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AFORISMA DEL GIORNO

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02 giugno, 2013

Stati Uniti: oltre 30 persone in 5 Stati colpite da Epatite A trasmessa dai frutti di bosco congelati

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Almeno 30 persone in 5 Stati sono stati colpiti da una forma di avvelenamento da epatite A riconducibile  al consumo di frutti di bosco congelati.
 I casi sono stati segnalati in Colorado, Nuovo Messico, Nevada, Arizona e California. In un comunicato Venerdì, i funzionari del Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie hanno dichiarato che le prime vittime si sono ammalate il ​​29 aprile e il caso più recente è stato 17 il maggio. Si ritiene che ulteriori casi dovrebbero manifestarsi nelle prossime settimane.
L'epidemia sembra essere legata ad una miscela di bacche congelate vendute dalla catena di supermercati Costco e chiamate "
The Townsend Farms Organic Anti-oxidant Blend Frozen Berry Mix,", un prodotto che miscela bacche congelate a semi di melograno. La catena ha ovviamente ritirato tutti i prodotti sui suoi scaffali e sta notificando quanto accaduto a tutti gli acquirenti. Secondo l'etichetta, la miscela di bacche conteneva semi di melograno e altri prodotti provenienti da Stati Uniti, Argentina, Cile e Turchia.
I funzionari della sanità non sanno ancora se il prodotto è stato venduto in altri negozi o mercati. Questo tipo di congelati sono spesso usati in campo artigianale per fare gelati, frullati, bevande e molti tipi di dolci. Uno dei fattori che preoccupano le autorità consiste nel fatto che le piccole imprese potrebbero aver acquistato frutti di bosco congelati sfusi a Costco per reimpiegarli in altri prodotti.


Delle persone che sono state colpite da questa epidemia, il 47% di loro hanno richiesto ricovero ospedaliero. Il ceppo di epatite A in questa epidemia è stato raramente riscontrato negli Stati Uniti, ha detto il CDC Lola Russell. E' un tipo di virus più frequentemente riscontrabile in Nord Africa e in Medio Oriente. Lo stesso tipo di epatite A è stato identificato recentemente come responsabile di una epidemia in Europa. Nel 2012 si è registrato un altro caso in Canada, in rapporto al consumo di semi di melograno provenienti dall'Egitto.

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31 maggio, 2013

Torna l'epatite A in Italia, sotto accusa i frutti di bosco congelati

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L’epatite A (dovuta all’infezione da Hav) è tornata ad affacciarsi in Italia nelle scorse settimane e minaccia altri episodi da qui all’estate, anche se il ministero della Salute si è affrettato a precisare che «alla luce della particolare situazione in atto, fino al 31 luglio 2013, le segnalazioni dei nuovi casi e gli eventuali focolai epidemici devono essere avanzate tempestivamente al ministero e all’Istituto Superiore di Sanità». Non è un allarme, ma poco ci manca. D’altronde i numeri registrati dal sistema di sorveglianza Seieva parlano chiaro: in 16 regioni che hanno trasmesso dati aggiornati al 20 maggio 2013, risulta un incremento delle notifiche di epatite A nel periodo marzo-maggio pari al 70% rispetto allo stesso trimestre di un anno fa. L’aumentata incidenza è stata registrata in quattro regioni del centro-nord (Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Veneto) e in una del sud (Puglia).

Caratterizzata da un decorso acuto (stanchezza, febbre, disturbi gastrointestinali e ittero) e dalla prevalenza della trasmissione oro-fecale (come l’epatite E) rispetto a quella interumana, l’epatite A è causata da un virus a singolo filamento di Rna diffuso soprattutto attraverso l’acqua contaminata e gli alimenti venuti a contatto con la stessa. Tra i cibi incriminati, finora, c’erano soprattutto le cozze e i vegetali lavati con acqua sporcata da residui fecali. Oggi, invece, sotto osservazione sono finiti i frutti di bosco misti congelati: rintracciati in un cluster familiare del virus individuato in un paziente che aveva consumato una torta guarnita nello scorso mese di aprile.

Le indagini sulla materia prima (probabilmente di origine extraeuropea) non sono ancora terminate, ma finora epidemiologi ed esperti in sicurezza alimentare non avevano mai concentrato i loro sforzi sugli alimenti conservati nel freezer. «È un aspetto nuovo e su cui converrà indagare: sappiamo che il congelamento non uccide i virus, ma non avevamo mai rintracciato l’Hav in un prodotto congelato», spiega Maria Triassi, ordinario di igiene all’università Federico II di Napoli, città in cui nel 2004 si registrò una vasta epidemia italiana: 421 i nuovi casi allora conteggiati tra gennaio e aprile. «Probabilmente si tratta di una contaminazione avvenuta all’origine del prodotto e che il congelamento non è riuscito a debellare». Soltanto la cottura ad alte temperature, infatti, può inattivare il virus. Non è un caso che questa sia la principale raccomandazione fornita dai medici, assieme all’accurato lavaggio con acqua e amuchina di tutti gli alimenti di dubbia provenienza: principalmente molluschi (cozze e vongole) e verdure.

Le indagini condotte a livello europeo hanno evidenziato la presenza di due gruppi di epatite A: uno tra gli abitanti dei Paesi nordeuropei, l’altro in un gruppo di turisti rientranti dall’Egitto. Se il primo caso potrebbe essere ricondotto al consumo dei frutti di bosco congelati, diversa è l’origine del secondo: quasi certamente dovuto alle scarse condizioni igienico-sanitarie dello Stato nordafricano. «Ai nostri connazionali che non hanno avuto l’infezione durante l’infanzia (dunque non hanno sviluppato immunità a lungo termine, ndr) e organizzano le vacanze in paesi africani, orientali e dell’America Latina, consiglio sempre di vaccinarsi almeno tre mesi prima della partenza», afferma Antonio Picardi, responsabile dell’unità operativa di epatologia del Campus Biomedico di Roma. «Dopo venti giorni va effettuato un richiamo: così si assicura una protezione pari al 90%. Chi non ha modo di pianificare un viaggio con largo anticipo può ricorrere alla profilassi passiva: gli anticorpi iniettati assicurano una difesa per 5-6 settimane». A tavola, a queste latitudini, vige un obbligo: quello di consumare soltanto acqua minerale.  


FONTE: Corriere.it 
AUTORE: Fabio Di Todaro
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29 aprile, 2012

Gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Nutella: la Ferrero condannata a risarcire per "pubblicità ingannevole"

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La battaglia nutrizionista della mamma americana ha un sapore amaro per Nutella. Ferrero USA Inc, filiale statunitense dell'omonima multinazionale piemontese e produttrice della crema al cioccolato e nocciole più famosa del mondo, è stata condannata da un tribunale americano a pagare un risarcimento di oltre 3 milioni di dollari per una pubblicità «ingannevole» trasmessa negli Usa e che descrive la Nutella come un prodotto «nutriente» e «salutare». Il giudice ha anche deciso che chiunque dimostri di aver acquistato un barattolo di Nutella negli Stati Uniti tra l'1 gennaio 2008 e il 3 febbraio 2012 può presentare denuncia fino al prossimo 5 luglio e avrà diritto a 4 dollari per ogni confezione comprata (i clienti di Nutella però potranno essere risarciti al massimo per l'acquisto di 5 barattoli).

