Sentieri della Medicina - LOGO

AFORISMA DEL GIORNO

Visualizzazione post con etichetta cancro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cancro. Mostra tutti i post

25 agosto, 2015

SkinVision Melanoma: l'App (a pagamento) per controllare con uno smartphone i propri nei...

0 commenti
La ricerca e la prevenzione sono due fattori importantissimi da valutare per quanto concerne alcune patologie oncologiche devastanti. E' quasi superfluo parlare del melanoma, una dei tumori più aggressivi e purtroppo maggiormente gravati da elevata mortalità, proprio a causa della difficoltà nel riconoscerli in tempo e nel prevenire, con una rapida diagnosi, la possibilità di complicanze molto gravi. Per questo la startup nel settore della Digital Health SkinVision ha elaborato una tecnologia per smartphone basata su algoritmi visivi per tracciare il cambiamento dei propri nei nel tempo. A partire dal lancio nei principali app market nel 2011 l’applicazione “SkinVision – Melanoma” attualmente è stata scaricata da circa 200000 volte tra gli utenti Android e quelli iOS. Il funzionamento è semplice: basta scattare una foto al neo e attendere che l’app effettui un’analisi a livello visivo, allo scopo di identificare ingrandimenti sospetti come un melanoma, il tipo di cancro da cui prende nome l’applicazione.

Ecco alcune dichiarazioni del CEO Dick Uyttewaal durante la conferenza di presentazione del prodotto: ""Il cancro della pelle si sviluppa in modo caotico e potenziali nei sospettu sono identificati sulla base di segni di crescita non naturale. L'algoritmo all'interno della valutazione online del cliente è basato sul rilevare i segni di crescita non naturale delle lesioni cutanee e si basa su una metodologia matematica applicata alla biologia e chiamata "geometria frattale". L'algoritmo attualmente esamina sette criteri diversi e verrà ulteriormente migliorato sulla base della continua crescita nel nostro database (attualmente superiore a 1 milione di immagini). Un neo cangiante (colore, dimensioni, simmetria, ecc), è un chiaro segno che qualcosa non va e che la persona dovrebbe farsi visitare immediatamente da un dermatologo""

I nei sono classificati utilizzando un semplice sistema identificativo “a semaforo” (utilizzando quindi i colori verde, arancione, e rosso a seconda del rischio).

Ma quanto accurata è la tecnologia di SkinVision per identificare il melanoma? Secondo Uyttewaal è tanto precisa quanto “l’occhio medio di un dermatologo”; c’è anche da dire che si tratta dell’unica app cancer detector ad aver ottenuto la certificazione CE in Europa.

In tal senso dichiara Dick Uyttewaal, CEO della SkinVision, ""Studi medici dimostrano che la sensibilità del dermatologo nel diagnosticare ad occhio nudo un melanoma varia dal 70 al 90%, mentre uno studio del 2014 condotto dall'università di Ludwig Maximillian dimostra come la nostra App abbia una percentuale di efficacia nel diagnosticare melanoma rischiosi fino al 83% del totale, e una sensibilità nel diagnosticare melanoma certamente trasformati del 92%.""

La compagnia di Digital Health ha un fatturato totale che si aggira tra i 5 e i 6 milioni di €, e dal momento del lancio iniziale, la startup di Uyttewaal si è evoluta in una vera e propria “solutions platform“, che monetizza il proprio software attraverso vari modelli di abbonamento – che possono dipendere in base al Paese. È possibile provare l’app senza abbonamento per i primi 30 giorni, ma molti utenti si sono lamentati che bisogna comunque pagare una quota anche per il trial. Secca la replica dai vertici della società, rivendicando il proprio diritto a commercializzare un bene che possa tutelare la salute pubblica per ripagare i costi del suo sviluppo, ma non escludendo in futuro la possibilità di una App "Freemium" qualora questa possa avere una diffusione ancora maggiore.


FONTE: Androidiani

Leggi tutto...

11 giugno, 2015

Dal Pembrolizumab al Nivolumab, nuove prospettive dell'immunoterapia: sconfiggere i tumori con i virus oncolitici...

0 commenti
Due nuove e promettenti strategie di terapia del cancro. Puntano ambedue sul sistema di difesa immunitario, ma in modi opposti. La prima, svegliandolo da quella sorta di torpore indotto dal tumore stesso e restituendo a globuli bianchi e anticorpi la capacità di aggredire il male. La seconda, invece, stimola direttamente il sistema immunitario con le stesse sostanze che usa il corpo a questo scopo. E per portare questi stimolanti naturali nel tumore sfrutta dei virus-chimera, generati dalla fusione, ad esempio, di quello del raffreddore con quello della poliomielite. Inoltre i virus-chimera attaccano le cellule cancerose, inceppando i loro meccanismi vitali.

Sono queste le principali novità che stanno animando la 51° edizione del congresso dall'American Society of Clinical Oncology, il congresso medico più affollato del mondo - 30 mila specialisti presenti - che stanno discutendo qui a Chicago oltre 5 mila ricerche dedicate esclusivamente alle terapie farmacologiche. Animando, perché i risultati delle sperimentazioni sull'uomo di queste cure a base di farmaci biotech e virus Ogm, manipolati geneticamente, hanno suscitato applausi e ovazioni che non si vedevano da tempo. Ci vorranno ancora anni perché si concludano le ulteriori sperimentazioni necessarie all'entrata nella pratica clinica, ma la sensazione è di essere a una svolta nella guerra al cancro.

Sui virus-chimera, o oncolitici (che distruggono il tumore), si lavora da decenni. Nascono dall'osservazione che alcuni virus attaccano selettivamente le cellule cancerose, ma non sono aggressivi, infettano poche cellule, insufficienti per ottenere un effetto terapeutico. Di qui le ricerche per rendere questi virus molto infettivi unendoli con quelli che aggressivi e infettivi lo sono di natura, come gli adenovirus del raffreddore. Inoltre, dalla recente scoperta dei segnali con cui il sistema immunitario manda l'ordine di attacco alle sue "truppe" (globuli bianchi), e dei geni che producono questi segnali, è nata l'idea di farli portare da virus direttamente dove servono, nel tumore. Mettendoli appunto nei virus-chimera. Il risultato sono microrganismi inesistenti in natura, metà di un virus metà di un altro (chimera appunto) e con l'aggiunta di geni immunitari di un'altra specie (e quindi sono anche Ogm). Iniettati nel tumore in animali da laboratorio, provocano prima una strage di cellule cancerose uccise direttamente dai virus. Poi il sistema immunitario, scatenato dai fattori stimolanti, elimina il tumore.

La Food and Drug Administration, l'ente che autorizza i farmaci negli Stati Uniti, ha appena dato il via libera a una linea di ricerca sull'uomo di un "farmaco a base di virus" contro il melanoma. Fare in modo che questi "mostri" diventino delle cure efficaci non sarà facile. Alcuni si sono rivelati troppo deboli, mentre altri hanno suscitato reazioni troppo potenti, dannose, a volte mortali. Ma si continua a lavorare e i virus più promettenti da cui partire per fare "chimere" con carico di geni immuno-stimolanti sono quello della polio, dell'herpes, del vaiolo bovino e del raffreddore.

Inizia invece a immettere farmaci nella pratica clinica la strategia di "risveglio" del sistema di difesa su cui si è iniziato a puntare oltre 30 anni fa. Risale ad allora la domanda: perché il nostro sistema di difesa, evolutosi per riconoscere un nemico entrato nel corpo e poi distruggerlo, non lo fa con il tumore? L'ipotesi era che la cellula cancerosa, essendo di fatto una cellula normale che si moltiplica senza sosta (queste erano le conoscenze di allora), non venisse rilevata come nemica. E quindi non combattuta. I primi tentativi con stimolatori immunitari andati male e poi le ulteriori conoscenze acquisite sul sistema immunitario rivelarono che la natura nemica del tumore, in realtà, viene scoperta subito. Ma il comando di attacco al tumore sembra debole o eseguito in modo inefficace. Le successive ricerche hanno fatto capire che il problema non sta nel sistema immunitario, ma nel tumore. E' questo ad emettere delle sostanze che "addormentano" il sistema immunitario. Facendola franca.

