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AFORISMA DEL GIORNO

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06 giugno, 2019

Che cos'è il Patisiran e come lo studio clinico APOLLO si inserisce nelle prospettive nel trattamento della amiloidosi hATTR

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Lo scorso anno la Fda ha approvato il Patisiran, il primo farmaco specificamente autorizzato per il trattamento di una malattia rara e mortale chiamata amiloidosi ereditaria da transtiretina (hATTR). Sviluppato dalla biotech americana Alnylam, è stato messo in commercio con il marcio Onpattro.

La decisione è stata anche una pietra miliare scientifica: segna la prima approvazione in assoluto per un farmaco che utilizza la RNA interference, un meccanismo di difesa presente in natura che le cellule possono utilizzare per mettere a tacere un gene prima che produca una proteina dannosa.

«Questa approvazione fa parte di un'ondata più ampia di progressi che ci consentono di trattare la malattia affrontando effettivamente la causa alla radice, permettendoci di arrestare o invertire una condizione, piuttosto che essere in grado solo di rallentarne la progressione o di curare i suoi sintomi. In questo caso, gli effetti della malattia causano una degenerazione dei nervi, che può manifestarsi in dolore, debolezza e perdita di mobilità", ha detto il Commissario dell'Fda Scott Gottlieb "Nuove tecnologie come gli inibitori dell'RNA, che alterano i fattori genetici di una malattia, hanno il potenziale di trasformare la medicina, in modo da poter meglio affrontare e anche curare le malattie debilitanti. Ci impegniamo a far progredire i principi scientifici che consentono lo sviluppo e la revisione efficienti di trattamenti sicuri, efficaci e innovativi, in grado di cambiare la vita dei pazienti.»

L'approvazione dell'Fda è specifica per il trattamento dei danni ai nervi periferici subiti dai pazienti con hATTR e rappresenta il culmine di quasi due decenni di lavoro scientifico iniziato quando gli scienziati Andrew Fire e Craig Mello scoprirono l'RNAi 20 anni fa. Nel 2006, hanno vinto un premio Nobel per la loro scoperta.

Dal 2002, Alnylam, la più grande azienda del settore RNAi, ha cercato di utilizzare il metodo per produrre farmaci innovativi. Altri tre farmaci di Alnylam che sfuttano la RNAi sono in fase avanzata di sviluppo, per l'emofilia, il colesterolo elevato e la porfiria epatica acuta (una malattia epatica rara).

«Dopo 16 anni, una perseveranza instancabile e miliardi di dollari in investimenti, siamo finalmente riusciti a far progredire la terapia RNAi nel suo complesso, per ottenere una nuova classe di farmaci innovativi", ha dichiarato il CEO dell'azienda John Maraganore alla testata Xconomy. "Cosa conta di più? La differenza che ora possiamo fare nella vita dei pazienti con amiloidosi da hATTR.»

Si stima che la hATTR colpisca 50mila persone in tutto il mondo. Le persone che hanno la malattia fanno una versione mutata della transtiretina (TTR), una proteina che si accumula in ciuffi piegati male, causando danni a una varietà di tessuti in tutto il corpo. Alcuni pazienti soffrono solo il danno nervoso, che inizia con intorpidimento delle dita dei piedi, poi, i piedi, e si muove verso l'alto. Altri soffrono di problemi cardiovascolari che possono determinare scompenso cardiaco e morte. La maggior parte dei pazienti ha entrambi i problemi. Gli unici trattamenti finora effettuati negli Stati Uniti sono i trapianti di fegato o diflunisal, un farmaco antinfiammatorio usato off-label per "stabilizzare" la proteina TTR e rallentare i danni nervosi progressivi. Ma i trapianti di fegato sono rischiosi, difficili da ottenere, e non sempre funzionano. E il diflunisal può causare problemi di stomaco o reni, quindi non è per tutti.

Il paradigma terapeutico per l'hATTR è stato però modificato. Il farmaco di Alnylam è una piccola molecola di RNA, somministrata al fegato da una nanoparticella lipidica, che agisce interferendo con l'RNA che produce la forma anomala della transtiretina proteica (TTR) per bloccare la produzione della proteina.

L'efficacia di Onpattro è stata dimostrata in uno studio clinico che ha coinvolto 225 pazienti, 148 dei quali sono stati assegnati randomizzati a ricevere un'infusione di Onpattro una volta ogni tre settimane per 18 mesi, e 77 dei quali sono stati assegnati a ricevere un'infusione di placebo alla stessa frequenza. I pazienti che hanno ricevuto Onpattro hanno avuto risultati migliori su misure di polineuropatia tra cui la forza muscolare, valutazioni su diverse sensazioni (dolore, temperatura, intorpidimento), riflessi e sintomi autonomici (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, digestione) rispetto a coloro che hanno ricevuto l'infusione di placebo. I pazienti sottoposti a trattamento con patisiran hanno ottenuto risultati migliori anche per quanto riguarda la valutazione della deambulazione, dello stato nutrizionale e della capacità di svolgere attività di vita quotidiana.
 
Lo studio clinico APOLLO
 
Nello studio clinico APOLLO sono state valutate la sicurezza e l’efficacia di patisiran in una popolazione arruolata a livello globale e di pazienti affetti da amiloidosi hATTR. Lo studio ha dimostrato la superiorità di patisiran, rispetto al placebo nel miglioramento dei parametri relativi a polineuropatia, qualità della vita, attività quotidiane, deambulazione, stato nutrizionale e sintomatologia autonomica in pazienti adulti con amiloidosi hATTR. Per valutare funzionalità motoria, sensoriale e nervosa, riflessi e pressione posturale è stata utilizzata la scala modificata del Neuropathy Impairment Score (mNIS+7).

•    A 18 mesi, il trattamento con patisiran ha determinato una variazione media di 6,0 punti (miglioramento) nel punteggio mNIS+7 ottenuto al basale, rispetto a un aumento medio di 28,0 punti (peggioramento) segnalato per il gruppo placebo. Con una differenza media complessiva di 34,0 punti del braccio patisiran rispetto al placebo.
•    Mentre quasi tutti i pazienti trattati con patisiran hanno avuto un beneficio terapeutico rispetto al placebo, il 56% dei pazienti trattati con patisiran ha ottenuto un notevole miglioramento nei parametri di valutazione della polineuropatia (punteggio mNIS+7 migliorato) rispetto al proprio livello basale dopo 18 mesi di terapia, rispetto al 4% dei pazienti ai quali era stato somministrato il placebo.
•    A 18 mesi, il 51% dei pazienti patisiran ha ottenuto un miglioramento nella qualità della vita misurato in base al punteggio Norfolk QOL-DN, rispetto al 10% dei pazienti placebo.
•    Nel corso dei 18 mesi di terapia, i pazienti trattati con patisiran, hanno ottenuto un notevole beneficio in tutti gli altri endpoint di efficacia, tra cui attività quotidiane, deambulazione, stato nutrizionale e sintomatologia autonomica.
•    Patisiran ha ottenuto dati favorevoli sugli endpoint esplorativi relativi a struttura cardiaca e parametri funzionali nei pazienti con interessamento cardiaco.
•    L’incidenza e la gravità degli eventi avversi sono stati simili nei pazienti trattati con patisiran e con placebo. Gli eventi avversi più comuni segnalati nei pazienti trattati con patisiran, con una frequenza almeno del 3% superiore a quella registrata nei pazienti trattati con placebo, sono stati l’edema periferico e le reazioni correlate all’infusione. 

FONTE: Pharmastar
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15 aprile, 2019

Allerta dellʼAifa su alcuni antibiotici chinolonici di uso comune: rischio reazioni avverse gravi e persistenti

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Allerta dell'Agenzia Italiana del farmaco su alcuni antibiotici di uso comune per il rischio di gravi effetti collaterali "invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti". L'Agenzia ha diffuso una nota con indicazioni rivolte ai medici. Nel mirino i medicinali che contengono fluorochinoloni e chinoloni, che verranno ritirati dal commercio. Si raccomanda prudenza nelle prescrizioni anche per i pazienti anziani.

Ai medici viene indicato di non prescrivere tali medicinali in casi quali il trattamento di infezioni non gravi o per infezioni non batteriche.

Il medico deve inoltre informare il paziente di "interrompere il trattamento ai primi segni di reazione avversa grave quale tendinite e rottura del tendine, dolore muscolare, neuropatia" e di consultare il proprio medico per ulteriori consigli.

L'Ema (Agenzia europea del farmaco), si legge ancora nell'allerta dell'Aifa, "ha riesaminato nei mesi scorsi gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici per uso sistemico ed inalatorio per valutare il rischio di reazioni avverse gravi e persistenti (che durano mesi o anni), invalidanti e potenzialmente permanenti, principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso.

Le reazioni avverse gravi a carico del sistema muscoloscheletrico includono tendinite, rottura del tendine, mialgia, debolezza muscolare, artralgia, gonfiore articolare e disturbi della deambulazione. Gli effetti gravi a carico del sistema nervoso periferico e centrale includono neuropatia periferica, insonnia, depressione, affaticamento e disturbi della memoria, oltre che compromissione della vista, dell'udito, dell'olfatto e del gusto. Sono stati segnalati soltanto pochi casi di queste reazioni avverse invalidanti e potenzialmente permanenti, ma è verosimile una sotto-segnalazione.

A causa della gravità di tali reazioni in soggetti fino ad allora sani, la decisione di prescrivere chinoloni e fluorochinoloni dev'essere presa dopo un'attenta valutazione dei benefici e dei rischi in ogni singolo caso".

FONTE: TgCom.it
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18 maggio, 2018

FederFarma: in calo la spesa farmaceutica, boom dei farmaci generici

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I dati FederFarma sulle categorie terapeutiche più prescritte nel 2017

Ammonta a 8,289 miliardi la spesa farmaceutica netta del Ssn canale farmacia del 2017 (la lorda è stata di 10,472 miliardi) secondo i dati diffusi ieri da Federfarma, registrando un calo, pari a -1,9% rispetto al 2016 e confermando il trend di riduzione della spesa per farmaci erogati dalle farmacie nel normale regime convenzionale.

Un calo determinato da una diminuzione del -1,2% del numero delle ricette SSN e da un’analoga riduzione del valore medio della ricetta (netto -0,7%; lordo -0,4), conseguente alla diminuzione del prezzo medio dei farmaci prescritti in regime convenzionale (-0,7%).

Pochi giorni fa i dati IQVIA rilevavano che a fronte di tale calo di spesa e di consumi nell’ambito della spesa convenzionata corrisponde, invece, sempre nel 2017 un rilevante incremento della spesa (+13,3%) e del numero di pezzi di farmaci (+11%) erogati in distribuzione per conto (DPC).

Questo aumento sensibile – sottolinea Federfarma -  si colloca all’interno di un incremento della spesa complessiva per farmaci acquistati direttamente dalle strutture pubbliche che nel 2017 è stato pari al +3,9%.

Nel 2017 le ricette sono state oltre 580 milioni, pari in media a 9,57 ricette per ciascun cittadino. Le confezioni di medicinali erogate a carico del SSN sono state oltre 1.103 milioni (-1,2% rispetto al 2016). Ogni cittadino italiano ha ritirato in farmacia in media 18,2 confezioni di medicinali a carico del SSN, di prezzo medio pari a 9,42 euro (9,48 euro nel 2016).

Le farmacie – sottolinea ancora Federfarma - continuano a dare un rilevante contributo al contenimento della spesa, oltre che con la diffusione degli equivalenti e la fornitura gratuita di tutti i dati sui farmaci SSN, con lo sconto per fasce di prezzo, che ha prodotto nel 2017 un risparmio di circa 415 milioni di euro, ai quali vanno sommati circa 67 milioni di euro derivanti dalla quota dello 0,64% di cosiddetto pay-back, posto a carico delle farmacie a partire dal 1° marzo 2007 e sempre prorogato, volto a compensare la mancata riduzione del 5% del prezzo di una serie di medicinali.