La sentenza è l'ultimo atto di una battaglia iniziata nel febbraio del 2011 da Athena Hohenberg, una mamma di San Diego che al tempo dichiarò di aver deciso di dare da mangiare alla figlia di 4 anni la crema al cioccolato dopo aver visto in tv la pubblicità incriminata. La donna ha rilevato che nello spot la Nutella era presentata come un prodotto nutriente e «parte di una colazione equilibrata e sana», adatta ai bambini. Più tardi, invece, avrebbe scoperto che la famosa cioccolata conteneva «pericolosi livelli di grassi saturi» e non era affatto salutare. Anzi la mamma americana sarebbe rimasta letteralmente scioccata dopo aver saputo che - a differenza di ciò che si diceva nello spot - solo due cucchiai di nutella contenevano circa 200 calorie, di cui la metà era composta da grassi.

La Hohenberg, a cui più tardi si sarebbero aggiunti tanti altri genitori americani trasformando così la causa legale in due diverse class action (una promossa dai cittadini californiani, un'altra dai consumatori che vivono negli altri stati americani), ha chiesto l'immediato ritiro dello spot e la restituzione da parte dell'azienda dei guadagni ottenuti grazie a una «campagna pubblicitaria fraudolenta». Dopo la sentenza di condanna, la filiale americana della Ferrero, ha accettato di cambiare la sua campagna marketing negli Usa e di modificare l'etichetta presente sulla confezione dove saranno specificati i livelli di grassi e di zuccheri contenuti nel prodotto.

Inoltre nuove correzioni saranno apportate anche al sito web dell'azienda e soprattutto saranno realizzati nuovi spot pubblicitari: «La Ferrero Usa Inc. continua a sostenere il suo prodotto e s'impegna a migliorarne la qualità in moda da ottenere la soddisfazione dei consumatori - ha dichiarato un portavoce della filiale americana - Crediamo che è nell'interesse della compagnia risolvere queste controversie e perciò abbiamo raggiunto un accordo con le parti interessate». Le modifiche della strategia di marketing riguarderanno unicamente l'attività negli Usa: «L'accordo transattivo raggiunto da Ferrero negli Stati Uniti è relativo al solo contenzioso nato dalla pubblicità trasmessa negli Stati Uniti e alla conformità di quest'ultima alle esigenze della legislazione americana: ha dichiarato in un comunicato la multinazionale piemontese - Non vi è nessun tipo di necessità di correggere da parte dell'azienda i suoi comportamenti commerciali e pubblicitari negli altri paesi, né intervenendo sulla confezione del prodotto, né sul posizionamento di marketing».

Le due class action contro Nutella sono state accolte favorevolmente dalla stampa americana, ma non mancano le voci dissonanti. Ad esempio il settimanale L.A. Weekly ha messo in dubbio i benefici dell'iniziativa e ha invitato le mamme californiane a leggere più attentamente le etichette dei prodotti: «Provate a preparare da sole gli spuntini ai vostri figli - si legge su un blog della rivista di Los Angeles - Se preparate cibi buoni, vedrete che un barattolo di Nutella, di tanto in tanto, non uccide nessuno. E poi è dannatamente buona quando è spalmata su una crêpe»

Autore: Francesco Tortora
Fonte: Corriere della Sera
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23 gennaio, 2012

Ricerche falsate e vino rosso: dubbi sull'effetto benefico del resveratrolo

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Chi non ha mai sentito nominare il resveratrolo? Quel principio attivo antiossidante contenuto per esempio nell’uva e nel vino rosso? Quasi tutti, immaginiamo. E quasi tutti abbiamo sentito decantarne le lodi da più e più parti, tanto che è stato quasi paragonato a un rimedio miracoloso preventivo per una gran miriade di malattie ed elisir di lunga vita. Solo che, forse, non è proprio così.

Fermo restando che il resveratrolo è in ogni caso un antiossidante, le sue proprietà non sarebbero migliori di tante altre sostanze simili che, tuttavia, sono comunque benefiche. A quanto sembra però queste sue fantastiche proprietà sarebbero il risultato di una frode scientifica a opera di un ricercatore, tale dottor Dipak Das, già Direttore del Cardiovascular Research Center dell’Università del Connecticut (Usa) che avrebbe condotto diversi studi in cui si evidenziano ben 145 “inesattezze” o frodi che dir si voglia. L’indagine cha ha portato alla scoperta della vicenda è partita dopo una segnalazione anonima giunta nel 2008 all’agenzia federale Office of Research Integrity. Questa, dopo aver raccolto una gran mole di materiale, ha avvisato i responsabili dell’Università del Connecticut.

I commenti della comunità scientifica non si sono fatti attendere e, per qualcuno, il dottor Das non è un personaggio di gran rilievo, per cui... Qualcun altro ha fatto notare che il dottor Das è detentore di numerosi brevetti e coinvolto in affari proprio con aziende che commercializzano, guarda caso, prodotti a base di resveratrolo. Altri scienziati ancora hanno detto che, per contro, vi sono numerosi studi scientifici seri che hanno evidenziato le proprietà salutari e benefiche del resveratrolo, quindi la sua fama è in qualche modo meritata. Quale che sia la verità, il fatto certo è che quando ci sono di mezzo i soldi c’è sempre qualcuno che non si fa scrupolo di modificare i fatti in modo che ne abbia un tornaconto personale. Certo che, quando si tratta di salute, è ancora più deplorevole.

Dopo aver avvertito le numerose riviste scientifiche che hanno pubblicato i lavori del dottor Das, e averle inviate a pubblicare le smentite, la prima reazione da parte dell’Università è stata l’annuncio della restituzione degli 890mila dollari assegnati dal National Heart, Lung and Blood Institute, del National Institutes of Health, proprio al ricercatore come sovvenzione alle ricerche. Altri fondi sono nel frattempo stati bloccati. Lo stesso dottor Das è stato messo al corrente del suo imminente licenziamento.

Un responsabile dell’Università del Connecticut ha espresso tutto il suo rammarico e delusione per il disprezzo dei codici di condotta, ricordando che tuttavia questo episodio non riflette una mancanza di serietà dell’ateneo e non intacca l’integrità delle ricerche biomediche.
Sebbene non si metta in dubbia la serietà della ricerca scientifica, è purtroppo sconsolante constatare che vi possa essere chi gioca con i dati dimostrando un palese conflitto di interessi. Così come auspicato dall’Università, speriamo che in futuro vi siano maggiori controlli sui risultati degli studi e le affermazioni di certi ricercatori.

