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AFORISMA DEL GIORNO

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15 aprile, 2019

Allerta dellʼAifa su alcuni antibiotici chinolonici di uso comune: rischio reazioni avverse gravi e persistenti

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Allerta dell'Agenzia Italiana del farmaco su alcuni antibiotici di uso comune per il rischio di gravi effetti collaterali "invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti". L'Agenzia ha diffuso una nota con indicazioni rivolte ai medici. Nel mirino i medicinali che contengono fluorochinoloni e chinoloni, che verranno ritirati dal commercio. Si raccomanda prudenza nelle prescrizioni anche per i pazienti anziani.

Ai medici viene indicato di non prescrivere tali medicinali in casi quali il trattamento di infezioni non gravi o per infezioni non batteriche.

Il medico deve inoltre informare il paziente di "interrompere il trattamento ai primi segni di reazione avversa grave quale tendinite e rottura del tendine, dolore muscolare, neuropatia" e di consultare il proprio medico per ulteriori consigli.

L'Ema (Agenzia europea del farmaco), si legge ancora nell'allerta dell'Aifa, "ha riesaminato nei mesi scorsi gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici per uso sistemico ed inalatorio per valutare il rischio di reazioni avverse gravi e persistenti (che durano mesi o anni), invalidanti e potenzialmente permanenti, principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso.

Le reazioni avverse gravi a carico del sistema muscoloscheletrico includono tendinite, rottura del tendine, mialgia, debolezza muscolare, artralgia, gonfiore articolare e disturbi della deambulazione. Gli effetti gravi a carico del sistema nervoso periferico e centrale includono neuropatia periferica, insonnia, depressione, affaticamento e disturbi della memoria, oltre che compromissione della vista, dell'udito, dell'olfatto e del gusto. Sono stati segnalati soltanto pochi casi di queste reazioni avverse invalidanti e potenzialmente permanenti, ma è verosimile una sotto-segnalazione.

A causa della gravità di tali reazioni in soggetti fino ad allora sani, la decisione di prescrivere chinoloni e fluorochinoloni dev'essere presa dopo un'attenta valutazione dei benefici e dei rischi in ogni singolo caso".

FONTE: TgCom.it
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18 maggio, 2018

FederFarma: in calo la spesa farmaceutica, boom dei farmaci generici

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I dati FederFarma sulle categorie terapeutiche più prescritte nel 2017

Ammonta a 8,289 miliardi la spesa farmaceutica netta del Ssn canale farmacia del 2017 (la lorda è stata di 10,472 miliardi) secondo i dati diffusi ieri da Federfarma, registrando un calo, pari a -1,9% rispetto al 2016 e confermando il trend di riduzione della spesa per farmaci erogati dalle farmacie nel normale regime convenzionale.

Un calo determinato da una diminuzione del -1,2% del numero delle ricette SSN e da un’analoga riduzione del valore medio della ricetta (netto -0,7%; lordo -0,4), conseguente alla diminuzione del prezzo medio dei farmaci prescritti in regime convenzionale (-0,7%).

Pochi giorni fa i dati IQVIA rilevavano che a fronte di tale calo di spesa e di consumi nell’ambito della spesa convenzionata corrisponde, invece, sempre nel 2017 un rilevante incremento della spesa (+13,3%) e del numero di pezzi di farmaci (+11%) erogati in distribuzione per conto (DPC).

Questo aumento sensibile – sottolinea Federfarma -  si colloca all’interno di un incremento della spesa complessiva per farmaci acquistati direttamente dalle strutture pubbliche che nel 2017 è stato pari al +3,9%.

Nel 2017 le ricette sono state oltre 580 milioni, pari in media a 9,57 ricette per ciascun cittadino. Le confezioni di medicinali erogate a carico del SSN sono state oltre 1.103 milioni (-1,2% rispetto al 2016). Ogni cittadino italiano ha ritirato in farmacia in media 18,2 confezioni di medicinali a carico del SSN, di prezzo medio pari a 9,42 euro (9,48 euro nel 2016).

Le farmacie – sottolinea ancora Federfarma - continuano a dare un rilevante contributo al contenimento della spesa, oltre che con la diffusione degli equivalenti e la fornitura gratuita di tutti i dati sui farmaci SSN, con lo sconto per fasce di prezzo, che ha prodotto nel 2017 un risparmio di circa 415 milioni di euro, ai quali vanno sommati circa 67 milioni di euro derivanti dalla quota dello 0,64% di cosiddetto pay-back, posto a carico delle farmacie a partire dal 1° marzo 2007 e sempre prorogato, volto a compensare la mancata riduzione del 5% del prezzo di una serie di medicinali.

A tali oneri si è aggiunta, dal 31 luglio 2010, la trattenuta dell’1,82% sulla spesa farmaceutica, aumentata, da luglio 2012, al 2,25%.

Tale trattenuta aggiuntiva ha comportato, per le farmacie, un onere quantificabile nel 2017 in circa 188 milioni di euro.

Complessivamente, quindi – rileva Federfarma - il contributo diretto delle farmacie al contenimento della spesa, nel 2017, è stato di circa 670 milioni di euro.

È bene ricordare – nota l’associazione dei titolari di farmacia - che lo sconto a carico delle farmacie ha un carattere progressivo in quanto aumenta all’aumentare del prezzo del farmaco, facendo sì che i margini reali della farmacia siano regressivi rispetto al prezzo.

Le farmacie rurali sussidiate e le piccole farmacie a basso fatturato SSN (i cui limiti sono stati aggiornati dalla legge 172/2017 a decorrere dal 1° gennaio 2018) godono di una riduzione dello sconto dovuto al SSN.

L’incidenza sulla spesa lorda delle quote di partecipazione a carico dei cittadini è aumentata, passando dal 14,2% del 2016 al 14,4% del 2017. Nelle Regioni con ticket più incisivo le quote di partecipazione hanno un’incidenza sulla spesa lorda tra il 12,3% e il 20,9% (in Valle d’Aosta).

Complessivamente i cittadini hanno pagato oltre 1,5 miliardi di euro di ticket sui farmaci, di cui più del 67% (dato AIFA) dovuto alla differenza di prezzo rispetto al farmaco equivalente meno costoso.

Federfarma sottolinea poi che continua ad aumentare l’incidenza dei farmaci inseriti nelle liste di riferimento AIFA a seguito della scadenza del brevetto del farmaco di marca.

A livello nazionale l’incidenza delle confezioni di farmaci a brevetto scaduto sul totale delle confezioni erogate in regime di SSN è a oltre l’80%, mentre la relativa spesa super il 61% del totale.

L’incidenza delle confezioni di generici veri e propri è pari al oltre il 29% del totale per una spesa per a oltre il 18% del totale, con notevoli differenze a livello regionale.

Il calo della spesa farmaceutica convenzionata è particolarmente evidente in Puglia, Sardegna, Sicilia, dove è correlato a un sensibile calo del numero delle ricette.

In controtendenza la Lombardia, l’unica a far registrare un incremento di spesa, nonostante il calo del numero delle ricette. L’aumento di spesa è legato a una crescita del valore medio delle ricette.

Anche nel 2017 i farmaci per il sistema cardiovascolare si sono confermati la categoria a maggior spesa, pur facendo segnare una sensibile diminuzione della spesa (-3,6%%) e (meno evidente) dei consumi (-0,3%), a seguito del maggior utilizzo di medicinali a brevetto scaduto di prezzo più basso.

Tra le 10 categorie di farmaci più prescritte anche nel 2017 si collocano al primo posto gli inibitori della pompa acida (farmaci per gastrite, ulcera, reflusso gastrico), che tuttavia continuano a far registrare un calo dei consumi (-3,2% rispetto al 2016).

All’interno della categoria dei farmaci antipertensivi continua l’aumento delle prescrizioni di betabloccanti. Prosegue anche la crescita dei consumi di vitamina D (+6,5% rispetto al 2016).

La specialità medicinale più prescritta (vedi tabella n. 5), continua a essere la cardioaspirina® (farmaco antiaggregante), nonostante il calo delle prescrizioni (-1,4% rispetto al 2016), seguita dal dibase® (farmaco per le carenze di vitamina D), in leggera crescita (+0,5%). In forte aumento i consumi del farmaco equivalente metformina Teva (per il trattamento del diabete di tipo 2).

FONTE: Quotidiano Sanità e FederFarma
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16 maggio, 2018

Sicilia, si prova un piano di sicurezza e potenziamento dei punti di emergenza

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L’individuazione, all’interno delle aziende, della figura del Bed Manager, mutuato dal modello anglossassone, l’ammodernamento dei pronto soccorso, il divieto di accesso a più di un parente nell’area di visita e la separazione di quest’ultima con l’area di accoglienza, sono alcuni dei punti più salienti contenuti nel piano di sicurezza degli ospedali varato dal Governo regionale siciliano a seguito dell’escalation delle aggressioni subite dagli operatori sanitari nell’Isola (si allega documento).

La Regione ha già stanziato per gli ammodernamenti dei pronto soccorsi, per la sola città di Palermo 4,9 milioni di euro, di cui 1,4 per l’adeguamento del Pronto Soccorso dell’Ospedale Cervello e 3,5 milioni di euro per l’area di emergenza di secondo livello del Policlinico “Paolo Giaccone”.

“Il problema delle aggressioni in ospedale - afferma il presidente della Regione, Nello Musumeci - è un fenomeno diffuso in tutta Italia; non esistono ricette miracolose. Abbiamo tentato qui al Civico di creare una struttura che sia ampia, capiente e ariosa, con una migliore organizzazione interna e maggiore vigilanza”. E ancora sottolinea: “La ricreazione è finita. I dirigenti generali verranno valutati sui risultati e fra questi in primo luogo la gestione del pronto soccorso”.

“Il Governo della Regione - evidenzia l’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza - si è posto il problema della sicurezza nei pronto soccorsi siciliani. Quella di oggi è una buona occasione per dire che ci sono degli esempi positivi che devono essere seguiti: qui si sono fatti degli investimenti corretti; si sono realizzate strutture divise; c’è un presidio che è controllato 24 ore su 24. La separazione fisica degli ambienti è essenziale per garantire sicurezza”.

