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AFORISMA DEL GIORNO

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12 maggio, 2018

Psichiatria sempre più carente di specialisti nel settore: "servono maggiori investimenti"

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"Il personale per la cura delle malattie mentali è insufficiente. In alcune aree del Centro-Sud vi è una carenza pari al 50% o piu' e in 6 regioni si riscontra una carenza compresa fra il 25 e il 40%.  Necessitiamo, quindi, di maggiori investimenti su questo capitolo". Lo ha detto il presidente della Societa' Italiana di Psichiatria (Sip), Bernardo Carpiniello, in una conferenza stampa del 9 maggio alla Camera dei deputati, organizzata per i 40 anni dall'entrata in vigore della legge Basaglia, con la quale si chiusero i manicomi. Le carenze, ha precisato Carpiniello, riguardano tutti i livelli, con maggiore evidenza per le figure dei medici, psicologi, assistenti sociali e educatori/tecnici della riabilitazione. Carpiniello ha inoltre spiegato che, attualmente, è destinato all'area della salute mentale il 3,5% del budget complessivo della sanità. "Chiediamo di arrivare almeno al 5%", ha detto il numeno uno della Sip.

FONTE: AGI Salute
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17 gennaio, 2017

Biblioterapia: l'ospedale che regala libro con la dimissione...

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I benefici derivanti dalla lettura di un buon libro, possono essere, a volte, per i pazienti, più efficaci delle cure tradizionali; per questo, il reparto psichiatrico dell’ospedale “Luvini” di Cittiglio ha deciso di adottare per i propri degenti il metodo della biblioterapia, con l’obiettivo anche di “umanizzare” l’ambiente ospedaliero.

Da anni, è aperta ai pazienti del reparto psichiatrico del nosocomio di Cittiglio una biblioteca che mette a disposizione numerosi libri da leggere, per rendere meno noiosa la giornata; da pochi giorni, anche allo scopo di promuovere la lettura, si è avviata anche una nuova prassi, ovvero che il libro che un paziente ha iniziato a leggere, ma che non ha ancora terminato, viene regalato al momento della dimissione dall’ospedale.

«La biblioterapia - spiega il primario Isidoro Cioffi - è un crescente movimento di opinione che si propone di difendere il libro cartaceo, oggi in crisi più che mai in un Paesecome l’Italia, in cui si legge pochissimo e dove bisognerebbe, in prima istanza, educare i bambini, fin dalla più tenera età, ad amara, apprezzare, cercare il libro come si fa con il migliore amico».

Una sorta di book therapy preventiva insomma. «Ciò costituirebbe - prosegue il primario del reparto di psichiatria di Cittiglio - una forma di prevenzione dai disagi sociali come l’abbandono scolastico, le dipendenze e la depressione in età avanzata». La book therapy nasce agli inizi del ‘900 negli Stati Uniti, dove è tutt’oggi molto diffusa, così come in Inghilterra.

«Un buon libro - aggiunge lo psichiatra Marco Piccinelli - può appagare in maniera variegata, aiutare a sentirsi capiti, meno soli, a maturare in senso psicologico e culturale, ad allargare i propri orizzonti, a superare barriere e pregiudizi, a vedere la vita da altri punti di vista». I benefici per i pazienti insomma, sono molteplici e di diversa natura, come conferma anche un’altra operatrice del reparto, la caposala Nicoletta Bezzolato, la quale sottolinea come un libro «può regalarci emozioni, relax e compagnia».

Tutti i libri della biblioteca del reparto di psichiatria dell’ospedale di Cittiglio sono frutto di generose donazioni di associazioni e semplici cittadini; i mobili della libreria, frutto anche questi di un lascito, sono stati restaurati grazie al lavoro di un gruppo riabilitativo attivato in reparto, coordinato dall’infermiere Pietro Palamara.

FONTE: La provincia di Varese.it
AUTORE: Matteo Fontana
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22 dicembre, 2009

La crescita cerebrale e la microcefalia: una questione di geni?

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Scoperto un legame tra comune varianti di geni associati alla microcefalia e le differenze nella dimensione del cervello normalmente presenti negli individui sani. Il nuovo studio, frutto di una collaborazione tra ricercatori norvegesi dell'Università di Oslo e americani della "University of California", "University of San Diego" e dello "Scripps Translational Science Institute di La Jolla" (California) e' stato pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Science". "Rispetto alle proporzioni del corpo, il cervello umano è tre volte piu' grande di quello delle sciimmie antropomorfe, con la corteccia cerebrale estremamente espansa", ha spiegato Lars M. Rimol, ricercatore dell'Universita' di Oslo. "I geni della microcefalia sono considerati dei possibili candidati di questa espansione: una loro mutazione causa una riduzione del cervello a 2 terzi della sua grandezza, una dimensione paragonabile ai nostri antenati ominidi". I cambiamenti anatomici sono ovviamente causati da mutazioni, ha aggiunto Rimol: "Ora abbiamo delle evidenze del puzzle genetico che spiega le dimensioni e l'espansione del nostro cervello". Gli scienziati sono andati alla ricerca di mutazioni genetiche in 289 pazienti psichiatrici, di cui hanno poi analizzato la struttura cerebrale grazie a tecniche di scansione computerizzata. "Abbiamo scoperto associazioni tra mutazioni puntiformi in alcuni geni della microcefalia e lo sviluppo di aree cerebrali, in particolare nell'area della corteccia" ha detto Rimol. "Questi risultati sono stati riscontrati in un'analisi indipendente su altri 655 individui in salute. In particolare, abbiamo scoperto che delle mutazioni nelle aree regolatorie, vicine al gene CDK5RAP2, sono associate alla grandezza della superficie della corteccia". Per i ricercatori, questo significa che la grandezza cerebrale non è determinata solo da mutazioni genetiche, ma anche da come l'attività dei geni viene regolata. "Questa scoperta ha enormi implicazioni per la futura ricerca sui legami tra la forma del cervello e le mutazioni genetiche" ha concluso Rimol.