Negli ultimi anni sono state messe a punto molecole che, bloccando questi inibitori, restituiscono al sistema di difesa tutta la sua capacità di uccidere le cellule cancerose. Hanno prolungato di molto la sopravvivenza a malati con melanoma in fase ormai metastatica. E quest'anno stanno arrivando qui i risultati promettenti di sperimentazioni su altri tipi di tumore. Ieri è stata la volta delle neoplasie del fegato, del colon-retto e di quelli che colpiscono la testa e il collo.

"Il campo dell'immunoterapia diventa ogni anno più eccitante - ha affermato l'oncologa Lynn Schuchter, University of Pennsylvania - . Con questo nuovi studi stiamo rapidamente oltrepassando l'era in cui l'immunoterapia era vista come rivoluzionaria solo per un tipo di tumore, ovvero il melanoma. Al contrario, queste nuove molecole si stanno dimostrando efficaci anche in altri tipi di cancro contro i quali, in pratica, altri trattamenti risultano non funzionare. Inoltre, potremo essere in grado di stabilire in anticipo quali pazienti possono essere i candidati migliori per queste terapie".

In particolare, uno studio di fase III, (l'ultima, che se dimostra benefici consente di chiedere l'immissione in commercio), ha dimostrato l'efficacia del Pembrolizumab in pazienti con cancro del colon-retto con un particolare marcatore genetico: il 62% di questi ha infatti registrato una riduzione della massa tumorale. Inoltre, il tasso di risposta positivo è stato simile (pari al 60%) anche in pazienti con altri tipi di tumore (ad esempio a stomaco, prostata e ovaio) caratterizzati dalla stessa anomalia genetica (mmr). "Questo studio - ha commentato Dung Le del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora - dimostra come l'immunoterapia possa avere implicazioni su una vasta gamma di forme tumorali, incluse le neoplasie più difficili da trattare".

La stessa molecola è stata efficace anche in casi di tumore del collo e testa in un paziente su quattro. Un terzo studio ha dimostrato l'efficacia di un'altra molecola immunoterapica, il Nivolumab, contro il cancro avanzato del fegato, con una risposta positiva in termini di efficacia in un paziente su cinque. Sempre questa molecola ha dato risultati positivi in un ulteriore studio di fase III contro il cancro del polmone del tipo più diffuso ("non a piccole cellule"): i pazienti trattati hanno avuto una maggiore sopravvivenza e minori effetti collaterali rispetto a quelli trattati con chemioterapia standard.

FONTE: Repubblica.it
Leggi tutto...

10 giugno, 2015

Nuova campagna anticancro "SAM", Veronesi sottolinea l'importanza della prevenzione "al maschile"

0 commenti
"Le donne hanno capito prima che scoprire una malattia in fase precoce può fare la differenza. Gli uomini invece sono ancora troppo poco attenti: per questo la prevenzione deve diventare al maschile". Così l'oncologo Umberto Veronesi commenta la campagna "Sam - Salute Al Maschile", promossa dalla Fondazione sua omonima "per creare una nuova cultura della prevenzione". "Negli anni passati - ha spiegato oggi a Milano, per presentare la campagna - abbiamo dedicato molti sforzi alla prevenzione dei tumori femminili, ma ci siamo accorti che abbiamo trascurato un pò il punto di vista maschile. E invece è fondamentale, perché gli uomini da soli non si controllano e non vanno a farsi controllare: per questo dobbiamo "forzarli", per scoprire i tumori in fase precoce". I controlli vanno fatti sin da giovani, "perché ci sono tumori che esordiscono a queste età, come quello del testicolo, e poi per tutti i possibili problemi di infertilità che vanno trattati per tempo".

Anche per questo l'oncologo ha voluto sottolineare "tre consigli preziosi per qualunque uomo: il primo è essere sempre attenti alla propria salute. Il secondo è andare regolarmente dall'urologo o comunque dal medico, fin dall'età più giovane. E il terzo è quello di essere fiduciosi nella scienza medica, che è molto migliorata rispetto anche solo ad alcuni anni fa, ed è in grado di rispondere ai bisogni di ogni persona.

FONTE: ANSA.IT
Leggi tutto...

25 maggio, 2012

Eternit, il disprezzo estero per la legge italiana: nonostante la sentenza nessuna volontà di risarcire

0 commenti
I protagonisti belgi del processo Eternit non intendono versare alle parti civili gli indennizzi stabiliti dal tribunale di Torino. Lo si e' appreso oggi in ambienti vicini a Palazzo di Giustizia. A pagare (si tratta di ''provvisionali'') dovrebbero essere il barone Louis De Cartier, manager belga condannato a 16 anni di carcere, e la societa' Etex, riconducibile alla galassia della multinazionale Eternit. In totale si tratta di circa cento milioni di euro, la maggior parte dei quali (oltre il 70%) ricade su De Cartier.

Il 13 febbraio i giudici hanno condannato la società Eternit al pagamento dei danni provocati dalla lavorazione dell'amianto a ex dipendenti, familiari e abitanti di Casale Monferrato, luogo in cui aveva sede la fabbrica. Una condanna dovuta soprattutto al fatto che dalle indagini si è scoperto che i vertici delle aziende erano ben consapevoli dei danni che poteva provocare la fibra lavorata. Una sentenza storica, festeggiata e applaudita dalla stampa italiana ed estera. Ma la felicità è durata poco. Ora i protagonisti del processo, la società belga imputata e i manager, non intendono versare volontariamente alle parti civili gli indennizzi stabiliti dal tribunale di Torino, si apprende da alcune voci vicine agli ambienti del Palazzo di Giustizia. A pagare dovrebbero essere il barone Louis De Cartier, manager belga condannato a 16 anni di carcere, e la società Etex, riconducibile alla galassia della multinazionale Eternit. Un totale si tratta di circa cento milioni di euro, la maggior parte dei quali ricadrebbe su De Cartier. La prassi, per quel che riguarda questo caso, vorrebbe che le provvisionali venissero versate subito dopo il deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado, termine scaduto la scorsa settimana. Ma è arrivato il rifiuto. «Non è normale questo disprezzo assoluto sia per la vicenda in sé che per le decisioni dei tribunali italiani». Così commenta la vicenda l'avvocato Sergio Bonetto, uno dei legali di parte civile del processo Eternit, in merito alla decisione della società belga di non corrispondere le provvisionali stabilite dai giudici di Torino. «Durante il processo non hanno dato notizie. Adesso cercano di sottrarsi all'esecuzione della sentenza», conclude l'avvocato.

Fonte: Quotidiano piemontese
Leggi tutto...

20 febbraio, 2012

Eternit, l'insegnamento della sentenza di Torino, ma nel mirino ancora molte altre nazioni...

0 commenti

Il processo di Torino riguarda 2.191 morti, la maggior parte dei quali di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, ma la strage dell’amianto conta decine di migliaia di vittime in tutto il mondo, impossibili da quantificare con esattezza perché non sempre i dati vengono registrati e censiti, neppure in Italia. L’Ilo, l’agenzia del lavoro dell’Onu, stima 120 mila decessi all’anno. E, soprattutto, la strage non è ancora finita. Le ricerche dimostrano che possono passare diversi decenni dall’inalazione della fibra di minerale (potenzialmente ne basta una sola) e lo sviluppo del tumore. A Casale Monferrato ha suscitato grande commozione il caso di Maria Luisa Minazzi, assessore comunale molto impegnata nella battaglia contro l’amianto, morta di mesotelioma nel 2010. Non lavorava alla Eternit ma, come ha ricordato in tante interviste, da bambina giocava in giardino su cumuli di fibre, come fossero sabbia.

L’Istituto superiore della Sanità stima che in Italia il picco di mortalità per malattie legate all’amianto si avrà tra il 2015 e il 2020. Quando a morire saranno i più giovani tra gli operai delle fabbriche, ma anche i bambini degli anni Sessanta-Settanta cresciuti tra tettoie e tubature in eternit (il composto di cemento e amianto inventato dall’ominima azienda svizzera proprietaria dello stabilimento di Casale), diffusissime ovunque.

Ma Casale e gli altri centri dove si lavorava la fibra minerale, molto utilizzata in edilizia e nell’isolamento antincendio, sono una storia a parte. La polvere killer non restava confinata nella fabbrica, ma si spargeva in tutta la cittadina, per esempio durante il trasporto e lo scarico delle forniture. Non solo. A Casale la Eternit usava regalare ai dipendenti gli scarti di lavorazione, che diventavano “ghiaietta” in giardini e cortili. A Monfalcone, in provincia di Gorizia, dove l’amianto era utilizzato in gran quantità nei cantieri navali per coibentare l’interno delle navi e in funzione antincendio, si sono ammalate le mogli di molti operai, per il solo fatto di aver maneggiato le tute da lavoro intrise di polvere, per lavarle. Il processo per omicidio colposo contro una trentina di dirigenti di Fincantieri e di ditte esterne è in corso a Gorizia.