In Italia si registrano 24 milioni di accessi/anno con un tasso di ricovero del 15% circa. In Sicilia complessivamente si registrano circa 1 milione e settecento mila accessi (2016) con un tasso di ricovero di circa il 16%. Ogni anno, oltre un terzo della popolazione italiana accede al Pronto Soccorso di riferimento territoriale per un presunto o reale bisogno di salute urgente. Il piano di sicurezza punta, altresì, ad una più ottimale gestione degli afflussi, alla riduzione dei tempi di attesa e al monitoraggio circa l’appropriatezza dei ricoveri ed è stato presentato a margine dell’inaugurazione dell’area per i pazienti critici del nuovo pronto soccorso dell’Ospedale Civico, ovvero dell’ultimo stralcio del progetto di ristrutturazione del valore di 4 milioni di euro, appaltato nel 2016.

Si estende su una superficie complessiva di circa 2000 mq; lo spazio di cura a disposizione dei pazienti è più che raddoppiato rispetto al precedente. La nuova struttura ospita 50 posti letto tecnici, dei quali 14 per i pazienti che necessitano un’alta intensità di cura e 18 dedicati all’osservazione breve intensiva, eventualmente raddoppiabili nei casi di “overcrowding” (sovraffolamento). Sono state inoltre realizzate una “shock room” con due postazioni, un’area di isolamento per gli infettivi ed una zona di “bonifica” pazienti con barella doccia.

La nuova area d’emergenza permette anche di distinguere i percorsi dei pazienti in base alla gravità: per i codici verdi esso è articolato su cinque ambulatori dedicati alla bassa intensità di cura, di cui uno dedicato ai colloqui psichiatrici. Il collegamento al laboratorio di analisi cliniche viene assicurato con un sistema di posta pneumatica per la trasmissione delle provette dei prelievi ematici. Sono stati impiegati circa 5000 mq. di rivestimento in linoleum e ceramica, 50.000 metri lineari di cavi elettrici, 400 plafoniere a led per l’illuminazione, 70 unità di climatizzazione collegate, attraverso 2000 mq. di canali per l’aereazione, a due impianti di trattamento a ricambio d’aria per un totale di 20.000 mc./h con recupero di calore.

Particolare attenzione è stata dedicata alla sicurezza dei pazienti e degli operatori, le porte sono munite di serratura elettromagnetica comandata da badge personali, gli ambienti sono videosorvegliati con un sistema di registrazione continua e gli accessi all’area d’emergenza sono filtrati da porte a doppio consenso controllate da agenti di vigilanza armati.

"Questa - commenta il commissario dell’Arnas- Civico, Giovanni Migliore - è un’amministrazione che, nonostante le difficoltà, ha fortemente voluto una struttura adeguata ai bisogni dei cittadini, che distingue i percorsi per i pazienti più gravi e meno gravi. Così, contribuiamo in maniera efficace  alla sicurezza dei pazienti, degli operatori e dei professionisti”. “Un obiettivo - continua Migliore - atteso da oltre dieci anni, per il quale ci siamo impegnati sin dall’inizio del mandato. Il nostro è un Pronto Soccorso che oltre ad essere il più grande dell’isola, si colloca tra i primi in Italia e consente di garantire un’assistenza ad alta specializzazione alle decine di migliaia di pazienti che ogni anno si affidano alle cure dei nostri professionisti”.

AUTRICE: Maria Grazia Elfio
FONTE: Quotidiano Sanità
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12 maggio, 2018

Psichiatria sempre più carente di specialisti nel settore: "servono maggiori investimenti"

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"Il personale per la cura delle malattie mentali è insufficiente. In alcune aree del Centro-Sud vi è una carenza pari al 50% o piu' e in 6 regioni si riscontra una carenza compresa fra il 25 e il 40%.  Necessitiamo, quindi, di maggiori investimenti su questo capitolo". Lo ha detto il presidente della Societa' Italiana di Psichiatria (Sip), Bernardo Carpiniello, in una conferenza stampa del 9 maggio alla Camera dei deputati, organizzata per i 40 anni dall'entrata in vigore della legge Basaglia, con la quale si chiusero i manicomi. Le carenze, ha precisato Carpiniello, riguardano tutti i livelli, con maggiore evidenza per le figure dei medici, psicologi, assistenti sociali e educatori/tecnici della riabilitazione. Carpiniello ha inoltre spiegato che, attualmente, è destinato all'area della salute mentale il 3,5% del budget complessivo della sanità. "Chiediamo di arrivare almeno al 5%", ha detto il numeno uno della Sip.

FONTE: AGI Salute
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11 maggio, 2018

Nuovi farmaci antivirali contro possibili attacchi terroristici: il caso "Tecovirimat"

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È a un passo dall’approvazione, da parte dell’ente americano che regola i farmaci (FDA), il primo trattamento contro il vaiolo. Sembra una stranezza l’arrivo sul mercato di un medicinale per trattare una malattia che diamo per scomparsa dalla faccia della Terra, ma i timori che il virus del vaiolo, conservato in alcuni campioni in laboratori ad alta sicurezza (e di cui conosciamo il genoma e potrebbe perciò essere facilmente replicato), possa essere usato come arma, hanno fatto ritenere una precauzione utile sviluppare e rendere disponibile un trattamento da utilizzare in caso di emergenza.

Il farmaco è una molecola antivirale, chiamata tecovirimat, che funziona rallentando la capacità del virus che causa il vaiolo di replicarsi e infettare l’organismo. È stato sviluppato dall’azienda farmaceutica SIGA Technologies e sperimentato su animali e sull’uomo: nei test su animali ha dimostrato di avere una buona efficacia nel ridurre la mortalità per la malattia, che nelle epoche in cui il virus circolava era di circa il 30 per cento.

Il vaiolo è una malattia infettiva provocata dal virus Variola: i sintomi di un’infezione non si manifestano immediatamente, ma un paio di settimane dopo il contagio, quando sale la febbre e compare la caratteristica eruzione cutanea con le pustole. È questa la fase in cui, in caso di diffusione del contagio, il farmaco andrebbe assunto.

Il vaiolo ha causato epidemie catastrofiche nel corso della storia dell’umanità. È incerto il momento in cui il virus ha fatto il salto da un serbatoio animale all’uomo: alcuni studiosi pensano che la peste antonina, che imperversò nell’impero romano tra il 150 e il 180 dopo Cristo, sia stata in realtà un’epidemia di vaiolo, mentre altri ipotizzano che la malattia si sia diffusa in tempi più recenti. Nel corso del Novecento, comunque, quando il vaiolo ancora imperversava, si stima che abbia fatto almeno 300 milioni di vittime a livello globale.

L’OMS ha iniziato negli anni Sessanta la campagna globale contro la malattia, con una strategia che univa vaccinazione e contenimento dei focolai epidemici. Nel 1979 il vaiolo è stato dichiarato eradicato: l’ultimo caso di malattia naturale era stato segnalato nel 1977 in Somalia. I Paesi che fino a quel momento avevano abbracciato la politica vaccinale hanno iniziato a sospendere le vaccinazioni: in Italia è stata sospesa nel 1981.

A tuttoggi, per quel che ne sappiamo, le uniche riserve conosciute del virus del vaiolo sono quelle conservate in due laboratori di riferimento dell’OMS: i CDC di Atlanta (Stati Uniti) e il Centro di ricerca statale di virologia e biotecnologia di Koltsovo (Siberia, Russia).

Molti paesi hanno ancora scorte di vaccino, ma l'opinione di alcuni esperti è che avere anche un trattamento disponibile in caso di emergenza (leggi "attacco bioterroristico") è una garanzia in più.

FONTE: Focus.it
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24 aprile, 2018

OMS lancia nuovo allarme per le resistenze batteriche, "le nostre armi stanno finendo"

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Troppi antibiotici, prescritti male, e una massiccia, e forzata, "selezione naturale" dalla quale emergono creature pericolosissime: i batteri più forti, adattati al nuovo ambiente, praticamente invincibili. È il fenomeno drammatico dell'antibioticoresistenza, su cui è tornata a puntare il dito l'Organizzazione mondiale della sanità. Ma quali sono questi batteri, e come fare per contrastarli? In Italia il "pericolo pubblico numero uno" è lo Klebsiella pneumoniae: e lui il principale responsabile delle infezioni nelle strutture sanitarie. Il dato emerge dal primo Report sulle batteriemie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi coordinato l'anno scorso dall'Istituto Superiore di Sanità che ha elaborato per la prima volta in un report i risultati del sistema di sorveglianza istituito dal Ministero della Salute.

Dai dati emergono circa 2000 casi di batteriemie l'anno nel nostro Paese, maggiormente in pazienti di età compresa tra 65 e 80 anni, ricoverati in unità di terapia intensiva ma anche in reparti medici e chirurgici. Lavarsi le mani è il principale strumento che abbiamo per prevenire le infezioni nelle strutture sanitarie. Per questo motivo l'OMS promuove ogni anno la Giornata mondiale dell'igiene delle mani.

Lo slogan dell'anno scorso, "Combattere la resistenza agli antibiotici è nelle tue mani", voleva porre l'accento proprio sulla prevenzione delle infezioni antibiotico-resistenti, che rappresentano una delle principali minacce alla salute. "Grazie a questo sistema di sorveglianza abbiamo una dimensione molto più vicina alla realtà relativamente al fenomeno della diffusione di questo patogeno nelle corsie ospedaliere - dichiara Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità - Disponiamo oggi di un'evidenza che ci impone di farne una priorità di salute pubblica e di mettere in campo tutte le risorse disponibili, economiche e non, in tutti gli ospedali per contrastare questo fenomeno: dall'osservazione puntuale del lavaggio delle mani fino all'istituzione di personale sanitario dedicato al controllo delle infezioni e di figure professionali per guidare un appropriato utilizzo di queste molecole. Essenziale resta il contributo delle Regioni - afferma il Presidente - nella segnalazione puntuale del fenomeno per avere un quadro sempre più preciso che ci consenta di fare interventi mirati e comprenderne l'efficacia".