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02 novembre, 2009

Ossessionati da Facebook e Msn? Nasce a Roma il primo centro di "recupero"...

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L'incremento dell'utilizzo delle tecnologie ha portato a una progressiva dipendenza che non coinvolge più gli "addetti del settore" o i semplici ragazzi esperti o "nerd" ma si estende gradualmente a numerose fasce di popolazione, con particolare attenzione per le persone over30, forse le più esposte. Al Policlinico Gemelli di Roma è nato il primo centro di cura per la dipendenza da internet, causata magari da chat e social network come Facebook e Msn. Una dipendenza che nei casi patologici provoca un comportamento ossessivo verso il web.

Una recente ricerca americana avrebbe stimato in circa il 10% degli iscritti (oltre 60 milioni in tutto il mondo) la quantità di persone dipendenti dal sito Facebook e che ne farebbero un utilizzo "smodato" con situazioni tipiche, quali il consultare il sito in modo compulsivo e a passarvi molte ore online senza rendersi conto dello trascorrere del tempo. Secondo i dati di uno studio dell'università di Perugia su 10 persone 4 possono sviluppare abusi o dipendenza da internet, la maggior parte delle volte in modo inconsapevole.

Quanto creato al policlinico Gemelli è stato per lo più una "estensione": il luogo era infatti già frequentato da chi cercava la guarigione da patologie più gravi quali la dipendenza dal gioco d'azzardo, dall'alcol e dalle droghe. Ora l'ambulatorio, attivo dal lunedì al venerdì dalle 9,30 alle 13,30, accoglierà anche i malati della rete.

"L'utilizzo patologico di internet provoca sintomi fisici molto simili a quelli manifestati da tossicomani in crisi di astinenza - ha spiegato al sito Tgcom.it lo psichiatra Federico Tonioni, coordinatore dell'associazione "La Promessa" che collabora all'attività - Garantiremo ai nostri pazienti di contenere quel malessere che per molti durante l'astinenza dal web si trasforma in ansia, depressione e paura di perdere il controllo di ciò che accade in internet". "In teoria si potrebbe dire che questo tipo di patologie di dipendenza da internet si sta diffondendo a livello epidemico. Sono sempre più frequenti i casi di impiegati interdetti da internet perché connessi soprattutto ai social network, in particolare Facebook. Per questo basta riflettere sul fatto che che sei aziende su 10 in Italia hanno introdotto limitazioni alla rete internet aziendale".

Il protocollo di intervento della cura dell' "Internet Addiction" prevede tre "passi" principali: un colloquio iniziale, incontri successivi per individuare la psicopatologia sottostante, eventualmente contenuta con un'appropriata terapia farmacologia, e l'inserimento progressivo in gruppi di riabilitazione.

Tonioni ha specificato che, oltre a quella dai social network (cyber-relational addiction), esistono anche altre forme di dipendenza su internet, per esempio dal sesso virtuale e la pornografia (cyber-sexual addiction), dal gioco d'azzardo, shopping e commercio online (net-compulsion), dal coinvolgimento eccessivo in giochi virtuali o di ruolo (computer addiction) e infine dalla ricerca ossessiva di informazioni (information overload). Quest'ultima forma, sempre secondo una ricerca statistica, sarebbe anche la più "affascinante", cioè la ricerca di conoscenza e di informazioni su di un argomento specifico prima e su molti argomenti poi, qualcosa che porterebbe gradualmente a una inesorabile dipendenza da "ultima notizia".

FONTE: tgcom.it
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05 luglio, 2009

Stati Uniti: ordinanza su due farmaci antifumo "marchiati" come pericolosi

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L’utilizzo di farmaci per smettere di fumare trova una clamorosa scossa negli stati uniti dove le autorità sanitarie dopo una lunga vertenza hanno ordinato alle società Pfizer e GlaxoSmithKline di aggiungere un'avvertenza ben visibile sulla confezione ai farmaci “Chantix” e “Zyban”, usati per smettere di fumare, al fine di mettere in evidenza il rischio di gravi problemi di salute mentale, inclusi instabilità del flusso di pensiero e atti di autolesionismo che possono giungere a gesti suicidi. Le avvertenze, che la Food and Drug Administration ha ordinato di aggiungere, scaturiscono dalla decisione presa per le migliaia di notizie di persone che sarebbero state colpite da depressione, comportamento ostile e mutamento della personalità, e che le autorità americane avrebbero appunto messo in correlazione con questi due farmaci. Si sottolinea tuttavia che il caso riguarderebbe esclusivamente questi due farmaci, mentre molti altri regolarmente venduti e certificati come utili non avrebbero alcun effetto di tal tipo.
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La scienza conferma: lo "scoppio d'ira" fa andare il sangue al cervello...