In Italia la lavorazione e l’utilizzo dell’amianto sono banditi dal 1992, ma l’operazione di bonifica dei manufatti esistenti appare un’impresa impossibile, tale è stata la diffusione di questo materiale. Ma in altri paesi del mondo le fibre continuano a essere estratte e maneggiate. Cina, Kazakistan, Brasile e Russia sono i principali produttori mondiali di minerale. Il civile Canada è nel mirino di campagne internazionali (qui il sito dell’organizzazione Ban Asbestos, in inglese) perché continua a cavare il minerale per esportarlo nei paesi in cui la tutela della salute non è una priorità. Come l’India, dove le fibre killer spesso sono lavorate in casa da donne e bambini.

FONTE: Il fatto quotidiano e Ban Asbestos
Leggi tutto...

Eternit, a Torino una storica sentenza per condannare una delle più gravi stragi ambientali

0 commenti

Sentenza storica a Torino: il tribunale del capoluogo piemontese ha condannato a 16 anni di carcere ciascuno il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 91 anni, alla fine del processo Eternit. Il capo d'accusa conteneva un elenco di 2.191 morti e 665 malati di patologie causate dall'amianto. Alcuni parenti delle vittime sono scoppiati in lacrime alla lettura della sentenza che condanna i due alti dirigenti della multinazionale a 16 anni di reclusione.

Quello di Torino è stato uno dei più grandi procedimenti nel campo dei reati ambientali che si sia mai celebrato in Italia e nel mondo. Al centro del dibattimento le morti, legate alla lavorazione del pericoloso materiale nelle quattro sedi italiane dell'azienda a Cavagnolo, Casale Monferrato, Rubiera e Bagnoli. Dopo due anni e 66 udienze si è concluso con la condanna in I grado a 16 anni di reclusione e l'interdizione dai pubblici uffici del magnate svizzero Stephan Schmidheiny e del barone belga Louis Carthier il processo Eternit. E' uno dei più grandi procedimenti nel campo dei reati ambientali che si sia mai celebrato in Italia e nel mondo e riguarda le morti legate alla lavorazione del pericoloso materiale nelle quattro sedi italiane della Eternit a Cavagnolo (Torino), Casale Monferrato (Alessandria), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). I fatti contestati si riferiscono a un arco di diversi decenni a partire dal 1952. Sono alcune migliaia i morti e i malati di di tumore individuati tra lavoratori e cittadini nell'inchiesta condotta dal procuratore Raffaele Guariniello, che ha definito il processo ''un punto di riferimento mondiale''.

Durante due anni e 66 udienze il pubblico ministero, Raffaele Guariniello, affiancato dai pm Gianfranco Colace e Sara Panelli, ha tentato di di dimostrare, attraverso testimonianze, documenti e consulenze, che la politica sulla sicurezza e sulla salute della Eternit apparteneva a un'unica regia. "Gli imputati non si sono limitati ad accettare il rischio che il disastro si verificasse e continuasse a verificarsi, ma lo hanno accettato e lo accettano ancora oggi" aveva detto Guariniello nella sua arringa finale chiedendo una condanna a 20 anni di reclusione per entrambe gli imputati per quella che aveva definito "Una tragedia immane" che ''ha colpito popolazioni di lavoratori e di cittadini che continua a fare morti e si è consumata in Italia e in altre parti del mondo con una regia senza che mai nessun tribunale abbia chiamato i veri responsabili a risponderne". ''Si addebita a Eternit - aveva aggiunto - di aver causato un disastro nei suoi stabilimenti e per la popolazione, che ancora oggi continua a verificarsi giorno dopo giorno per consapevole volontà dei suoi proprietari''.

I legali dei due imputati avevano chiesto per entrambi l'assoluzione per non aver commesso il fatto: secondo le difese De Cartier, dal 1971, aveva ricoperto solo ''un ruolo minoritario senza compiti operativi'', mentre Schmidheiny avrebbe provveduto a fare diversi investimenti per la sicurezza dei lavoratori, in base alle conoscenze dell'epoca sull'amianto. L'avvocato Astolfo Di Amato, uno dei legali di Schmidheiny, aveva messo in dubbio la validità stessa di un processo celebrato a più di trent'anni di distanza dai fatti contestati che lederebbe il principio di difesa perché il tempo trascorso "rende quasi impossibile - aveva detto - a chi è accusato difendersi al meglio: i documenti non si trovano, molti testimoni non ci sono più e quelli che ci sono non sono attendibili perché i fatti sono troppo lontani da ricordare". Questione controversa a sé, quella dei risarcimenti, con una polemica che ha portato il Comune di Casale Monferrato, dopo un tira e molla durato un mese e mezzo, a rifiutare l'offerta di oltre 18 milioni di euro, presentata dall'imputato svizzero Stephan Schmidheiny, a titolo di transazione, che avrebbe comportato il ritiro della costituzione di parte civile del Comune. Il presidente della Corte ha oggi stabilito che all'amministrazione di Casale spetta un risarcimento di 25 milioni di euro.

FONTE: Adnkronos.it
Leggi tutto...

06 ottobre, 2011

Muore Steve Jobs, il fondatore di Apple, per un tumore al pancreas: il suo nome si aggiunge ad una lunga lista di personaggi illustri

0 commenti
Lo storico brand informatico "Apple" ha annunciato stamane la morte di Steve Jobs, il suo fondatore e principale dirigente, dal 2004 in lotta per un tumore al pPancreas. Una lunga chemioterapia e un trapianto epatico non sono serviti a salvare la vita di uno degli uomini più illustri del mondo informatico. Il suo nome si aggiunge ad una lunga lista di personaggi "illustri" e purtroppo recentemente deceduti a causa di un tumore a carico di questa importante ghiandola esocrina: Patrick Swayze, Luciano Pavarotti, il premio nobel per la medicina Ralph Steinmann. Appena quattro nomi "popolari" di decessi recenti a sottolineare la negatività della prognosi per uno dei tumori più "letali", tanto da meritare il nome di "killer oncologico". Infatti, è stato calcolato in media come soltanto il 4% dei pazienti sopravvive a cinque anni dalla diagnosi.

Ogni anno in Italia sono circa 6.000 le nuove diagnosi di tumore al pancreas, con un aumento tra uomini e donne ormai paritario. Colpa del fumo, uno dei fattori di rischio, che in precedenza era un vizio prettamente maschile, mentre oggi non è più così. I fumatori hanno, infatti, un rischio triplo rispetto a chi non fuma. Altri fattori di rischio noti sono il diabete non insulino-dipendente, ma anche alcol e caffè sono sospettati di favorirne lo sviluppo (fonte Airc). 

Nel caso di Jobs il tumore originario aveva colpito le ghiandole endocrine, tra forme più rare di cancro al pancreas. Nel 2004 il fondatore di Apple aveva subito un intervento chirurgico per rimuovere il cancro al pancreas e nel 2009 un trapianto di fegato nel tentativo di conservare la funzione dell’organo dopo che il cancro si era diffuso oltre il pancreas. Il trapianto lo aveva obbligato anche ad una terapia anti-rigetto di soppressione immunitaria, che ha un notevole impatto sull’organismo.

Un altro caso è quello dell’attore Patrick Swayze, sopravvissuto 20 mesi dopo la diagnosi, mentre uno dei premi Nobel per la Medicina di quest'anno, il canadese Ralph Steinman, è morto di cancro al pancreas il 30 settembre, pochi giorni prima che il premio fosse annunciato. Aveva adoperato le sue scoperte sul sistema immunitario per lottare contro la malattia.


Il pancreas contiene due tipi di ghiandole: ghiandole esocrine che producono enzimi che degradano i grassi e le proteine, e le ghiandole endocrine che producono gli ormoni come l'insulina che regola lo zucchero nel sangue. Circa il 70% dei tumori del pancreas si sviluppano nella testa dell'organo e la maggior parte di questi ha origine nei dotti che trasportano gli enzimi della digestione. 