Soprattutto per alcuni tipi di batteri, come gli Enterobatteri resistenti ai carbapenemi, antibiotici di ultima risorsa, contro i quali gli antibiotici efficaci sono limitatissimi o mancano del tutto, ci dobbiamo difendere con le poche armi che abbiamo a disposizione, appunto l'igiene delle mani. Tra le infezioni da batteri resistenti, le batteriemie sono sicuramente le più gravi e le più letali. Le batteriemie sono dovute nella gran parte dei casi a Klebsiella pneumoniae che produce un enzima chiamato KPC. L'ampiezza del fenomeno è veramente drammatica, se si considera che i casi di batteriemia sono probabilmente sottonotificati, almeno da alcune regioni ed aree geografiche, e che la mortalità associata a queste infezioni è almeno del 30%. Il batterio Klebsiella pneumoniae, è un microrganismo che oltre a batteriemie causa anche infezioni urinarie e polmoniti. La resistenza ai carbapenemi è spesso associata a resistenza ad altre classi di antibiotici, compresa la colistina, un vecchio antibiotico rispolverato come rimedio estremo contro questi batteri resistenti a quasi tutti gli antibiotici.

Per questo l'OMS ha classificato questi batteri tra quelli critici ad altissima priorità per lo sviluppo di nuovi antibiotici. L'Italia è un paese che si può considerare "iperendemico": per incidenza di queste infezioni rispetto alle giornate di degenza l'Italia è al secondo posto in Europa, dopo la Grecia secondo i dati dello studio EuSCAPE (recentemente pubblicato su Lancet Infectious Diseases) che traccia l'epidemiologia pan-europea di queste infezioni e al quale l'Italia ha partecipato col coordinamento dell'ISS.

FONTE: Agi Salute
AUTORE: Paolo Giorgi
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23 aprile, 2018

Sicilia, "esplode" la diffusione del diabete: nell'ultimo decennio oltre 300 mila malati (il 6% della popolazione)

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Nell’isola sono 304.456 le persone malate di diabete. Una fotografia davvero preoccupante quella che viene fuori dall’ultimo rapporto di “ITALIAN DIABETES & OBESITY BAROMETER REPORT”, cioè un rapporto che affronta la patologia diabetica attraverso un confronto continuo sulle tematiche cliniche, sociali, economiche e politico-sanitarie. I dati che emergono dallo studio confermano che la preoccupazione, da tempo vissuta, dalla Federazione Diabete Sicilia è fondata. Chiaramente, in una regione come la Sicilia dove le condizioni socio economiche e le maggiori difficoltà di accesso alle cure determinano una percentuale più alta di persone che ne sono affette.

In Sicilia iI 6,0% della popolazione si dichiara diabetico e nella nostra regione c’è una prevalenza dell’obesità infantile e del diabete superiori rispetto alla media nazionale. Nel 2000 era l’unica regione del Sud con una prevalenza grezza al di sotto della media il che indica una velocità di crescita della patologia nel successivo decennio particolarmente marcata. Il tasso standardizzato di mortalità per diabete ridotto per il sesso femminile, ma non per quello maschile, collocandosi al primo posto, seguito dalla Campania.

Nel 2013 il governo ha approvato un Piano Nazionale sulla malattia diabete (PND) che definisce obiettivi, strategie, linee guida e priorità. Il Piano Nazionale si concentra sulla prevenzione, la diagnosi precoce, la patologia e la gestione delle complicanze, e il miglioramento dei risultati, attraverso l’adozione di programmi di gestione integrata delle malattie a livello regionale. In SICILIA il Piano Nazionale sulla malattia diabete è stato implementato con Decreto dell’assessorato della Salute n°1112 del 10 giugno 2013. «Tuttavia, riscontriamo – sottolinea il presidente della FDS, Giacomo Trapani – una insufficiente attenzione da parte delle Istituzioni alla problematica dell’universo diabete. Mi spiego meglio. Vorremmo avere più opportunità di confronto non solo con i Direttori Generali, attualmente Commissari, delle Asp per programmare insieme attività di prevenzione e informazione per raggiungere quante più persone possibili. In particolare, creare occasioni di incontro con le nuove generazioni, quindi collaborare anche con la Scuola. Ed ancora, avere la possibilità di momenti collettivi con i cittadini per fornire supporto e non fare sentire chi diabetico solo. Infine, ma non per importanza, vorremmo, visto che abbiamo una Federazione che registra al suo interno l’insieme di 25 Associazioni di persone con diabete, sparse per tutta la Regione, incontrare l’Assessorato alla Salute. Il diabete Mellito in tutte le sue forme è una patologia che non è impattante dal punto di vista visivo, ma è purtroppo una patologia subdola che silenziosamente se, non è ben compensata può causare danni irreversibili. Vorremo più attenzione.»

Il ritratto che emerge, inoltre, dal rapporto “Osservasalute 2017” presentato giovedì 19 aprile a Roma i cui dati fanno dire al presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, che «è evidente il fallimento del Servizio sanitario nazionale, anche nella sua ultima versione federalista, nel ridurre le differenze di spesa e della performance tra le Regioni». Il dato più lampante che emerge dal Rapporto, frutto del lavoro di 197 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali, è, ormai, la conferma di quel che si conosce da anni: l’Italia, dal punto di vista sanitario è un patchwork fatto da territorio con le più disparate qualità dell’assistenza ed esiti di salute. Differenze che negli ultimi dieci anni le strategie per la copertura dei disavanzi pregressi non hanno fatto altro che acuire.

«Rimane aperto e sempre più urgente il dibattito sul segno di tali differenze. Si tratta di differenze inique perché non naturali, ma frutto di scelte politiche e gestionali», dice ancora Ricciardi. «È auspicabile che si intervenga al più presto partendo da un riequilibrio del riparto del Fondo sanitario nazionale, non basato sui bisogni teorici desumibili solo dalla struttura demografica delle Regioni, ma sui reali bisogni di salute, così come è urgente un recupero di qualità gestionale e operativa del sistema, troppo deficitarie nelle regioni del Mezzogiorno».

Inoltre, è opportuno evidenziare le specifiche che riguardano il Diabete come spunto di riflessione e innovative soluzioni. La diagnosi tempestiva e il costante controllo delle persone con diabete, grazie a terapie di qualità, riducono del 10- 25% il rischio di complicanze minori – danni agli occhi e ai reni – e del 15-55% il rischio di complicanze più gravi – insufficienza renale cronica, patologia coronarica, perdita della vista. Infatti, si stima che tali azioni siano in grado di ritardare di oltre 5 anni l’insorgere di complicanze e di prolungare la vita delle persone affette da diabete in media di 3 anni. Nel lungo termine, un simile miglioramento del quadro terapeutico consentirà una riduzione media dei costi di oltre il 30%.

Il diabete ha una rilevanza sociale oltre che sanitaria e questo è stato sancito, in Italia prima ancora che egli altri Paesi del mondo, da una legge (n. 115 del 1987) che è diventata punto di riferimento fondamentale e ha largamente ispirato il Piano Nazionale sulla Malattia Diabetica del Ministero della Salute. 



FONTE: Giornale Ibleo
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22 aprile, 2018

Nei topi di New York nuovi enterobatteri resistenti agli antibiotici

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Uomini e topi: un’accoppiata antica quanto la civiltà. Dove vive l’uomo c’è anche il topo che trasmette malattie e contribuisce allo sviluppo dei super-batteri. La tesi trova conferma in due studi pubblicati sulla rivista mBio. I ricercatori della Columbia University e dell’US Centers for Disease Control hanno analizzato campioni di fegato, di reni e di feci prelevati da oltre 400 topi che vivono in cinque edifici residenziali e due edifici commerciali in diverse zone di New York: Laconia (Brooklyn), Allerton (Bronx), Upper West Side e Chelsea (Manhattan) e Fresh Meadows (Queens).

Dall’analisi gli studiosi hanno riscontrato agenti patogeni in grado di farci ammalare, e alcuni dei microbi in grado di rendere i batteri resistenti a determinati antibiotici. Più nello specifico, i topi sono portatori di diverse malattie infettive per l’uomo, quali Salmonella, Escherichia coli, Shigella, Klebsiella pneumoniae, Clostridium perfringens, Leptospira. Ma a preoccupare di più i ricercatori è la presenza nei campioni prelevati dai topi di 22 batteri in grado di trasformare infezioni assolutamente curabili in superbatteri resistenti agli antibiotici.

Nonostante i ricercatori abbiano scoperto virus che sembrano essere stati trasmessi da maiali o cani ai topi, e che potenzialmente mutare per infettare anche gli umani, non ci sono prove che i roditori stiano facendo ammalare i newyorkesi. Di certo, afferma Quartz, è meglio tenerli d’occhio. E non solo quelli di New York: se i roditori della Grande Mela sono portatori di agenti patogeni e batteri, è molto probabile che anche quelli delle città di tutto il mondo lo siano.

FONTE: Agi Salute
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19 aprile, 2018

Italia, aumenta la spesa sanitaria e cala la spesa per il personale, peggiora efficienza cure al Sud

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Sale la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia, anche se resta più bassa che in altri Paesi. Lo afferma il Rapporto Osservasalute precisando che su base nazionale, la spesa sanitaria pubblica pro capite è aumentata dello 0,38% tra il 2015 e il 2016, attestandosi a 1.845 euro. Si evidenzia inoltre che la spesa sanitaria privata raggiunge, nel 2015, la quota di 588,10 euro con un trend crescente dal 2002 a un tasso annuo medio dell'1,8%.

Tutte le Regioni registrano un tasso medio di crescita degli esborsi che oscilla dallo 0,6% delle Lombardia al 3,7% della Basilicata. Nel 2015, in valori assoluti, la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d'Aosta con 948 euro, mentre la più bassa è in Sicilia con 414 euro. Allo stato attuale, in Italia la spesa sanitaria pro capite è ancora composta per circa i tre quarti dalla spesa pubblica, collocando il nostro Paese in linea con gli altri Paesi dell'Ue che hanno adottato un sistema di finanziamento prettamente a carico dello Stato.

Secondo gli esperti, nel nostro Paese si muore meno per tumori e malattie croniche ma solo dove la prevenzione funziona, ovvero principalmente nelle Regioni settentrionali. Al Sud, invece, la situazione è decisamente peggiore: il tasso di mortalità per queste malattie è infatti maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28% e la Campania è la Regione con il dato più allarmante (+28% di mortalità rispetto alla media nazionale del 2,3%). Il report prende in esame la cosiddetta mortalità precoce, dai 30 ai 69 anni, per varie patologie come tumori, diabete e malattie croniche e cardiovascolari.