A tali oneri si è aggiunta, dal 31 luglio 2010, la trattenuta dell’1,82% sulla spesa farmaceutica, aumentata, da luglio 2012, al 2,25%.

Tale trattenuta aggiuntiva ha comportato, per le farmacie, un onere quantificabile nel 2017 in circa 188 milioni di euro.

Complessivamente, quindi – rileva Federfarma - il contributo diretto delle farmacie al contenimento della spesa, nel 2017, è stato di circa 670 milioni di euro.

È bene ricordare – nota l’associazione dei titolari di farmacia - che lo sconto a carico delle farmacie ha un carattere progressivo in quanto aumenta all’aumentare del prezzo del farmaco, facendo sì che i margini reali della farmacia siano regressivi rispetto al prezzo.

Le farmacie rurali sussidiate e le piccole farmacie a basso fatturato SSN (i cui limiti sono stati aggiornati dalla legge 172/2017 a decorrere dal 1° gennaio 2018) godono di una riduzione dello sconto dovuto al SSN.

L’incidenza sulla spesa lorda delle quote di partecipazione a carico dei cittadini è aumentata, passando dal 14,2% del 2016 al 14,4% del 2017. Nelle Regioni con ticket più incisivo le quote di partecipazione hanno un’incidenza sulla spesa lorda tra il 12,3% e il 20,9% (in Valle d’Aosta).

Complessivamente i cittadini hanno pagato oltre 1,5 miliardi di euro di ticket sui farmaci, di cui più del 67% (dato AIFA) dovuto alla differenza di prezzo rispetto al farmaco equivalente meno costoso.

Federfarma sottolinea poi che continua ad aumentare l’incidenza dei farmaci inseriti nelle liste di riferimento AIFA a seguito della scadenza del brevetto del farmaco di marca.

A livello nazionale l’incidenza delle confezioni di farmaci a brevetto scaduto sul totale delle confezioni erogate in regime di SSN è a oltre l’80%, mentre la relativa spesa super il 61% del totale.

L’incidenza delle confezioni di generici veri e propri è pari al oltre il 29% del totale per una spesa per a oltre il 18% del totale, con notevoli differenze a livello regionale.

Il calo della spesa farmaceutica convenzionata è particolarmente evidente in Puglia, Sardegna, Sicilia, dove è correlato a un sensibile calo del numero delle ricette.

In controtendenza la Lombardia, l’unica a far registrare un incremento di spesa, nonostante il calo del numero delle ricette. L’aumento di spesa è legato a una crescita del valore medio delle ricette.

Anche nel 2017 i farmaci per il sistema cardiovascolare si sono confermati la categoria a maggior spesa, pur facendo segnare una sensibile diminuzione della spesa (-3,6%%) e (meno evidente) dei consumi (-0,3%), a seguito del maggior utilizzo di medicinali a brevetto scaduto di prezzo più basso.

Tra le 10 categorie di farmaci più prescritte anche nel 2017 si collocano al primo posto gli inibitori della pompa acida (farmaci per gastrite, ulcera, reflusso gastrico), che tuttavia continuano a far registrare un calo dei consumi (-3,2% rispetto al 2016).

All’interno della categoria dei farmaci antipertensivi continua l’aumento delle prescrizioni di betabloccanti. Prosegue anche la crescita dei consumi di vitamina D (+6,5% rispetto al 2016).

La specialità medicinale più prescritta (vedi tabella n. 5), continua a essere la cardioaspirina® (farmaco antiaggregante), nonostante il calo delle prescrizioni (-1,4% rispetto al 2016), seguita dal dibase® (farmaco per le carenze di vitamina D), in leggera crescita (+0,5%). In forte aumento i consumi del farmaco equivalente metformina Teva (per il trattamento del diabete di tipo 2).

FONTE: Quotidiano Sanità e FederFarma
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11 maggio, 2018

Nuovi farmaci antivirali contro possibili attacchi terroristici: il caso "Tecovirimat"

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È a un passo dall’approvazione, da parte dell’ente americano che regola i farmaci (FDA), il primo trattamento contro il vaiolo. Sembra una stranezza l’arrivo sul mercato di un medicinale per trattare una malattia che diamo per scomparsa dalla faccia della Terra, ma i timori che il virus del vaiolo, conservato in alcuni campioni in laboratori ad alta sicurezza (e di cui conosciamo il genoma e potrebbe perciò essere facilmente replicato), possa essere usato come arma, hanno fatto ritenere una precauzione utile sviluppare e rendere disponibile un trattamento da utilizzare in caso di emergenza.

Il farmaco è una molecola antivirale, chiamata tecovirimat, che funziona rallentando la capacità del virus che causa il vaiolo di replicarsi e infettare l’organismo. È stato sviluppato dall’azienda farmaceutica SIGA Technologies e sperimentato su animali e sull’uomo: nei test su animali ha dimostrato di avere una buona efficacia nel ridurre la mortalità per la malattia, che nelle epoche in cui il virus circolava era di circa il 30 per cento.

Il vaiolo è una malattia infettiva provocata dal virus Variola: i sintomi di un’infezione non si manifestano immediatamente, ma un paio di settimane dopo il contagio, quando sale la febbre e compare la caratteristica eruzione cutanea con le pustole. È questa la fase in cui, in caso di diffusione del contagio, il farmaco andrebbe assunto.

Il vaiolo ha causato epidemie catastrofiche nel corso della storia dell’umanità. È incerto il momento in cui il virus ha fatto il salto da un serbatoio animale all’uomo: alcuni studiosi pensano che la peste antonina, che imperversò nell’impero romano tra il 150 e il 180 dopo Cristo, sia stata in realtà un’epidemia di vaiolo, mentre altri ipotizzano che la malattia si sia diffusa in tempi più recenti. Nel corso del Novecento, comunque, quando il vaiolo ancora imperversava, si stima che abbia fatto almeno 300 milioni di vittime a livello globale.

L’OMS ha iniziato negli anni Sessanta la campagna globale contro la malattia, con una strategia che univa vaccinazione e contenimento dei focolai epidemici. Nel 1979 il vaiolo è stato dichiarato eradicato: l’ultimo caso di malattia naturale era stato segnalato nel 1977 in Somalia. I Paesi che fino a quel momento avevano abbracciato la politica vaccinale hanno iniziato a sospendere le vaccinazioni: in Italia è stata sospesa nel 1981.

A tuttoggi, per quel che ne sappiamo, le uniche riserve conosciute del virus del vaiolo sono quelle conservate in due laboratori di riferimento dell’OMS: i CDC di Atlanta (Stati Uniti) e il Centro di ricerca statale di virologia e biotecnologia di Koltsovo (Siberia, Russia).

Molti paesi hanno ancora scorte di vaccino, ma l'opinione di alcuni esperti è che avere anche un trattamento disponibile in caso di emergenza (leggi "attacco bioterroristico") è una garanzia in più.

FONTE: Focus.it
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24 aprile, 2018

OMS lancia nuovo allarme per le resistenze batteriche, "le nostre armi stanno finendo"

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Troppi antibiotici, prescritti male, e una massiccia, e forzata, "selezione naturale" dalla quale emergono creature pericolosissime: i batteri più forti, adattati al nuovo ambiente, praticamente invincibili. È il fenomeno drammatico dell'antibioticoresistenza, su cui è tornata a puntare il dito l'Organizzazione mondiale della sanità. Ma quali sono questi batteri, e come fare per contrastarli? In Italia il "pericolo pubblico numero uno" è lo Klebsiella pneumoniae: e lui il principale responsabile delle infezioni nelle strutture sanitarie. Il dato emerge dal primo Report sulle batteriemie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi coordinato l'anno scorso dall'Istituto Superiore di Sanità che ha elaborato per la prima volta in un report i risultati del sistema di sorveglianza istituito dal Ministero della Salute.

Dai dati emergono circa 2000 casi di batteriemie l'anno nel nostro Paese, maggiormente in pazienti di età compresa tra 65 e 80 anni, ricoverati in unità di terapia intensiva ma anche in reparti medici e chirurgici. Lavarsi le mani è il principale strumento che abbiamo per prevenire le infezioni nelle strutture sanitarie. Per questo motivo l'OMS promuove ogni anno la Giornata mondiale dell'igiene delle mani.

Lo slogan dell'anno scorso, "Combattere la resistenza agli antibiotici è nelle tue mani", voleva porre l'accento proprio sulla prevenzione delle infezioni antibiotico-resistenti, che rappresentano una delle principali minacce alla salute. "Grazie a questo sistema di sorveglianza abbiamo una dimensione molto più vicina alla realtà relativamente al fenomeno della diffusione di questo patogeno nelle corsie ospedaliere - dichiara Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità - Disponiamo oggi di un'evidenza che ci impone di farne una priorità di salute pubblica e di mettere in campo tutte le risorse disponibili, economiche e non, in tutti gli ospedali per contrastare questo fenomeno: dall'osservazione puntuale del lavaggio delle mani fino all'istituzione di personale sanitario dedicato al controllo delle infezioni e di figure professionali per guidare un appropriato utilizzo di queste molecole. Essenziale resta il contributo delle Regioni - afferma il Presidente - nella segnalazione puntuale del fenomeno per avere un quadro sempre più preciso che ci consenta di fare interventi mirati e comprenderne l'efficacia".

Soprattutto per alcuni tipi di batteri, come gli Enterobatteri resistenti ai carbapenemi, antibiotici di ultima risorsa, contro i quali gli antibiotici efficaci sono limitatissimi o mancano del tutto, ci dobbiamo difendere con le poche armi che abbiamo a disposizione, appunto l'igiene delle mani. Tra le infezioni da batteri resistenti, le batteriemie sono sicuramente le più gravi e le più letali. Le batteriemie sono dovute nella gran parte dei casi a Klebsiella pneumoniae che produce un enzima chiamato KPC. L'ampiezza del fenomeno è veramente drammatica, se si considera che i casi di batteriemia sono probabilmente sottonotificati, almeno da alcune regioni ed aree geografiche, e che la mortalità associata a queste infezioni è almeno del 30%. Il batterio Klebsiella pneumoniae, è un microrganismo che oltre a batteriemie causa anche infezioni urinarie e polmoniti. La resistenza ai carbapenemi è spesso associata a resistenza ad altre classi di antibiotici, compresa la colistina, un vecchio antibiotico rispolverato come rimedio estremo contro questi batteri resistenti a quasi tutti gli antibiotici.

Per questo l'OMS ha classificato questi batteri tra quelli critici ad altissima priorità per lo sviluppo di nuovi antibiotici. L'Italia è un paese che si può considerare "iperendemico": per incidenza di queste infezioni rispetto alle giornate di degenza l'Italia è al secondo posto in Europa, dopo la Grecia secondo i dati dello studio EuSCAPE (recentemente pubblicato su Lancet Infectious Diseases) che traccia l'epidemiologia pan-europea di queste infezioni e al quale l'Italia ha partecipato col coordinamento dell'ISS.

FONTE: Agi Salute
AUTORE: Paolo Giorgi
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21 aprile, 2018

Diabete di tipo 1 e molecola BL001, prospettive (ancora lontane) di terapie di rigenerazione delle cellule beta

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In uno studio pubblicato su Nature Communications il gruppo di studio spagnolo del Centro andaluz de Biologia Molecular y Medicina Regerativa (Cabimer) ha sperimentato sui topi una molecola (già brevettata) che riesce a combinare due effetti: riduce l'attacco che il sistema immunitario dei malati scaglia contro il pancreas distruggendo le cellule che producono insulina e reintegra la popolazione di beta-cellule distrutte. "Per curare il diabete devi agire su entrambi gli aspetti: creare cellule che sostituiscano quelle che non funzionano e fermare la causa", spiega Bernat Soria, direttore del Dipartimento di rigenerazione e terapie avanzate di Cabimer e uno degli autori dello studio. Cosa che finora le terapie disponibili non erano state in grado di fare, riuscendo infatti ad agire soltanto su uno dei due problemi (immunosoppressione oppure stimolazione della rigenerazione delle betacellule).

