della vena cava superiore, che viene anche sezionata. Vengono poi clampate la vena cava inferiore, il tronco venoso brachiocefalico, le vene azygos, l'aorta ascendente, l'arco aortico e le vene polmonari (in corrispondenza delle biforcazioni). Alla chiusura dell'aorta, inizia l'infusione della soluzione cardioplegica fredda di conservazione (1500-2000 cc) dall'aorta ascendente, che si accumula nel circolo coronarico. L'organo è quindi raffreddato topicamente con ghiaccio.È sezionata l'aorta prima dell'origine del tronco brachio-cefalico e dopo l'insorgenza della succlavia. Sono sezionate le arterie polmonari destre e sinistre (a livello della biforcazione) per avere la massima lunghezza del tronco comune e dell'arteria polmonare. È sezionata completamente la vena cava inferiore. È lussato il massiccio ventricolare verso l'alto e sezionate le vene polmonari all'emergenza del pericardio. Si prosegue con l'asportazione dell'organo previo isolamento di rene, pancreas e fegato. La fase di preparazione dell'organo donato prima del trapianto prevede la preparazione della cuffia atriale sinistra mediante le sezione allo sbocco delle vene polmonari in atrio sinistro (margine di sutura unico), la separazione della vena cava superiore e delle arterie polmonari, la separazione delle arterie polmonari e dell'aorta ascendente, la biopsia endomiocardica del ventricolo sinistro.
Trasporto dell'organo: il trasporto dell'organo non può durare più di 4-5 ore (dal clampaggio dell'aorta ascendente) ed il cuore da trapiantare va raffreddato con ghiaccio ed immerso in una sostanza cardioplegica, ipotermica e iperpotassica. Appena prelevato, è messo in un sacchetto sterile con 1000 cc di ringer acetato a 4 °C, posto dentro ad un altro sacchetto identico, ad un ulteriore sacchetto sterile di fisiologica a 4° ed infine in una borsa termica non sterile con ghiaccio. In questo modo si mantiene la temperatura dell'organo a 4-10 °C. Gli obiettivi della procedura sono l'ottimale preservazione dell'organo in difesa dall'ischemia e la minimizzazione dei rischi infettivi.

Cardiectomia del ricevente: sul ricevente si esegue una sternotomia mediana. Dopo esposizione del cuore, si installa la circolazione extracorporea inserendo le cannule nelle vene cave e nella aorta discendente. Si inizia sezionando l'atrio destro presso la giunzione atrioventricolare destra. Si prosegue con la resezione dell'aorta ascendente, con la resezione dell'arteria polmonare, con la resezione dell'atrio sinistro a livello del solco atrio-ventricolare sinistro e con la resezione del setto interatriale. Dopo questi procedimenti rimane la radice dell'aorta ascendente, la radice dell'arteria polmonare, la parete posteriore dell'atrio sinistro con gli orifizi delle quattro vene polmonari, la porzione postero-laterale dell'atrio destro con gli sbocchi nelle vene cave e l'impianto del setto interatriale.

Impianto del cuore nuovo: il trapianto vero e proprio inizia suturando il margine auricolare dell'atrio sinistro fino a raggiungere il setto interatriale inferiore. Per l'impianto dell'atrio destro bisogna eseguire un accorgimento creando una cuffia di fissaggio incidendo la vena cava inferiore in direzione dell'auricola dell'atrio destro. A questo punto si può chiudere l'atrio: si fissa il moncone dell'arteria polmonare, si fissa infine il moncone aortico. Infine, si esce dalla CEC e si provvede alla debullazione e al declampaggio aortico. La ripresa funzionale è spontanea oppure artificiale tramite defibrillazione.