Sempre nel Mezzogiorno una persona su cinque dichiara di non aver soldi per pagarsi le cure, quattro volte la percentuale osservata nelle Regioni settentrionali. La Campania e ancor di più la Calabria sono le Regioni che nel quadro complessivo mostrano il profilo peggiore. Si evidenziano dunque, si legge nel documento, "situazioni di buona copertura dei sistemi sanitari nelle regioni del Centro-Nord, mentre per il Meridione appare urgente un forte intervento in grado di evitare discriminazioni sul piano dell'accesso alle cure e dell'efficienza del sistema".

Continua a calare anche la spesa per il personale sanitario. L'incidenza degli investimenti per personale dipendente del Sistema sanitario nazionale sulle uscite totali si è ridotta dell'1,1% tra il 2012 e il 2015, passando dal 32,2% al 31,1% e confermando un trend già osservato a partire dal 2010. Il contenimento della spesa si è registrato, prevalentemente, nelle Regioni sottoposte al Piano di Rientro (Campania, Calabria, Sicilia, Lazio e Puglia), in Lombardia, Liguria e nella Provincia autonoma di Bolzano.

Appare critica anche la situazione dei cittadini anziani non autosufficienti, che nel 2028 ammonteranno alla cifra record di 1,6 milioni, 100mila in più rispetto a oggi. I cittadini over 65 con problemi di autonomia (preparare i pasti, gestire le medicine e le attività domestiche, ecc.) arriveranno invece a 4,7 milioni (700mila in più). Secondo gli esperti si tratta tuttavia di dati sottostimati, destinati probabilmente a divenire ancora più negativi. "Ci troveremo di fronte a seri problemi per garantire un'adeguata assistenza agli anziani - hanno sottolineato gli esperti - in particolare quelli con limitazioni funzionali, perché la rete degli aiuti familiari si va assottigliando a causa della bassissima natalità che affligge il nostro Paese da anni e della precarietà lavorativa che non offre tutele ai familiari".

Più in generale, l'indagine segnala come sia diminuito il numero degli abitanti in Italia, con oltre un italiano su cinque che ha più di 65 anni: attualmente sono 6,6 milioni i 65-74enni (10,9% con un picco del 12,7% in Liguria), 4,8 milioni i 75-84enni e due milioni gli over-84 (con le donne che rappresentano la maggioranza, ovvero il 68%). Continuano invece a calare gli ultracentenari: al gennaio 2017, meno di tre residenti su 10mila hanno 100 anni e oltre e le donne sono le più numerose.

FONTE: Tgcom.it
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26 marzo, 2018

Medicina generale, in arrivo nuovo accordo ACN, molte novità per i pazienti

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Diagnostica di primo livello per evitare accessi impropri al Pronto soccorso, indicatori di performance e di risultato su obiettivi di salute, valorizzazione del ruolo del medico di famiglia nella gestione del paziente cronico. Ma non solo, previsto anche un ruolo attivo nelle vaccinazioni e nella gestione delle liste d’attesa. Oltre agli arretrati per i medici di assistenza primaria, medici di continuità assistenziale e medici di emergenza sanitaria territoriale.

Queste sono solo alcune delle novità della nuova convenzione della medicina generale che molto probabilmente sarà firmata il prossimo 29 marzo, data in cui la Sisac ha convocato i sindacati per siglare un rinnovo contrattuale atteso ormai da quasi un decennio. Il cammino, com’è noto è stato lungo e incerto ma ormai l’agognata firma è vicina e le novità non sono poche, vediamole.

Viene prevista nell’ambito degli Accordi regionali la definizione di indicatori di performance e di risultato su obiettivi di salute dei cittadini che dovranno tenere conto anche degli obiettivi prioritari di politica sanitaria nazionale:
- PIANO NAZIONALE DELLA CRONICITÀ
- PIANO NAZIONALE PREVENZIONE VACCINALE 2017-2019
- ACCESSO IMPROPRIO AL PRONTO SOCCORSO
- GOVERNO DELLE LISTE D'ATTESA E APPROPRIATEZZA

Nell’ambito dell’attuazione a livello regionale del Piano e per migliorare la gestione della cronicità, viene valorizzato il ruolo del medico di medicina generale prevedendo una partecipazione attiva nella valutazione dei casi e nell’individuazione della terapia ritenuta più idonea. In particolare, per rendere più efficaci ed efficienti i servizi sanitari e per assicurare maggiore uniformità ed equità di accesso ai cittadini, particolare rilievo sarà attribuito al loro ruolo dei medici nell’ambito del coordinamento clinico.

Riconoscimento e implementazione del ruolo del medico di medicina generale nell’attuazione del P.N.P.V. prevedono una attiva partecipazione nelle vaccinazioni e nelle relative attività collegate: viene ribadita la necessità di promuovere un cambiamento culturale nell’approccio ai bisogni di salute e allo stesso tempo viene sottolineata la necessità di giungere ad una integrazione delle reti territoriali della medicina generale e delle loro forme organizzative con strutture, servizi e altre figure del territorio nonché il coinvolgimento dei medici nella diagnostica di primo livello. Viene riconosciuto ai medici di assistenza primaria un ruolo effettivo nei percorsi regionali di prescrizione, prenotazione, erogazione e monitoraggio delle prestazioni e per le forme organizzative dei medici di medicina generale previsto il coinvolgimento nei processi di budgeting aziendali. Ma oltre al riconoscimento del ruolo e delle competenze nell’ambito dei questi obiettivi di salute pubblica la nuova convenzione prevede anche altre novità tra cui un più veloce iter per l’accesso alla professione dei giovani medici, una sburocratizzazione per l’assegnazione degli incarichi, maggiore tutela della gravidanza, una nuova regolamentazione del diritto di sciopero e nuovi interventi per la sicurezza delle sedi di Continuità Assistenziale.

Velocizzazione alla professione dei giovani medici formati accesso per la medicina generale: Tra le novità è previsto che possano presentare domanda di inserimento in graduatoria anche i medici che nell’anno acquisiranno il titolo di formazione. Il titolo deve essere posseduto ed autocertificato entro il 15 settembre ai fini dell’inserimento nella graduatoria provvisoria.

Assegnazione di incarichi di assistenza primaria: viene ridotta la pubblicazione degli ambiti vacanti da una a due volte l’anno. Entro la fine di marzo di ogni anno ciascuna Regione pubblicherà l’elenco degli ambiti territoriali vacanti di medico di assistenza primaria e di quelli che si renderanno disponibili nel corso dell'anno. Precedentemente venivano pubblicate le carenze relative ai sei mesi precedenti senza pubblicazioni di carenze che nel corso delle procedure di assegnazione si sarebbero rese disponibili. L’attuale misura permetterà la pubblicazione delle carenze che nell’arco dell’anno successivo alla pubblicazione si rendessero disponibili per l’andata in quiescenza dei medici per limiti di età (70 anni).

Tutela della gravidanza: L’astensione obbligatoria per la gravidanza non determinerà riduzione del punteggio per la formazione della graduatoria per i conseguenti periodi di sospensione dall’attività convenzionale.

Regolamentazione del diritto di sciopero: Vengono individuate le prestazioni considerate indispensabili e rientranti nell’area di valutazione della Commissione di garanzia dell´attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali.

Sicurezza delle sedi di Continuità Assistenziale: Viene concordato che al fine di garantire adeguati livelli di sicurezza per i medici di continuità assistenziale, l’attività ambulatoriale, sentito il Comitato aziendale, venga svolta solo presso sedi idonee e che nell’ambito degli Accordi regionali, in coerenza con la programmazione regionale, vengano definite le modalità organizzative per regolamentare il libero accesso dei pazienti in orari diurni e serali prestabiliti e divulgati ai cittadini.

FONTE: Quotidiano Sanità
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16 marzo, 2018

L'OMS avverte: troppa plastica nelle acque minerali

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La microplastica è ampiamente diffusa nelle bottiglie d’acqua in Pet (polietilene tereftalato), come ha dimostrato un’analisi condotta dalla State University di New York per conto del progetto giornalistico Orb Media. I ricercatori hanno analizzato 259 bottiglie di undici marchi tra i più famosi del mondo, in 19 località di nove nazioni e i risultati sono stati allarmanti. Eccetto 17 campioni, in tutti gli altri sono state trovate microplastiche con una concentrazione media di 314,6 per litro, ma con punte fino a oltre 10 mila. Per le particelle di 100 micron (0,1 millimetri) di dimensione la concentrazione è risultata di 10,4 per litro. Contattati dai giornalisti di Orb Media, due degli undici marchi esaminati hanno ammesso che i loro prodotti contengono microparticelle di plastica, ma che lo studio presenta numeri esagerati. Gli altri non hanno risposto.

I Paesi dove sono state effettate le analisi sono: Stati Uniti, Messico, Brasile, Libano, Kenya, India, Cina, Thailandia e Indonesia. I marchi coinvolti: Epura e Aquafina (PespiCo), San Pellegrino e Nestlé Pure Life (Nestlé), Dasani (Coca-Cola), Minalba (Edson Queiroz), Evian e Aqua (Danone), Gerolsteiner (Gerolsteiner Group), Bisleri (Bisleri International), Wahaha (Hangzhou Wahaha Group). Il campione analizzato di acqua San Pellegrino, acquistato dai ricercatori su Amazon, è risultato quello con il secondo minore contenuto massimo di particelle: 74 per litro. Un campione di Nestlé Pure Life, sempre acquistato su Amazon, aveva un contenuto di 10.390 particelle per litro.

Il tipo più comune di plastica rinvenuto nell’acqua delle bottiglie non è però il Pet, il tipo di plastica impiegato per realizzare il corpo della bottiglia, bensì il polipropilene che viene invece sovente utilizzato per i tappi. Comunque non una buona notizia in vista della Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo.

FONTE: Corriere.it
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13 marzo, 2018

"Cancer Financial Toxicity" e la necessità di supportare i costi delle cure oncologiche

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Grazie al Sistema sanitario in Italia i costi delle terapie sono «coperti», ma chi si ammala spesso deve affrontare una serie di spese extra anche molto rilevanti, a cui si aggiunge una diminuzione delle entrate per il calo della produttività e le ricadute sul lavoro. Negli Stati Uniti il problema è già diffuso e non pochi pazienti decidono di rinunciare ai trattamenti oncologici, evitando così che la malattia li porti alla bancarotta e rovini le prospettive di vita di tutta la famiglia. Dobbiamo aspettarci, come spesso accade su altri fronti, che gli Usa anticipino quello che avverrà prima o poi anche qui? Ecco perché avere un tumore può essere carissimo.