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In un articolo pubblicato sulla rivista “Cardiovascular Ultrasound” si afferma come un gruppo di ricercatori della “University of Southern California” e del “Cedars-Sinai Medical Centre” hanno individuato una correlazione fra lo “scoppio d’ira” che si verifica in soggetti particolarmente stressati e un aumento del volume di sangue che raggiunge le aree strategiche del capo. Infatti come noto le arterie carotidee, i principali vasi che permettono l’irrorazione del cervello e del collo, si dilatano aumentando l'afflusso di sangue al fine di “sostenere” lo sforzo cerebrale derivante appunto dal momento di forte stress. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno analizzato le risposte cerebrali allo stress mentale di 58 volontari sani di età compresa tra i 19 e i 60 anni tramite una analisi compiuta con esposizione delle aree cerebrali con ultrasuoni e monitoraggio delle variazioni di flusso. Nei soggetti con elevata pressione sanguigna si è inoltre registrata una correlazione fra aumento del flusso e “fastidi” arrecati dall’esterno. Quindi lo stesso fenomeno che veniva definito dalla saggezza popolare adesso riceve il suggello della scienza e ciò sottolinea la necessità di un ottimo autocontrollo specialmente in tarda età e in soggetti a rischio.
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10 giugno, 2009

Varie: smettere di fumare prima è meglio, in Usa traumi da pc, insonnia da cervello iperattivo, aree cerebrali della madre specifiche per il pianto

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Ecco per voi un pò di notizie (quest'oggi particolarmente curiose) trovate dalla rete:

[1] Novità importante per i fumatori e per chi vuole faticosamente provare a smettere tramite i rimedi comuni come gomme e cerotti. Secondo uno studio pubblicato dagli Archives of Internal Medicine si è appurato come il cominciare a masticare una gomma alla nicotina, dimezzando al contempo il numero di sigarette che si fumano nelle 4 settimane prima del giorno fissato come data target in cui si smetterà di fumare, non è un sistema più efficace rispetto a iniziare a usare i sostituti della nicotina direttamente dal giorno in cui si chiude con le sigarette. Tradotto: prima è meglio. I dati sono stati confermati da uno studio statistico condotto dal Dr. Jean-Francois Etter, della Università di Ginevra, in Svizzera, su un campione di 314 adulti che fumavano almeno 15 sigarette al giorno (e in media 23,7).


[2] Una causa dell'insonnia potrebbe essere il cervello troppo attivo, per disfunzione neurochimica. Lo rivela uno studio in cui è dimostrato statisticamente come negli individui che soffrono di insonnia notturna il principale neurotrasmettitore inibitore dei neuroni, l'acido gamma-aminobutirrico, è ridotto di quasi il 30%. Condotto da John Winkelman del Brigham and Women's Hospital, presso la Harvard Medical School di Boston, lo studio potrebbe svelare una causa dell'insonnia primaria, quella non riconducibile a nessuna chiara causa.


[3] Ogni mamma ha una particolare sensibilità per il pianto del suo bebè e lo riconosce al primo gemito. Uno studio su topi mostra che questo potere dipende dalla maggiore capacità del cervello materno di captare il pianto del cucciolo rispetto a quello di femmine non mamme. Nella corteccia uditiva delle mamme i neuroni reagiscono diversamente rispetto a quelli del cervello di femmine vergini, forse per cambiamenti che insorgono in gravidanza.


[4] Strana America, anche nell'utilizzo del pc. Un rapporto sull'American Journal of Preventive Medicine mostra come negli Stati Uniti il numero di lesioni acute riportate da un utilizzo scorretto del computer è cresciuto del 732% in 13 anni, cioè tra il 1994 e il 2006. Gli incidenti più comuni e particolarmente curiosi riguardano l'inciampare ai fili del pc e la caduta addosso del monitor, gettonati anche la classica scossa elettrica da pc scoperto e ovviamente i danni riportati da postura scorretta (es. scogliosi e tunnel carpali). Particolarmente significativo il dato statistico di come i bambini siano fra i soggetti più esposti a causa delle lunghe ore passate al pc senza alcun controllo da parte dei genitori, e il fatto che gli infortuni spesso sono correlati con traumi riportati alla testa e al collo.



FONTE: vari siti internet
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03 giugno, 2009

Varie: primo farmaco antitumorale per cani, scoperto il gomito del cellularista, confermato la tv fa male al linguaggio…

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Ecco un po’ di notizie per voi:

[1] La Food and drug administration (Fda) approva il primo farmaco per il trattamento di un diffuso tumore della pelle che colpisce i cani. Prodotto dalla Pfizer Animal Health, il farmaco si chiama Palladia, ed e' il primo a venire realizzato direttamente ed esclusivamente per i cani. Sinora i tumori canini sono stato trattati con medicine per esseri umani. Il tipo di cancro a cui il nuovo prodotto e' diretto rappresenta 1 su 5 casi di tumore della pelle che colpiscono i cani.

[2] Alcuni ortopedici americani hanno scoperto che l’uso scorretto di cellulare e apparecchi telefonici può favorire l’insorgenza di un ulteriore “tunnel” che colpirebbe l’area del gomito. I disturbi causati dalla sindrome del tunnel cubitale sono debolezza alle mani con la conseguente difficolta' ad attuare una presa rapida o fare atti di forza come aprire barattoli o atti di precisione come suonare strumenti musicali, formicolio all’anulare e al mignolo. Sarebbe quindi necessario moderare l’utilizzo del nostro cellulare “a portata di orecchio” e affidarsi maggiormente all’uso dei classici “auricolari”, posando il prezioso elettrodomestico nelle tasche.