Trapianto eterotopico Si può ricorrere al trapianto eterotopico (organo da trapiantare in parallelo al cuore malato) ad esempio quando l'organo del donatore è troppo piccolo. Tuttavia, questa rappresenta una eventualità rara. Si bypassa il ventricolo sinistro del donatore con il ventricolo sinistro del ricevente. Poi, sono anastomizzati gli atri sinistri, le vene cave superiori, l'aorta e le arterie polmonari tramite protesi. Il cuore è collocato nell'emitorace destro appoggiato direttamente su emidiaframmi.
COMPLICANZE NEL TRAPIANTO CARDIACO
Possono essere di natura immunologica, con rigetto, ma anche emodinamica, neoplastica, infettive, renali, endocrinologiche, vascolari.
Il rigetto è la risposta biologica dell'organismo quando l'organo trapiantato viene riconosciuto come estraneo. Distinguiamo diverse forme di rigetto in base alla cronologia di comparsa e la gravità:
1) Rigetto iperacuto: si presenta a poche ore dal trapianto ed è espressione di una precedente immunizzazione del ricevente nei confronti dell'organo trapiantato: unico trattamento è il ritrapianto. Vengono rilasciati anticorpi IgM e IgG contro Ag-MHC presenti sulle membrane delle cellule dell'endotelio del graft. Istologicamente si verifica quel fenomeno detto "graft necrosis" caratterizzato da necrosi della parete endoteliale con trombosi del microcircolo coronarico, ischemia ed edema diffuso, infiltrato mononucleato, emorragia dei capillari e delle arteriole entro poche ore dal decesso.

2) Rigetto acuto: si presenta da pochi giorni fino ad un anno dal trapianto dovuto ad una reazione immunitaria cellulo-mediata T-dipendente. Istologicamente, si mostra con una infiltrazione di cellule mononucleate sia a livello interstiziale sia a livello vascolare. Nel graft si manifestano edema, miocitolisi, trombosi ed emorragia. Il trattamento è effettuato con steroidi e terapia linfolitica. Il rigetto acuto umorale si presenta entro i primi 15 giorni dal trapianto. È dovuto ad una eccessiva attivazione dei linfociti B e vengono rilasciati anticorpi IgM ed IgG di produzione plasmacellulare. Il trattamento prevede plasmaferesi per eliminare gli anticorpi dal plasma, la somministrazione di ciclofosfamide e nei casi gravi il ritrapianto. Nel graft si manifestano necrosi endoteliale, edema e miocitolisi. Dal punto di vista clinico si osserva un severo risentimento emodinamico con segni costituzionali, segni di irritabilità cardiaca (frequenza cardiaca maggiore di 120 bpm, flutter e fibrillazione atriale, versamento pericardico, nonché segni e sintomi di disfunzione cardiaca (affaticamento, dispnea da sforzo, ortopnea, epatomegalia, edemi declivi).
Rigetto cronico: si presenta a partire dal sesto mese dal trapianto e la sua incidenza aumenta col passare del tempo. È ad inizio subdolo e grave: nonostante si manifesti come coronaropatia, il dolore anginoso non è presente nel trapiantato poiché il cuore trapiantato è completamente denervato. Contribuiscono alla eziopatogenesi del rigetto cronico sia fattori immunologici, sia la coesistenza di infezione da CMV, iperlipidemia, età del donatore, ischemia miocardica e patologie cardiache del cuore donato. In questo tipo di rigetto si verifica un danno intimale vascolare coronarico consistente in un quadro di aterosclerosi coronarica accelerata con attivazione dei fattori di coagulazione sulla parete endoteliale, attivazione del complemento, aggregazione piastrinica, migrazione e proliferazione dei miociti. La lesione è mediata da endoteliociti. È una lesione diffusa e spesso riguarda l'aorta del donatore, l'arteria polmonare e i loro vasa vasorum. Dal punto di vista miocardico, è privilegiato il danno in posizione intramurale. Il rigetto cronico è responsabile del 36% di morte al primo anno e causa il 60% dei ritrapianti. Migliore è il matching HLA tra donatore e ricevente, minore è la mortalità precoce e tardiva. I pazienti che non manifestano coronaropatie hanno alte probabilità di sopravvivenza rispetto ai coronaropatici. Nei casi di coronaropatia post-rigetto cronico difficilmente trattabili con il cambio della terapia immunosoppressiva, si può attuare una PCI (rivascolarizzazione percutanea) oppure un intervento di by-pass aortocoronarico. Se c'è disponibilità, il ritrapianto cardiaco è considerata una opzione ottimale.
Grading del rigetto cardiaco Esiste una stadiazione internazionale del rigetto che tiene conto dei gradi di intensità. La stadiazione viene stabilita eseguendo delle biopsie endomiocardiche seriate. Pertanto riconosciamo: • rigetto lieve. È quasi costantemente presente, è fisiologico e non prevede trattamento. Si manifesta con presenza di infiltrati focali perivascolari ed interstiziali di linfociti senza danno cellulare. • rigetto moderato. Si manifesta con presenza di infiltrati focali di linfociti di taglia maggiore senza danno cellulare (di tipo A) oppure con infiltrato plurifocale di linfociti di taglia maggiore (eosinofili) con danno cellulare (di tipo B). • rigetto severo. Si manifesta con presenza di infiltrato di eosinofili e di polimorfonucleati, con edema interstiziale, con emorragia da rottura dei vasi del microcircolo ed infine necrosi miocitaria e danno cellulare. • rigetto riparativo. Rigetto in cui è presente un quadro istologico più favorevole dopo la biopsia successiva ad un rigetto.