L'ultima ricerca è di poche settimane fa e conferma quanto già emerso nel 2013: il rischio di bancarotta per un cittadino americano che si ammala di cancro è 2,7 volte più alto di un cittadino simile per età e genere non malato. E chi certifica il proprio fallimento ha un pericolo di morte del 79% più alto rispetto ai pazienti che non arrivano al tracollo economico. Il problema, negli Stati Uniti, è oggetto di diversi studi, tanto che ha già un nome tutto suo: cancer financial toxicity, ovvero tossicità finanziaria del cancro. Non solo perché negli Usa non esiste un sistema sanitario come il nostro, che garantisce le cure gratis, ma anche a causa di tante spese che pazienti e familiari devono affrontare di tasca propria: come gli spostamenti per andare in ospedale, le cure domiciliari o le terapie di riabilitazione. E, soprattutto, in ragione del tempo necessario per curarsi o assistere un familiare, che condiziona, spesso a lungo, le capacità di guadagno del nucleo familiare.

Quando si parla di spesa economica relativa al cancro, le questioni sono sostanzialmente due: il costo delle terapie, che in Italia è a carico del Servizio sanitario nazionale (SSN) e poi tutto ciò che gravita attorno alla malattia, e che comporta maggiori spese e minori introiti nel bilancio domestico. «Non c’è dubbio che il prezzo dei medicinali innovativi sia sempre più alto e uno dei problemi maggiori in questo momento sia, anche in Italia, trovare il modo per continuare a garantire le terapie gratis per tutti - spiega Francesco Perrone, direttore dell’Unità Sperimentazioni Cliniche dell’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli -. Ma è importante occuparsi anche delle spese extra: giorni di lavoro saltati, lavoro perduto o stipendio ridotto, viaggi, visite ed esami, spese per medicinali di sostegno, psicologi, fisioterapia, badanti e via dicendo».

Partiamo allora da ciò che pesa direttamente sul bilancio familiare (affrontiamo il costo dei medicinali in un altro articolo).«Fino ad ora non spendono per i farmaci anticancro - risponde Perrone, che è un esperto in materia e nel Rapporto 2017 della Favo (Federazione Italiana Associazione Volontari in Oncologia) sulla condizione assistenziale dei malati oncologici in Italia ha dedicato un capitolo alla tossicità finanziaria -. Ma, ovviamente, c’è dell’altro. La prima cosa che mi viene in mente, come oncologo napoletano, sono le migrazioni sanitarie: molto spesso inutili in termini di efficacia dei trattamenti perché la qualità è per lo più simile nelle strutture del Nord e del Sud. E quasi sempre dannose sul piano della logistica (che è parte della qualità di cura) e delle spese». Poi esistono uscite economiche aggiuntive direttamente legate alla malattia e alla sua gestione: il ricorso alle visite o alla diagnostica privata, ad esempio, se con il sistema pubblico non si riesce a soddisfare i bisogni e i tempi di attesa si allungano troppo. «E ancora - aggiunge Francesco De Lorenzo, presidente della Favo - ci sono le somme sostenute per l’assistenza domiciliare (carente in tutta Italia, salvo sporadiche e lodevoli eccezioni, per lo più merito delle associazioni di volontariato), quali prelievi di sangue o somministrazioni endovena di farmaci di supporto, fisioterapia per pazienti non più in grado di deambulare, molto spesso nella parte terminale della malattia. Ci sono pure le uscite derivanti dalle ricadute sociali della condizione, come la necessità di aiuto casalingo per il numero crescente di pazienti soli o anziani, che spesso diventano non più autosufficienti proprio a causa del tumore. E, naturalmente, i mancati introiti da lavoro nei pazienti giovani e in chi li assiste, i caregiver, ancora troppo poco tutelati».

«Pochi mesi fa, abbiamo pubblicato analizzato i dati relativi a 16 sperimentazioni coordinate dall’Istituto dei Tumori Napoli tra il 1999 e il 2015, a cui hanno partecipato 3.760 pazienti con tumori di polmone, mammella o ovaio - continua Perrone -. È emerso che circa un quarto dei malati ha lamentato un disagio economico legato alla malattia e al suo trattamento. Tracciare un identikit è difficile, ma più di frequente a riferire difficoltà finanziarie sono state donne, pazienti trattati negli ospedali dell’Italia centrale e meridionale, al di sotto dei 65 anni. Quest’ultimo dato fa capire come la malattia produca un danno molto rilevante alle persone in età lavorativa. Quindi a quello che si “spende” bisogna sommare quello che “non si guadagna più” a causa del cancro. E purtroppo, anche in Italia, la tossicità finanziaria si associa a risultati terapeutici peggiori, sia in termini di qualità che di quantità di vita. Anche se su quest’ultimo punto, grazie all’esistenza del Sistema sanitario nazionale, le stime sono molto più ottimistiche rispetto agli Stati Uniti».

«Sapevamo che, nonostante la gratuità delle cure assicurate dal nostro Servizio sanitario nazionale, la malattia genera un aumento dei costi sociali diretti e indiretti e una diminuzione dei redditi - continua De Lorenzo -. L’indagine Favo-Censis pubblicata nel 2012 aveva già evidenziato un “peso economico” aggiuntivo per le famiglie con un paziente oncologico stimato in oltre 30mila euro all’anno, nei primi anni dopo la diagnosi, e causato dall’acquisto di medicinali di supporto (come antinausea o antidolorifici, per esempio), esami diagnostici o visite specialistiche pagati dal paziente, nonché spese di trasporto e di assistenza (badanti, infermieri)». Ma un grosso peso lo hanno anche costi indiretti quali il mancato reddito che la malattia comporta (per riduzione o cessazione dell’attività lavorativa) per il malato e talvolta anche per la persona che lo assiste più da vicino.

«Pur accettando che ci potesse essere un contraccolpo economico, non immaginavamo che, addirittura, per un paziente su cinque questo si potesse riflettere in un peggioramento della prognosi - aggiunge Elisabetta Iannelli, avvocato e segretario nazionale della Favo -. L’analisi di sopravvivenza ha dimostrato infatti che chi ha sofferto la tossicità finanziaria ha avuto, nei mesi e anni successivi alle cure, un rischio di morte del 20% più alto (negli Usa è il 79%) rispetto ai malati senza problemi di denaro. Questo dato allarmante induce a riflettere sulla necessità di ripensare ad adeguate ed efficaci politiche di welfare affinché alla “guarigione clinica” corrisponda quella “sociale” dal tumore».

Mobbing, perdita del lavoro, decurtazioni dello stipendio sono un problema per il milione di italiani malati di cancro lavoratori? «Sì, le difficoltà professionali costituiscono un grave problema per i diretti interessanti e per i caregiver - risponde Elisabetta Iannelli, che è anche vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), che in questi giorni celebra i suoi 20 anni di attività in difesa dei diritti di pazienti e familiari -. Il lavoratore che si ammala, invece, può e deve essere sostenuto durante la fase acuta di malattia, quando le terapie sono più invalidanti, ed essere utilmente reinserito nel posto di lavoro con adeguati e tempestivi programmi di riabilitazione, formazione e aggiornamento. Proprio a questi fini Aimac ha realizzato e porta avanti, con aziende di rilevanza internazionale il progetto «Pro Job Lavorare durante e dopo il cancro», che prevede strumenti volti a promuovere l’inclusione dei malati (e dei loro familiari) nel mondo produttivo, agevolando i rapporti fra impresa e lavoratori. Grazie al nostro impegno abbiamo ottenuto importanti risultati. Affinché le leggi non rimangano inattuate è però necessario che siano innanzitutto i malati a conoscere i diritti riconosciuti e garantiti a livello nazionale e locale. Per questo Aimac ha pubblicato nel 2003 il libretto “I diritti del malato di cancro”, con cui per la prima volta nel nostro Paese si è posta attenzione alla “disabilità” oncologica, alle ricadute sociali e lavorative della malattia, colmando il gap informativo esistente».

In Italia 3 milioni e 300mila persone vivono dopo la diagnosi di tumore, il 30 per cento delle quali è in età lavorativa. E a questi si aggiungono ben 4 milioni di caregiver. «Dal punto di vista di chi gestisce la sanità pubblica bisogna migliorare l’efficienza del sistema in tutti i suoi aspetti - dice Stefania Gori, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Ogni anno 800mila italiani cambiano regione per curarsi e dobbiamo invece fare in modo che chi ha un sospetto o una diagnosi di cancro trovi in tempi ragionevoli una risposta di buona qualità all’interno del proprio territorio. Per far questo serve realizzare davvero le reti oncologiche in modo da offrire le migliori opportunità terapeutiche, anche sperimentali dove questo ha un senso». Bisogna poi ricordare che non si spende solo per i farmaci. «Ci sono altri aspetti che possono essere migliorati per continuare a far funzionare il nostro Ssn - continua la presidente Aiom -. I costi elevati dell’assistenza conseguenti ad esami diagnostici talora inappropriati e visite di controllo troppo frequenti durante il follow up dei pazienti oncologici, potrebbero essere ridotti garantendo in tal modo a pazienti e familiari un’assistenza persino migliore e facendo spendere meno al Ssn e a loro stessi grazie a un adeguato e condiviso utilizzo. Questi risparmi permetterebbero anche una possibilità di offrire cure domiciliari a tutti i pazienti in fase avanzata di malattia».

«Il mio punto di vista è quello del ricercatore - premette Perrone - e mi fa dire che lo studio della tossicità finanziaria richiede strumenti di approfondimento specifici per il contesto sociale e culturale in cui vengono applicati. In pratica: serve un test di routine, da far compilare a malati e familiari per rilevare i problemi. Ora stiamo elaborando un modulo italiano, specifico per la nostra realtà, che nasce proprio dai pazienti, che ci aiuterà a capire meglio le cause di questo fenomeno e, per quanto possibile, contrastarle». In realtà esistono già alcuni metodi, che però vanno migliorati. Negli Usa è stato messo a punto nel 2014 il COST: un questionario da sottoporre ai pazienti in 11 domande che esplorano le conseguenze psicologiche e le modalità di adattamento del paziente alla crisi economica successiva al cancro e alle sue cure. In Europa, poi, c’è il questionario EORTC C30, frequentemente utilizzato nelle sperimentazioni cliniche per misurare la qualità della vita dei pazienti affetti da cancro, ma è solo parzialmente idoneo a misurare il problema della tossicità finanziaria. Una delle sue 30 domande, la numero 28, recita: «Nell’ultima settimana, la malattia o il suo trattamento le hanno provocato difficoltà economiche?». Le risposte possibili sono quattro: la migliore è “per nulla” la peggiore è “moltissimo”.