FONTE: lastampa.it
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28 agosto, 2011

Nuovi studi sulla correlazione fra insulina e centri cerebrali che regolano il senso della fame

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Negli anni passati sono stati condotti alcuni studi che monitoravano l'effetto dell'insulina sull'ipotalamo, zona del cervello che sorveglia con un riflesso "stop and go" il comportamento alimentare. Jens Brüning, del "Max-Planck-Institut" ha guidato uno studio sperimentale sui murini (topi) da laboratorio al fine di valutare gli effetti che ha l'insulina su determinati circuiti cerebrali che regolano il meccanismo di "ricompensa". Secondo Brüning la "supernutrizione" dipende principalmente dalla neuropsicologia e in minor parte dalla effettiva sensazione di fame: infatti, mangiamo in base al nostro umore, continuando a mangiare anche dopo essere sazi e in base alla compagnia che si frequenta. L'inattivazione del segnale dell'insulina in quei neuroni responsabili del rilascio della dopamina, neurotrasmettitore coinvolto nella sensazione di sazietà, causa l'obesità murina. La ricercatrice Brüning ha spiegato: "Dopo che si è instaurato un bilancio energetico positivo o l'obesità, si può creare un circolo vizioso causato dall'insulino-resistenza. Questo sembra essere un fattore importante per l'insorgenza dell'obesità, anche se non è ancora certo che sia il primo passo verso questa condizione.
"Il nostro studio dimostra che l'azione dell'insulina su neuroni catecolaminergici è fondamentale nel controllo a lungo termine dell'alimentazione. Il punto di partenza per potenziali trattamenti dell'obesità nell'uomo sarà l'identificazione dei precisi meccanismi molecolari implicati in questo processo" ha concluso la ricercatrice.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Cell Metabolism.

FONTE: Molecularlab.it
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29 maggio, 2011

L'Esterichia Coli enteroemorragico mette in ginocchio il mercato europeo di cetrioli: 10 vittime e 270 casi accertati in Germania...

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Defragra dalla Germania il caso europeo dei cetrioli killer, in quanto potenzialmente contaminati da un batterio in grado di causare una grave forma di emorragia enterica. Secondo le più recenti stime, ad oggi le vittime tedesche, causate dalla vendita al dettaglio di una partita contaminata, sarebbero salite a dieci, con circa 300 casi accertati. Il domenicale svizzero "Der Sonntag" cita oggi due nuovi casi nella Confederazione elvetica, mentre il Centro europeo per la prevenzione e il controllo (Ecdc) ha riferito di altri 25 casi sospetti in Svezia, sette in Danimarca, tre in Gran Bretagna, due in Austria e uno in Olanda.

Non è ancora chiara l'origine dell'infezione, dato che fino adesso il batterio tendeva a colonizzare gli ortaggi senza però arrivare ad una carica batterica e ad una virulenza tali da causare problemi nel consumo a crudo di tali cibi; per sicurezza, le autorità sanitarie tedesche sconsigliano per ora anche il consumo di pomodori e insalata crudi, soprattutto se prodotti in Germania settentrionale. I primi sospetti in verità si erano puntati sulla Spagna dopo il ritrovamento del batterio in cetrioli prodotti in Andalusia. La contaminazione però sarebbe potuta avvenire durante il percorso di distribuzione. Questi cetrioli sono distribuiti anche in Danimarca ad esempio, ma la Commissione Europea fa sapere che sono analizzati in queste ore anche cetrioli olandesi e danesi. "I tedeschi hanno fatto sapere che i cetrioli sono stati distribuiti anche in Ungheria, Austria e Lussemburgo", ha detto il portavoce dell'autorità sanitaria ceca, Michal Spacil.

Le autorità tedesche hanno avvertito oggi che "fino a quando gli esperti in Germania e in Spagna non saranno capaci di identificare con certezza l'origine dell'agente patogeno, l'allarme generale resterà in vigore", ha dichiarato il ministro tedesco per l'Alimentazione, l'Agricoltura e la tutela dei consumatori, Ilse Aiger, in un'intervista al quotidiano domenicale Bild am Sonntag. "Le autorità competenti stanno facendo tutto quanto è in loro potere per chiarire questa vicenda, sul piano nazionale e internazionale", ha aggiunto.

Il Codacons italiano ha intanto chiesto alle autorità sanitaria italiane "misure urgenti" per bloccare le importazioni di cetrioli da tutta l'Europa, a tutela della salute in relazione all'infezione causata dal batterio.

"Il ministero della Salute e gli altri organi competenti devono bloccare immediatamente le importazioni di cetrioli e cetriolini provenienti da tutta Europa", afferma in una nota il presidente Codacons, Carlo Rienzi. È anche indispensabile, prosegue la nota, "effettuare controlli stringenti su tutta l'ortofrutta diretta in Italia e proveniente dalla Spagna e dall'Olanda. Queste misure - secondo Rienzi - sono necessarie per evitare il diffondersi del pericoloso batterio anche nel nostro Paese". L'associazione invita infine "i cittadini a verificare con attenzione la provenienza degli alimenti, obbligatoria su tutte le etichette di frutta e verdura".

Escherichia coli (abbreviato solitamente con E. coli) è la specie più nota del genere Escherichia: al suo interno si distinguono almeno 171 sierotipi caratterizzati da diverse combinazioni degli antigeni O,H,K,F. È una delle specie principali di batteri che vivono nella parte inferiore dell'intestino  di animali a sangue caldo (uccelli e mammiferi, incluso l'uomo), sono necessari per la digestione corretta del cibo. Nelle acque destinate al consumo umano, nelle acque di piscina, nelle acque adibite alla balneazione, ma anche in altri tipi di prodotti come alimenti e cosmetici, è prescritta l’assenza obbligatoria di Escherichia coli in relazione al suo ruolo di indicatore primario di contaminazione fecale. La mancata rispondenza al valore parametrico stabilito costituisce una non conformità del prodotto. I ceppi di E. coli enteroemorragico sono i principali responsabili di malattia nei paesi industrializzati. Si calcola che questi batteri causino circa 73.000 infezione e quasi 600 morti ogni anno negli USA. Circa 50 sierotipi causano malattia; tuttavia il sierogruppo principalmente responsabile è O157:H7. L'ingestione di meno di 100 bacilli può causare la malattia; questa è stata associata al consumo di carne di manzo non ben cotta, di latte non pastorizzato, di succhi di frutta contaminati e di verdura cruda.

La malattia si manifesta a carico dell'intestino crasso dopo un periodo di incubazione di 3-4 giorni durante i quali inizia a comparire una diarrea non sanguinolenta. Circa al terzo giorno compaiono forti dolori addominali accompagnati da diarrea sanguinolenta. I ceppi EHEC sono in grado di promuovere un'istopatologia A/E (vedi EPEC) e di secernere la tossina Stx-1 (identica alla tossina di Shigella) insieme alla tossina Stx-2 (60% di analogia alla tossina di Shigella). Entrambe le tossine sono codificate da fagi lisogeni e hanno una subunità A e cinque subunità B, in grado di legarsi al globotriaosilceramide o Gb3. Il legame con questo recettore promuove l'internalizzazione della subunità A nell'enterocita; questa è in grado di legarsi al frammento di RNA ribosomiale 28s, bloccano la sintesi proteica. La distruzione degli enterociti, accompagnata da una diminuzione della capacità di assorbimento, comporta la presenza di una diarrea molto liquida e sanguinolenta.
La produzione di Stx-2 si associa spesso (nel 10% dei ragazzi con diarrea da EHEC) alla sindrome uremico-emolitica (HUS), caratterizzata da insufficienza renale acuta, trombocitopenia, anemia emolitica e microangiopatia. Infatti Stx-2 è in grado di legarsi con maggior affinità al Gb3 espresso dalle cellule renali, provocandone la distruzione. Inoltre le tossine Stx sono in grado di stimolare la produzione di TNF-α e interleuchina-6 che, oltre a sostenere il quadro infiammatorio, promuovono l'esposizione di Gb3. E. coli O157:H7, al contrario degli altri sierotipi, non fermenta il sorbitolo; questo permette l'identificazione nei terreni agar Mac Conkey contenenti sorbitolo (si valutano le colonie che mancano dell'attività fermentativa. Tuttavia l'esame colturale deve essere affiancato dall'identificazione delle tossine mediante test immunoenzimatici commerciali.