I ricercatori hanno condotto delle analisi su topi e su cellule umane coltivate in vitro per testare l'azione della molecola in questione, la BL001: "Questa molecola è in grado di legarsi a un recettore molecolare - il Liver receptor homolog-1, Lrh1, (ndr) - situato sulla superficie del nucleo di alcune cellule del sistema immunitario e sulle cellule del pancreas", spiega Nadia Cobo-Vuilleumier, prima autrice dello studio.

Nei topi, la somministrazione a lungo termine di BL001 impedisce lo sviluppo del diabete attraverso il mantenimento combinato di cellule beta funzionanti e il rilascio di fattori anti-infiammatori. E nelle cellule umane - al momento lo studio ha riguardato il diabete di tipo 2 - la molecola agirebbe proteggendo le betacellule pancreatiche dalla morte cellulare (apoptosi) e migliorando la secrezione insulinica.

Ciò che resta da capire è come il legame tra il recettore e la molecola BL001 possa indurre la rigenerazione delle betacellule. Gli esperti dello studio hanno provato a spiegare questa evidenza: il "farmaco" agirebbe stimolando la trasformazione delle cellule alfa - un altro tipo di cellule presenti nel pancreas coinvolte nella produzione del glucagone, l'ormone che svolge la funzione opposta all'insulina -  in beta-cellule. Secondo gli esperti le cellule alfa, anch'esse caratterizzate dalla presenza del recettore al quale la molecola può legarsi, potrebbero andare incontro a un processo chiamato transdifferenziazione - un'ipotesi in realtà ancora da verificare. Se così fosse, tale trasformazione consentirebbe di rigenerare la popolazione di cellule beta da un campione inesistente o gravemente danneggiato.

Il composto brevettato, che ha avuto successo nella prevenzione e nel trattamento del diabete nei topi e nelle colture di tessuto pancreatico umano, ha ancora molta strada da fare prima di arrivare sul mercato - si devono ad esempio analizzare soglie di efficacia e tossicità al fine di renderlo sicuro e poi c'è bisogno di fondi perché "il costo previsto per lo sviluppo del farmaco si aggira attorno a 20 milioni di euro", conclude Benoit Gauthier, co-autore dello studio.


FONTE: Repubblica.it
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20 aprile, 2018

Epatite C, molti paesi stanno eradicando l'infezione (ma non l'Italia) ...

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Doccia fredda da una nuova ricerca presentata in questi giorni al congresso europeo sulle malattie del fegato, in corso a Parigi. Nonostante l'accesso aperto a tutti i pazienti con virus dell'epatite C, anche i meno gravi, e nonostante l'utilizzo di farmaci che agiscono e curano in sole 8 settimane, anziché dodici, con una efficacia altissima, l'Italia non sarebbe sul binario giusto per eradicare la malattia, obiettivo che l'Organizzazione mondiale della Sanità ha posto per il 2030. Siamo solo in una fase definita di "progresso". Pochi screening, e dunque diagnosi, e pochi pazienti trattati. Per non parlare poi delle cosiddette popolazioni a rischio, i detenuti, i tossicodipendenti che usano droghe iniettive, i lavoratori del sesso e gli Msm (gli uomini che fanno sesso con gli uomini).

Ma i nostri infettivologi non ci stanno. "Non mi risultano registri di malati HCV in Europa - premette Carlo Federico Perno, professore di Microbiologia e Virologia all'università di Milano - mentre in Italia esiste un registro AIFA dei trattamenti. E lunedì scorso eravamo a 127.000 trattati su un numero complessivo che varia da 350 a 450 mila infezioni. Stiamo trattanto circa 45.000 pazienti all'anno, quindi siamo ben oltre il 10%. Abbiamo avuto fondi dedicati, abbiamo liberato l'accesso, direi che in Europa - e forse nel mondo - l'Italia è forse il Paese che ha fatto lo sforzo maggiore. Da scienziato vorrei sapere piuttosto da dove arrivano i numeri presentati a Parigi".

Numeri che assegnano all'Italia quasi ottocentomila infezioni. Dato ipotizzato molti anni fa, in base ad estrapolazioni statistiche rivelatisi poi sbagliate. Tornando all'eradicazione, per essere sul binario giusto un Paese deve trattare ogni anno almeno il 7% degli infetti, e non avere restrizioni nell'accesso. Secondo i dati presentati a Parigi l'Italia sarebbe ferma al 4%. Davanti a noi sei paesi europei: Francia, con l'8%, Georgia (13%), Islanda (54%, ma i numeri dei trattati sono complessivamente molto bassi, qualche centinaio), Olanda (12%), Spagna con il 10% e Svizzera. Lo studio americano presentato a Parigi - da Homie Razavi e Sarah Robbins del Center for Disease Analysis Foundation di Lafayette - disegna comunque una Europa a più velocità. Da una parte paesi con numeri alti di malati dove è stato trattato solo l'1% degli infetti, come Turchia, Bulgaria, Croazia, Grecia, Russia e Slovacchia, dall'altra Paesi dove i numeri continuano a crescere, Ma anche quelli temporaneamente retrocessi, come la Germania, che da un anno all'altro non è riuscita a curare la percentuale richiesta di malati. E questo perché - sottolinea Razavi - lo screening non è diffuso e sono pochi i pazienti con infezione HCV ad essere identificati.

"Molti paesi europei sono sul binario giusto - precisa Razavi - ma bisogna organizzare test di routine in carcere, servizi dedicati per i tossicodipendenti e i lavoratori del sesso. E soprattutto serve più consapevolezza tra i medici, anche quelli di famiglia, che dovrebbero proporre il test a chi è considerato a rischio infezione". Alla fine dello scorso anno molti paesi europei hanno promesso di implementare i programmi per l'elimizazione dell'epatite C prima del 2030, compresi Gran Bretagna, Irlanda, Norvegia e Svezia. Nel 2017, per esempio, la Gran Bretagna ha trattato il 6% degli infetti (circa 10mila sui 163.500 stimati), ma ha anticipato di cinque anni l'obiettivo eradicazione, fissandolo al 2025. Spagna e Svizzera hanno eliminato le restrizioni all'accesso della terapia, un dato particolarmente importante visto che la Spagna, nella Eurozone, ha numeri molto alti di infezioni.
L'Italia oggi punta a raggiungere chi ha l'infezione HCV ma non sa di averla. Soprattutto over 65, infettatisi anni fa che sono stati convinti, qualche volta anche dal medico di base, che la terapia per eradicare il virus non fosse necessaria. Ma l'infezione HCV è invece subdola, oltre che sistemica: e il virus continua a lavorare e a replicarsi danneggiando il fegato. Ma non solo quello. HCV può danneggiare reni e pancreas e provoca una infiammazione cronica. Per questo l'idea è di far fare il test a tutti coloro che hanno patologie degenerative croniche: i diabetici, chi ha danno renale, gli ipertesi, i cardiopatici. Potrebbero essere tutte patologie legate ad HCV.

FONTE: Repubblica.it
AUTRICE: Elvira Naselli
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13 marzo, 2018

"Cancer Financial Toxicity" e la necessità di supportare i costi delle cure oncologiche

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Grazie al Sistema sanitario in Italia i costi delle terapie sono «coperti», ma chi si ammala spesso deve affrontare una serie di spese extra anche molto rilevanti, a cui si aggiunge una diminuzione delle entrate per il calo della produttività e le ricadute sul lavoro. Negli Stati Uniti il problema è già diffuso e non pochi pazienti decidono di rinunciare ai trattamenti oncologici, evitando così che la malattia li porti alla bancarotta e rovini le prospettive di vita di tutta la famiglia. Dobbiamo aspettarci, come spesso accade su altri fronti, che gli Usa anticipino quello che avverrà prima o poi anche qui? Ecco perché avere un tumore può essere carissimo.

L'ultima ricerca è di poche settimane fa e conferma quanto già emerso nel 2013: il rischio di bancarotta per un cittadino americano che si ammala di cancro è 2,7 volte più alto di un cittadino simile per età e genere non malato. E chi certifica il proprio fallimento ha un pericolo di morte del 79% più alto rispetto ai pazienti che non arrivano al tracollo economico. Il problema, negli Stati Uniti, è oggetto di diversi studi, tanto che ha già un nome tutto suo: cancer financial toxicity, ovvero tossicità finanziaria del cancro. Non solo perché negli Usa non esiste un sistema sanitario come il nostro, che garantisce le cure gratis, ma anche a causa di tante spese che pazienti e familiari devono affrontare di tasca propria: come gli spostamenti per andare in ospedale, le cure domiciliari o le terapie di riabilitazione. E, soprattutto, in ragione del tempo necessario per curarsi o assistere un familiare, che condiziona, spesso a lungo, le capacità di guadagno del nucleo familiare.

Quando si parla di spesa economica relativa al cancro, le questioni sono sostanzialmente due: il costo delle terapie, che in Italia è a carico del Servizio sanitario nazionale (SSN) e poi tutto ciò che gravita attorno alla malattia, e che comporta maggiori spese e minori introiti nel bilancio domestico. «Non c’è dubbio che il prezzo dei medicinali innovativi sia sempre più alto e uno dei problemi maggiori in questo momento sia, anche in Italia, trovare il modo per continuare a garantire le terapie gratis per tutti - spiega Francesco Perrone, direttore dell’Unità Sperimentazioni Cliniche dell’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli -. Ma è importante occuparsi anche delle spese extra: giorni di lavoro saltati, lavoro perduto o stipendio ridotto, viaggi, visite ed esami, spese per medicinali di sostegno, psicologi, fisioterapia, badanti e via dicendo».

Partiamo allora da ciò che pesa direttamente sul bilancio familiare (affrontiamo il costo dei medicinali in un altro articolo).«Fino ad ora non spendono per i farmaci anticancro - risponde Perrone, che è un esperto in materia e nel Rapporto 2017 della Favo (Federazione Italiana Associazione Volontari in Oncologia) sulla condizione assistenziale dei malati oncologici in Italia ha dedicato un capitolo alla tossicità finanziaria -. Ma, ovviamente, c’è dell’altro. La prima cosa che mi viene in mente, come oncologo napoletano, sono le migrazioni sanitarie: molto spesso inutili in termini di efficacia dei trattamenti perché la qualità è per lo più simile nelle strutture del Nord e del Sud. E quasi sempre dannose sul piano della logistica (che è parte della qualità di cura) e delle spese». Poi esistono uscite economiche aggiuntive direttamente legate alla malattia e alla sua gestione: il ricorso alle visite o alla diagnostica privata, ad esempio, se con il sistema pubblico non si riesce a soddisfare i bisogni e i tempi di attesa si allungano troppo. «E ancora - aggiunge Francesco De Lorenzo, presidente della Favo - ci sono le somme sostenute per l’assistenza domiciliare (carente in tutta Italia, salvo sporadiche e lodevoli eccezioni, per lo più merito delle associazioni di volontariato), quali prelievi di sangue o somministrazioni endovena di farmaci di supporto, fisioterapia per pazienti non più in grado di deambulare, molto spesso nella parte terminale della malattia. Ci sono pure le uscite derivanti dalle ricadute sociali della condizione, come la necessità di aiuto casalingo per il numero crescente di pazienti soli o anziani, che spesso diventano non più autosufficienti proprio a causa del tumore. E, naturalmente, i mancati introiti da lavoro nei pazienti giovani e in chi li assiste, i caregiver, ancora troppo poco tutelati».