Purtroppo sintomi non sono chiari nella prima fase. Diventano più evidenti solo quando la malattia ha colpito i dotti biliari o gli organi vicini, determinando una diagnosi tardiva. Si manifestano così perdita di peso e di appetito, ittero (colorazione gialla della pelle), dolore addominale o nella schiena, debolezza, nausea o vomito. Il 20% dei pazienti può essere anche colpita da diabete, dovuto all'incapacità delle cellule malate di produrre insulina. L’età media di insorgenza è 65 anni, raramente si presenta sotto i 40 anni. 

FONTE: Il sole 24 ore Salute
Leggi tutto...

28 agosto, 2011

Nuovi studi tracciano nuove terapie per la cura del mesotelioma

0 commenti

I ricercatori del laboratorio di Antonio Giordano, MD, Ph.D., fondatore e direttore dell'Istituto Sbarro per la Ricerca sul Cancro e Medicina Molecolare, hanno identificato nuovi potenziali agenti anti-tumorali che potrebbero essere efficaci nel trattamento del mesotelioma, uno dei tumori più letali, causato dalla esposizione all'amianto. Gli scienziati hanno testato nuove molecole del tipo pirazolo[3,4-d] pirimidina che inibiscono la chinasi SRC, un consolidato bersaglio molecolare nella terapia del cancro. I ricercatori hanno dimostrato che questi inibitori di SRC inducono in maniera efficace la morte cellulare, mediante apoptosi, specificamente in linee cellulari di mesotelioma mentre non mostrano effetti tossici su linee cellulari di mesotelio normale, sostenendo così un possibile uso di questi agenti per un trattamento sicuro del mesotelioma. Questi risultati sono stati pubblicati sulla rivista Oncogene del Nature Publishing Group.
I ricercatori hanno anche scoperto che gli inibitori di SRC inducono un aumento della stabilità nucleare dell'inibitore delle chinasi ciclina-dipendente p27.
Questo è "particolarmente interessante se si considera che la perdita di espressione di p27 nucleare è un noto fattore prognostico negativo nel mesotelioma e la localizzazione nucleare di p27 è di fondamentale importanza per la sua funzione di oncosoppressore", ha detto il primo autore dello studio, la Dott.ssa Paola Indovina dell'Università degli Studi di Siena e assistant Professor presso l'Istituto Sbarro.
"Pensiamo che questi dati rappresentino un contributo tempestivo e suggeriscano che lo status di p27 dovrebbe essere attentamente analizzato nel valutare l'uso di inibitori della chinasi SRC negli studi clinici per i pazienti affetti da mesotelioma", ha detto il responsabile dello studio la Dott.ssa Francesca Pentimalli, dell'Istituto Nazionale dei Tumori "Fondazione Pascale" - CROM-Cancer Research Center di Mercogliano e assistant Professor presso l'Istituto Sbarro.
"I risultati confermano SRC come bersaglio terapeutico fondamentale nel mesotelioma e rivelano un nuovo meccanismo, dipendente dalla stabilizzazione nucleare di p27, mediante il quale l'inibizione di SRC può indurre apoptosi nelle linee cellulari di mesotelioma, fornendo un nuovo razionale per l'uso degli inibitori di SRC nella terapia di questa neoplasia" dice il Prof. Antonio Giordano. Questo dimostra anche che in questo contesto, p27 è necessario per indurre l'apoptosi nelle linee cellulari di mesotelioma e, anche se questo meccanismo deve essere ancora definito con precisione, identifica un ruolo attivo di p27 nel mediare l'apoptosi". Lo studio è stato svolto in collaborazione con il Prof. Maurizio Botta, ordinario di Chimica Farmaceutica e Preside della Facoltà di Farmacia, Università di Siena ed anche Professore aggiunto presso l'Istituto Sbarro, che ha sviluppato questi inibitori di SRC insieme alla Prof.ssa Silvia Schenone dell'Università di Genova, Italia.

AUTORE: Pierpaolo Basso
FONTE: Molecularlab.it
Leggi tutto...

Muore tragicamente Rachel Beckwith, un simbolo americano nella lotta al cancro

0 commenti
In nove anni di vita Rachel Beckwith ha fatto in tempo a regalare i suoi riccioli per ben tre volte. La prima volta a 5 anni: in classe aveva saputo di un'organizzazione (Locks of Love) che raccoglieva capelli per farne parrucche da dare ai bambini malati di cancro. Rachel non ci ha pensato due volte. Si è fatta rapare da sua madre, Samantha, poi ha aspettato che i capelli ricrescessero. E l'ha fatto di nuovo. La terza volta è stata il 23 luglio, il giorno della sua morte in seguito a un incidente sull'autostrada. I genitori hanno donato gli organi di Rachel e la sua ultima chioma. Nove anni appena compiuti, il 12 giugno. Era stato un compleanno speciale, anzi molto normale per una bambina come Rachel Beckwith da Seattle, Stati Uniti. A familiari e amici aveva detto: «Anziché farmi un regalo, donate 9 dollari alle persone che costruiscono pozzi per chi non ha l'acqua potabile». In chiesa un giorno Rachel aveva sentito parlare dell'emergenza idrica nel mondo e di un gruppo che si chiama «Charity: water», una delle tante organizzazioni non governative che raccolgono fondi per progetti umanitari legati all'acqua. E senza pensarci troppo aveva deciso di fare qualcosa. Mettersi in mezzo. Con la mamma aveva contattato l'ong. Dalle trecce ai rubinetti, con la stessa filosofia molto infantile (molto pragmatica). Sul sito c'è ancora la sua pagina: «Per piacere aiutatemi. Ai donatori manderemo le foto dei pozzi e le coordinate geografiche tratte da Google Earth. Il mio obiettivo è raccogliere 300 dollari». Rachel era una bambina del suo tempo, computer e Google Earth. Si era presa pure una cotta per il cantante Justin Bieber, l'idolo dei giovanissimi, anche se sua madre dice che non lei osava ammetterlo. Probabilmente avrebbe barattato un ballo con Justin (un altro sponsor di « Charity: water») pur di raccogliere ancora un pugnetto di dollari per la raccolta fondi di compleanno, che si era fermata poco sotto la soglia prefissata: 280 dollari. Nei tre giorni in cui Rachel è rimasta incosciente in un letto di ospedale - racconta Nicholas Kristof sul New York Times - gli amici le hanno sussurrato all'orecchio che poteva essere soddisfatta: le donazioni in suo nome avevano superato di gran lunga i 50 mila dollari regalati dalla star Bieber. E il 25 luglio, dopo i funerali, mamma Samantha ha scritto un post per ringraziare tutti dell'affetto e della generosità: «I know Rachel is smiling!».

Magari sta sorridendo di come ragionano gli adulti e dei meccanismi della celebrità online post mortem e del bambino Simon che ha mandato 5 dollari «anche se volevo dare di più ma ho solo 8 anni e questa è la mia paghetta settimanale». O del nostro cinismo. Qualcuno dirà che è stato l'autotreno. Se Rachel non fosse morta un sabato di fine luglio sull'autostrada, schiacciata da un camion che ha travolto la macchina su cui viaggiava con la famiglia ferendo mortalmente soltanto lei, forse nessuno si sarebbe accorto della strana festa di compleanno di una bambina della periferia di Seattle. La sua raccolta fondi per scavare pozzi in Congo o in Bangladesh sarebbe rimasta a quota 280 e non avrebbe sorpassato il milione di dollari. Probabilmente Kristof non avrebbe scritto quel pezzo così ispirato in cui fa di Rachel un simbolo positivo delle generazioni più giovani, quelle che noi «crediamo imbesuite da Facebook» e che invece ci danno una lezione di altruismo, «in questi tempi grami di paralisi politica in cui tutti sono assorbiti solo dai propri interessi». Scott Harrison, il 35enne ex manager di night-club che nel 2006 ha avuto l'illuminazione di «Charity: water», ha scritto che Rachel ha insegnato qualcosa agli adulti, che si sono un po' vergognati «di fronte alla generosità dimostrata da una ragazzina». Se non ci fosse stato quell'autotreno, Rachel non avrebbe perso tempo a dispiacersi per il mancato raggiungimento di quota 300 dollari. E avrebbe cominciato un altro progetto, pronta a tagliarsi i capelli ancora e ancora. 


FONTE: Repubblica.it
Leggi tutto...