[3] La tv diminuisce le interazioni verbali genitori-neonato: i primi distratti dal piccolo schermo parlano poco al bimbo e lui "risponde" meno. Lo rilevano due recenti ricerche secondo le quali l'impatto della tv nell'età in cui si impara a parlare può essere tale da rallentare lo sviluppo cerebrale del neonato e quindi del linguaggio. E infatti emerso che se la tv e' accesa, per ogni ora di Tv il bambino sente in media 770 parole in meno proferite da mamma e papà, una riduzione del 7%.

FONTE: siti vari su internet
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29 maggio, 2009

Sigaretta, sempre più giovani coinvolti. Scende il numero di ex fumatori...

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Un ragazzo "under 24" su tre è un fumatore abituale, la prima sigaretta viene accesa attorno ai 16 anni e fra qualche anno è previsto il sorpasso con più "fumatrici" che "fumatori". Sono questi in breve i dati preoccupanti contenuti nel rapporto nazionale sul fumo 2008 presentato oggi dall'ISS. Nei giorni scorsi, le prime anticipazioni avevano già segnalato la crescita, sei anni dopo la legge Sirchia, del numero dei fumatori. Una crescita, si legge nel rapporto, "principalmente dovuta all'aumento dei giovani e alla diminuzione degli ex fumatori". I giovani fumatori di 15-24 anni sono più di un milione e 700 mila e la percentuale è cresciuta dal 24 per cento del 2008 al 29 (+5 punti percentuali). A far registrare l'incremento maggiore sono le ragazze, passate dal 17,5 al 23,8 per cento (+6,3 punti percentuali), mentre i ragazzi sono aumentati dal 30,3 al 34 per cento (+3,7 punti percentuali). L'eta' media di "iniziazione" e' a 18 anni, ma con il passare del tempo si sta abbassando notevolmente: se i fumatori di oltre 65 anni dichiarano di aver cominciato a 20 anni, oggi sempre piu' giovani iniziano a 16 anni, molti anche prima. Inoltre osservando le abitudini dei giovani e confrontandole con quelle dell'adulto si nota che non ci sono differenze significative nelle motivazioni che invogliano a provare la sigaretta, nella frequenza di consumo, nel numero di sigarette fumate quotidianamente e nella spesa sostenuta. Oggi come 50 anni fa la motivazione che spinge il giovane a incominciare a fumare e' legata all'influenza degli amici, oltre il 60 per cento di giovani ed adulti hanno dichiarato che cominciano a fumare in occasioni di feste o con i compagni di scuola. Sono uguali anche la frequenza di consumo: il 90 per cento di fumatori, sia giovani che adulti, fumano tutti i giorni. L'unica differenza si registra tra le ragazze fumatrici, dove il 18,2 per cento dichiara di fumare occasionalmente o nel fine settimana, mentre i propri coetanei che fumano saltuariamente sono solo il 5 per cento. Anche il tipo di prodotto scelto dai giovani e' lo stesso degli adulti. Il numero medio di sigarette fumate al giorno non e' significativamente diverso da quello dei grandi (10 contro 14).

FONTE: Agi.it Salute
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18 aprile, 2009

L'Alcol? Fa ingrassare come i dolci ma 4 persone su 10 non lo sanno

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L'alcol fa ingrassare e un bicchiere di vino ha le stesse calorie di una fetta di torta ma 4 giovani inglesi su 10 non lo sanno. È il risultato di un sondaggio condotto dal Ministero della Salute inglese su 2.000 adulti in tutta la Gran Bretagna. In pochi sanno che gli alcolici sono letali per il girovita: una pinta di birra chiara equivale come numero di calorie a una salsiccia. Ma l'elenco è lungo: una pinta di sidro fa ingrassare come un piatto di fagioli sul pane tostato e bersi un bicchiere di crema di liquore fa ingrassare come un pollo arrosto. E un bicchierino di vodka o gin? È come bersi una tazza intera di panna o di crema.

Il Ministero della Salute inglese lancia l'allarme a una popolazione, come noto, molto amante dell'alcol: chi beve cinque pinte di birra a settimana (in Gran Bretagna un numero quasi da astemi) è come se si sbafasse in un anno qualcosa come 221 ciambelle alla crema. E un medio bevitore di vino è come se consumasse in un anno altre 28 cene a base di carne. Il ministro britannico Phil Hope è molto chiaro: "Bere regolarmente oltre i nostri limiti può avere un effetto sulla nostra salute, compresa una espansione notevole del punto vita. Quando si beve non solo si assumono più calorie, ma si è anche indotti a mangiare cibi più grassi". È ancora più chiara Heather Caswell, della British Nutrition Foundation: "Chiunque sarebbe esitante a bersi un intero bicchiere di panna montata: ci pensi quando al pub beve le sue due birrette quotidiane".

FONTE: Agi.it Salute
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18 febbraio, 2009

Basta un poco di zucchero e il ricordo non c'è più? Polemiche sulla pillola dell'oblio...

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Un gruppo di scienziati ha scoperto come evitare che i ricordi traumatici si riattivino negli esseri umani. Potrebbe essere la soluzione per chi soffre di stress post-traumatici, non riesce a superare memorie dolorose o soffre di fobie ricorrenti. Ma e' gia' polemica, perche' c'e' chi solleva dubbi etici sul farmaco che "minaccia l'identita' dell'essere umano".Non solo: medicalizzare la sofferenza potrebbe impedire di imparare dai propri errori. Un'equipe di scienziati olandesi sostiene di esser riuscita a cancellare i cattivi ricordi usando un farmaco beta-bloccante, comunemente usato per i pazienti che hanno problemi cardiaci.