«Pochi mesi fa, abbiamo pubblicato analizzato i dati relativi a 16 sperimentazioni coordinate dall’Istituto dei Tumori Napoli tra il 1999 e il 2015, a cui hanno partecipato 3.760 pazienti con tumori di polmone, mammella o ovaio - continua Perrone -. È emerso che circa un quarto dei malati ha lamentato un disagio economico legato alla malattia e al suo trattamento. Tracciare un identikit è difficile, ma più di frequente a riferire difficoltà finanziarie sono state donne, pazienti trattati negli ospedali dell’Italia centrale e meridionale, al di sotto dei 65 anni. Quest’ultimo dato fa capire come la malattia produca un danno molto rilevante alle persone in età lavorativa. Quindi a quello che si “spende” bisogna sommare quello che “non si guadagna più” a causa del cancro. E purtroppo, anche in Italia, la tossicità finanziaria si associa a risultati terapeutici peggiori, sia in termini di qualità che di quantità di vita. Anche se su quest’ultimo punto, grazie all’esistenza del Sistema sanitario nazionale, le stime sono molto più ottimistiche rispetto agli Stati Uniti».

«Sapevamo che, nonostante la gratuità delle cure assicurate dal nostro Servizio sanitario nazionale, la malattia genera un aumento dei costi sociali diretti e indiretti e una diminuzione dei redditi - continua De Lorenzo -. L’indagine Favo-Censis pubblicata nel 2012 aveva già evidenziato un “peso economico” aggiuntivo per le famiglie con un paziente oncologico stimato in oltre 30mila euro all’anno, nei primi anni dopo la diagnosi, e causato dall’acquisto di medicinali di supporto (come antinausea o antidolorifici, per esempio), esami diagnostici o visite specialistiche pagati dal paziente, nonché spese di trasporto e di assistenza (badanti, infermieri)». Ma un grosso peso lo hanno anche costi indiretti quali il mancato reddito che la malattia comporta (per riduzione o cessazione dell’attività lavorativa) per il malato e talvolta anche per la persona che lo assiste più da vicino.

«Pur accettando che ci potesse essere un contraccolpo economico, non immaginavamo che, addirittura, per un paziente su cinque questo si potesse riflettere in un peggioramento della prognosi - aggiunge Elisabetta Iannelli, avvocato e segretario nazionale della Favo -. L’analisi di sopravvivenza ha dimostrato infatti che chi ha sofferto la tossicità finanziaria ha avuto, nei mesi e anni successivi alle cure, un rischio di morte del 20% più alto (negli Usa è il 79%) rispetto ai malati senza problemi di denaro. Questo dato allarmante induce a riflettere sulla necessità di ripensare ad adeguate ed efficaci politiche di welfare affinché alla “guarigione clinica” corrisponda quella “sociale” dal tumore».

Mobbing, perdita del lavoro, decurtazioni dello stipendio sono un problema per il milione di italiani malati di cancro lavoratori? «Sì, le difficoltà professionali costituiscono un grave problema per i diretti interessanti e per i caregiver - risponde Elisabetta Iannelli, che è anche vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), che in questi giorni celebra i suoi 20 anni di attività in difesa dei diritti di pazienti e familiari -. Il lavoratore che si ammala, invece, può e deve essere sostenuto durante la fase acuta di malattia, quando le terapie sono più invalidanti, ed essere utilmente reinserito nel posto di lavoro con adeguati e tempestivi programmi di riabilitazione, formazione e aggiornamento. Proprio a questi fini Aimac ha realizzato e porta avanti, con aziende di rilevanza internazionale il progetto «Pro Job Lavorare durante e dopo il cancro», che prevede strumenti volti a promuovere l’inclusione dei malati (e dei loro familiari) nel mondo produttivo, agevolando i rapporti fra impresa e lavoratori. Grazie al nostro impegno abbiamo ottenuto importanti risultati. Affinché le leggi non rimangano inattuate è però necessario che siano innanzitutto i malati a conoscere i diritti riconosciuti e garantiti a livello nazionale e locale. Per questo Aimac ha pubblicato nel 2003 il libretto “I diritti del malato di cancro”, con cui per la prima volta nel nostro Paese si è posta attenzione alla “disabilità” oncologica, alle ricadute sociali e lavorative della malattia, colmando il gap informativo esistente».

In Italia 3 milioni e 300mila persone vivono dopo la diagnosi di tumore, il 30 per cento delle quali è in età lavorativa. E a questi si aggiungono ben 4 milioni di caregiver. «Dal punto di vista di chi gestisce la sanità pubblica bisogna migliorare l’efficienza del sistema in tutti i suoi aspetti - dice Stefania Gori, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Ogni anno 800mila italiani cambiano regione per curarsi e dobbiamo invece fare in modo che chi ha un sospetto o una diagnosi di cancro trovi in tempi ragionevoli una risposta di buona qualità all’interno del proprio territorio. Per far questo serve realizzare davvero le reti oncologiche in modo da offrire le migliori opportunità terapeutiche, anche sperimentali dove questo ha un senso». Bisogna poi ricordare che non si spende solo per i farmaci. «Ci sono altri aspetti che possono essere migliorati per continuare a far funzionare il nostro Ssn - continua la presidente Aiom -. I costi elevati dell’assistenza conseguenti ad esami diagnostici talora inappropriati e visite di controllo troppo frequenti durante il follow up dei pazienti oncologici, potrebbero essere ridotti garantendo in tal modo a pazienti e familiari un’assistenza persino migliore e facendo spendere meno al Ssn e a loro stessi grazie a un adeguato e condiviso utilizzo. Questi risparmi permetterebbero anche una possibilità di offrire cure domiciliari a tutti i pazienti in fase avanzata di malattia».

«Il mio punto di vista è quello del ricercatore - premette Perrone - e mi fa dire che lo studio della tossicità finanziaria richiede strumenti di approfondimento specifici per il contesto sociale e culturale in cui vengono applicati. In pratica: serve un test di routine, da far compilare a malati e familiari per rilevare i problemi. Ora stiamo elaborando un modulo italiano, specifico per la nostra realtà, che nasce proprio dai pazienti, che ci aiuterà a capire meglio le cause di questo fenomeno e, per quanto possibile, contrastarle». In realtà esistono già alcuni metodi, che però vanno migliorati. Negli Usa è stato messo a punto nel 2014 il COST: un questionario da sottoporre ai pazienti in 11 domande che esplorano le conseguenze psicologiche e le modalità di adattamento del paziente alla crisi economica successiva al cancro e alle sue cure. In Europa, poi, c’è il questionario EORTC C30, frequentemente utilizzato nelle sperimentazioni cliniche per misurare la qualità della vita dei pazienti affetti da cancro, ma è solo parzialmente idoneo a misurare il problema della tossicità finanziaria. Una delle sue 30 domande, la numero 28, recita: «Nell’ultima settimana, la malattia o il suo trattamento le hanno provocato difficoltà economiche?». Le risposte possibili sono quattro: la migliore è “per nulla” la peggiore è “moltissimo”.

Da quando è nata nel 1998 l’Associazione italiana malati di cancro (Aimac) ha condotto battaglie per il riconoscimento di diritti fondamentali sul posto di lavoro. Nel 2003, su spinta di Aimac, è stato inserito nella Legge Biagi un articolo (art. 46 del D.lgs. 276/2003) che ha introdotto per la prima volta in Italia il diritto per i malati oncologici alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time e viceversa. Nel 2006 è stato approvato un provvedimento innovativo (Legge n.80 del 2006) che, sempre per i pazienti con tumore, ha ridotto a soli 15 giorni i tempi di attesa per l’ottenimento dell’accertamento dell’invalidità civile e dell’handicap. Altro decisivo passo avanti, nel 2009, è stata l’esclusione dalle fasce di reperibilità per i dipendenti pubblici in malattia con terapie salvavita per tumore (Circ. 1/2009 del Ministero per la PA e DM 206/2009), estesa nel 2016 anche ai dipendenti del settore privato.




AUTRICE: Vera Martinella
FONTE: Corriere.it

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09 ottobre, 2016

Diabete, microinfusore OneTouch Animas vulnerabile agli hacker? Negli USA scattano le indagini

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Una vulnerabilità scoperta da Jay Radcliffe, ricercatore in materia di sicurezza, pubblicata sul blog della società Rapid7 di cui è dipendente rivela l'esistenza di una falla che interessa il dispensatore di insulina OneTouch Ping di Animas Corporation, società acquisita da Johnson&Johnson nel 2006. Se sfruttata, la vulnerabilità potrebbe compromettere la salute dei pazienti che ne fanno uso, in maniera anche grave.

Parlando di sicurezza si tende a pensare alle protezioni delle reti di governi, istituzioni e grandi società, come nei recenti casi che hanno coinvolto le email di Yahoo e il database del Democratic National Committee (DNC) durante la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi. Difficilmente un pirata potrebbe interessarsi all'hacking di un dispensatore di insulina, ma il rischio esiste, tanto che Johnson&Johnson ha deciso di allertare i pazienti circa la sua vulnerabilità.

Per fortuna la percentuale di persone affette da diabete che fanno uso del dispensatore in oggetto è relativamente bassa. Sembra infatti che i pazienti interessati dal problema siano attualmente 114mila. Se sfruttata da un malintenzionato, però, tale vulnerabilità potrebbe procurare un'overdose di insulina. Nella pagina del prodotto si legge come il OneTouch Ping di Animas fornisca un telecomando "Meter" mediante il quale i pazienti possono dispensare una dose di insulina senza la necessità di agire sul dispositivo. Oltre al controllo del livello di zuccheri presenti nel sangue, il telecomando consente anche di controllare a distanza le funzioni della pompa, determinare la quantità di insulina necessaria in un determinato momento e altro.

La vulnerabilità scoperta da Jay Radcliffe interessa la connessione wireless tra telecomando e dispositivo, che usa un protocollo proprietario nella banda dei 900MHz. La comunicazione tra telecomando e dispensatore avviene tuttavia in chiaro, senza l'uso di crittografia. Come riferisce lo stesso Radcliffe, un hacker che agisca nelle vicinanze del dispensatore, che ha un raggio di azione limitato, potrebbe simulare una connessione remota "Meter" e "sfruttare la vulnerabilità per procurare una reazione ipoglicemica al paziente, se questi non riuscisse a fermare in tempo l'erogazione di insulina".

La vulnerabilità è molto simile a quella che ha interessato le tastiere wireless Logitech, il cui protocollo di connessione in chiaro consentiva di "sniffare" i dati trasmessi. Accedendo alla connessione tra telecomando e dispensatore, sniffando la chiave trasmessa tra dispensatore e dispositivo remoto che rimane inalterata ogni qualvolta i due dispositivi rimangono accoppiati, gli attaccanti possono visionare i valori glicemici e i dati relativi al dosaggio dell'insulina.

Prima di avvisare i pazienti, Johnson&Johnson ha cercato di riprodurre l'hack scoperto da Radcliffe. La società ha quindi deciso di segnalare pubblicizzare la vicenda, come riferito a Reuters da Brian Levy, responsabile medico dell'unità di Johnson&Johnson per il diabete, confermando che si possa effettivamente iniettare ai pazienti dosi letali di insulina entro un raggio d'azione di circa 8 metri. Nella lettera, Johnson&Johnson ha comunicato ai proprietari dei OneTouch Ping le proprie preoccupazioni per un potenziale attacco, invitando loro a non usare il telecomando o, in alternativa, di impostare un limite nella quantità massima di insulina dispensabile. I pazienti possono anche attivare una funzione di avviso (vibrazione) che li allerti nel caso di dosi richieste tramite telecomando.