FONTI:
www.tmnews.it

www.wikipedia.org
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09 gennaio, 2011

Allarme uova alla diossina in Germania. In Italia importate, ma riconoscibili, anche grazie allo smartphone...

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Sono quasi cinquemila gli allevamenti chiusi per motivi di sicurezza in Germania a causa di un allarme contaminazione da diossina. Milioni di uova e tonnellate di carne di pollo sono destinate al macero, e ulteriori controlli si stanno eseguendo per capire se anche il latte e la carne bovina possano essere alimenti contaminati. Lo scandalo della contaminazione con diossina dei grassi animali per i mangimi in Germania è diventato un pericoloso caso che minaccia tutti i consumatori europei, sopratutto per i bassi costi con cui molti cibi tedeschi sono importati e rivenduti nei paesi limitrofi (per esempio, spesso si ritrovano negli scaffali degli "Hard Discount" nostrani). I tedeschi sono in preda al panico, le autorità italiane e di altri paesi europei hanno varato d'urgenza controlli e altre misure di sicurezza sull'import dalla Germania. E il governo Merkel spara a zero sulle colpe della "Harles und Jentzsch", la grande azienda che ha fornito a milioni di contadini e allevatori i prodotti contaminati: "È un caso di alta energia criminale", ha detto il ministro dell'Agricoltura promettendo tolleranza zero. Come al solito, tutto nasce dal mangime per animali, che la Harles und Jentzsch avrebbe venduto in quantità industriali e a basso costo e contenendo grassi animali contaminati da diossina. Lo scandalo all'inizio è esploso quando tracce pericolose di diossina sono state rilevate nelle uova sul mercato, poi in carne di pollo, 77-78 volte superiori al massimo limite tollerabile per consumare i prodotti senza pericolo per la salute. Secondo la "Hannoversche allgemeine Zeitung" i primi casi d'intossicazione di uova e carni di pollo sono stati scoperti da un laboratorio di analisi nel marzo dell'anno scorso. Ma solo il 27 dicembre il ministero dell'Agricoltura della Bassa Sassonia si è mosso e solo adesso le autorità federali hanno sequestrato circa 3mila tonnellate di mangime tossico. Quei mangimi sono stati usati anche da allevatori che producono carne suina (la preferita dai tedeschi) e carne bovina, per il mercato nazionale ed europeo.

Il ministro della Salute Ferruccio Fazio ha rassicurato che l'Italia non corre rischi: il nostro Paese ha importato dalla Germania "una quantità di uova limitate ma grazie all'etichettatura è possibile rintracciarle guardando il marchio di produzione e provenienza". E le uova italiane, che sono marchiate e tracciabili, "sono garanzia di sicurezza anche in Germania". Il ministro sottolinea che i prodotti italiani - latte, carne e uova - sono e restano sicuri: "Oggi stiamo scrivendo una nota a tutte le aziende che importano dalla Germania perchè facciano, oltre ai controlli di routine anche quelli sulla diossina". Il ministro Fazio ha ricordato anche l'impegno dell'Italia per un'etichetta trasparente sui prodotti alimentari: "Il nostro Paese ha votato contro la risoluzione proposta proprio dal Belgio e appoggiata dalla Germania per un'etichettatura non sufficientemente trasparente. Noi vogliamo che ci sia chiarezza in particolare sulla provenienza e sull'origine di tutti gli alimenti". Il ministero ha previsto un doppio filtro per controllare l'eventuale presenza di diossina nei prodotti alimentari con un controllo all'origine da parte delle stesse aziende importatrici e un sistema di verifica al dettaglio nelle regioni con l'aiuto dei Nas. Per il 13 gennaio, all'indomani delle riunioni di Bruxelles, è convocato a Roma un incontro con i tecnici, i Nas e le Regioni per "mettere a punto modalità di controllo a campione per realizzare un secondo filtro".E intanto spunta l'immancabile "apps" per smartphone in grado di individuare le uova alla diossina. Si tratta di "Barcoo", un programma originariamente creato per dar modo ai consumatori di conoscere in tempo reale le caratteristiche dei prodotti collegandoli - attraverso i telefoni cellulari - alle banche dati delle associazioni indipendenti per la tutela della qualità nel settore alimentare. Il meccanismo è semplice: basta fare lo scanning del codice a barre del prodotto con la fotocamera del cellulare e il consumatore riceve informazioni su qualità, prezzo, potenziale di allergie e via di seguito. Con l'allarme diossina, è stata aggiunta anche la possibilità di sapere anche se i prodotti - in questo caso le uova - sono contaminati. Il software, infatti, si collega a una banca dati elettronica di Amburgo, dove vengono registrati tutti i numeri dei lotti a rischio e se il codice delle uova in questione è sospetto, sul telefonino appare la scritta: "Attenzione, queste uova con tutta probabilità contengono diossina!".


FONTE: Repubblica.it
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28 giugno, 2010

Mozzarelle blu, primo probabile avvelenato in veneto

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Si moltiplicano le segnalazioni di casi di mozzarelle "blu" sospette in tutta Italia. Mentre procede velocemente il ritiro dal mercato europeo da parte del distributore, i Nas tedeschi sono già al lavoro per verificare le condizioni della fabbrica tedesca produttrice e responsabile di tale caso. I sequestri del prodotto importato dalla Germania arrivano a superare quasi una tonnellata. Intanto nel padovano si registra un primo probabile sospetto di avvelenamento. Un uomo di 32 anni ha riferito al pronto soccorso di avere labbra e gengive infiammate a causa dell'ingestione, qualche settimana prima, di una delle due mozzarelle di una delle sei marche a rischio. Ha quindi mangiato la prima e riposto la seconda in frigo. Il giorno dopo l'ha ritrovata immersa in un liquido azzurro. Sarà l'Istituto zooprofilattico di Legnaro a confermare se c'é relazione tra i sintomi e il cibo consumato. La colorazione blu della mozzarella si verifica dopo alcune ore dall'apertura della confezione e al momento non sono stati segnalati di disturbi fisici particolari da parte di chi le ha consumate. Ma il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, invita le aziende distributrici, qualora non avessero già provveduto al ritiro delle partite, ad adottare tutti i provvedimenti cautelativi necessari alla tutela del consumatore. I sequestri delle mozzarelle riguardano tre marchi: Land, venduto da Eurospin, Lovilio, venduto da Lidl, e Malga Paradiso, venduto da MD discount, tutti prodotti in Germania dalla ditta Milchwerk Jager Gmbh & Co.
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19 giugno, 2010

"Cara, la mozzarella è blu perchè tifa Italia?" - Lo strano caso del latticino tedesco...