Alcuni esperimenti sugli animali avevano gia' dimostrato che tali farmaci - che bloccano i recettori beta-adrenergici, una classe di recettori associati alla proteina G- possono interferire sul modo in cui il cervello rielabora la memoria di eventi dolorosi. Nel nuovo studio -apparso sull'edizione Internet della rivista 'Nature Neuroscience'- il professore Merel Kindt ha testato il farmaco su una sessantina tra uomini e donne, sofferenti di aracnofobia, la paura dei ragni.

Al gruppo sono state mostrate foto di ragni e contemporaneamente somministrate lievi scosse elettriche. Il giorno dopo i volontari sono stati divisi in due gruppi: ad uno e' stato dato il beta-bloccante, all'altro una pillola placebo; quindi ai due gruppi sono stati mostrate di nuovo le immagini dei ragni. I ricercatori registravano il livello di paura facendo risuonare lievi rumori e registrando in che modo i volontari battevano gli occhi. Ebbene, il gruppo a cui era stato il farmaco beta-bloccante sbatteva le ciglia in modo molto piu' lieve.

Il test e' stato ripetuto anche il giorno successivo, e quelli sottoposti al farmaco sono apparsi ancora meno spaventati. Il farmaco sembrerebbe dunque interferire sul modo in cui il cervello ri-crea un ricordo doloroso e in via teorica potrebbe aiutare i pazienti a superare fobie, ossessioni, disordini alimentari e addirittura blocchi sessuali. Immediate le critiche: "Rimuovere i cattivi ricordi non e' come togliere una verruca o un neo", ha detto Daniel Sokol, docente di Etica Medica alla St George's, University of London: "Cancellare il passato doloroso muta la nostra individualita' perche' l'essere umano e' legato ai propri ricordi".

Non solo: "Le vittime di violenza potrebbero voler cancellare il ricordo del doloroso evento, e in tal modo perdere la capacita' di riconoscere i responsabili", ha rincarato la dose John Harris, dell'University of Manchester. Con il rischio ulteriore, ventilato da Paul Farmer, responsabile di un'organizzazione, Mind, che si occupa di salute mentale, "di cancellare insieme ai cattivi ricordi, anche quelli piu' belli".

Postilla: sono tuttavia numerose le persone che ritengono che questi farmaci in realtà non vadano a "cancellare il ricordo" ma semplicemente agiscano su determinate aree del cervello come dei "sofisticati calmanti" permettendo reazioni neurovegetative attenuate in merito all'attivazione di specifici circuiti limbici (coinvolgenti aree del cervello che si attivano per segnalare la necessità di prepararsi ad un pericolo) e riducendo in tal modo l'effetto che la "ripresentazione" di un cattivo ricordo potrebbe dare sull'emotività del soggetto senza comportare tutti gli effetti collaterali caratteristici dei farmaci tranquillanti espressi a dose elevate. Il soggetto quindi ricorderebbe ugualmente, ma non si "emozionerebbe" più alla presentazione di tale ricordo, riuscendo quindi ad attenuarne gli effetti e il ricordo dello stesso.

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17 febbraio, 2009

La cura del diabete e la figura del “CareGiver”

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Una indagine condotta da Gfk Eurisko per Novartis a gennaio 2009 su circa 900 pazienti diabetici e 100 assistenti ha constatato come in nove casi su dieci il paziente diabetico è aiutato da un "caregiver", un assistente che lo aiuta nella gestione della malattia, il cui ruolo è tanto importante che chi ha a fianco una figura di questo tipo si sente più soddisfatto di se stesso (il doppio rispetto a chi vive da solo) e spesso anche più attivo e vitale (il 63% contro il 56%). L'indagine rivela anche che oltre il 60% dei "caregiver" è donna e che il sostegno al paziente è più forte al centro-sud Italia (93%) di quanto non sia al nord (79%); il paziente viene aiutato dal "caregiver" - generalmente il coniuge, un figlio o un parente - a non dimenticare i farmaci (76%), a seguire una dieta controllata (72%, che a sua volta nel 74% dei casi diventa lo stile alimentare dell'intera famiglia), a fare attività fisica (55%) e a non mancare alle visite mediche (54%). Per il 51% dei "caregiver" far seguire al malato una dieta controllata è la principale difficoltà quotidiana, mentre le complicanze che potrebbero insorgere sono la preoccupazione numero uno per il 69% delle persone che assistono un malato di diabete. In Italia il diabete colpisce in egual modo uomini e donne, in particolare oltre i 65 anni; le donne sono in genere più autosufficienti nell'affrontare la malattia. In circa la metà dei casi sono vedove e si registra un picco rilevante di malattia nella popolazione femminile oltre i 74 anni; l'80% dei diabetici è obeso (soprattutto le donne) o sovrappeso (in particolare gli uomini). Per sottolineare il ruolo dell'assistenza nell'affrontare il diabete, la Fand - Associazione italiana diabetici, insieme all'Osservatorio nazionale sulla salute della donna, ha ideato con il contributo di Novartis il progetto "Due in uno. Combinazione vincente contro il diabete": una campagna di incontri indirizzata ai pazienti e alle persone che li assistono per parlare, confrontarsi e capire meglio come affrontare la malattia. Entro la metà dell'anno saranno realizzati i primi tre incontri, a Torino, Ravenna e Reggio Calabria, che saranno aperti alla popolazione e coinvolgeranno, oltre a pazienti e "caregiver", un diabetologo e un medico di medicina generale.
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29 gennaio, 2009

Catania: parte corso di "Medicina del dolore cronico"