Da quando è nata nel 1998 l’Associazione italiana malati di cancro (Aimac) ha condotto battaglie per il riconoscimento di diritti fondamentali sul posto di lavoro. Nel 2003, su spinta di Aimac, è stato inserito nella Legge Biagi un articolo (art. 46 del D.lgs. 276/2003) che ha introdotto per la prima volta in Italia il diritto per i malati oncologici alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time e viceversa. Nel 2006 è stato approvato un provvedimento innovativo (Legge n.80 del 2006) che, sempre per i pazienti con tumore, ha ridotto a soli 15 giorni i tempi di attesa per l’ottenimento dell’accertamento dell’invalidità civile e dell’handicap. Altro decisivo passo avanti, nel 2009, è stata l’esclusione dalle fasce di reperibilità per i dipendenti pubblici in malattia con terapie salvavita per tumore (Circ. 1/2009 del Ministero per la PA e DM 206/2009), estesa nel 2016 anche ai dipendenti del settore privato.




AUTRICE: Vera Martinella
FONTE: Corriere.it

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08 marzo, 2018

Diabete, in arrivo in Sicilia il "Flash Glucose Monitoring", sarà fornito gratuitamente a circa tremila bambini

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Sarà distribuito gratuitamente a tremila bambini siciliani affetti da diabete di tipo 1, il Fgm – Flash Glucose Monitoring, apparecchiatura all’avanguardia per il monitoraggio costante della glicemia. È quanto ha disposto l’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, con la firma di una circolare che autorizza le Asp siciliane ad avviare da subito gli ordini delle forniture e a curarne la distribuzione nell’isola.

Il nuovo sistema all’avanguardia per il controllo della glicemia, si legge in una nota dell’assessorato, abolisce quasi del tutto l’uso delle lancette pungidito, che costituiscono un serio disagio per i piccoli pazienti diabetici costretti a più di cinque rilevamenti giornalieri, funzionando come un minuscolo rilevatore costante che, fissato ad un braccio, fornisce ogni qualvolta si rende attivo, il dato richiesto. Ciascun beneficiario del nuovo sistema di monitoraggio oltre al lettore, riceverà in dotazione un kit di 26 sensori, 600 strisce reattive per la determinazione della glicemia.

L’acquisizione del sistema Flash Glucose Monitoring, prosegue la nota, è una novità assoluta sul piano della qualità del servizio sanitario regionale e va in porto dopo una lunga trattativa tra fornitori, associazioni dei pazienti e assessorato alla Salute che ha permesso di acquistare l’apparecchiatura ai prezzi più bassi sul panorama nazionale e senza alcuna differenza di tariffe tra un’Asp e l’altra. Ogni Asp potrà acquistare un numero di lettori che va da 100 (Enna) fino a 750 (Palermo) passando per i 240 lettori per Siracusa, in base al numero di pazienti, per un investimento complessivo di 2.554.500 euro. (Agrigento 260; Caltanissetta 160; Catania 650; Messina 390; Ragusa 190; Trapani 260).

“Oltre a fornire un importante e più puntuale rilevamento dei livelli di glicemia nei soggetti particolarmente fragili, l’uso del Flash Monitoring favorisce una più autonoma e costante gestione della malattia da parte del paziente – ha affermato l’assessore Razza – contribuendo in modo efficace e sicuro per il malato, a limitare le spese di ricovero nelle strutture ospedaliere. Contiamo di estendere la distribuzione anche agli anziani, con l’obiettivo, nel tempo, di ampliarlo a tutti i 45 mila malati di diabete nell’isola“.

FONTE: Siracusanews.it 
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29 gennaio, 2018

Dati ISTAT 2003-2014: la "prevenzione" funziona meglio al Nord, aumenta la mortalità per malattie neuropsichiatriche

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La salute degli italiani sta cambiando in maniera costante: guardando indietro anche solo di un decennio troviamo grandi progressi, ma anche qualcosa di cui preoccuparci. Secondo gli ultimi dati resi noti dall’Istat, infatti, dal 2003 al 2014 le malattie per cui si muore di più sono demenza, Alzheimer, Parkinson e diverse malattie infettive e parassitarie. Fra quelle in crescita, però, la causa di morte più comune è un’altra e riguarda i disturbi psichici e comportamentali: nel 2003 si contavano 1,5 morti ogni 10 mila abitanti, oggi sono 2,5. Un aumento tutt’altro che insignificante.

Se però allarghiamo lo sguardo al resto del quadro la situazione cambia parecchio, e c’è di che essere ottimisti: in generale sono poche le malattie per cui è aumentata la mortalità. Nel tempo, infatti, le tre principali cause di decesso sono diventate meno frequenti, migliorando molto le prospettiva di vita degli italiani: sono calate le malattie del sistema circolatorio, insieme a tumori e a malattie cerebrovascolari come gli ictus.

In ognuno dei grandi gruppi la mortalità è in diminuzione, dove più in fretta, dove meno. Proprio nel caso delle malattie del sistema circolatorio il miglioramento è stato rapido, e nell’arco di un decennio in diverse regioni il tasso di mortalità si è anche dimezzato. Anche nel caso dei tumori oggi la situazione è senza dubbio rosea rispetto a qualche tempo fa, ma la sfida resta difficile e i decessi diminuiscono con maggiore lentezza.

La situazione può essere illustrata bene con una mappa: area per area, la mortalità si riduce sia dov’era superiore alla media italiana, sia dove già risultava inferiore. Nella provincia di Roma – così come a Trieste e più in generale nel Nord-Ovest – il calo è evidente, mentre al sud il passo tende a essere più lento.

A guardare con attenzione, non mancano infatti aree ancora problematiche. Province come Caserta, Caltanissetta, Enna e soprattutto Napoli sono quelle in cui il tasso di mortalità è più alto, e parecchio superiore alla media nazionale. I numeri sono comunque migliorati rispetto a un decennio fa, ma restano eccezioni da tenere sotto osservazione in un panorama altrimenti positivo.

Le cause di decesso che crescono vanno invece inquadrate nel giusto contesto. Il tasso di mortalità legato a disturbi psichici, comportamentali o demenza è leggermente minore rispetto a quello del diabete, mentre le altre tre cause in crescita provocano decessi quanto i tumori al seno, o leggermente meno. Che siano meno frequenti, s’intende, non implica in alcun modo che siano poco importanti, né che il loro aumento non meriti di essere indagato.

La media italiana è un buon punto di partenza, ma ci aiuta a capire solo in parte: di nuovo troviamo ampie differenze fra regioni. In linea generale, la mortalità per malattie del sistema circolatorio – come gli infarti del miocardio – tende a essere maggiore nel Meridione, mentre nel Nord sono più pericolosi i tumori. Si tratta di un divario non da poco: per dare un’idea, il tasso di mortalità per le malattie cerebrovascolari in Sicilia è oltre il doppio che in Trentino Alto Adige.

Rispetto ai tre gruppi principali, tutte le altre cause di decesso appaiono invece assai più rare. Al di là delle malattie vere e proprie, troviamo catalogati anche eventi di diverso tipo con cui fare qualche confronto. A parità di tutti gli altri fattori, per esempio, è altrettanto comune morire per un incidente stradale che per una caduta, oppure per un tumore dei reni o dell’ovaio. Rari sono ormai i decessi per Aids, appena più comuni degli avvelenamenti accidentali o degli omicidi. Ancora più difficile è morire a causa della dipendenza da droga.

Un’altra grande linea di demarcazione è il genere. Le donne vivono diversi anni più degli uomini, e così naturalmente il loro tasso di mortalità è minore. Questo è vero in quasi tutti i casi, con qualche eccezione. Essere uomini o donne non fa differenza quando si tratta di asma, influenza o disturbi psichici e comportamentali, mentre per le donne la mortalità aumenta a causa dell’Alzheimer.

Esistono anche cause di decesso tipicamente maschili, nel senso che si verificano con maggiore frequenza negli uomini e meno nelle donne. Fra queste i tumori maligni della laringe, alla vescica o all’esofago, oppure l’abuso di alcool. Anche suicidi, incidenti stradali, annegamenti e omicidi colpiscono più gli uomini rispetto alle donne, nonostante siano poco eventi poco frequenti.

Confrontando malattie, eventi, persone e aree diverse entrano in gioco tantissimi fattori. Alcuni dipendono dalla genetica dei singoli individui, ma a spostare l’ago in una direzione o nell’altra spesso è anche il reddito o il livello d’istruzione, l’attività fisica oppure la dieta. Esiste un ampio divario fra fumatori e non fumatori, per citare un altro elemento, e certo incide anche il lavoro che svolgiamo o se per qualche motivo siamo esposti a sostanze inquinanti.

I numeri, ad ogni modo, non vanno presi alla lettera, anche quando provengono da una fonte ufficiale e affidabile come l’Istat. A volte è difficile determinare con esattezza una causa di morte, altre volte è cambiato nel tempo il modo in cui gli eventi vengono catalogati dai medici. Tutto questo crea un certo margine di incertezza: a volte, infatti, è possibile l’aumento di alcune malattie sia dovuto anche al fatto che i dottori oggi le prendono in considerazione più spesso.

Nel caso di decessi dovuti a traumi, tumori o malattie ben definite e di breve durata i numeri tendono invece a essere piuttosto affidabili. Più complicato è il caso delle patologie degenerative, che a volte possono impiegare anni a effettuare il proprio corso e non sempre è facile collegarle con precisione a un decesso.

AUTORE: Davide Mancino




FONTE: Corriere.it

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13 gennaio, 2018

Statali, pugno di ferro sulle visite fiscali: varati incentivi economici per i medici compienti visite domiciliari

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Da oggi le visite fiscali per gli statali in malattia potranno essere anche ripetute più volte ed eseguite in prossimità dei giorni festivi e di riposo settimanali. In pratica, visite fiscali con controlli ripetuti più volte in un giorno, soprattutto a ridosso del fine settimana o in prossimità delle feste. E' una delle novità della riforma Madia che riguarda circa 3 milioni di dipendenti: previsti anche incentivi economici ai medici per spingerli a effettuare più accertamenti nelle zone d'Italia meno battute.