FONTE: Punto-informatico.it
Autore: Thomas Zaffino
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05 ottobre, 2015

Premio Nobel per la Medicina 2015 a tre grandi protagonisti nella lotta contro le parassitosi

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Sono due uomini e una donna i vincitori del Nobel per la Medicina 2015: l’irlandese William C. Campbell, il giapponese Satoshi Omura e la cinese Youyou Tu. I primi due sono stati premiati per le loro ricerche contro i nematodi, parassiti responsabili di diverse infezioni, la dottoressa Tu per aver scoperto nel 1972 una nuova terapia contro la malaria, l’artemisinina, oggi il farmaco antimalarico più usato al mondo. La scienziata cinese è la dodicesima donna a ricevere il Nobel per la Medicina: la prima è stata Gerty Cori nel 1947. I candidati al Nobel per la Medicina (tradizionalmente il primo dei premi assegnati ogni anno) erano 327, di cui 57 nominati per la prima volta. L’ammontare del premio è di 8 milioni di corone svedesi, ovvero 855mila euro, da dividere fra i tre scienziati.

«Accetto umilmente il premio, è un giorno molto felice»: sono state le prime parole di Satoshi Omura. «Ci sono molti ricercatori che hanno ottenuto moltissimi risultati - ha aggiunto -. Il mio lavoro non è stato condotto pensando che avrei vinto un Nobel, ma sono stato fortunato. E sono molto contento che quello in cui ho creduto si sia rivelato corretto», afferma. Omura ha ricordato un aneddoto riguardo all’origine degli studi che gli sono valsi il massimo riconoscimento scientifico: teatro della sua scoperta è stato «un campo da golf sul mare, fra erba, sabbia e legno», dove il ricercatore ha trovato il microrganismo che è alla base del farmaco rivelatosi in grado di ridurre l’incidenza delle due gravi parassitosi.

Quello assegnato oggi è un premio alla lotta contro le malattie della povertà, che colpiscono centinaia di milioni di persone ogni anno. Le ricerche sulle infezioni provocate da parassiti condotte da Campbell e Omura hanno infatti permesso di mettere a punto nuove armi contro malattie (come la cecità fluviale e la filariasi linfatica) che affligono un terzo della popolazione mondiale, concentrata in Africa sub-sahariana, Sud Asia e Centro-Sud America. La cinese Tu ha dato un enorme contributo alla lotta contro la malaria, grazie appunto alla scoperta dell’artemisina. «Quest’anno i premi Nobel hanno sviluppato terapie che hanno rivoluzionato la cura di alcune delle malattie parassitarie più devastanti», si legge in una nota del Karolinska Institutet di Stoccolma, che assegna i riconoscimenti. Due scoperte - rileva il comitato dei Nobel - che hanno fornito all’umanità nuove armi per combattere malattie debilitanti: le conseguenze in termini di miglioramento della salute umana e di riduzione della sofferenza sono «incommensurabili». Dopo decenni di progressi limitati nello sviluppo di terapie efficaci contro malattie come la cecità fluviale, la filariasi linfatica e la malaria, le scoperte degli scienziati insigniti del premio Nobel 2015 hanno cambiato radicalmente la situazione.

Le malattie causate da parassiti, bersaglio di nuove terapie messe a punto da Campbell e Omura, hanno rappresentato per millenni una piaga per l’umanità. E ancora oggi costituiscono un grave problema di salute globale nelle popolazioni più povere del mondo. Le terapie sviluppate da Campbell e Omura hanno rivoluzionato il trattamento di alcune delle più devastanti di queste patologie: hanno scoperto un nuovo farmaco, l’ivermectina, i cui derivati hanno abbassato radicalmente l’incidenza della cecità fluviale (o oncocerchiasi) e della filariasi linfatica e si sono dimostrati efficaci contro un crescente numero di altre patologie parassitarie. La cecità fluviale e la filariasi linfatica sono entrambe causate da vermi parassiti. Come suggerisce il nome, la prima porta a perdita della vista per un’infiammazione cronica della cornea. La filariasi linfatica (che colpisce oltre 100 milioni di persone) porta a gonfiore cronico, a sintomi clinici a lungo termine e a disabilità come l’elefantiasi (linfedema) e idrocele scrotale.

Satoshi Omura, 80 anni, nato nel 1935 nella prefettura di Yamanashi, ha sempre lavorato in Giappone ed è professore emerito nell’Università di Kitasato. Microbiologo esperto nell’isolamento di prodotti naturali, si è focalizzato su un gruppo di batteri, gli streptomyces, che vivono nel terreno e sono noti per produrre una pletora di agenti con attività antibatteriche (inclusa la streptomicina, scoperta dal premio Nobel 1952 Selman Waksman). Omura ha messo in piedi un inedito, eccezionale metodo per coltivare su larga scala e caratterizzare questi batteri e, grazie alle sue straordinarie abilità, ha isolato nuovi ceppi di streptomyces da campioni di terreno e li ha coltivati con successo in laboratorio. Ne ha selezionati 50 fra i più promettenti, con l’intento di analizzare più a fondo la loro attività contro microrganismi dannosi, e da questi ne ha scelto uno solo, da cui ha estratto, insieme a un team di lavoro della Merck di cui faceva parte anche Campbell, il principio attivo dell’Avermectin. Un antibiotico usato oggi da 300 milioni di persone ogni anno, una delle più importanti svolte farmacologiche per i Paesi in via di sviluppo, pari all’impatto che un secolo prima aveva avuto la penicillina. Decisivo il contributo dello stesso Campbell (85 anni), classe 1930, nato a Ramelton in Irlanda: dopo la laurea al Trinity College di Dublino, Campbell ha lavorato in America, all’Università del Wisconsin, al Merck Insitute for Therapeutic Research, e oggi è professore emerito alla Drew University di Madison, nel New Jersey. Campbell ha cominciato a studiare le colture di Omura, mostrando appunto che uno dei componenti era notevolmente efficace contro parassiti in animali domestici e di allevamento. L’agente bioattivo è stato purificato e chiamato avermectina, e successivamente modificato a livello chimico fino ad arrivare alla più efficace ivermectina. Questo farmaco è stato poi testato sull’uomo con successo.

Youyou Tu, 85 anni, è nata nel 1930 in Cina, dove ha condotto la carriera scientifica, e dal 2000 è ai vertici dell’Accademia di Medicina tradizionale cinese. Le sue ricerche hanno portato alla scoperta dell’artemisinina, medicinale che ha significativamente ridotto il tasso di mortalità dei pazienti colpiti da malaria (con milioni di vite salvate in Africa, Asia meridionale e Sud America), malattia provocata da un parassita trasmesso dalle zanzare, che provoca febbre e in casi gravi anche danni cerebrali e morte. Sono a rischio di contrarla oltre 3,4 miliardi di persone nelle zone più povere del mondo, con 450mila morti ogni anno. Fino alla metà del secolo scorso veniva curata tradizionalmente con clorochina o chinina, ma con scarso successo. Dagli studi della dottoressa Tu, immunologa ma anche esperta di medicina tradizionale e di erbologia (un ibrido per la prima volta premiato con il Nobel), è “nato” il nuovo farmaco contro la malaria, nato da erbe cinesi studiate e utilizzate da oltre 1.500 anni per curare le febbri. Le sue grandi scoperte nascono proprio dallo studio delle erbe: nel 1967, nonostante la sua avversione per gli scienziati, Mao Zedong avalla il progetto top secret ‘523’ per studiare le erbe tradizionali cinesi: la malaria era infatti la principale causa di morte in diverse province della Cina meridionale e si diffondeva sempre di più nel Vietnam del Nord, alleato di Mao, durante la guerra con il Vietnam del Sud. Tu svolge dunque i suoi studi in un periodo difficile: durante la rivoluzione culturale cinese i ricercatori erano relegati al gradino più basso della scala sociale e le denunce nei loro confronti era all’ordine del giorno. Nonostante questo, Tu si concentra sull’erbologia classica, visita in tutto il Paese gli anziani esperti, si focalizza su 380 estratti di erbe usati tradizionalmente contro la malaria. E i risultati arrivano nel 1969, quando la scienziata ha 39 anni.

Una di queste erbe, l’Artemisia annua, ottiene risultati verificabili sui topi: contrasta effettivamente la malaria, come sostenevano testi di medicina cinese vecchi di 1.600 anni. Yoyuyou Tu è stata anche la prima ad aver sperimentato il composto da lei stessa isolato: «Come capo del mio gruppo di ricerca, avevo io la responsabilità». Ma ci vogliono anni di tentativi: gli antichi testi prescrivevano di bollire l’erba, cosa che si rivela nociva. Nel 1972 Tu e i suoi colleghi ottengono finalmente, dopo vari tentativi di estrazione eliminando le tossine dell’erba, la sostanza pura, artemisinina o Qinghaosu: è il nuovo farmaco contro la malaria, che in 40 anni ha salvato milioni di vite. L’artemisinina rappresenta una nuova classe di agenti antimalarici che uccidono rapidamente i parassiti della malattia in uno stadio precoce del loro sviluppo, cosa che spiega la sua potenza senza precedenti. Oggi è usata in ogni parte del mondo e, in terapie combinate, riduce la mortalità di oltre il 20% in generale e del 30% nei bambini. Solo per l’Africa, ciò significa più di 100mila vite salvate ogni anno. Tra i numerosi premi vinti dalla Tu, l’Albert Einstein World Science Prize nel 1987 e l’Albert Lasker per la Medicina nel 2011, prima volta per un cinese.

«È un premio a chi ha lottato e dedicato una vita alle malattie tropicali neglette: l’oncocercosi, la filariasi linfatica e la malaria, fino ad arrivare a trovare farmaci che le hanno sconfitte e dato speranza a popolazioni che fino a quel momento erano abbandonate a loro stesse. E questo non può che fare piacere alla comunità di scienziati e medici» ha commentato Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di sanità. Per Massimo Andreoni, presidente della Simit (Società Italiana di malattie infettive e tropicali), «si tratta di un riconoscimento importantissimo che, come sempre accade, arriva dopo diversi anni dal momento della scoperta. L’esigenza del tempo, nasce per avere la prova provata che i farmaci funzionino».

Il genetista Edoardo Boncinelli fa notare che con il Nobel per la Medicina di quest’anno «si sono ricordati che il premio è intestato alla medicina e alla fisiologia e hanno assegnato il riconoscimento interamente a tre scienziati che hanno scoperto nuove medicine. Di solito, invece, si approfitta dell’occasione per premiare la biologia, la biochimica, la genetica». Carlo Alberto Redi, biologo all’Università di Pavia e accademico dei Lincei, parla di «un Nobel molto meritato, ma anche molto tardivo, assegnato a tre biologi che hanno salvato milioni di vite. E le cui ricerche sono un modello per gli studenti, perché dalla biologia di campo sono arrivate a quella sintetica nell’applicazione medica. Va bene essere cauti, ma mi sembra un po’ troppo».

Per Medici senza frontiere, infine, «il Nobel di quest’anno ha un grande valore simbolico. L’aspetto più bello è che segna un’inversione di tendenza: c’è finalmente la consapevolezza che la ricerca a vantaggio dei Paesi in via di sviluppo deve essere valorizzata», ha detto Stella Egidi, responsabile medico dell’organizzazione.

FONTE: Corriere.it
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16 gennaio, 2014

Federfarma: irreperibili farmaci importanti in Italia come antitumorali, eparine, antipsicotici e broncodilatatori

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Il mercato parallelo dei farmaci in Paesi europei più redditizi provoca a Roma, e in tutta Italia, "una vera e propria emergenza", al punto che risultano irreperibili farmaci come antitumorali, eparine, antipsicotici e broncodilatatori. Lo denuncia Federfarma Roma, che dopo l'esposto in Procura a luglio, ieri ha scritto all'Agenzia Italiana del Farmaco.

Federfarma Roma chiede "immediati provvedimenti" per evitare ulteriori contingentamenti di medicinali che metterebbero a rischio la salute e la vita stessa dei cittadini. "A distanza di sei mesi nulla è cambiato, anzi la situazione è peggiorata", si legge nella lettera del presidente dell'associazione, Franco Caprino, che evidenzia come siano oramai "tantissime le farmacie a Roma che si lamentano per l'assenza di molti di questi farmaci".