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Mercoledì 28 Gennaio alle ore 9,00 a Catania, presso il coro di notte del Monastero dei Benedettini (P.zza Dante), sarà inaugurato il Primo Corso Regionale di Medicina del Dolore promosso dall’U.O. di Medicina del dolore dell’Azienda Ospedaliera Vittorio Emanuele, Ferrarotto - S. Bambino, diretta dal Dott. Sergio Chisari, con il patrocinio del Comune di Catania, della Provincia Regionale di Catania, dell’Assessorato Regionale alla Sanità, dell’Università degli Studi di Catania e dall’ordine dei medici di Catania. Il corso, che si svolgerà dal 28 al 30 Gennaio, rivolto a medici di base e specialisti – spiega il dott. Chisari – intende rappresentare l’avvio, anche nella nostra città, di un’attenta ed approfondita analisi della fisiopatologia e terapia delle sindromi dolorose complesse sia di natura benigna che oncologica"

"Attualmente, infatti, in Italia – aggiunge Chisari -una persona su quattro soffre di dolore cronico. Si stima – aggiunge il responsabile del Centro di Medicina del dolore del OVE - che circa 15 milioni di persone soffrano di tale patologia, solo nel nostro paese, e di notevoli costi economici a livello individuale, familiare, sociale che costituiscono un’emergenza di politica sanitaria da affrontare. La tre giorni promossa in questo senso intende – conclude Sergio Chisari – colmare la mancanza di conoscenza di tale patologia a livello accademico e l’assenza di attenzione da parte del sistema sanitario regionale, che non ha ancora provveduto ad inserirla nei piani di settore determinando serie difficoltà nei ricoveri e nelle procedure terapeutiche e conseguente disagio al paziente."

Fra i tanti relatori interverranno in particolare il prof. Giustino Varrassi dell’Università dell’Aquila, il prof. Guido Orlandini dell’Università di Genova, il dott. Sergio Mameli dell’Ospedale Oncologico di Cagliari e i Prof. Mario Matera, Giovanni Puglisi ed Antonino Gullo dell’Università di Catania.

FONTE: Siciliatoday.net
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21 gennaio, 2009

IRCCS: quasi un bambino su 10 in Italia offre di un disagio mentale

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Secondo uno studio italiano nella città di grandi e medie dimensioni è diventata allarmante la diffusione dei disturbi mentali fra i bambini. Quasi 1 su 10 fra gli 11 e i 14 anni ne soffre. E a Milano nasce una task force per contrastarli. Ansia, depressione, iperattività patologica, anoressia, disturbo ossessivo. In Italia quasi un bambino su 10 fra gli 11 e i 14 anni soffre di un disagio mentale. A lanciare l'allarme sono gli esperti dell'Irccs "Eugenio Medea" di Lecco, che hanno promosso e coordinato il primo studio epidemiologico italiano realizzato per valutare la diffusione delle patologie psichiche nei pre-adolescenti delle zone urbane. Una ricerca presentata mercoledì 21 gennaio a Milano, con il lancio di una task force interdisciplinare dedicata alla salute mentale dei più piccoli. I dati, in corso di pubblicazione sulla rivista «European Child and Adolescent Psychiatry», sono stati raccolti con la collaborazione di 7 strutture italiane, su un campione di 3.418 ragazzi reclutati sia nelle metropoli che in città medio-piccole. Milano, Roma, Lecco, Pisa, Rimini, Cagliari, Conegliano Veneto i centri coinvolti nella ricerca, iniziata 4 anni fa e chiusa nel 2007. I dati raccolti indicano che l'8,2% degli 11-14enni mostra segnali riconducibili a disturbi mentali clinicamente. Se si aggiungono i casi di disagio emozionale (che non sempre sfociano in un disturbo clinico conclamato), la percentuale sale a 9,8%.

«La preoccupazione non è dovuta a numeri da record», rassicura Massimo Molteni, responsabile dell'Unità di neuroriabilitazione e servizio di psicologia dell'educazione nel polo di Bosisio Parini dell'Irccs Medea. «L'Italia rispetto al resto del mondo si colloca nelle posizioni basse della classifica, ma qui riscontriamo la difficoltà di intervento. Sappiamo che la sofferenza nei bambini è in aumento. Con il calo demografico che incombe, ci sembra doveroso riuscire a preservare quanti più bimbi possibile». Molteni incalza: «La situazione è preoccupante. Anche in una delle Regioni più avanzate come la Lombardia, che ha approvato una delibera sui servizi di psichiatria infantile e ha un sistema che funziona, si riesce a intercettare solo il 5% dei casi».

Con questo spirito a Milano una sessantina di professionisti (medici, psichiatri, psicologi e pediatri, ma anche avvocati, notai, ingegneri, politici, industriali, esperti informatici, sportivi) hanno deciso di dare vita a un piano strategico. Gli obiettivi sono: promuovere ricerche epidemiologiche per calibrare gli interventi, battere la strada della prevenzione stimolando servizi che seguano i minori nel loro percorso di crescita, dare vita a una «città del sorriso.

FONTE: Corriere della Sera "Salute"

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02 gennaio, 2009

Amanti del rischio? Forse tutta colpa della dopamina...

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Gli amanti del rischio, o quelli che hanno comportamenti impulsivi e pericolosi, hanno un problema di recettori della dopamina. Lo hanno scoperto ricercatori dell'Universita' Vanderbilt che in un articolo apparso sulla rivista Journal of Neuroscience hanno illustrato i risultati delle loro ricerche. La dopamina (o dopammina) è una ammina biogena naturalmente sintetizzata dal corpo umano. All'interno del cervello la dopamina funziona da neurotrasmettitore, tramite l'attivazione di recettori specifici D1, D2 e D3 subrecettori.