Salta invece l’armonizzazione tra il settore pubblico e quello privato che avrebbe parificato le fasce di reperibilità. La riforma Madia non si è adeguata alle osservazioni del Consiglio di Stato e ha lasciato invariate le vecchie fasce orarie peri i controlli per l’accertamento delle assenze dal lavoro per malattia.

Il decreto numero 206/2017 firmato dal ministro della Pubblica amministrazione di concerto con il ministro del lavoro Poletti, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 29 dicembre, è entrato in vigore oggi. L'obiettivo è quello di ridurre il più possibile l'assenteismo "strategico" dei dipendenti, specie a ridosso di festività o week end: una stretta iniziata dopo il famigerato capodanno dei vigili di Roma a cavallo tra il 2014 e il 2015 con l'85% del personale a casa per malattia. Dunque, tra le novità spicca la possibilità dei controlli reiterati. Il medico durante una malattia potrà recarsi anche più volte al giorno a casa del lavoratore, anche a distanza di poche ore. E, per incentivare i controlli fiscali, sono previsti dei premi economici ai medici proprio in base al numero delle visite effettuate.

Rimangono invariate, almeno per ora, le fasce orarie di reperibilità. Sette ore per i dipendenti pubblici(contro le 4 dei privati), e cioè dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L'obbligo di reperibilità sussiste anche nei giorni non lavorativi e festivi. Il dipendente inoltre è tenuto a comunicare preventivamente al datore, che a sua volta informerà l'Inps, l'eventuale variazione di indirizzo durante il periodo di prognosi. Sono esclusi dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità i dipendenti con “patologie gravi che richiedono terapie salvavita; causa di servizio riconosciuta” con riferimento alle prime tre categorie della Tabella A allegata al decreto del presidente della Repubblica 30 dicembre 1981 n. 834 o a patologie della Tabella E dello stesso decreto; “stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta, pari o superiore al 67%”.

All’articolo 1 viene stabilito che la visita fiscale può essere richiesta, dal datore di lavoro pubblico, fin dal primo giorno di assenza dal servizio per malattia del dipendente pubblico mediante utilizzo del canale telematico messo a disposizione dall’INPS. All’articolo 2, invece, viene scritto che le visite fiscali possono essere effettuate con cadenza sistematica e ripetitiva, anche in prossimità delle giornate festive e di riposo settimanale. All’articolo 3, invece, si parla di fasce orarie di reperibilità: dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L’obbligo di reperibilità sussiste anche nei giorni non lavorativi e festivi. Nell’articolo 4, invece, spazio alle esclusioni dall’obbligo di reperibilità. Con l’articolo 5, il medico è tenuto a redigere, nelle modalità telematiche indicate dall’INPS, il verbale contenente la valutazione medico legale relativa alla capacità o incapacità al lavoro riscontrata. L’articolo 6, invece, parla di variazione dell’indirizzo di reperibilità: deve essere comunicato dal dipendente all’amministrazione presso cui presta servizio. L’articolo 7 si parla della mancata effettuazione della visita per assenza del lavoratore all’indirizzo indicato: il medico fiscale rilascia apposito invito a visita ambulatoriale per il primo giorno utile presso l’Ufficio medico legale dell’INPS competente per territorio. Nell’articolo 8, invece, si afferma che, qualora il dipendente non accetti l’esito della visita fiscale, il medico è tenuto ad informarlo del fatto che deve eccepire il dissenso seduta stante e questo deve essere sottoscritto dal dipendente. L’ultimo articolo, il numero 9, infine, parla di rientro anticipato al lavoro: il dipendente deve richiedere un certificato sostitutivo che viene rilasciato dallo stesso medico che ha redatto la certificazione di malattia ancora in corso di prognosi o da altro medico in sostituzione.




FONTE: Web
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15 dicembre, 2017

Internet, 8,8 milioni di italiani vittime di "fake news" sanitarie

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Internet è pieno di notizie false. Un problema che riguarda anche la salute.  Come conferma uno studio del Censis, realizzata con Assosalute, sempre più italiani sono vittime di fake news. Secondo i dati presentati circa 8,8 milioni di persone hanno trovato sul web informazioni mediche sbagliate, in tutto il corso dell'anno: studenti, anziani ma soprattutto 3,5 milioni di genitori che senza il parere del medico si sono fidati di quanto hanno letto su internet.

Il web è fonte d'informazione per oltre 15 milioni di persone in Italia.Tra questi il 17% consulta siti generici, il 2,4% i social network e solo il 6% siti istituzionali. Un dato importante della ricerca dimostra, però, che oltre il 69% degli italiani vorrebbe trovare informazioni certificate da esperti. Una richiesta che, come sostiene Marco Cossolo di Federfarma, potrebbe rigurdare il ruolo del farmacista, figura chiave nel rapporto tra medico e paziente. Secondo l'associazione di categoria, infatti,  "il rapporto tra internet, social e negozio fisico potrebbe essere  rinnovato per confutare le notizie false in circolazione".

L'importanza del ruolo di questa professione lo dimostra il fatto che sempre più italiani decidono di curare piccoli disturbi come gastriti, mal di testa e influenza con un'autodiagnosi. Nonostante ciò, nel nostro Paese spendiamo in farmaci da banco il 39% in meno rispetto alla media europea. Un consiglio, per curarsi nel modo adegiato, potrebbe venire proprio dai farmacisti che utilizzando il web promuoverebbero un'informazione corretta verso quanti finora erano caduti nella trappola delle fake news.

FONTE: TgCom24
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14 dicembre, 2017

Biotestamento, via libera dal Senato per la nuova Legge, tutte le novità

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Via libera dall'Aula del Senato al provvedimento sul biotestamento. I sì sono stati 180, 71 i no e 6 astenuti. Il testo diventa legge. Un grande applauso si è levato dall'Aula. Viene così riconosciuto, tra le altre cose presenti nel testo, il diritto del paziente a rifiutare le cure.

Grazie alla legge appena promulgata, Ogni persona maggiorenne in previsione di una futura malattia che la renda incapace di autodeterminarsi può, attraverso le Dat, le disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie preferenze sui trattamenti sanitari, accettare o rifiutare terapie e trattamenti, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali.

Queste le novità

CONSENSO INFORMATO - La legge stabilisce che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. Il consenso informato tra medico e paziente è espresso in forma scritta o, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Il consenso informato può essere revocato anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento, incluse la nutrizione e l'idratazione artificiali che, viene specificato nel testo, 'sono trattamenti sanitari', in quanto 'somministrati su prescrizione medica di nutrienti mediante dispositivi sanitari'.

ASSISTENZA PSICOLOGICA - Il medico, se il paziente rifiuta o rinuncia a trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, gli prospetta le conseguenze della decisione e le possibili alternative ed è tenuto a promuovere ogni azione di sostegno al paziente, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica.

POSSIBILE OBIEZIONE DI COSCIENZA MA OSPEDALE DEVE GARANTIRE ATTUAZIONE DAT - Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilita' civile o penale. Il paziente non puo' esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali. A fronte di tali richieste il medico non ha obblighi professionali quindi può rifiutarsi di dare corso alle Dat, tuttavia ogni azienda sanitaria pubblica o privata anche cattolica garantisce la piena e corretta attuazione dei principi della legge sul biotestamento.

DIVIETO DI ACCANIMENTO TERAPEUTICO - Nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati.

TERAPIA DEL DOLORE E SEDAZIONE PALLIATIVA PROFONDA - Il medico, avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente, deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico. A tal fine, e' sempre garantita un'appropriata terapia del dolore, con il coinvolgimento del medico di medicina generale e l'erogazione delle cure palliative In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico puo' ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente. Il ricorso alla sedazione palliativa profonda continua o il rifiuto della stessa sono motivati e sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

MINORI - Il consenso informato al trattamento sanitario del minore è espresso o rifiutato dai genitori o dal tutore tenendo conto della volonta' della persona minore, in relazione alla sua eta' e al suo grado di maturità e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore. La persona minore o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacita' di comprensione e di decisione. Deve ricevere informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità per essere messa nella condizione di esprimere la sua volontà. Nel caso in cui il rappresentante legale della persona interdetta o inabilitata oppure l'amministratore di sostegno, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento (DAT) o il rappresentante legale della persona minore rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare.

DAT - Ogni persona maggiorenne, capace di intendere e di volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonche' il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali.

FIDUCIARIO - Chi sottoscrive le Dat indica una persona di sua fiducia ('fiduciario) che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Il fiduciario deve essere una persona maggiorenne, capace di intendere e di volere. Il fiduciario può rinunciare alla nomina con atto scritto. L'incarico del fiduciario può essere revocato. Al fiduciario e' rilasciata una copia delle Dat. Nel caso in cui le Dat non contengano l'indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace le Dat mantengono efficiacia in merito alle convinzioni e preferenze del disponente. In caso di necessità, il giudice tutelare provvede alla nomina di un amministratore di sostegno

DAT DISATTESE IN CASO DI NUOVE TERAPIE - Il medico è tenuto al rispetto delle DAT le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico, in accordo con il fiduciario, qualora le Dat appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all'atto della sottoscrizione capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita.

REGISTRO REGIONALE DELLE DAT - Le regioni che adottano modalità telematiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio sanitario nazionale possono regolamentare la raccolta di copia delle Dat, compresa l'indicazione del fiduciario, e il loro inserimento nella banca dati, lasciando comunque al firmatario la libertà di scegliere se darne copia o indicare dove esse siano reperibili.

NIENTE BOLLO E TASSE SULLE DAT - Le Dat devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata o per scrittura privata consegnata dal disponente presso l'ufficio di stato civile del suo comune di residenza che provvede a inserirlo in un registro dove istituito o presso la struttura sanitaria che poi la trasmette alla regione. Le Dat tuttavia sono esenti dall'obbligo di registrazione, dall'imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa. Le Dat possono essere revocate con dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico con l'assistenza di due testimoni in casi di emergenza e urgenza.

DAT VIDEOREGISTRATE - Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Con le stesse modalità sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento.

PIANIFICAZIONE CONDIVISA DELLE CURE - Rispetto all'evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità. Anche in questo caso può essere indicato un fiduciario. L'atto di pianificazione delle cure può essere aggiornata al progressivo evolversi della malattia su richiesta del paziente o su suggerimento del medico.