Monitorizzazione del rigetto: nell'era della profilassi con ciclosporina, i segni clinici sono rari e tardivi, per cui è importante effettuare una monitorizzazione accurata:
• ECG: fornisce scarsi dati. Al limite è segnalabile la fibrillazione atriale o un abbassamento dei voltaggi.
• Ecodoppler: mette in evidenza un possibile versamento pericardico, la riduzione della contrattilità, l'inspessimento della parete, il rilasciamento ventricolare sinistro e la misura dei flussi.
• Rx torace: mostra l'ingrandimento dell'ombra cardiaca.
• Esame citoimmunologico: studia le popolazioni linfocitarie, in particolare il rapporto T4/t8 che potrebbe risultare aumentato.
• Biopsia endomiocardica: Si esegue tramite inserimento dalla vena giugulare interna fino al ventricolo destro.
• Emodinamica: la diminuita sensibilità e il minore valore predittivo di esami diagnostici tradizionali (ECG, ecostress) fanno dell'ecografia intravascolare e della coronarografia i principali strumenti di diagnosi.
Complicanze neoplastiche L'incidenza dei tumori è del 9,8% nei pazienti trapiantati (rispetto allo 0,6 nella popolazione generale) a causa della terapia immunosoppressiva. • 56% tumori solidi • 26% tumori linfoproliferativi (PTLD) • 9% tumori cutanei • 9% sarcoma di Kaposi. HHV8 ed EBV sono legati al sarcoma di Kaposi e alle PTLD.

Complicanze emodinamiche Le complicanze emodinamiche comprendono la vasculopatia polmonare con scompenso destro e l'insufficienza cardiaca.
Complicanze infettive Le infezioni sono una complicanza legata alla terapia immunosoppressiva e sono più frequenti nei primi 6 mesi (con picco al primo mese). Frequentemente coinvolti sono i batteri nosocomiali (stafilococchi), i miceti, il CMV ed i germi opportunistici quali lo Pneumocistis Carinii. Il Toxoplasma Gondii rappresenta un grave problema nei mismatch negativi con donatori positivi. A un anno dal trapianto il 40% dei pazienti ha subito almeno una infezione maggiore e più dell'80% almeno una infezione minore.
Complicanze renali L'insufficienza renale che può comparire è legata al trattamento con inibitori della calcineurina. I pazienti più suscettibili sono quelli che presentano fattori di rischio aggiuntivi, quali l'ipertensione e il diabete. È bene sostituire i farmaci nel momento in cui la situazione renale va peggiorando.
Complicanze endocrinologiche A causa della terapia immunosoppressiva con steroidi e inibitori della calcineurina, si può sviluppare una intolleranza al glucosio che esita in diabete mellito. È più frequente se il paziente ha più di 40 anni, è obeso, ha una sottostante intolleranza al glucosio ed è sieropositivo per CMV.
Complicanze vascolari L'ipertensione arteriosa compare nel 40-90% dei pazienti ed è causata dagli inibitori della calcineurina per stimolazione simpatica, effetti neuroormonali ed effetti vascolari diretti sul circolo renale.
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03 ottobre, 2011