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La mozzarella è probabilmente uno dei bianchi più nobili in campo alimentari. Ed è, come sappiamo, uno dei prodotti di punta del made in Italy. E' probabilmente per questi motivi che risulta ancora più inquietante la scoperta di mozzarelle che "cambiavano colore": una volta a contato con l'aria tali prodotti, importati dalla Germania, cambiavano colore a causa di un batterio che, fermentando il lattosio contenuto ovviamenet nel prodotto, determinava la comparsa di una colorazione bluastra. Le mozzarelle sono state prodotte in una fabbrica tedesca per conto di un marchio italiano e distribuite da una nota catena di hard discount del nord italia, tuttavia dopo le prime segnalazioni di clienti, con telefonate fra lo sbalordito e il nauseato provenienti da Torino e da Trento, è stata la stessa catena distributiva a ritirarle dal banco. E' alla fine il risultato delle analisi batteriologiche eseguite dall'Istituto Zooprofilattico su campioni prelevati dai Nas a Trento e portato all'attenzione del procuratore di Torino, Guariniello, che ha aperto un'inchiesta, hanno consentito di confermare la presenza di tale batterio e bloccare il prodotto prima che le persone procedessero al consumo. Sono 70mila le mozzarelle sequestrate dai Carabinieri del Nas presso una piattaforma della grande distribuzione. Purtroppo spesso i prodotti del discount nascondono di queste insidie, al fine di vendere prodotti a bassissimo costo spesso si risparmia eccessivamente e si propongono cibi prodotti non in italia, o prodotti con cattive condizioni igiene riguardanti la fabbricazione e la conservazione, o ancora cibi con scarse qualità nutritive (es. troppi grassi, troppi zuccheri semplici, troppi conservanti, ect) che rischiano di inficiare pesantemente sulla salute delle persone se consumate per lunghi periodi di tempo. Non si sa al momento se coloro che hanno consumato ugualmente tal tipo di mozzarelle possano avere dei danni patogeni: in teoria il tutto dovrebbe risolversi con una semplice intossicazione alimentare.
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17 giugno, 2010

Ricevo e pubblico: congresso a Milano il 29 giugno su "Stili alimentari e sostenibilità"

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"" E' ormai diffusa la consapevolezza dell’incidenza degli stili di vita e, in particolare, dell’alimentazione sulla salute delle persone.  Ma siamo davvero consapevoli di quanto le scelte alimentari possano influire anche sulla salute complessiva del pianeta?
Martedì 29 giugno a Milano alle ore 9.00, presso il Museo della Scienza e della Tecnica si svolgerà il convegno del "Barilla Center for Food & Nutrition"

Alimentazione e Ambiente: sano per te, sostenibile per il pianeta

Come alimentarsi al meglio per vivere in un mondo migliore.

Un workshop con istituzioni e associazioni, aziende e studiosi per discutere di stili alimentari e sostenibilità. Una pubblica occasione di confronto, per presentare e approfondire il concetto di "doppia piramide", un unico modello alimentare capace di conciliare l’equilibrio nutrizionale con la tutela e la salvaguardia dell’ambiente.
Tra i relatori l’economista e saggista Jeremy Rifkin e il Presidente del Global Footprint Network, Mathis Wackernagel
.

La partecipazione al convegno è libera e gratuita: per intervenire di persona, è sufficiente registrarsi online a questo link dove è pubblicato anche il programma completo dei lavori.
Il convegno sarà trasmesso anche in diretta streaming sul sito http://www.barillacfn.com. 

Grazie per l’attenzione

Responsabile Ambito 5 per il Barilla Center for Food & Nutrition 


""
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12 giugno, 2010

Frutta in abbondanza per difendersi dal caldo e... abbronzarsi!

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Carote, spinaci e albicocche salgono sul podio degli abbronzanti naturali in grado di "catturare" i raggi del sole e garantire una tintarella della salute che rende "belli dentro e fuori". è la Coldiretti a stilare la speciale classifica del cibo che abbronza nell'ambito di "BIO sotto casa" dove sono scesi in campo contro i colpi di calore anche gli assaggiatori della frutta, a Roma all'Auditorium Parco della Musica per un weekend dedicato ai temi dell'agricoltura biologica con la presenza di quasi cento produttori di Campagna Amica grazie all'iniziativa promossa da Aiab, Amab e Coldiretti con il contributo dell'Unione Europea e dell'Italia - Ministero delle Politiche Alimentari e Forestali.

Anche chi è ancora costretto a rimanere in città può difendersi dal caldo e prepararsi la tintarella estiva con una dieta adeguata che si fonda sul consumo di cibi ricchi in Vitamina A che - sottolinea la Coldiretti - favorisce la produzione nell'epidermide del pigmento melanina per donare il classico colore ambrato alla pelle. Con il grande caldo, consumare carote, insalate, cicoria, lattughe, meloni, peperoni, pomodori, albicocche, fragole o ciliegie serve a difendersi dai colpi di calore, ma anche - sottolinea la Coldiretti - a preparare l'abbronzatura estiva. Il primo posto è conquistato indiscutibilmente dalle carote che contengono ben 1200 microgrammi di Vitamina A o quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile. Al posto d'onore - continua la Coldiretti - salgono gli spinaci che ne hanno circa la metà, a pari merito con il radicchio mentre al terzo si posizionano le albicocche seguite da cicoria, lattuga, melone giallo e sedano, peperoni, pomodori, pesche gialle, cocomeri, fragole e ciliege che presentano comunque contenuti elevati di vitamina A o caroteni.Con l'arrivo del caldo estivo è importante consumare frutta e verdura fresca, fonte di vitamine, sali minerali e liquidi preziosi per mantenere l'organismo in efficienza e per combattere i radicali liberi prodotti come conseguenza dell'esposizione solare.

 Antiossidanti "naturali" sono infatti le vitamine A, C ed E che - sottolinea la Coldiretti - sono contenute in abbondanza in frutta e verdura fresca. Questi vegetali - conclude la Coldiretti - sono dunque alimenti che soddisfano molteplici esigenze del corpo: nutrono, dissetano, reintegrano i sali minerali persi con il sudore, riforniscono di vitamine, mantengono in efficienza l'apparato intestinale con il loro apporto di fibre e si oppongono all'azione dei radicali liberi prodotti nell'organismo dall'esposizione al sole, nel modo più naturale ed appetitoso possibile. Per consentire a tutti di poter acquistare frutta e verdura italiana al giusto prezzo la Coldiretti ha aperto in tutta Italia quasi 600 mercati di Campagna amica dove è possibile acquistare direttamente dagli agricoltori, tagliando intermediazioni e speculazioni. Peraltro in vista dell'estate il Ministero della Salute ha pienamente promosso l'ortofrutta italiana con addirittura il record del 98,8 per cento dei controlli regolari, con una presenza di residui chimici al di sotto dei limiti di legge, secondo le anticipazioni dei risultati dell'ultimo rapporto ufficiale annuale del Ministero della Salute sul "Controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti di origine vegetale" in via di definizione per essere trasmesso all'Autorità Europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Un rapporto che - conclude la Coldiretti - certifica il primato italiano nella qualità e sicurezza alimentare con una percentuale di regolarità del 98,85 per cento per la frutta, dello 98,76 per cento per le verdure, e 99,4 per cento per cereali, vino e olio. Ecco la top ten della salute: 1- Carote 1200 in microgrammi di Vitamina A o in quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile 2 - Spinaci e radicchi 500-600; 3 - Albicocche 350-500; 4- Cicorie e lattughe 220-260 ; 5 - Meloni gialli 200; 6-Sedano 200; 7- Peperoni 100-150; 8- Pomodori 50-100; 9- Pesche 100; 10 - Cocomeri e ciliegie 20-40.
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08 febbraio, 2010

Aperitivi sotto accusa: possono favorire la comparsa di tumore? Perplessità fra gli amanti dell'happy hour...