La dopamina è anche un neuro ormone rilasciato dall'ipotalamo. La sua principale funzione come ormone è quella di inibire il rilascio di prolattina da parte del lobo anteriore dell'ipofisi.

La dopamina non può essere utilizzata come farmaco ma viene comunemente somministrato un suo precursore: la L-dopa (profarmaco), che subisce decarbossilazione ad opera dell'enzima decarbossilasi degli amminoacidi aromatici. La dopamina agisce sul Sistema nervoso simpatico causando l'accelerazione del battito cardiaco e l'innalzamento della pressione sanguigna. Gli antagonisti dopaminergici sono farmaci che trovano ampio utilizzo come neurolettico in ambito psichiatrico, mentre agonisti dopaminergici sono usati sia come terapia di prima scelta nel morbo di Parkinson, sia -in misura minore- come antidepressivi.

"Abbiamo scoperto - ha spiegato il principale autore della ricerca, David Zald - che la densità di recettori della dopamina è inversamente proporzionale con l'attitudine dei soggetti a cercare nuove esperienze". La conseguenza di questa condizione è che questi soggetti non riescono a "leggere" tutta la dopamina prodotta dal cervello quando vengono vissute emozioni forti e così il soggetto è spinto a cercarne di nuove e sempre più forti. I ricercatori hanno classificato questi soggetti con il termine "novelty seekers", cioe' cercatori di novita'. "Questa condizione spiega Zald - è soltanto il primo passo verso altre forme di abuso come il consumo di droga o altre forme di comportamenti a rischio".
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06 novembre, 2008

L’abuso di Internet modifica il cervello?

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Gary Small e Gigi Vorgan, docenti al “Semel Institute di neuroscienza e di comportamento umano” alla Ucla University (California), sono gli autori del libro "iBrain", nella quale illustrano i risultati di una ricerca che ha messo a confronto un gruppo di "digital natives”, cioè di persone nati e cresciuti con il computer, l’iPod e la telefonia mobile, con un gruppo di “digital immigrants”, cioè persone che sono arrivate in ritardo a conoscere le nuove tecnologie.
Quando ad entrambi i gruppi è stato dato qualcosa da leggere su carta, si sono attivate le aree della corteccia cerebrale predisposte al linguaggio e alla lettura, e non c’era alcuna differenza tra la reazione dei due campioni. Ma quando si è passati a una ricerca online con Google, tutto è cambiato. Una volta preso il mouse e la tastiera fra le mani, le persone con già una buona esperienza di navigazione hanno subito attivato in modo massiccio la parte frontale del cervello, in particolare le aree che controllano la capacità di prendere decisioni e di ragionare in modo complesso, mentre la reazione del secondo gruppo di persone, non abituate all’uso del pc, è stata molto più lenta. Dopo una settimana di regolare uso di Internet, anche il gruppo meno abituato a effettuare ricerche online ha mostrato però lo stesso livello di attivazione cerebrale, a dimostrazione che l'adattamento può essere raggiunto in modo rapido ma mai allo stesso livello del gruppo primario.
Che cosa accade al cervello di un teenager che passa ore al giorno online? In quella fascia di età i lobi frontali non sono ancora completamente sviluppati, così come le capacità di giudizio e decisionali. Il cervello tuttavia si adatta alla necessità di analizzare velocemente numerosi informazioni e attuare decisioni rapide, migliorando la sua capacità di scegliere e filtrare in brevissimo tempo una grande quantità di informazioni. Inoltre i cervelli dei ragazzi sono più malleabili, plastici e disponibili ad adattarsi di quelli delle persone anziane, per nulla attratti da novità troppo complesse.
I risultati dello studio, il primo del suo tipo nello stimare l’impatto che l’utilizzo di internet può avere nelle prestazioni cerebrali, saranno presto pubblicati sul prossimo numero della rivista americana “Journal of Geriatric Psychiatry”. Come affermato da uno dei ricercatori, Dr. Gary Small, “I risultati sono incoraggianti, da questi emerge l’idea che le tecnologie computerizzate potrebbero avere un effetto psicologico potenzialmente benefico sia sui giovani che sugli adulti. Le ricerche su internet favoriscono l’attuazione di una attività cerebrale piuttosto complicata che potrebbe essere di aiuto a esercitare e migliorare le funzioni cerebrali. L’utilizzo delle tecnologie potrebbe dunque avere anche un ruolo favorevole nel ritardare quei cambiamenti a livello cellulare e tissutale che favoriscono la diminuizione, specialmente in età senile, delle facoltà mentali”.
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14 agosto, 2008

La pillola? Spesso è causa di rottura del rapporto di coppia: ecco il perchè...

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Secondo uno studio inglese pubblicato sulla rivista "Proceedings of the Royal Society Biological Sciences", l'assunzione della pillola anticoncezionale potrebbe modificare la percezione degli odori da parte della donna e in tal modo andare a modificare il rapporto di coppia. L'odore emanato dalla pelle di una persona è una delle tante variabili genetiche che caratterizzano l'individuo e sarebbe questo uno dei segnali che porterebbe a una scelta "genetica" del proprio patner (negli animali è scientificamente provato data la liberazione dei cosiddetti "feromoni", nell'uomo vi sono ancora dubbi scientifici e numerose ricerche inconcluse). Secondo i ricercatori, le donne che assumono la pillola anticoncezionale, a causa della variazione del tasso di ormoni nel sangue, tendono a preferire uomini con odore simile al proprio, per cui lo smettere volontariamente di assumere la pillola potrebbe determinare un "segnale psicologico" che porterebbe la donna a non provare più attrazione per il proprio compagno.