Nobel della Medicina 2011 a Beutler, Hoffmann e Steinman (morto tre giorni fa) per le loro ricerche in campo immunitario

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Tre nomi spesso incontrati nello studio dei passaggi chiave dell'attivazione del sistema immunitario. Tre nomi che hanno fatto, fra i tanti, la storia della medicina e che vengono insigniti per questo del premio nobel 2011. Premio purtroppo postumo per uno di loro, lo scienziato canadese Ralph Steinman morto tre giorni fa e vincitore del premio per la medicina 2011 insieme con l'americano Bruce Beutler e al lussemburghese Jules Hoffmann. "Steinman - si legge in un comunicato Rockefeller University, dove lavorava - è deceduto il 30 settembre. Quattro anni fa, gli era stato diagnosticato un carcinoma al pancreas. Il ricercatore è riuscito ad allungare il decorso della malattia grazie all'immunoterapia basata sulle cellule dendritiche". Proprio le nuove scoperte sulle cellule dendritiche sono valse a Steinman l'importante riconoscimento di Stoccolma, pur se post mortem.

I suoi lavori, uniti a quelli degli altri due premiati, hanno aperto la strada a una nuova serie dei cosiddetti "vaccini terapeutici" contro il cancro. Le loro ricerche hanno contribuito anche a comprendere meglio il funzionamento del sistema immunitario di fronte a patologie infiammatorie quali l'artrite reumatoide. "Hanno rivoluzionato la nostra comprensione del sistema immunitario scoprendo i principi chiave per la sua attivazione", si legge in una nota del Karolinska Institutet di Stoccolma che assegna il premio.

Beutler, 54 anni, lavora nell'istituto Scripps ed è stato premiato con Hoffmann, 70 anni, per avere scoperto le proteine dei recettori che attivano l'immunità innata, il primo meccanismo del nostro sistema di difesa. Steinman era ricercatore presso la Rockefeller University ed è stato premiato per aver osservato per primo le cellule dendritiche che regolano l'immunità adattativa, la fase successiva della risposta di difesa durante la quale i microrganismi vengono cancellati dal corpo.

Jules Hoffmann ha compiuto la sua scoperta pionieristica nel 1996, quando con i suoi collaboratori si è concentrato sullo studio dei moscerini della frutta e del modo in cui combattono le infezioni. Il team ha analizzato insetti con mutazioni a livello di numerosi geni tra cui il "Toll". Infettando i moscerini con batteri o funghi, Hoffmann scoprì che i Toll mutanti morivano perchè non erano in grado di scatenare una difesa efficace.

Bruce Beutler era invece alla ricerca del recettore che si lega al lipopolisaccaride (Lps), l'involucro esterno dei batteri, causando shock settico. Nel 1998, Beutler e i suoi colleghi hanno scoperto che i topi resistenti al Lps avevano una mutazione in un gene molto simile a quella del gene Toll nei moscerini della frutta. Il recettore simil-Toll (Tlr) si è rivelata la chiave.

"Un premio meritatissimo a tre scienziati che hanno dato un contributo essenziale allo sviluppo dell'immunologia", commenta Piergiuseppe De Berardinis, primo ricercatore all'Istituto di Biochimica delle proteine del Cnr di Napoli, che aggiunge: "Le scoperte sulle cellule dendritiche sono fondamentali per gli studi sull'immunoterapia dei tumori e nelle terapie farmacologiche sperimentali per la cura del cancro, in quanto definiscono i meccanismi di risposta immediata e a lungo termine del sistema immunitario nei confronti degli agenti patogeni".


FONTE: Repubblica.it
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