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Uno studio condotto da un pool di ricercatori dell'Università del Minnesota e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention, della American Association for Cancer research, sta destando perplessità in milioni di persone amanti del cosiddetto "happy hour": basterebbero due drink leggeri alla settimana per raddoppiare o quasi il rischio di tumore al pancreas, uno dei più mortali con soltanto il 5% di tasso di sopravvivenza a cinque anni.

Mark Pereira, autore dello studio e professore associato alla School of Public Health presso la University of Minnesota, ha detto che le persone che consumano bevande analcoliche su base regolare, ossia bibite zuccherate e gasate, corrono più rischi perchè "gli alti livelli di zucchero nelle bevande analcoliche può aumentare il livello di insulina nel corpo, che riteniamo contribuisca alla crescita delle cellule tumorali nel pancreas in soggetti predisposti in modo ereditario o che vengono predisposti da un contemporaneo uso di possibili sostanze procancerogene, come ad esempio il fumo di sigaretta".

Per lo studio in corso, Pereira e i suoi colleghi hanno seguito 60.524 uomini e donne nel Singapore Chinese Health Study per 14 anni. Durante questo periodo, ci sono stati 140 casi di cancro al pancreas. Coloro che hanno consumato due o più bevande analcoliche a settimana (una media di cinque a settimana) avevano un rischio aumentato dell'87% rispetto ai soggetti che non bevevano. Strano ma vero, nessun pericolo invece parrebbe trarre origine dai normali succhi di frutta, forse per una concentrazione più alta di fruttosio piuttosto che di glucosio.

Susan Mayne, direttore associato della Yale Cancer Center e professoressa di epidemiologia presso la Yale School of Public Health, ha detto che i risultati dello studio sono interessanti, ma hanno alcune importanti limitazioni che dovrebbero essere considerate prima di saltare a conclusioni: "Sebbene da questo studio sia emerso un rischio, la conclusione è basata su un numero relativamente limitato di casi e non è chiaro se sia un nesso causale o meno. Il consumo di bevande analcoliche a Singapore è stato associato a numerosi altri comportamenti nocivi per la salute come il fumo e l'assunzione di carne rossa, che non possiamo controllare altrettanto accuratamente".
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11 gennaio, 2010

Dalla Bolivia l'ultima arma di distruzione di massa: la "Colla Coca", una bevanda a base di coca

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A quanto pare Jean Nicot ha trovato un altro buon imitatore. Sostenuto a gran voce dal governo di Evo Morales, dalla Bolivia arriva la nuova pericolosissima arma di distruzione della salute delle persone. La nuova frontiera della droga è la "Coca Colla", una bevanda ottenuta dalle foglie di coca che riprende il termine "collas", soprannome delle popolazioni che vivono a ridosso delle Ande, ma che rappresenta anche un nome "sfottò" della ben più nota e molto meno dannosa bevanda americana "Coca-Cola".

Il prodotto, fortemente sostenuto dai coltivatori della provincia di Chapare cioè una delle province a più elevata produzione di foglie di coca e fermamente in mano alle organizzazioni criminali del sud america, è stato presentato la settimana scorsa al governo di Evo Morales. Quest'ultimo, primo presidente indigeno del paese, appena rieletto per un secondo mandato elettorale e famoso per essere un abituale masticatore di foglie di coca, come peraltro buona parte della popolazione, (più volte il presidente durante le riunioni dell'Onu si è mostrato con una foglia di coca in mano), sembra aver appoggiato apertamente l'iniziativa, visto anche che da anni si batte per la legalizzazione a livello internazionale della "pianta sacra" boliviana.

La bevanda sarà scura, con un colore abbastanza simile alla Coca Cola, e avrà un'etichetta rossa appunto molto simile alla stessa bevanda americana. Il viceministro Victor Hugo Vasquez ha definito l'iniziativa "di estremo interesse" perché segue "la politica d'industrializzazione della coca" portata avanti dal governo. Infatti in Bolivia da tempo sono commercializzati numerosi beni a base di coca come dentifrici, liquori, farine alimentari e diversi prodotti da masticare. La Bolivia è anche il terzo produttore di coca al mondo dopo la Colombia e il Perù. Nella Nuova Costituzione della Bolivia, redatto dal dirigente del Movimento al Socialismo (MAS) di partito, è scritto che la coca è riconosciuta come "patrimonio culturale, una risorsa naturale e rinnovabile della biodiversità in Bolivia e un fattore di coesione sociale" e rileva che la foglia di coca non è un stupefacente nel suo stato naturale.

Quali possono essere le conseguenze per la salute del lancio a livello mondiale di una bevanda del genere? Molte sul piano potenziale ma certamente molte poche sul piano reale. Questo perchè appare abbastanza improbabile che i governi occidentali, almeno quelli più evoluti, possano dare "via libera" alla commercializzazione di una bevanda equivoca sia nel nome che nella derivazione, e questo forse per una serie di ragioni che sono più economiche che realmente incentrate alla difesa della salute. TUTTAVIA, una celere chiusura alla distribuzione "legale" di una bevanda del genere potrebbe arginare una sua distribuzione sottobanco e quindi i possibili effetti che questa potrebbe arrecare? Siamo di fronte a una nuova arma di "distruzione di massa" ?




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10 novembre, 2009

Un'idea che riaffiora dal passato: il chewing-gum all'insulina...

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Una speciale gomma da masticare che rilascia insulina potrebbe in un futuro lontano sostituire le iniezioni giornaliere dell'ormone per chi soffre di diabete di tipo 1, quello insulino-dipendente, detto anche ''giovanile''. L'innovativo farmaco, naturalmente ancora in via di sperimentazione, è stato messo a punto dai ricercatori della University of California guidati da Tejal Desai, e verra' presentato nel corso del meeting annuale dell'American Institute of Physics.

Il motivo per cui l'insulina non può essere ingerita è che non sopravvive al passaggio attraverso l'apparato digerente poichè viene distrutta dai succhi gastrici dello stomaco e dagli enzimi dell'intestino: per questo motivo i ricercatori sono attualmente impegnati a progettare microcapsule da inserire nel chewingum che resistano al transito attraverso l'apparato digerente per far sì che l'insulina trasportata possa essere assorbita dal flusso sanguigno. Se la tecnica funziona, spiegano i ricercatori, oltre all'insulina anche gli ormoni e i farmaci antinfiammatori potrebbero in futuro essere confezionati utilizzando gomme da masticare.