Il vantaggio per chi opera nel mercato parallelo, che siano aziende produttrici, grossisti o farmacie con autorizzazione all'ingrosso, è meramente economico: l'esportazione viene infatti effettuata solo per quei farmaci che in Italia hanno un prezzo al pubblico/farmacia inferiore rispetto a quello degli altri Paesi europei, guadagnando così sulla plusvalenza che si matura nel vendere il farmaco sul territorio estero.

"Per questo - aggiunge Caprino - chiediamo un intervento deciso per arginare il fenomeno dell'export parallelo, ipotizzando addirittura il blocco temporaneo delle esportazioni parallele, così da poter garantire la continuità terapeutica a migliaia di cittadini oramai costretti ad affannose ricerche per i farmaci che quasi sempre sono poi introvabili".

FONTE: Repubblica.it
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18 luglio, 2013

Grazie al gene "XIST" nuove prospettive di terapia genetica per la sindrome di Down

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Si aprono all'orizzonte nuove prospettive per una terapia genetica per la Sindrome di Down. Per la prima volta è stata neutralizzata in provetta la terza copia del cromosoma 21 responsabile della sindrome. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, non ha ancora un'applicazione clinica ma è una premessa importante per una futura "terapia cromosomica" di questa malattia. Il lavoro, che si deve a un gruppo coordinato da Jeanne Lawrence dell'università americana Massachusetts Medical School, potrebbe aiutare anche a comprendere meglio i meccanismi di base delle malattie dovute ad anomalie cromosomiche.

Neell'uomo vi sono 23 coppie di cromosomi, tra cui due cromosomi sessuali, per un totale di 46 cromosomi. Nelle persone con la sindrome di Down invece vi sono tre (anziché due) copie del cromosoma 21, e questa 'trisomia 21' provoca la malattia che causa disabilità cognitive, un maggior rischio di leucemia infantile, difetti cardiaci e del sistema immunitario.


A differenza delle malattie genetiche causate dal difetto di un singolo gene, la correzione genetica di un intero cromosoma è stata finora impossibile. I ricercatori sono riusciti nell'impresa sfruttando la funzione naturale di un gene chiamato Xist, che normalmente 'spegne' uno dei due cromosomi X che si trovano nei mammiferi di sesso femminile e che sono ereditati da madre e padre. Spegnendo questo cromosoma X in più si rende l’espressione dei geni collegati al cromosoma X, nelle femmine, simile a quella dei maschi che hanno solo un cromosoma X.

I ricercatori hanno quindi pensato di sfruttare questa abilità del gene applicandola al cromosoma responsabile della sindrome di Down. Hanno quindi trasferito il gene Xist nelle cellule staminali derivate da pazienti con la sindrome di Down. Il gene ha rivestito la terza copia extra del cromosoma 21, mettendolo a 'tacere', ossia ha modificato la sua struttura in modo che non ha più potuto esprimere geni. Confrontando cellule con e senza il cromosoma supplementare silenziato, si è osservato che il gene Xist aiuta a correggere gli schemi insoliti di crescita e di differenziazione cellulare osservati nelle cellule derivate da persone con la sindrome di Down.


FONTE: Ansa.it
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30 maggio, 2012

Nuovi passi per la ricerca anti-belenofobia: abbattere la paura degli aghi tramite nuove tecnologie...

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Già negli anni Sessanta, i creatori della serie tv Star Trek avevano ipotizzato l'utilizzo di siringhe senza ago. Nel 2012 il sogno potrebbe diventare realtà: i ricercatori del MIT hanno infatti messo a punto una tecnologia che eliminerà l'ago ipodermico. Si tratta di un dispositivo che utilizza la meccanica dell'alta pressione per introdurre i farmaci nel corpo umano.

Negli ultimi decenni, i laboratori scientifici hanno sempre cercato nuove soluzioni alternative alla siringa con ago tradizionale, basti pensare ai cerotti alla nicotina. Ma questi ritrovati rilasciano solo quelle molecole adatte al trasferimento attraverso l'epidermide, rendendo così limitata la disponibilità dei farmaci da poter introdurre a causa della diversa densità molecolare di ognuno.

Una notizia davvero positiva per tutti coloro che soffrono di belenofobia (ossia la paura degli aghi). "Abbiamo approntato questa soluzione proprio per venire incontro ai pazienti con questa paura - spiega la ricercatrice Catherine Hogan - specialmente quelli che sono costretti a praticarsi le iniezioni da soli, per i quali la belenofobia costituisce un enorme ostacolo all'efficacia di questi rimedi".

Per la verità, non si tratta di una tecnologia completamente nuova: il principio su cui essa si basa è quello tradizionale dello stantuffo che spinge il farmaco liquido come nelle siringhe normali. La particolarità sta nel fatto che il liquido viene letteralmente "sparato" nel corpo a una velocità pari a quella del suono (circa 340 metri al secondo).

Il team di sviluppo del MIT, guidato da Ian Hunter e George N. Hatsopoulos - docenti di Ingegneria Meccanica - ha realizzato allo scopo un piccolo ma potente magnete circondato da una bobina in rame, che avvolge completamente un pistone collegato all'interno della fiala dove si introduce il farmaco. Quando viene attivato il meccanismo, il campo generato dal magnete spinge il pistone in avanti, iniettando il farmaco attraverso l'ugello della fiala che è ampio quanto il pungiglione di una zanzara.

Il meccanismo può rilasciare il farmaco a diversi gradi di velocità e intensità - dipende dal tipo e dalla quantità di farmaco che si deve iniettare - e la sensazione che proveranno i pazienti, assicurano gli scienziati del MIT, "sarà né più né meno quella di una puntura di zanzara. Anzi, il più delle volte non se ne accorgeranno neanche".

Fra i vantaggi di questa tecnologia, secondo il professor Hunter, ci sarebbe quello di ridurre il rischio di pungersi accidentalmente. Incidente assai frequente nelle strutture sanitarie: l'ultima stima dei Centers for Disease Control and Prevention parla di oltre 380mila casi di punture accidentali all'anno.

Autore: Cristiano Vaccarella
Fonte: Punto Informatico
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22 maggio, 2012

Fine della scoperta di nuovi farmaci? Fra crisi economica e necessità di cambiamenti culturali...

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Circa mezzo secolo fa, nel periodo d'oro dell'industria farmaceutica, i bassi costi di ricerca e produzione nonchè la spinta di un nuovo modello industriale basato sulla serrata concorrenza hanno permesso un continuo progredire della ricerca farmacologica, la quale a sua volta ha concesso un numero infinito di pillole a scopo terapeutico, dal controllo della pressione arteriosa al controllo della glicemia fino alla risoluzione delle infezioni batteriche. Attualmente però, proprio a causa della crisi economica dovuta a impoverimento di risorse delle nazioni, tale modello economico e culturale è in difficoltà: il costo per portare un nuovo farmaco sul mercato si aggira sul miliardo di dollari, con un processo che può durare oltre 15 anni. Quasi del tutto abbandonate le strade della ricerca farmacologica "pubblica", le industrie più conosciute del settore stanno affrontando a sua volta un periodo di crisi economica e il taglio continuo dei budget sta distruggendo il solido telaio su cui si basavano le operazioni più comuni. La conferma arriva dalla preoccupazione espressa da molti rappresentanti mondiali del mondo accademico nonchè molti gruppi di pazienti, i quali temono non più un allungamento ma una vera e propria cancellazione di quei progetti la cui possibile realizzazione potrebbe portare benefici terapeutici a molte malattie attualmente insolute.

Ad essere colpite maggiormente sono le malattie con bassa frequenza di soggetti colpiti. Se da un lato gli sforzi economici residui della ricerca si stanno concentrando su quelle malattie a larga diffusione mondiale, dall'altro si sta concretizzando un abbandono totale di quei percorsi che potrebbero portare a soluzioni per malattie coinvolgenti una frequenza bassa di pazienti, con il risultato di una disastrosa "selezione naturale".

Inoltre, proprio in quest'ultimo decennio si sta concretizzando il timore espresso da tanti ricercatori in merito allo sviluppo di una farmaco-resistenza generalizzata: molti ceppi batterici stanno "emergendo" in quanto resistenti ai più comuni farmaci antibiotici.

Lo scorso anno il direttore generale dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) Margaret Chan ha avvertito che il mondo stava andando verso una "era post-antibiotica" ed espresse il timore che molte infezioni comuni potrebbero non avere più una cura valida e quindi potrebbero ancora una volta "uccidere senza sosta". Una regressione al passato davvero non auspicabile.

Infine, ulteriore problema segnalato dall'OMS e da considerare: l'aumento generalizzato dell'età media sta causando un incremento dell'incidenza delle patologie neurologiche quali ad esempio Alzheimer e Parkinson, dove tuttora vi è una carenza di farmaci a efficacia sicura, da cui un ulteriore "peso" per la ricerca.

Il vecchio modello della ricerca farmacologica non funziona più bene. Il modello è inefficiente. Nove volte su dieci, molecole che mostrano la promessa in fase precoce sono destinati al fallimento nei processi successivi. Il cosiddetto "Blockbuster method" - che impegna ingenti somme di denaro per trovare un farmaco che promette di trattare una parte enorme della popolazione, e generando cosi un ritorno di denaro per coprire altre perdite sperimentali - non può più sostenere il settore, perchè il denaro non va più a coprire le perdite sperimentali ma le perdite di settore.

Ma è tutta colpa della crisi economica? Con una opinione controversa, Chas Bountra, professore di medicina traslazionale all'Università di Oxford, accusa i rallentamenti del ritmo di ricerca alla scarsa possibilità di approfondire la conoscenza molecolare umana: "Non capiamo abbastanza di malattie umane o abbastanza sulla modalità d'azione dei farmaci esistenti. Prendete per esempio il paracetamolo. Tutti noi lo prendiamo, tutti noi sappiamo dei suoi effetti collaterali ad alte dosi, ma non sappiamo ancora esattamente con precisione quale sia il suo sito molecolare d'azione. E se non siamo in grado di appurarlo, come possiamo progettare molecole migliori e quindi meno inclini a controindicazioni? Trovare nuove proteine o geni del corpo che possano essere indicate come obiettivi di un farmaco senza possibili ripercussioni ha, attualmente, le probabilità di una vincita ad una lotteria. Ci sono più di 20.000 proteine ​​nel corpo umano, e nessuna di queste proteine ​​potrebbe essere un obiettivo per la scoperta di un nuovissimo farmaco. La nostra capacità, anche nel 2012, per essere in grado di dire una proteina sta andando a lavorare in questo gruppo di pazienti o un sottoinsieme di pazienti, è spaventosamente bassa".

Un'altra minaccia al mondo della ricerca farmacologica è la duplicazione. "Noi ricercatori non pubblichiamo i nostri fallimenti, o se le facciamo pubblicare, si pubblicano troppo tardi. Di conseguenza altri accademici, le altre aziende, continuare a lavorare sullo stesso obiettivo, continuare a sprecare risorse e le carriere e esporre i pazienti a molecole che hanno una probabilità di fallimento elevata" dichaira il prof Bountra.
 

Il Prof. Patrick Vallance, presidente di ricerca e sviluppo di prodotti farmaceutici della famosa industria GlaxoSmithKline, pensa che il settore stia diventando sempre più aperto: "Una delle cose che abbiamo fatto è di dichiarare pubblicamente ogni passo della nostra attività di ricerca e sviluppo. E mentre pubblichiamo i nostri risultati, rendiamo i nostri protocolli disponibili ai revisori. Questo modo di agire è di aiuto per dare una migliore visibilità di ciò che è in cantiere". Per esempio, la GlaxoSmithKline ha messo 13.500 "strutture molecolari" che hanno il potenziale di uccidere la malaria a conoscenza di pubblico dominio. Prof Vallance dice che l'azienda ha agito così perché la dispersione di risorse per fenomeni di duplicazione è un "problema difficile da decifrare". E aggiunge: "Perché non permettere a chiunque di dare un'occhiata a questi composti e vedere se si può pensare a qualcosa di più intelligente di quanto stiamo facendo, e vedere se riescono a raggruppare in un certo modo o individuare un modello che abbiamo perso?", ma, sostiene, dobbiamo essere realistici su questo punto: "Ci sarà sempre un certo grado di sovrapposizione, perché a crearla è la stessa concorrenza fra industrie". Per la cronaca, anche il gruppo del prof Bountra di Oxford ha preso la decisione di pubblicare tutti i loro successi e fallimenti.