29 gennaio, 2011

Passi avanti nell'uso delle cellule staminali come arma contro i tumori

1 commenti
I ricercatori dell'Istituto Rogosin di New York hanno presentato i risultati di un proprio lavoro che alimenta speranza e che contiene novità importanti avendo utilizzato cellule staminali del cancro per lottare contra questa stessa malattia. La terapia, che entrerà in una settimana nella fase due delle tre che lo studio deve superare perché i farmaci possano essere introdotti nel mercato, consiste nel riempire alcune capsule fatte di agarosio (un polisaccaride) con cellule tumorali di topo. Queste aree del diametro inferiore a mezzo centimetro, vengono impiantante nella persona affetta dal cancro.
"Quando riempiamo le capsule con cellule tumorali ci siamo resi conto che prima di tutto crescevano fino ad occupare la parte interna al completo e poi morivano in modo che diventavano piccole colonie di 100 o 150", dice Carlos Cordòn Cardò, direttore associato all'Herbert Irvin Comprehensive Cancer Center dell'Universita' della Columbia a New York, che ha partecipato alle ricerche.
In seguito, le sopravvissute (cellule staminali) ripopolavano le aree.
Quello che e' stato notato e' che le cellule segregavano fattori che impedivano la crescita ad altre cellule tumorali. Lo studio e' stato pubblicato su 'Cancer research': un esperimento in laboratorio con animali che dimostra come impiantando queste aree in topi, gatti e cani sofferenti di cancro, si poteva frenare lo sviluppo del cancro stesso e, in alcuni casi, portare questi animali a guarigione.
I buoni risultati hanno consentito di ottenere l'autorizzazione della Food and Drugs Administration (FDA) per l'avvio della 'fase I' a cui hanno partecipato 30 pazienti con tumori epiteliali (ovaie, pancreas, etc) ad uno stato molto avanzato. I risultati dello studio saranno resi pubblici a fine anno. Al momento i dati sono positivi e i ricercatori si stanno preparando alla 'fase II', che includerà pazienti col cancro alla prostata e altri tumori solidi.

Fonte: Molecularlab.it
Leggi tutto...

31 maggio, 2010

Un vaccino contro il cancro al seno che funziona sui topi, test sull'uomo dal prossimo anno

0 commenti
Una proteina può vincere il tumore della mammella. Lo studio pubblicato su Nature Medicine ha dimostrato che la somministrazione della 'alfa-lattoalbumina' è in grado di attivare la risposta immunitaria contro le cellule cancerose. Fino ad adesso gli unici vaccini antitumorali funzionavano contro virus esterni al corpo e non contro la malattia vera e propria

Il siero sperimentato dalla Cleveland Clinic Learner Research Institute ha evitato lo sviluppo della malattia alle cavie, nonostante queste avessero una predisposizione genetica al carcinoma della mammella. Ottimista l’autore dello studio Vincent Tuohy: “Crediamo che questo vaccino un giorno si userà per prevenire il cancro al seno nelle donne adulte. Ma va detto che bisognerà aspettare anni, il tempo insomma che la sperimentazione venga condotta anche sull’uomo”.

Per arrivare alle conclusioni pubblicate su Nature medicine, gli studiosi hanno testato il siero vaccinale su un gruppo di topi da laboratorio modificati geneticamente per sviluppare il cancro. A una metà del campione è stato inoculato un vaccino contente la alfa-lattoalbumina, vale a dire una proteina caratteristica della malattia, l’altra metà invece riceveva un siero privo di principio attivo. I risultati hanno dimostrato che questa proteina, generalmente assente nelle donne sane se non nel periodo dell’allattamento, è in grado di stimolare la risposta immunitaria contro le cellule tumorali risparmiando quelle sane.

E ancora, oltre a arrestare lo sviluppo della malattia è anche in grado di impedirne la comparsa. Quindi potrebbe essere una strategia alternativa a misure drastiche come la mastectomia preventiva anche per le donne più giovani ad altissimo rischio.

Proprio per verificare il vaccino, a partire dal 2011 partiranno i test. Secondo Vincent Tuohy, l'immunologo del Lerner Research Center di Cleveland, le candidate ideali saranno le donne con più di 40 anni, quelle con più rischio di ammalarsi ma anche con meno possibilità di restare incinta, dato che il vaccino interferisce con la produzione di latte materno.

Fino ad adesso, scrivono i ricercatori, la scienza è riuscita a mettere a punto vaccini efficaci contro i tumori causati da un agente estraneo all’organismo come un virus. È il caso della profilassi contro il Papilloma, in grado di causare il tumore al collo dell’utero, e dell'epatite B.

“Tuttavia – ricordano gli studiosi – prima di aspettare il vaccino le donne possono iniziare a proteggersi dalla malattia adottando uno stile di vita corretto. Limitando l’alcool e evitando il fumo”. Il tumore del seno infattu colpisce ancora una donna su dieci, 35mila all'anno. È il più frequente nel sesso femminile e rappresenta il 25 per cento di tutti i tumori che colpiscono le donne.


FONTE : Kataweb.it
Leggi tutto...

31 marzo, 2010

Il gene GPC5 e il cancro ai polmoni: un fattore predisponente?

0 commenti
Ammalarsi di cancro ai polmoni e non aver mai toccato una sigaretta: è possibile ma c'è una spiegazione genetica. La "colpa" sarebbe di un gene, il "GPC5". Gli scienziati ritengono che una scarsa attività di questo gene sia responsabile della patologia. I ricercatori della Mayo Clinic College of Medicine di New York hanno prelevato campioni di Dna da 754 volontari che avevano fumato un massimo di 100 sigarette in tutta la loro vita.

In seguito i reperti sono stati analizzati alla ricerca di differenze genetiche che avvalorassero l'ipotesi di un maggior rischio a contrarre la malattia. Si è quindi proceduto a raccogliere dati relativi alla storia personale dei soggetti in esame: sono stati presi in considerazione fattori come le malattie respiratorie croniche, l'esposizione al fumo passivo e l'incidenza familiare del tumore ai polmoni. Grazie a questi criteri è stato possibile individuare due tratti di genoma che sembrerebbero dare una spiegazione chiara. Si suppone, infatti, che proprio queste due parti del genoma siano in grado di attivare o disattivare il GPC5. Altri test hanno rilevato che nell'adenocarcinoma, il più diffuso tra i tumori polmonari, l'attività del gene è del 50 per cento inferiore alla norma.

Per comprovare questa teoria gli scienziati americani hanno selezionato le 44 alterazioni genetiche più comuni reperite durante la prima fase dello studio e hanno suddiviso i portatori delle anomalie in due gruppi, a metà dei quali era già stato diagnosticato un tumore ai polmoni. I risultati hanno confermato in linea di massima le ipotesi degli studiosi. In seguito, un terzo studio realizzato su 530 pazienti ha ulteriormente fortificato le convinzioni dei ricercatori.

In un commento a latere dello studio pubblicato su The Lancet Oncology, il Dottor R. Govindan, della Scuola di Medicina della Washington University, sottolinea come "siano necessarie numerose e ulteriori ricerche per trovare conferma delle osservazioni preliminari sui tumori polmonari dei non-fumatori e che la medicina è ancora ben lontana dal comprendere come i rilievi evidenziati dallo studio possano essere messi in relazione con la predisposizione alla malattia".

Fonte: www.molecularlab.it

Leggi tutto...

06 marzo, 2010

Sperimentata una nuova tecnica per l'asportazione di tumori posti al confine tra addome e torace

2 commenti
Intervento chirurgico eccezionale all’Istituto nazionale dei Tumori di Milano. A uomo di 54 anni è stata asportata una massa tumorale che interessava quasi per intero la metà destra dell'addome. La vera novità però è che la prima volta l’equipe di medici coordinata dal dottor Vincenzo Mazzaferro ha usato una tecnica non invasiva per operare un tumore. Ha scelto una "strada" chirurgica innovativa, passando, letteralmente, attraverso il fegato per arrivare alla massa tumorale e poterla rimuovere. Mentre dieci chirurghi operavano, la circolazione sanguigna di reni, fegato e parte degli organi toracici (polmone destro e cuore) durante l'intervento è stata sospesa e deviata all'esterno in una pompa extracorporea.

I dieci medici hanno tutti specializzazioni e competenze differenti, dalla chirurgia addominale e dei trapianti a quella vascolare, toracica e plastica. L'operazione, durata 15 ore, è stata eseguita il 18 gennaio, ma è stato deciso di darne notizia solo dopo che il paziente, in questi giorni, è stato dimesso.