FONTE: Asca.it
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06 agosto, 2009

La rinuncia a caffè, sigarette e alcol aumenta del 33% le chance di rimanere incinta

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Dalla Gran Bretagna una novità relativa all'aumento delle chance per ottenere l'inizio di una gravidanza: la rinuncia a sostanze stimolanti quali alcol, nicotina e caffè comporta un aumento delle probabilità del 33% di rimanere incinta. Emma Derbyshire, ricercatrice della Manchester Metropolitan University, ha spiegato come in una ricerca condotta su di un pool di un migliaio di giovani donne in periodo fertile si è osservato un aumento di quasi 1 su 3 della possibilità di ottenere l'inizio di una gravidanza attraverso l'adozione di uno stile di vita basato sull'abbandono o sulla progressiva riduzione delle quantità di sostanze che agiscono come "eccitanti". Per ottenere buoni risultati il consiglio generale è di abbandonare il fumo, l'alcol e di non superare l'assunzione di una sola tazza di caffè al giorno, sostanze che devono essere attentamente moderate anche e soprattutto nel periodo gravidico per non complicare lo stato fisiologico della donna in attesa.
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28 maggio, 2009

Ricerca americana afferma: una cura dell'alimentazione fin da bambini non causa aumenti di peso da rebound

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Un nuovo studio pubblicato online sulla rivista "Obesity" fornisce elementi di prova che il controllo rigoroso delle abitudini alimentari del neonato da parte della madre attuato durante la prima infanzia- come il determinare la quantità di cibo che un bambino dovrebbe mangiare o il dar loro da mangiare determinati alimenti - non può portare a significativi aumenti di peso nei ragazzi o ragazze. Invece, questo comportamento può essere una risposta alle preoccupazioni per un crescente peso del bambino. "I nostri risultati suggeriscono che il controllo delle pratiche di alimentazione probabilmente non provocano un aumento di peso, come alcuni hanno proposto di studi precedenti. In effetti, un certo grado di controllo può davvero essere utile per aiutare alcuni bambini mantenere il loro peso", spiega l'autore della ricerca Kyung E. Rhée, un ricercatore nel campo del controllo del peso presso l'Ospedale di Miriam. Rhée è anche un pediatra della "Hasbro Children's" Hospital e un assistente professore di pediatria (clinica) al "The Warren Alpert Medical School" della Brown University.

In passato lo stretto controllo materno dell'alimentazione del bambino era stato associato a una disinibizione nel mangiare da parte dell'individuo durante l'età adulta e con un maggiore apporto calorico causante un eccessivo aumento di peso. Tuttavia, come sottolineano gli autori della ricerca, il rapporto tra pratiche di alimentazione e controllo del peso dei bambini è stato incoerente e non ha definitivamente stabilito se tali pratiche causano o sono una conseguenza di un aumento di peso.

Nello studio, i ricercatori hanno esaminato i dati di 789 bambini che hanno partecipato al trial. Il gruppo presentava una parità di ragazzi di entrambi i sessi, dato che per gli autori tale equilibrio è statisticamente significativo dal momento che molti studi compiuti negli anni passati si erano concentrati unicamente sulle persone di sesso femminile.

I dati relativi all'altezza e al peso dei bambini sono stati ottenuti alle età di 4, 7 e 9 anni, e le variazioni di indice di massa corporea (BMI) sono stati misurati negli intervalli di tempo fra 4-7 anni e 7-9 anni. Pratiche di alimentazione materna sono state rilevate in ogni intervallo di età, chiedendo alle madri la domanda "Fate in modo che il vostro bambino sia lasciato libero di mangiare quello che lui / lei si sente di mangiare?"

I ricercatori hanno così scoperto che nei ragazzi un aumento delle pratiche restrittive di alimentazione in età compresa tra i 4 e 7 era associato statisticamente ad una diminuzione del rischio di aumento del peso e quindi di possibile obesità. Al contrario, le madri sembravano rafforzare il loro controllo quando è apparso loro che le figlie avessero maturato una significativa quantità di peso in età compresa tra i 4 e 7 anni.

"I nostri risultati rispecchiano quelli di altri studi che hanno permesso di osservare come i genitori siano molto meno propensi a riconoscere o a essere preoccupati per un possibile sovrappeso nei figli maschi rispetto alle medesime condizioni delle proprie figlie", spiega Rhée. "Questi comportamenti possono rappresentare anche un effetto derivante dalla società attuale, in cui si avverte la sensazione che le ragazze debbano essere necessariamente magre mentre i maschi hanno un vantaggio sociale o fisico di essere più propensi ad aumentare di peso senza significativi svantaggi."

Sulla base di questi risultati, i ricercatori promuovono la possibilità di attuare un controllo adeguato ma anche razionale delle abitudini alimentari dei bambini affinchè si contribuisca a regolare la loro futura assunzione di cibo. Fondamentale inoltre risulta la promozione di abitudini alimentari sane, che spesso non vengono rispettate neanche dai genitori.

Lo studio è stato supportato da sovvenzioni del Fondo di ricerca Hasbro Pediatrica e l'American Heart Association. Co-autori includono Sharon Coleman e Danielle P. Appugliese della Boston University School of Public Health; Julie Lumeng C., Niko e Natalie Kaciroti A. Davidson presso l'Università del Michigan; Robert F. Corwyn presso la University of Arkansas a Little Rock , e Robert H. Bradley presso la University of Arizona.
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18 aprile, 2009

Un milione e cinquecentomila i giovani a rischio alcol in Italia

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Sono 1 milione e 500mila i giovani, tra gli 11 e i 24 anni, a rischio alcol in Italia e sono le ragazze ad essere più esposte. Lo rivelano i dati dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità, presentati nella 5a Conferenza Nazionale sulle Politiche antidroga che si è svolta a Trieste. Tra gli 11 ed i 18 anni sono a rischio il 22,4% dei ragazzi e il 13% delle ragazze ha uno stile di consumo dannoso e rischioso di alcol, soprattutto in Piemonte, Trentino Alto Adige (i maschi) e Veneto e Trentino (femmine). Tra i 19 ed i 24 anni è a rischio il 25,3% dei maschi e il 10,4% delle femmine, soprattutto in Valle d’Aosta ed Emilia Romagna (i ragazzi), in Liguria e Trentino Alto Adige (le ragazze).

Il valore della media nazionale delle consumatrici a rischio è pari al 7,8%. Il fenomeno risulta quindi particolarmente in crescita tra le ragazze.

"A livello comunitario - dice Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio Alcol CNESPS dell’ISS - molti sono stati i piani d’azione proposti dagli stati membri a tutela di questa fascia di popolazione che insieme alle donne, è considerata quella più a rischio per problematiche alcol correlate. E’ evidente che oltre che cercare di migliorare le nostre conoscenze riguardo ad un abitudine giovanile relativamente nuova per il nostro Paese, distante dalle abitudini mediterranee che traevano ispirazione dalla moderazione e dal consumo ai pasti, è importante analizzare le cause legate al rischio alcolcorrelato tra i giovani per poter con maggiore efficacia realizzare interventi di prevenzione e di promozione della salute prima che l’alcol possa determinare un danno o pregiudicare la salute dei ragazzi e delle ragazze in Italia".

A conferma dei dati, basti pensare che nel 2005 i minori di 20 anni alcol dipendenti rappresentano lo 0,7% dell’utenza dei servizi (contro lo 0,5% del 2003) e i giovani fra i 20 e i 29 anni ne rappresentano l’ 11 %, contro il 9,1% del 2003.