Il professor Paul Workman dell'Istituto di ricerca sul cancro punta ad un altro tema scottante: "Con i problemi della crisi finanziaria si è sviluppata una sorta di vuoto che molti di noi descrivono come "la valle della morte". Questa è la valle tra ricerca di base e l'innovazione da un lato, e il beneficio per il paziente e il successo commerciale dall'altro, con questo abisso in mezzo in cui vi è una mancanza di fondi e i numerosi casi di fallimento".

Lo studioso inglese è comunque ottimista sul fatto che la scienza possa ancora progredire e portare nuove opportunità di successo, ma il problema di fondo è che "la scienza ci sta portando nella direzione opposta ai farmaci generici di successo, cioè ci sta spingendo verso la medicina "personalizzata". Questo significa che in un futuro non lontano si potrà identificare il paziente a cui il principio attivo usato per la terapia può dare benefici semplicemente attraverso un test genetico del suo DNA. Tuttavia, solo un piccolo numero di pazienti potrebbe beneficiare di una determinata terapia, ma ne trarrà beneficio in modo ottimale.

E' necessario quindi un cambiamento culturale. Ciò che il mondo accademico sta sostenendo da qualche anno è la necessità di un nuovo modello che veda nella stretta collaborazione fra differenti gruppi di ricerca al fine di concentrare le poche risorse economiche e umane rimaste in tale campo e ridurre al minimo gli sprechi di tempo e denaro. Tale collaborazione dovrebbe attuarsi solo nelle fasi iniziali, in quanto nelle fasi avanzate di sviluppo una concorrenza "commerciale" e "industriale" è inevitabile, come affermato dallo stesso prof Workman: "Ci sarà una forte concorrenza per ottenere il miglior primo farmaco, per essere sicuri di fare il processo giusto e mostrare di possedere e poter vendere la migliore medicina".
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27 dicembre, 2011

Tumore al seno: trovato possibile legame con terapia ormonale sostituitiva

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Un gruppo di ricercatori della "McMaster University" ha trovato prove di veridicità a favore alla teoria sul collegamento tra il possibile sviluppo di neoplasie al seno e l'ausilio di terapia ormonale sostitutiva (HRT) attuata principalmente in età avanzata per controllare i sintomi connessi all'insorgenza della menopausa. Già in uno studio condotto nel 2002 la "Women Health Initiative" statunitense (WHI) aveva trovato una maggiore incidenza di cancro al seno, di infarto e ictus tra le donne che ricorrono alla HRT. In seguito allo studio c'è stato un rapido declino della terapia ormonale sostitutiva con conseguente riduzione dell'incidenza di cancro al seno in molti paesi. Tuttavia, l'HRT viene oggi proposto alle donne in piccole dosi e per un periodo di tempo piu' breve. Con questo studio ora i ricercatori della McMaster hanno trovato ''prove convincenti'' per una diretta associazione tra l'uso di terapia ormonale sostitutiva a dosi elevate e l'aumento dell'incidenza della malattia, incrementando la preoccupazione e la ovvia necessità di compiere studi più approfonditi sui limiti di dosaggio terapeutico di HRT (attualmente in pratica clinica somministrati normalmente in un quantitativo ben al di sotto della soglia di rischio per tali neoplasie). I risultati della ricerca saranno pubblicati nel gennaio 2012 sul "Journal of Epidemiology e Community Health".

''Le prove sono convincenti circa il fatto che l'uso di TOS aumenta il rischio di cancro al seno, e inoltre circa il fatto che la sua cessazione riduce questo rischio'', hanno detto i ricercatori.  Kevin Zbuk, professore di oncologia presso il Michael G. DeGroote School of Medicine della McMaster e autore principale dello studio, ha affermato: ''Nel nostro studio abbiamo esaminato tutti i piani epidemiologici precedenti in merito all'associazione fra HRT e neoplasie mammarie. Ci sono prove molto chiare a favore della dimostrazione che   una diminuzione dell'uso di terapia ormonale sostitutiva si accompagni ad una diminuzione dei tassi di incidenza''. Tuttavia, lo stesso Zbuk precisa che ''se è ritenuto come necessaria, questa terapia deve essere ugualmente usata, possibilmente per il minor tempo possibile e alla dose più bassa necessaria per alleviare i sintomi''.

FONTE: Agi Salute
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08 novembre, 2011

Diabete, grazie al Reparixin nuove prospettive terapeutiche per il trapianto di cellule producenti insulina

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Sedici 16 nuovi casi per 100.000 under-16 l’anno. Poco meno di 480.000 malati nel mondo. Queste le cifre del diabete di tipo 1, la forma di diabete che interessa bambini e adolescenti a livello mondiale. La patologia, a differenza di quanto avviene nel diabete dell’adulto, trae la sua origine da un disordine immunologico che porta l’organismo a produrre autoanticorpi che attaccano le cellule beta del pancreas, quelle che producono insulina, determinando la  dipendenza a vita dei pazienti da questo ormone Nelle fasi avanzate della malattia le persone con diabete sviluppano resistenza all’insulina e vanno incontro a crisi frequenti di ipo e iperglicemia con il rischio di complicanze gravi, soprattutto a carico dei reni. In questi casi, il trapianto di pancreas rappresenta la procedura di riferimento ma, negli ultimi anni e grazie all’impegno di una comunità scientifica transnazionale, si è progressivamente affermata una procedura alternativa: il trapianto delle isole pancreatiche. Le isole pancreatiche sono costituite dalle cellule del pancreas deputate alla produzione di insulina che vengono progressivamente danneggiate nel corso dello sviluppo del diabete giovanile. Queste cellule hanno la proprietà di mantenere la propria funzionalità anche quando impiantate in organi diversi dal pancreas. Partendo da quest’osservazione, nella procedura del trapianto queste isole vengono infuse nel fegato del paziente attraverso una semplice procedura di infusione in vena porta e le isole, così impiantate, garantiscono il controllo della glicemia.

I vantaggi della procedura sono evidenti ma l’ottimizzazione di questo processo è stato fino ad oggi limitato da diversi fattori che, a partire dall’isolamento, riducono progressivamente la funzionalità delle isole trapiantate. In particolare, la risposta infiammatoria che si sviluppa nel Paziente nei giorni che seguono l’infusione di isole ha un’influenza drammatica sulla sopravvivenza delle isole stesse, riducendo del 50% la funzionalità nei primi 7 giorni. Reparixin, un inibitore potente e selettivo della chemochina interlochina 8 identificato nei laboratori italiani della Dompé, è stato sviluppato proprio con l’obiettivo di inibire in modo specifico la risposta infiammataotia, preservando così la funzionalità delle isole e, dunque, contribuendo al miglioramento dell’efficacia del trapianto di isole pancreatiche.

“I risultati incoraggianti di questo studio rappresentano un’importante conferma e aprono incoraggianti prospettive per il consolidamento della procedura del trapianto di isole”, ha affermato Lorenzo Piemonti, pricipal investigator del trial clinico sulla molecola e direttore del programma trapianto di isole del San Raffaele Diabetes Research Institute di Milano. “Lo sviluppo di una terapia antiinfiammatoria specifica può inoltre rappresentare una prospettiva per lo sviluppo di una terapia in grado di prevenire la distruzione delle cellule che producono l’insulina da parte del sistema immunitario all’esordio del diabete giovanile. All’insorgenza del diabete giovanile, infatti, la risposta infiammatoria diretta contro le isole pancreatiche gioca un ruolo chiavenel mantenimentodella risposta autoimmune e quindi nell’insorgenza della patologia”.

“Il mio impegno scientifico è stato da  sempre focalizzato sullo sviluppo di terapie per la prevenzione e la cura del diabete e ho personalmente contribuito al progresso sperimentale e clinico del trapianto di isole, nella piena convinzione che questa rappresenti una concreta e valida alternativa al trapianto d’organo “; ha affermato Camillo Ricordi, Direttore del Diabetes Research Institute e del Centro Trapianti Cellulari presso l’Università di Miami e uno dei massimi esperti a livello mondiale nelle tecniche di isolamento e trapianto di isole pancreatiche, secondo il quale, inoltre, “l’esperienza di Reparixin consolida la mia intima convinzione della necessità di una sinergia tra ricerca pubblica e privata come unica alternativa per offrire ai pazienti risposte di cura innovative in aree ad alto bisogno terapeutico”.
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28 agosto, 2011

Nuovi studi tracciano nuove terapie per la cura del mesotelioma

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I ricercatori del laboratorio di Antonio Giordano, MD, Ph.D., fondatore e direttore dell'Istituto Sbarro per la Ricerca sul Cancro e Medicina Molecolare, hanno identificato nuovi potenziali agenti anti-tumorali che potrebbero essere efficaci nel trattamento del mesotelioma, uno dei tumori più letali, causato dalla esposizione all'amianto. Gli scienziati hanno testato nuove molecole del tipo pirazolo[3,4-d] pirimidina che inibiscono la chinasi SRC, un consolidato bersaglio molecolare nella terapia del cancro. I ricercatori hanno dimostrato che questi inibitori di SRC inducono in maniera efficace la morte cellulare, mediante apoptosi, specificamente in linee cellulari di mesotelioma mentre non mostrano effetti tossici su linee cellulari di mesotelio normale, sostenendo così un possibile uso di questi agenti per un trattamento sicuro del mesotelioma. Questi risultati sono stati pubblicati sulla rivista Oncogene del Nature Publishing Group.
I ricercatori hanno anche scoperto che gli inibitori di SRC inducono un aumento della stabilità nucleare dell'inibitore delle chinasi ciclina-dipendente p27.
Questo è "particolarmente interessante se si considera che la perdita di espressione di p27 nucleare è un noto fattore prognostico negativo nel mesotelioma e la localizzazione nucleare di p27 è di fondamentale importanza per la sua funzione di oncosoppressore", ha detto il primo autore dello studio, la Dott.ssa Paola Indovina dell'Università degli Studi di Siena e assistant Professor presso l'Istituto Sbarro.
"Pensiamo che questi dati rappresentino un contributo tempestivo e suggeriscano che lo status di p27 dovrebbe essere attentamente analizzato nel valutare l'uso di inibitori della chinasi SRC negli studi clinici per i pazienti affetti da mesotelioma", ha detto il responsabile dello studio la Dott.ssa Francesca Pentimalli, dell'Istituto Nazionale dei Tumori "Fondazione Pascale" - CROM-Cancer Research Center di Mercogliano e assistant Professor presso l'Istituto Sbarro.
"I risultati confermano SRC come bersaglio terapeutico fondamentale nel mesotelioma e rivelano un nuovo meccanismo, dipendente dalla stabilizzazione nucleare di p27, mediante il quale l'inibizione di SRC può indurre apoptosi nelle linee cellulari di mesotelioma, fornendo un nuovo razionale per l'uso degli inibitori di SRC nella terapia di questa neoplasia" dice il Prof. Antonio Giordano. Questo dimostra anche che in questo contesto, p27 è necessario per indurre l'apoptosi nelle linee cellulari di mesotelioma e, anche se questo meccanismo deve essere ancora definito con precisione, identifica un ruolo attivo di p27 nel mediare l'apoptosi". Lo studio è stato svolto in collaborazione con il Prof. Maurizio Botta, ordinario di Chimica Farmaceutica e Preside della Facoltà di Farmacia, Università di Siena ed anche Professore aggiunto presso l'Istituto Sbarro, che ha sviluppato questi inibitori di SRC insieme alla Prof.ssa Silvia Schenone dell'Università di Genova, Italia.