"Si tratta di un approccio chirurgico innovativo che prevede la divisione a metà del fegato, sospendendo la circolazione degli organi vicini, per raggiungere tumori di grandi dimensioni in sedi tradizionalmente ritenute inaccessibili - spiega il dottor Vincenzo Mazzaferro che ha eseguito e coordinato l'èquipe -. Grazie soprattutto all'esperienza maturata nel trapianto di fegato è stato possibile individuare un percorso mai utilizzato in campo oncologico per pazienti di questo tipo. La riuscita dell'intervento apre ora la possibilità di impiegare questa tecnica per l'asportazione di tumori posti al confine tra addome e torace, in genere originati dai tessuti molli a fianco della colonna vertebrale". La descrizione e i risultati di questa nuova "via di accesso" chirurgica sono in corso di pubblicazione.

FONTE: Repubblica.it
Leggi tutto...

08 febbraio, 2010

Aperitivi sotto accusa: possono favorire la comparsa di tumore? Perplessità fra gli amanti dell'happy hour...

0 commenti
Uno studio condotto da un pool di ricercatori dell'Università del Minnesota e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention, della American Association for Cancer research, sta destando perplessità in milioni di persone amanti del cosiddetto "happy hour": basterebbero due drink leggeri alla settimana per raddoppiare o quasi il rischio di tumore al pancreas, uno dei più mortali con soltanto il 5% di tasso di sopravvivenza a cinque anni.

Mark Pereira, autore dello studio e professore associato alla School of Public Health presso la University of Minnesota, ha detto che le persone che consumano bevande analcoliche su base regolare, ossia bibite zuccherate e gasate, corrono più rischi perchè "gli alti livelli di zucchero nelle bevande analcoliche può aumentare il livello di insulina nel corpo, che riteniamo contribuisca alla crescita delle cellule tumorali nel pancreas in soggetti predisposti in modo ereditario o che vengono predisposti da un contemporaneo uso di possibili sostanze procancerogene, come ad esempio il fumo di sigaretta".

Per lo studio in corso, Pereira e i suoi colleghi hanno seguito 60.524 uomini e donne nel Singapore Chinese Health Study per 14 anni. Durante questo periodo, ci sono stati 140 casi di cancro al pancreas. Coloro che hanno consumato due o più bevande analcoliche a settimana (una media di cinque a settimana) avevano un rischio aumentato dell'87% rispetto ai soggetti che non bevevano. Strano ma vero, nessun pericolo invece parrebbe trarre origine dai normali succhi di frutta, forse per una concentrazione più alta di fruttosio piuttosto che di glucosio.

Susan Mayne, direttore associato della Yale Cancer Center e professoressa di epidemiologia presso la Yale School of Public Health, ha detto che i risultati dello studio sono interessanti, ma hanno alcune importanti limitazioni che dovrebbero essere considerate prima di saltare a conclusioni: "Sebbene da questo studio sia emerso un rischio, la conclusione è basata su un numero relativamente limitato di casi e non è chiaro se sia un nesso causale o meno. Il consumo di bevande analcoliche a Singapore è stato associato a numerosi altri comportamenti nocivi per la salute come il fumo e l'assunzione di carne rossa, che non possiamo controllare altrettanto accuratamente".
Leggi tutto...

23 ottobre, 2009

Legnano: l'agghiacciante video di un marito ai medici "abbiate il coraggio di vedere come è morta mia moglie"

0 commenti
Un caso shock da Legnano. Una donna di 47 anni muore per un devastante cancro al rene dopo un calvario di 4 anni, iniziato nel 2005 con una probabile diagnosi errata di "colica renale". Il marito decide di filmare gli ultimi giorni di vita di sua moglie e poi manda il video ai medici che avevano sbagliato la diagnosi chiedendo di avere "il coraggio di guardarlo". L'odissea di questa agghiacciante tragedia inizia nell'aprile del 2005. La moglie di Daniele, l'uomo che ha preparato il filmato, sta male con dolore al fianco e anuria, e viene ricoverata nel reparto di urologia dell'ospedale del quadrilatero. Dopo gli esami una rapida diagnosi di colica renale, viene curata e dimessa dopo una settimana di degenza. Tutto sembra essersi risolto ma venti mesi dopo, il giorno dopo del natale 2006, Piera (il nome della donna) cade per la frattura improvvisa del femore destro. "Una cosa strana per una donna di soli 43 anni, a quell'età l'osteoporosi non c'entra - racconta il marito - così ho portato mia moglie al pronto soccorso dell'ospedale di Legnano e lì, dopo la Tac, hanno capito che la situazione era grave e ci hanno consigliato di rivolgerci al centro ortopedico del Pini di Milano". Ed è proprio in questo ospedale che viene appurato il quadro clinico reale. "Con una ecografia all'addome, fatta il 9 gennaio 2007, si scopre che mia moglie non solo ha un grosso tumore al rene destro ma una metastasi ha intaccato il femore distruggendolo" ricorda Daniele che, nonostante lo shock per la tremenda diagnosi, cerca di capire perché i medici di Legnano non s'erano accorti di nulla e richiede la cartella clinica del primo ricovero, che contiene una copia dell'urografia effettuata nei giorni di degenza.

"Ho fatto analizzare quell'urografia a due periti - spiega il marito - il primo ha detto che il tumore poteva già essere individuato e il secondo ha evidenziato che il cancro, dal 2005 al 2007, si era sviluppato a tal punto da ridurre la possibilità di sopravvivenza di mia moglie da un 70-80 per cento a un 8-10 per cento. Lei, poi ha subito due grossi interventi: uno, al Pini, per l'impianto della protesi di femore, e un altro all'Istituto dei tumori, per l'asportazione del rene malato". Sulla base delle perizie effettuale dai tecnici il marito ha poi avviato, insieme al suo avvocato, una prima causa per la messa in mora dell'ospedale e poi, nel giugno di quest'anno, ha fatto anche una causa civile all'ospedale.

"Ho fatto tutto quello che dovevo fare per rendere giustizia a mia moglie - spiega - ma nelle ultime settimane della sua vita, quando lei stava malissimo, ho deciso di filmarla, per documentare una tragedia che forse si poteva evitare". Una tragedia che ora è finita su un video recapitato ai medici. Spiega la dott. Dotti, il direttore generale dell'ospedale: "Lasciamo che la giustizia faccia il suo corso, sarà il tribunale a dire se hanno sbagliato, mi sono interessata a questo caso molto doloroso, ho incontrato la signora e suo marito, gli siamo stati vicini. Purtroppo certe malattie sono subdole".

Fonte: Repubblica.it => link
Leggi tutto...

02 ottobre, 2009

La tecnica REIMS e la sua applicazione in campo chirurgico per la rimozione del solo tessuto tumorale

0 commenti
Il notiziario "Cordis" riporta una importante novità in campo dell'oncologia: sarebbe stata messa a punto una tecnica che permette ai chirurghi di distinguere "in tempo reale" durante l'operazione quale sia la parte esatta di tessuto canceroso da eliminare al fine di ridurre al minimo le lesioni apportate al tessuto ancora sano. Questa tecnica potrebbe risparmiare ulteriori interventi chirurgici postoperatori necessari per rimuovere del tessuto tumorale che non è stato asportato nel corso della prima operazione e inoltre potrebbe aiutare ad accelerare i processi di guarigione, riducendo al minimo le recidive.

L'Unione europea ha sostenuto il lavoro attraverso il progetto "DESI-JEDI-IMAGING" ('Development of mass spectrometric techniques for three-dimensional imaging and in-vivo analysis of biological tissues'), che ha ricevuto una sovvenzione di 1,75 milioni di euro dal Consiglio europeo della ricerca (CER).

Alla base della nuova tecnica c'è la "elettrochirurgia", la quale prevede la sostituzione del bisturi tradizionale con l'elettrobisturi che impiega la corrente elettrica ad alta frequenza per realizzare il taglio e rimuovere il tessuto. Un vantaggio dell'elettrochirurgia è rappresentato dal fatto che durante il taglio si ostruiscono i vasi sanguigni ("Cauterizzazione") arrestandone l'emorragia. Mentre viene eseguito l'intervento il tessuto interessato si surriscalda e viene in parte vaporizzato. Inoltre, la corrente elettrica provoca la produzione di molecole caricate elettricamente. Tessuti diversi presentano profili molecolari diversi e il profilo molecolare del tessuto canceroso ha un aspetto molto diverso da quello del tessuto sano.