Si è, inoltre, calcolato che in dieci anni (dal 1996 al 2006) il numero degli alcol dipendenti in carico ai Servizi è aumentato del 187%, più 19% in media per anno. Attualmente sono circa 61.000 gli alcoldipendenti in cura presso i servizi del Servizio Sanitario Nazionale destinati alla cura, alla riabilitazione e al reinserimento sociale di persone di tutti i ceti sociali, di tutte le età, di ogni livello di istruzione con una recente, preoccupante impennate tra i giovani; l’1 % circa degli alcoldipendenti ha infatti un ‘età inferiore ai 19 anni, il 10 % un’età compresa tra 19 e 29 anni.

"La punta di un iceberg che anno dopo anno s’innalza - aggiunge Scafato - e che cela dentro di sé centinaia di migliaia di individui che alla fine di un lungo percorso ed una lunga carriera di abuso di alcol, mai intercettata dalle competenze sanitarie e sociali, si ritrovano nella trappola della più temibile dipendenza da sostanze: la dipendenza alcolica".

In Europa, inoltre, l’alcol alla guida è la prima causa (evitabile) di morte tra i giovani Le statistiche rilevano come i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni siano quelli per i quali è più elevato il rischio di determinare o subire un incidente.

L’alcol alla guida rappresenta la prima causa di decesso tra i giovani anche in Italia (circa 2800/anno).

FONTE: http://www.siciliatoday.net/quotidiano/salute/
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L'Alcol? Fa ingrassare come i dolci ma 4 persone su 10 non lo sanno

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L'alcol fa ingrassare e un bicchiere di vino ha le stesse calorie di una fetta di torta ma 4 giovani inglesi su 10 non lo sanno. È il risultato di un sondaggio condotto dal Ministero della Salute inglese su 2.000 adulti in tutta la Gran Bretagna. In pochi sanno che gli alcolici sono letali per il girovita: una pinta di birra chiara equivale come numero di calorie a una salsiccia. Ma l'elenco è lungo: una pinta di sidro fa ingrassare come un piatto di fagioli sul pane tostato e bersi un bicchiere di crema di liquore fa ingrassare come un pollo arrosto. E un bicchierino di vodka o gin? È come bersi una tazza intera di panna o di crema.

Il Ministero della Salute inglese lancia l'allarme a una popolazione, come noto, molto amante dell'alcol: chi beve cinque pinte di birra a settimana (in Gran Bretagna un numero quasi da astemi) è come se si sbafasse in un anno qualcosa come 221 ciambelle alla crema. E un medio bevitore di vino è come se consumasse in un anno altre 28 cene a base di carne. Il ministro britannico Phil Hope è molto chiaro: "Bere regolarmente oltre i nostri limiti può avere un effetto sulla nostra salute, compresa una espansione notevole del punto vita. Quando si beve non solo si assumono più calorie, ma si è anche indotti a mangiare cibi più grassi". È ancora più chiara Heather Caswell, della British Nutrition Foundation: "Chiunque sarebbe esitante a bersi un intero bicchiere di panna montata: ci pensi quando al pub beve le sue due birrette quotidiane".

FONTE: Agi.it Salute
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15 aprile, 2009

Arriva "Le Whif", consentirà di inalare il cioccolato offrendone il gusto ma senza calorie...

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Si avvera il sogno di tutti i cioccolato-dipendenti: negli Usa è stato inventato un inalatore che consente di "sniffare" l'aroma del cibo preferito senza correre alcun pericolo di mettere su chili di troppo. A firmare la nuova trovata è David Edwards, docente della prestigiosa università di Harvard, che ha ribattezzato la sua invenzione "Le Whif" e ha pensato di renderlo disponibile in quattro diversi sapori: mirtillo, menta, mango e semplice. L'esperto ha lavorato insieme ai suoi studenti per sviluppare il prodotto, che promette di non danneggiare i polmoni grazie a particelle di polvere aromatizzata che sono troppo grandi per penetrare nel sistema respiratorio. Edwards lo ha inventato pensando sia alle future abitudini alimentari che mescoleranno i vari sensi per un appagamento totale, sia per chi è a dieta ma non vuole rinunciare al piacere del cioccolato, o almeno del suo sapore. "Le Whif" sarà in commercio negli Usa a partire dal 29 aprile, al costo di un dollaro e mezzo. Potrà essere usato varie volte e presto sarà disponibile anche in altri sapori.

FONTE: Adnkronos Benessere
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04 aprile, 2009

Pasqua, arriva l'uovo di cioccolato all'olio di oliva

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Arriva il primo uovo di Pasqua all'olio di oliva che unisce con gusto l'effetto buonumore riconosciuto dagli scienziati al cioccolato fondente con le proprietà salutari dell'olio di oliva italiano. Una vera sorpresa per la Pasqua 2009 presentata al Vinitaly/Sol da un olivicoltore marchigiano è stata stata esposta presso lo stand della Coldiretti nel corridoio tra il padiglione 6 e 7 al centro servizi arena ed ha destato particolare interesse tra gli ospiti della rassegna alla ricerca di curiosità per l'imminente festività. La realizzazione del dolce simbolo della Pasqua con l'insolita unione tra due dei prodotti più amati dagli italiani, dimostra la grande capacità degli imprenditori agricoli di conciliare l'innovazione con il rispetto delle tradizioni, che - sottolinea la Coldiretti - è alla base del successo del Made in Italy sulle tavole di tutto il mondo. L'uovo di Pasqua di cioccolato fondente all'olio di oliva ha - precisa la Coldiretti - un profumo intenso con i sapori che si fondono piacevolmente nel palato in un mix speciale che lascia un delicato retrogusto. Una volta terminato l'uovo non finiscono però le sorprese grazie al regalo nascosto all'interno: una ottima bottiglia di olio di oliva da consumare anche dopo le feste. L'iniziativa - sottolinea la Coldiretti - ha anche l'obiettivo di festeggiare l'arrivo dell'obbligo di indicare l'origine dell'extravergine in etichetta per impedire di spacciare come Made in Italy l'extravergine ottenuto da miscugli di olio spremuto da olive spagnole, greche e tunisine, senza alcuna informazione per i consumatori a partire dal 1 luglio, secondo quando deciso dall'Unione Europea grazie al pressing della Coldiretti. L'estensione dell'obbligo di indicare in etichetta l'origine delle olive impiegate nell'extravergine in tutti i paesi europei è - sottolinea la Coldiretti - una risposta coerente alla necessità di garantire la trasparenza alle scelte di acquisto dei consumatori comunitari e di combattere le truffe. Una necessità per un paese come l'Italia che nel 2008 - stima la Coldiretti - ha importato quasi 500 milioni di chili di olio di oliva che in assenza di etichettatura si 'confondonò con la produzione nazionale che è stata pari a poco più di 600 milioni di chili, in aumento del 10 per cento rispetto allo scorso anno e di alta qualità. Una situazione che - continua la Coldiretti - ha avuto un forte impatto negativo sui prezzi pagati agli agricoltori che sono crollati del 30 per cento al di sotto dei costi di produzione mettendo a rischio il futuro del settore. La norma per l'indicazione di origine in etichetta consente di verificare oltre al marchio la reale origine delle olive impiegate e quindi anche di valorizzare gli oliveti italiani che possono contare su 250 milioni di piante, molte delle quali secolari o situate in zone dove contribuiscono al paesaggio e all'ambiente.

FONTE: Agi Salute
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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