I ricercatori hanno quindi compiuto una prova su di un campione di 100 donne volontarie invitandole ad annusare, prima e dopo l’assunzione del contraccettivo, dei campioni di "odore cutaneo" di 97 uomini e, fra questi, di scegliere coloro che ritenevano più gradevoli. Come spiegato dai ricercatori: "I risultati dimostrano che le donne che prendono l’anticoncezionale preferiscono uomini con odori simili al proprio. Questo può quindi portare, una volta sospesa l'assunzione della pillola, non solo a problemi di fertilità, ma anche a una rottura della coppia quando la donna smette di assumere la pillola, visto che la percezione dell’odore gioca un ruolo importante nell’essere attratti dal partner". Anche la direttrice del centro di ginecologia e sessuologia medica del San Raffaele Resnati di Milano, A. Graziottin, sottolinea l’importanza dello studio evidenziando come i risultati, se confermati, "potrebbero spiegare l'improvviso calo di desiderio sessuale lamentato dal 20% delle donne che assumono la pillola".

La pillola anticoncezionale o pillola contraccettiva è un farmaco contraccettivo ormonale considerato attualmente il più sicuro tra quelli reversibili. La pillola è stata dapprima approvata per uso contraccettivo negli Stati Uniti nel 1960, e divenne molto popolare. Oggi è utilizzata da più di 100 milioni di donne nel mondo e da almeno 12 milioni di donne negli Stati Uniti. In Italia l'utilizzo dell'anticoncezionale è largamente diffuso, circa il 60% delle donne tra i 15 e i 35 anni utilizza la pillola classificando il nostro paese fra i primi posti in Europa.

La pillola contraccettiva agisce grazie alla combinazione di piccole quantità di un estrogeno (generalmente etinilestradiolo) e di un progestinico e l'assunzione quotidiana di questi due ormoni inibisce gli eventi ormonali che inducono l'ovulazione. Provoca inoltre l'ispessimento della mucosa cervicale rendendo così difficoltoso il passaggio degli spermatozoi attraverso la cervice stessa e un assottigliamento dell'endometrio rendendo difficoltoso l'impianto di un eventuale ovulo fecondato. L'inefficacia contraccettiva della pillola, misurata in base all'indice di Pearl (numero di gravidanze per 100 donne/anno) è molto bassa, inferiore all'1%.
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30 luglio, 2008

La dipendenza da droghe resta memorizzata nel cervello

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Scoperta la “memoria della dipendenza” dalle droghe: risulterebbe esistente nel cervello di individui tossicodipendenti e persisterebbe per anni e ciò spiegherebbe il perché l’individuo disintossicato resta comunque suscettibile a ricadute anche a disintossicazione avvenuta. Resa nota sulla rivista Neuron, , è una notizia importante per appurare il meccanismo alla base della sensazione di astinenza e della facilità alle ricadute. Il merito della ricerca è attribuibile a Antonello Bonci dell’Università della California a San Francisco, di cui è possibile reperire il blog al seguente indirizzo http://it.wordpress.com/tag/antonello-bonci/
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Mappati i geni che causano la schizofrenia

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Quattro ricerche distinte e portate avanti su malati e sani hanno permesso la scoperta delle alterazioni cromosomiche e genetiche legate alla malattia. La “International Schizophrenia Consortio”, secondo tre articoli sulla rivista Nature, ha messo in evidenza delle alterazioni cromosomiche legate a un rischio di insorgenza di schizofrenia da 3 a 15 volte maggiore: sui cromosomi 1, 15 e 22 dei “soggetti affetti” si ritrovano delle parti mancanti (cosiddette delezioni) mentre su altri punti del Dna sono state individuate molte mutazioni. La schizofrenia è una forma di malattia psichiatrica caratterizzata, secondo le convenzioni scientifiche, da un decorso superiore ai sei mesi (tendenzialmente cronica o recidivante), dalla persistenza di sintomi di alterazione del pensiero, del comportamento e dell'emozione, con una gravità tale da limitare le normali attività della persona. Il termine, coniato dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler nel 1908, deriva dal greco σχίζω (schizo, scissione) e φρενός (phrenos, cervello), 'mente divisa'. Il termine proposto da Bleuler sostituì quello ottocentesco di Dementia Praecox, proposto da Emil Kraepelin. È da tenere presente che schizofrenia è un termine piuttosto generico che indica non una entità nosografica unitaria, ma una classe di disturbi, tutti caratterizzati da una certa gravità e dalla compromissione del cosiddetto "esame di realtà" da parte del soggetto. A questa classe appartengono quadri sintomatici e tipi di personalità anche molto diversi fra loro, estremamente variabili per gravità e decorso.
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27 luglio, 2008

I problemi di memoria degli anziani? Causato dal "mancato replay" notturno

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Nella notte nel cervello anziano non si attua il normale processo di consolidamento dei ricordi formatisi durante il giorno appena trascorso.Lo dimostra, su topolini di laboratorio, uno studioso della University of Arizona. Nella notte il cervello passa in 'replay' quel che ha registrato di giorno per filtrare i ricordi importanti da fissare o eliminare. Nel cervello dei topi il processo di consolidamento sembra essere claudicante, cosa che potrebbe spiegare perche' gli anziani hanno defaillance.
FONTE: Ansa.it => http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2008-07-26_126238527.html
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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