In questo studi i ricercatori hanno inserito sull'elettrobisturi tradizionale una pompa speciale che aspira le molecole vaporizzate e le invia ad uno spettrometro di massa, quest'ultimo è uno strumento che analizza il profilo molecolare del tessuto tagliato e fornisce i risultati dell'analisi al chirurgo in tempo reale. I ricercatori hanno battezzato la nuova tecnica "REIMS" ("rapid evaporation ionisation mass spectrometry").

Cosi come dichiarato da Zoltan Takats dell'Università "Justus Liebig" in Germania, "Con la tecnica REIMS l'analisi del tessuto, compresa l'analisi dei dati, richiede meno di un secondo e durante l'intervento il chirurgo riceve in tempo reale tutte le informazioni sulla natura del tessuto che sta tagliando". Il sistema è stato anche capace di informare sul fatto che si trattasse di un tumore allo stadio iniziale o avanzato.

Il sistema non è stato ancora provato sull'uomo ma i ricercatori fanno notare che tutti gli esperimenti sono stati eseguiti rispettando le condizioni richieste per eseguire interventi chirurgici sull'uomo. Sono pertanto fiduciosi che presto la nuova tecnica arriverà e troverà applicazione in pochi anni in tutte le sale operatorie.

FONTE: Cordis
Leggi tutto...

20 settembre, 2009

Tumori al fegato, nuova scoperta riguardante cellule staminali "maligne"

0 commenti
Per la prima volta sono state isolate le cellule staminali del fegato di tipo maligno prima della formazione di un tumore. La nuova scoperta dei ricercatori del Penn State College of Medicine (Stati Uniti), pubblicata sulla rivista "Stem Cells", rivela il ruolo che le cellule staminali hanno nell'insorgenza del cancro al fegato. "Grazie a degli esperimenti compiuti sui topi di laboratorio, siamo riusciti a indurre delle malattie croniche nel fegato per osservare lo sviluppo dei tumori", ha detto Bart Rountree, ricercatore che ha condotto lo studio. "Il nostro obiettivo principale era vedere cosa spinge le cellule staminali durante la proliferazione incontrollata se il fegato è ammalato. Quello che abbiamo invece scoperto è che nelle cellule staminali del fegato ce ne erano alcune già maligne, anche se nel topo non c'era nessun tumore". I ricercatori sono riusciti a isolare le cellule prima ancora che esse potessero dare origine al cancro. "Il fegato è l'unico organo del corpo che si può rigenerare e ciò avviene grazie proprio alle sue cellule staminali", ha spiegato Rountree. "Tuttavia tra di esse se ne può annidare qualcuna che è già "maligna" e che si attiva quando il fegato si ammala cronicamente: un'attivazione che porta alla formazione di tumori. Aver isolato le staminali maligne prima ancora che esse agiscano puo essere utile per l'elaborazione di strategie cliniche mirate", ha concluso Rountree.

E' opportuno ricordare come i tumori primari del fegato (cioè quelli nati nell'organo e non provocati da cellule staccatesi da altri tumori e migrate fino al fegato perchè in quest'ultimo caso si parla delle cosiddette "metastasi") hanno per lo più inizio dalle cellule interne dell'organo chiamate "epatociti". In questo caso si parla di "carcinoma epatocellulare" o, più raramente, di "epatoma"; questi tumori tendono a diffondersi alle ossa e ai polmoni. Più spesso, tuttavia, le neoplasie che colpiscono il fegato sono secondarie, cioè derivano da tumori che nascono altrove (per esempio nel colon, nella mammella o nel polmone). I tumori del fegato possono svilupparsi anche nei bambini: in questi casi si parla di "epatoblastoma".

Il tumore del fegato è stato anche chiamato tumore silenzioso perché soprattutto nelle fasi iniziali non dà alcun segno di sè. Via via che la malattia si diffonde, però, iniziano a comparire i sintomi specifici, tra i quali il dolore alla parte superiore dell'addome, che si può irradiare anche alla schiena e alle spalle, l'ingrossamento del ventre, la perdita di peso e di appetito, la nausea, il vomito, la sensazione di sazietà, la stanchezza, l'ittero (ovvero il colore giallo della pelle), la colorazione scura delle urine e la febbre.

Si tratta di sintomi poco specifici, che possono presentarsi anche in malattie del tutto diverse. In ogni caso vanno riferiti al medico, che valuterà la situazione. Non è purtroppo possibile prevenire il cancro del fegato, se non evitando i più comuni fattori di rischio che sono il consumo eccessivo di alcol e l'esposizione ai virus dell'epatite. Esistono diversi modi per verificare la presenza di un tumore del fegato e, in generale, la salute dell'organo. Ecco quali:

esame obiettivo: il medico tasta l'addome per verificare le dimensioni del fegato, della milza e degli organi vicini, per controllarne le dimensioni e l'eventuale presenza di masse sospette. Inoltre verifica la presenza di ascite, cioè di liquido in quantità abnorme nel ventre, e osserva il colore della pelle e del bianco degli occhi, per vedere se c'è ittero.

esami del sangue: ci sono diversi parametri che suggeriscono una malattia del fegato quali, per esempio, i dosaggi delle transaminasi e della bilirubina. In caso di tumore, tuttavia, il più significativo è l'alfa-fetoproteina, i cui valori, se non c'è una neoplasia, si alzano solo in presenza di una gravidanza.

TAC (tomografia computerizzata): è un esame radiologico effettuato da una macchina che rileva immagini da diverse sezioni dell'organo; i dati acquisiti vengono poi elaborati da un computer che ricostruisce un'immagine dettagliata del fegato, degli organi vicini e dei vasi sanguigni. Talvolta il potere dello strumento è amplificato con specifici liquidi di contrasto. La TAC consente di vedere un eventuale tumore nel fegato e in tutti gli organi addominali.

ecografia: grazie all'eco degli ultrasuoni si ottiene, in modo del tutto innocuo, un'immagine del fegato e degli organi circostanti. Le masse tumorali danno un'eco diversa dai tessuti sani e possono essere identificate con facilità.

risonanza magnetica: un altro tipo di immagini è quello che si forma grazie ai campi magnetici generati da un magnete collegato a un computer. Ancora una volta, le zone colpite da un tumore danno immagini che possono essere distinte da quelle dei tessuti sani.

angiogramma: è un esame radiologico che richiede il ricovero e l'anestesia perchè si avvale dell'amplificazione dell'immagine data da un mezzo di contrasto iniettato nell'arteria epatica; consente di visualizzare i vasi che irrorano il fegato ed eventuali tumori che vi si annidano. È un esame radiologico che richiede il ricovero e l'anestesia perchè si avvale dell'amplificazione dell'immagine data da un mezzo di contrasto iniettato nell'arteria epatica; consente di visualizzare i vasi che irrorano il fegato ed eventuali tumori che vi si annidano.

biopsia: è l'esame istologico del tessuto epatico. Per lo più viene effettuato in anestesia locale ma richiede comunque un breve ricovero. Il medico inserisce un ago molto sottile nell'addome e preleva un campione di tessuto con la guida dell'immagine della TAC o dell'ecografia, oppure effettua il prelievo con un ago più grande. In alternativa, il prelievo si può effettuare con una sonda che è la stessa che fornisce l'immagine dell'organo (laparoscopia) o attraverso una piccola incisione nell'addome o, ancora, durante un vero e proprio intervento chirurgico.


FONTE: Agi.it Salute e Airc.it

Leggi tutto...

19 marzo, 2009

Varie: 120000 tumori al seno ogni anno in Italia, l'obesità secondo l'Oxford, Aliskiren disponibile in Italia, elettroshock antidepressivo

0 commenti
Un pò di notizie di questa settimana:

[1] Ogni anno vengono diagnosticati alle donne italiane 120.000 tumori maligni che sono la seconda causa di morte tra il gentil sesso. E' quanto rileva il "Rapporto sui tumori in Italia anno 2008" stilato da "Airtum working group", che prende in considerazione le donne fino a 84 anni. Dallo studio risulta che il tumore al seno e' una delle forme piu' diffuse, con un totale di 38 mila casi all'anno, cioe' il 31,5% di tutti i tumori che colpiscono le donne italiane.