AUTORE: Pierpaolo Basso
FONTE: Molecularlab.it
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Ricerca americana conferma validità vaccini attuali

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La paura legata ai vaccini, secondo quanto riportano gli studiosi, spesso induce molti genitori a saltare le vaccinazioni nonostante le rassicurazioni delle autorita' sanitarie. Una ricerca statistica compiuta su oltre mille casi da parte di un panel federale statunitense costituito da scienziati dell'Institute of Medicine, parte della National Academies of Sciences, conferma invece come "I vaccini sono ampiamente sicuri, possono causare pochissimi effetti collaterali e non ci sono prove che siano responsabili di casi patologici". Si tratta del primo rapporto globale sugli effetti collaterali dei vaccini a partire dal 1994. "Abbiamo esaminato oltre mille articoli scientifici valutando le prove epidemiologiche e biologiche circa gli effetti collaterali dei vaccini - ha spiegato Ellen Wright Clayton, del Center for Biomedical Ethics and Society alla Vanderbilt University di Nashville, che ha coordinato il gruppo di ricerca - e solo in pochissimi casi i vaccini hanno causato reazioni avverse, e quasi sempre molto limitate negli effetti e nel tempo". Il rapporto e' stato commissionato dallo U.S  Department of Health and Human Services. Gli scienziati hanno analizzato otto tipi di comuni vaccini: la combinazione morbillo-parotite-rosolia (MMR), la difterite-tetano-pertosse acellulare (DTaP), il vaccino per la varicella, influenza, l'epatite B, meningite, il tetano e il papillomavirus umano (Hpv). In particolare, gli studiosi tengono a sottolineare che il vaccino MMR e quello DTaP non hanno mostrato di causare autismo o diabete di tipo I, e che il vaccino contro l'influenza non ha causato temporanea paralisi facciale e non ha peggiorato i sintomi dell'asma. "Ci sono prove sufficientemente forti che i vaccini non causano questi effetti collaterali", ha continuato Wright Clayton. Fra gli effetti collaterali mostrati, la maggior parte aveva brevissima durata e si trattava, per esempio, di convulsioni in quei soggetti che dopo il vaccino MMR avevano sviluppato febbre alta. Ma comunque erano episodi passeggeri. "Non causavano in nessun modo effetti a lungo termine e nemmeno epilessia", ha precisato Wright Clayton. La combinazione MMR, in qualche persona con gravi deficit immunitari, ha causato una rara forma di infiammazione cerebrale. Sempre in persone con sistema immunitario compromesso, il vaccino contro la varicella ha causato polmonite, epatite, meningite. Sei vaccini - MPR, varicella, influenza, epatite B, meningite, tetano - sono stati in grado di scatenare shock anafilattici, reazioni allergiche che compaiono subito dopo l'iniezione. "Una situazione che si puo' benissimo affrontare raccomandando ai pazienti di restare in sala d'attesa per 15 minuti dopo l'iniezione, per assicurarsi che non si manifesti una reazione allergica", ha concluso Wright Clayton.

FONTE: Agi.it Salute
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28 luglio, 2011

Sclerosi Multipla: il ministero continua ad "ignorare" il metodo Zamboni, nessun finanziamento alla ricerca

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Un medico ferrarese scopre un nuovo metodo per combattere la sclerosi multipla che dà risultati e viene adottato come protocollo in mezzo mondo sanitario, ma il ministero della Salute temporeggia e non concede i fondi di finanziamento. Medici e pazienti costretti ad emigrare all'estero per la cura "Brave Dreams"

“I condizionamenti e le difficoltà poste dal Ministero della Salute rischiano, ancora una volta, di far scomparire una ricerca tutta italiana”. È l’allarme lanciato da Gisella Pandolfo, presidente della Ccsvi nella Sclerosi multipla, l’associazione onlus che supporta la sperimentazione del metodo del ricercatore ferrarese Paolo Zamboni per curare la sclerosi multipla. Pandolfo, dopo un raffronto tra l’incoraggiamento e il sostegno che il metodo Zamboni riceve all’estero rispetto a quanto suscita in Italia, si augura “di non dover essere tutti costretti a emigrare, malati in cerca di cura e ricercatori onesti in cerca del giusto riconoscimento”.

E questo mentre, ad Albany (New York, Usa), “uno studio preliminare su 125 pazienti – spiega la presidente -, appena reso noto, conferma l’efficacia dell’angioplastica alle vene colpite da insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi) come trattamento della sclerosi multipla (Sm)”.

A Stanford (California, Usa), i ricercatori “danno per scontato che la Ccsvi esiste e che si associa alla Sm, e indagano mettendo a confronto due diverse tecniche diagnostiche, che risultano in parte sovrapponibili e quindi ulteriormente confirmatorie della correlazione tra le due patologie”.

In Canada, si stanziano fondi pubblici per il finanziamento di trial clinici su queste patologie e relativo trattamento (Canada).

Invece, in Italia, “si mette ancora in dubbio l’esistenza stessa della Ccsvi, si discute pretestuosamente della sua correlazione con la Sm, si perde tempo, pavidamente facendosi condizionare da falsamente motivate e restrittive posizioni ministeriali. Tutto questo, mentre i malati sono costretti a mobilitarsi per finanziare Brave Dreams”, la sperimentazione guidata dal prof. Zamboni.

Stiamo parlando della correlazione, individuata da Paolo Zamboni, responsabile del Centro Malattie Vascolari dell’Università di Ferrara, tra una patologia venosa da lui stesso scoperta, la Ccsvi, e la Sclerosi Multipla. “E del fatto – aggiunge Gisella Pandolfo – che, curando la prima con l’angioplastica, i malati di SM ottengono indubbi benefici: la Sm si ferma, la qualità di vita dei pazienti migliora”.

E’ di questi giorni poi la presentazione al Vascular Annal Meeting di Chicago, da parte del dott. Manish Mehta, dei dati preliminari di preparazione allo studio americano Liberation (Albany, New York), che ha lo scopo di valutare il trattamento della Ccsvi mediante angioplastica nei malati di SM.

I dati presentati riguardano i primi 125 pazienti con Sm con stenosi alle giugulari interne e nelle azygos, con diverse età e con diversi livelli di malattia e disabilità, secondo quanto indicato da Zamboni. Questi dati, afferma Mehta, “suggeriscono che il trattamento è sicuro e ha offerto miglioramenti su sintomi specifici della malattia e sulla qualità di vita”.  “ I miglioramenti – è stato precisato – sono arrivati in tutte le forme di SM eccetto che per la primaria progressiva”.

“Naturalmente – premette la presidente dell’associazione, che vede Nicoletta Mantovani Pavarotti come presidente onorario – tali risultati avranno bisogno di essere convalidati da Liberation, il futuro trial controllato, randomizzato, in doppio cieco, che riguarderà 600 pazienti: uno studio analogo al Brave Dreams di Zamboni, per metodo e numero di pazienti”.

Sempre in questi giorni, la Stanford University della California ha pubblicato sull’American Journal of Neuroradiologyuno studio atto a misurare la capacità diagnostica della risonanza magnetica (MRV) per le stenosi della Ccsvi.

L’indagine, eseguita su 39 pazienti, era volta a testare la bontà della tecnica Mrv comparandola con il gold standard della flebografia con catetere. Gli studiosi hanno potuto verificare che, considerando il solo caso di stenosi della parete venosa (e quindi tralasciando le altre malformazioni che possono determinare la Ccsvi quali setti o valvole malformate) la tecnica Mrv da loro proposta dà risultati diagnostici equivalenti a quelli dell’indagine flebografica.

“Una cosa ottima, perché in questi casi si può evitare l’invasività della flebografia, e l’operatore-dipendenza dell’Ecocolordoppler”, precisa Pandolfo, che sottolinea come “tutto questo, e altro ancora, dimostra che mentre l’Italia sta a guardare, il resto del mondo procede nell’accettazione e conferma di quanto proposto da Paolo Zamboni. Dando speranze concrete ai malati di sclerosi multipla e di Ccsvi”.

FONTE: Estense.com
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14 maggio, 2010

Farmaci scaduti: possono ancora essere utili?

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La rivista americana "The Medical Letter on Drugs and Therapeutics", nel numero uscito lo scorso 15 febbraio, ha riportato una serie di norme che possono aiutare a definire il destino dei farmaci che hanno raggiunto la loro data di scadenza. Proprio in merito a questo delicato argomento sono tante le domande a cui i professionisti del settore, quali principalmente medici e farmacisti, sono chiamati a rispondere da cittadini e pazienti spesso alle prese con un numero molto elevato di scatole di medicinali acquistate, frequentemente impiegate per curare un malanno passeggero, e poi riposte nel cassetto e riscoperte alla data di scadenza: 

- i farmaci scaduti sono tossici per l'organismo?
- in che modo viene calcolata la data di scadenza?
- come influiscono le modalità di conservazione sulla durata di alcuni prodotti?
- i farmaci in formulazione liquida sono stabili quanto quelli solidi?

Dati alla mano, gli autori della rivista rispondono alla prima domanda nel dichiarare che non esistono il letteratura segnalazioni di tossicità nell'uomo causata dall'utilizzo di farmaci scaduti attualmente in commercio. Questo vale non solo per i prodotti somministrati per via orale, ma anche per quelli iniettati o applicati localmente. 


Per quanto riguarda invece la data di scadenza, questa viene determinata dal produttore in base alla stabilità del farmaco conservato nel suo contenitore originale sigillato. Questo non significa che, una volta superata la data di scadenza, il farmaco diventa instabile: semplicemente il farmaco, se conservato nel suo contenitore chiuso, sarà ancora stabile a quella data. Ma cosa accade dopo?

Dai dati del Department of Defense / FDA Shelf Life Extension Program, che valuta la stabilità dei prodotti medicinale dopo la data di scadenza, è emerso che l'88% dei lotti di oltre 120 diversi farmaci conservati nelle loro confezioni originali ha mantenuto la stabilità per un periodo medio di cinque anni e mezzo dopo la data di scadenza. Anche i farmaci più “sensibili” compresi in questa percentuale hanno comunque conservato la loro stabilità per almeno un anno.


Cosa accade se mutano le condizioni di conservazione? Anche se è vero talune condizioni di calore e/o umidità elevati possono abbreviare la durata di alcuni medicinali, uno studio pubblicato nel 1997 dal team di G. Stark sul Pharmaceutical Journal mostra che esistono numerose eccezioni. Ad esempio alcuni farmaci a base di captopril, cefoxitina sodica e teofillina conservati a 40°C e umidità del 75% hanno mantenuto la stabilità per 1,5 - 9 anni dopo le rispettive date di scadenza.

Arriviamo alla risposta all'ultima domanda: in genere le soluzioni e le sospensioni non sono stabili come le formulazioni solide (le sospensioni ad esempio, sono molto sensibili al congelamento). Pertanto i farmaci in soluzione, specialmente quelli iniettabili, non dovrebbero essere utilizzati se appaiono torbidi, se hanno un'alterazione di colore o se mostrano segni di precipitazione. L'adrenalina iniettabile, in particolare, perde la sua potenza molto rapidamente dopo la data di scadenza, mentre per i farmaci oftalmici il fattore limitante è la capacità del conservante presente al loro interno di inibire nel tempo la crescita dei batteri. 


Riassumendo e in chiusura, è opportuno sottolineare come l'assunzione di un farmaco scaduto è un qualcosa da evitare per quanto possibile (perchè il tempo comporta una diminuizione dell'efficacia e della neutralità patogeno, in pratica il medicinale perde di qualità) e dovrebbe essere attuata solo in caso di emergenze, per lo più gravi, e di carenza di reperibilità immediata del farmaco di cui si ha effettivo bisogno. 






Fonte: www.diabetelibero.net e "The Medical Letter of Drugs and Therapeutics - No. 4, 15/02/2010"
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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