[2] Essere fortemente obesi e' pericoloso come fumare da sempre e puo' accorciare la vita anche di dieci anni. E' l'avvertimento di esperti dell'universita' di Oxford. Anche una moderata obesita' accorcia la vita di circa 3 anni. Un metodo abbastanza facile per giudicare se si e' nel peso forma e' quello di dividere il proprio peso per il quadrato della propria altezza: se il risultato e' tra 20 e 25 va bene. Se il risultato e' tra 40 e 50, l'aspettativa di vita scende di 10 anni e occorre una dieta, tuttavia affrontata con la giusta misura e senza eccessi.

[3] E' disponibile in Italia il primo di una nuova classe di farmaci per la cura dell'ipertensione, che interessa un italiano su quattro. Si chiama 'aliskiren' e agisce bloccando la renina, un enzima che regola l'aumento della pressione. La molecola quindi si differenzia dagli antipertensivi utilizzati finora, capaci solo di ridurne gli effetti. L'innovazione, spiegano i ricercatori, oltre che nel meccanismo di azione e' nella lunga durata dell'effetto.

[4] Se il cervello fosse come una pila, la depressione potrebbe essere vista come se il livello della 'batteria' fosse basso. Perche' allora non ricaricare un cervello depresso con la corrente, innocua e indolore? Lo affermano i ricercatori del Policlinico Ospedale Maggiore di Milano, che hanno preparato due elettrodi da applicare alla fronte del paziente, collegati a uno stimolatore elettrico. Lo hanno sperimentato su 14 pazienti, che hanno riportato un marcato miglioramento.

FONTE: Ansa.it, Agi.it, Adnkronos
Leggi tutto...

24 febbraio, 2009

Recettori EphB2 e EphB3 limitano la crescita dei tumori adenomatosi del colon

0 commenti
I ricercatori dell'Istituto per la ricerca in biomedicina (IRB) di Barcellona, in Spagna, in collaborazione con quelli dell'Istituto catalano di ricerca avanzata (ICREA), hanno scoperto un nuovo meccanismo con il quale le cellule del tumore ricevono istruzioni per crescere in compartimenti limitati, cioè senza invadere altre aree del tessuto, come avviene nei primi stadi di sviluppo del cancro del colon, con la formazione di tumori benigni nell'intestino, noti come adenomi. Da questi tumori, se intervengono una serie di mutazioni e alterazioni genetiche, si sviluppa il tumore del colon. Secondo quanto viene riportato sull'ultimo numero della rivista "Nature Genetics", che pubblica i risultati dello studio, gli scienziati hanno osservato che sulla superficie delle cellule del tumore adenomatoso sono presenti recettori chiamati EphB2 ed EphB3, che rilevano la presenza di alcuni ligandi nel tessuto sano intorno a loro. Grazie all'interazione tra i recettori e i loro ligandi si ha l'organizzazione della struttura del tessuto intestinale. La presenza dei recettori EphB2 ed EphB3 fa si che le cellule tumorali siano costrette ad ascoltare i segnali che ricevono dal loro ambiente, e di conseguenza il tumore cresce in uno spazio confinato, dal quale non è in grado di uscire.
Eduard Batlle, ricercatore dell'ICREA, ha spiegato "Era ben noto che questi recettori funzionassero come soppressori tumorali, ma non sapevamo in che modo; ora siamo stati in grado di osservare che si tratta di una sorta di compartimentazione che impedisce al tumore di diffondersi. Via via che il tumore diventa maligno nelle cellule il programma genetico viene raffinato in modo da rimuovere i segnali che bloccano la crescita, inclusi questi due recettori, che impongono informazioni posizionali".

FONTE: Molecularlab.it

Leggi tutto...

29 gennaio, 2009

Cancro alla cervice: che cos’è il “Progetto ASSIST”, finanziato dalla UE

0 commenti
Il cancro della cervice è la forma tumorale più comune a livello mondiale. Ogni anno viene diagnosticato in circa 60.000 donne e in più o meno nella metà di esse è causa di decesso. Bloccare il problema sul nascere è un'impresa difficile se la malattia non viene scoperta e curata in uno stadio sufficientemente precoce. Il progetto ASSIST ("Association studies assisted by inference and semantic technologies"), finanziato dall'UE con 2,63 milioni di euro, aveva l'obiettivo di risolvere questo problema attraverso la creazione di collegamenti tecnologici tra centri medici specializzati nella diagnosi e nel trattamento del cancro della cervice, nonché di aumentare lo scambio dei dati e la creazione di maggiori quantità di dati.

Mentre gli scienziati accettato il fatto che il papillomavirus (HPV) rappresenta il maggiore rischio per il cancro della cervice, essi riconoscono anche che l'HPV non è l'unico responsabile. I ricercatori hanno valutato il ruolo dei fattori genetici e ambientali specifici nella determinazione della persistenza dell'HPV e la conseguente progressione della malattia. Studi precedenti avevano suggerito meccanismi patogenici che avrebbero potuto fornire nuovi marcatori del rischio, diagnosi e prognosi e avrebbero condotto a potenziali nuovi trattamenti.

Il progetto ASSIST intendeva combinare i diversi tipi di dati raccolti dai ricercatori, automatizzare il processo di valutazione delle ipotesi mediche, fornire un motore di inferenza capace di valutare il materiale statisticamente, riunire le cartelle cliniche dei pazienti delle istituzioni partecipanti, e sviluppare strumenti grafici espressivi per i ricercatori medici dove indirizzare i loro quesiti.

I ricercatori medici usano studi associativi per individuare i fattori comuni presenti nelle varie malattie. Essi valutano i dati clinici dei test ospedalieri, dati sullo stile di vita (come il fumo o le abitudini alimentari) e dati genetici. I ricercatori confrontano anche i dati dei pazienti con quelli di soggetti sani.

"Quello che cerchiamo di fare è di permettere ai ricercatori medici impegnati negli ospedali e nei centri medici specializzati di usare i dati reciproci e di combinarli in un contesto più ampio", ha detto il professor Pericles Mitkas del Centro per la ricerca e la tecnologia - Hellas, Informatics and Telematics Institute, in Grecia. "Il problema è che ogni ospedale usa formati diversi, regole diverse per la conservazione dei dati, anche se si tratta di esattamente lo stesso test," ha detto il coordinatore del progetto. "Perfino nello stesso ospedale, ogni medico potrebbe avere il suo modo particolare di fare le cose."

Il prof. Mitkas ha fatto notare che il più grande successo raggiunto da ASSIST è stato quello di rafforzare il dialogo tra medici, biologi molecolari e esperti informatici. "Finalmente si parlano e capiscono il rispettivo 'linguaggio tecnico'," ha spiegato.

Tre ospedali in Belgio, Germania e Grecia hanno partecipato alla prima parte del progetto. Dopo essersi trovati d'accordo sulla terminologia e sulla rappresentazione e consultazione dei dati, il team di ricerca ha sviluppato una piattaforma software prototipo che assicura ai ricercatori la ricezione dei dati nel formato richiesto. "Lo facciamo usando la rappresentazione semantica, il ché significa che assegniamo un'interpretazione ad ogni valore per aiutare il computer a capire a cosa si riferisce un determinato dato," ha spiegato il capo del progetto.

Facilitiamo anche l'interpretazione di valori soggettivi come "alto rischio" o "basso rischio", "caso serio" e "caso non serio", e usiamo tecniche inferenti basate su una serie di norme mediche fornite dai medici per dire al computer quali risultati sono più validi," ha detto. "I risultati delle biopsie, ad esempio, sono più attendibili dei risultati del Pap test e potrebbero indicare uno stato precanceroso che il Pap test non ha rivelato."

La piattaforma prototipo ASSIST ha offerto ai ricercatori accesso ai dati dei pazienti dei reparti di ginecologia e ostetricia dei tre ospedali. "Man mano che andiamo avanti, aggiungiamo funzionalità, ma almeno ora i medici hanno tra le mani qualcosa con cui lavorare e valutare," ha detto il prof. Mitkas.

"Più in là, capire il percorso della malattia e i fattori che influiscono su di essa, aiuterà i singoli medici a diagnosticarla più precocemente, prevenirla dando indicazioni alle loro pazienti, e sviluppare farmaci o procedure per curare la malattia," ha detto. "Ma ASSIST è soprattutto uno strumento per i ricercatori, che attraverso i risultati delle loro ricerche potranno aiutare tutte le donne.

FONTE: Cordis & MOLECULARLAB.IT


Leggi tutto...

SENTIERI DELLA MEDICINA

In questo blog ci sono post e commenti

Commenti recenti

Post più popolari