FONTE: TgCom24
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08 dicembre, 2017

Salute, ansia e stress da lavoro al terzo posto fra le principali fonti di preoccupazione degli italiani

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Tormentati dall’ansia e dallo stress, legati soprattutto al lavoro, e impensieriti dalle malattie, gli italiani mettono la salute fra le loro preoccupazioni principali. Subito dopo le paure legate al terrorismo (47%) e alla precarietà del lavoro (43% che sale al 49% per i Millennials) c’è il timore di contrarre una malattia grave (41%), la diffusione di pandemie (36%) o più in generale di soffrire di salute precaria. La preoccupazione di non stare bene impensierisce più dell’instabilità finanziaria globale (26%) e del cambiamento climatico (23%). E a completare il quadro un italiano su tre pensa che il proprio stato di salute non sia “buono” ma solamente “medio”. È il ritratto che emerge dalla Consumer Attitude Survey, indagine realizzata dal gruppo assicurativo Aviva e condotta da Ipsos Mori sulla percezione della salute in 14 Paesi (Italia, Stati Uniti, Canada, Irlanda, Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia, Turchia, Cina, India, Hong Kong, Singapore e Indonesia).

Sono i malanni “fisici”, ma anche disturbi come ansia e stress che impensieriscono gli italiani. Il 40% ne ha sofferto nelle ultime quattro settimane, percentuale superata solo dagli indiani che arrivano al 60%. E la situazione è peggiorata nel 2017 rispetto al 2016, sia in Italia che negli altri Paesi.

Le cause? Il lavoro, dicono 2 italiani su 5.  Un malessere testimoniato anche dal fatto che c’è una fetta ampia, il 26%, che dichiara di non riuscire a staccare la spina quando non è in ufficio. Lo stress è però provocato soprattutto dall’insicurezza lavorativa, che tocca tutte le fasce di età ma per quasi la metà dei Millennials è la preoccupazione principale.

Il sogno degi italiani, in tema di salute, per i prossimi dodici mesi è proprio liberarsi dall’ansia, dallo stress e dalla depressione (33%) e dormire meglio (28%), più ancora che perdere peso e migliorare la propria forma fisica (25%).

Per quanto riguarda le cure, gli italiani le cercano online. Quando si sentono malati, prima ancora di rivolgersi ai medici, navigano in rete per informarsi su sintomi e patologie. Una propensione all’autodiagnosi online in cui ci superano solo turchi e indonesiani (rispettivamente 42 e 48%) e che ci accomuna agli irlandesi (39%). Ma per la propensione a leggere sui forum e social media le esperienze di altre persone con gli stessi sintomi e disturbi gli italiani detengono il primato.

Un ultimo dato riguarda le assicurazioni: a fronte di un’attenzione elevata sul fronte della salute meno di uno su dieci dei partecipanti al sondaggio di Aviva ha dichiarato di avere un prodotto assicurativo dedicato.

AUTRICE: Monica Zunino
FONTE: Repubblica.it
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07 dicembre, 2017

Sanità, deflagra la guerra fra ASL e medici di Continuità Assistenziale: "restituite le indennità decennali e usate le vostre auto gratuitamente" - "piuttosto visitiamo i pazienti in bicicletta" ...

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Abruzzo, Basilicata, Campania e prossimamente anche Calabria. Le aziende sanitarie di tutta Italia vanno al recupero coatto dei forfait giudicati illegittimi. Qualcuno risponde rifiutandosi di usare l'auto privata: le Asl hanno 7mila vetture che non mettono a disposizione. A Matera e Potenza ce ne sono 95 adibite "ad attività ispettiva di prevenzione umana e del benessere animale”, ma troppo vecchia per garantire la sicurezza

C’è chi va casa del paziente a piedi o si fa portare in auto dai parenti. Chi inforca la bicicletta, anche di notte, per una visita a domicilio come nell’Ottocento. Succede in Basilicata dove le guardie mediche da giorni sono scese letteralmente sul piede di guerra. Sulla loro testa, e sul portafogli, s’è abbattuto un gigantesco pasticcio: devono restituire le indennità accessorie che le Asl hanno versato per 10 anni – 5 euro l’ora circa per coprire i vari buchi della sanità lucana – come fossero una refurtiva e non il risultato di un accordo integrativo decentrato firmato in Regione da sindacati e parte pubblica tuttora in vigore, contemplato a sua volta nell’Accordo Collettivo Nazionale. Poco importa, ai medici tocca ora restituire anche 60-70mila euro. ​E non solo in Basilicata, perché la grana è esplosa anche in Abruzzo e Campania e sta arrivando in Calabria dopo che la Procura contabile nazionale ha contestato ratio e quantum di quelle identità che, solo per la Basilicata, avrebbero prodotto un danno all’erario di 18 milioni di euro. Così, mentre si ingrandisce il buco nero per i conti pubblici ​man mano che si contagia tutta l’Italia​, si impone il tema di garantire la continuità assistenziale, cosa che i medici si impegnano a fare non senza colorite (quanto risolute) proteste.

Il pasticcio nasce da lontano. Dal 2001 i medici addetti al servizio di guardia medica, ribattezzati oggi di continuità assistenziale, a fronte di sedi fortemente disagiate, montane, isolate, percepiscono, in aggiunta al compenso professionale previsto dall’ Accordo Collettivo Nazionale un’indennità di rischio pari a 3,5 e di 4 euro (dal 2008) lordi ora onnicomprensiva. E’ una voce integrativa regionale prevista dagli accordi decentrati, contemplati a loro volta nell’Accordo Collettivo Nazionale. In totale il medico di guardia che lavora di notte (orario di servizio 20 – 08) e nei giorni festivi (dalle 8 alle 20) percepisce la somma oraria complessiva lorda di 26 euro. Per cui da quasi 10 anni questi medici riescono a guadagnare, mediamente 2400 euro lordi al mese, che privati di tasse (circa 700 euro) e contributi previdenziali (circa 200 euro), si riducono a 1500 euro al mese, ma senza 13esima, senza diritto a indennità di malattia, senza diritto a ferie, senza copertura assicurativa professionale che deve essere stipulata da singolo medico. Ecco perché restituire queste somme fa imbestialire molti camici.

Appreso che le aziende sanitarie di Potenza e Matera avevano fermato le indennità e si apprestano a stilare un piano di recupero di quelle versate alcuni sono passati al contrattacco. Un centinaio secondo i sindacati, poche decine per i vertici dell’azienda sanitaria hanno inscenato una protesta dell’auto. In pratica hanno notificato formalmente la propria indisponibilità a coprire ulteriormente la mancanza di vetture di servizio usando la propria, giacché è proprio una delle voci sulle quali si sta abbattendo la scure. E come fanno? Non è mai finita da queste parti, vista anche l’orografia della regione che vuole tanti piccoli paesini a distanza di chilometri, la pratica dei parenti che prelevano il medico a casa o in ambulatorio e lo portano dal congiunto malato. Ma in gran voga torna anche la bici. “Che è un problema quando piove, ma un modo sano per conciliare rivendicazioni e responsabilità professionale”, racconta Pino Di Sario, medico di continuità assistenziale a Carbone, 614 abitanti in provincia di Potenza.

In Regione, dove è stato partorito il pasticcio, si spremono le meningi per garantire un ristorno ai camici che non incorra nella scure dei magistrati, ora che si è chiarito che non si può più usare forfettari generici ma ci si deve attenere a una corresponsione che abbia “una corrispondenza in atti tra l’indennità accessoria e il lavoro effettivamente svolto”, come dice il Direttore Generale Asp Potenza Giovanni Battista Bochicchio. Nel frattempo le Asl lucane vanno al recupero delle somme e ammoniscono i camici alla “responsabilità”, invitandoli a usare l’auto propria. E tuttavia passano all’incasso spogliandoli materialmente delle indennità incassate per anni. “Non possiamo fare altro – spiega Bochicchio – perché potremmo andare incontro a prescrizione e questo potrebbe essere imputato a noi come danno erariale”. Perché nulla cancella l’anomalia di partenza.

La procura contabile aprire tre filoni di indagine, uno a carico dei due dirigenti che hanno liquidato per anni le indennità, uno a carico del livello regionale dove è stato redatto l’accordo decentrato da cui discendono, un terzo a carico della giunta che ha deliberato quel tipo di accordo. Responsabilità penali e patrimoniali tutte da accertare ma di sicuro, per ora, gli unici a pagare un prezzo al “pasticcio” sono proprio gli incolpevoli medici che subiscono lo stop alle indennità e il recupero coatto di quelle erogate. E a fronte di tutto ciò devono pure metterci l’auto privata. Il 15 novembre è arrivata infatti una nota dell’Asl che intima loro di usarla, giacché nel contratto nazionale (in attesa di rinnovo da 9 anni) l’art. 72 dice che “spetta al medico, qualora l’azienda non sia in grado di assicurargli un mezzo di servizio, utilizzare il proprio in cambio di un rimborso forfettario pari al costo di un litro di benzina per ogni ora di attività, nonché adeguata copertura assicurativa”.

La guerra sull’auto porta a galla però un altro aspetto surreale della vicenda. Le Asl in realtà le auto per i medici le hanno eccome: 6436 secondo gli ultimi dati del ministero della Funzione pubblica, di cui 2.133 a noleggio senza conducente e 4.797 di proprietà. Restando in Basilicata ne risultano per l’esattezza 52 a Potenza e 43 a Matera, quindi pure in abbondanza rispetto alle poche decine di medici che non si sono piegati al perentorio richiamo della stessa Asl. Ma quelle auto, manco a dirlo, non vengono date ai medici che fanno assistenza ai pazienti. Lo spiega proprio il direttore generale dell’Asp Potenza: “Sono in uso ai due dipartimenti che si occupano di attività ispettiva di prevenzione umana e del benessere animale”, dice Bochicchio, ricordando anche che “si tratta di un parco auto ormai vecchio che in larga parte andrebbe sostituito per garantire la sicurezza ai medici”. La situazione è analoga in molte zone dello Stivale. “Noi ci stiamo ponendo il problema, ma dobbiamo individuare le risorse per acquisirne di nuove“, aggiunge il dg. “Certo, gli ispettori non le usano tutti i giorni e si potrebbero forse gestire in maniera diversa, ma ripeto quelle efficienti ormai sono davvero poche. L’accordo decentrato che consentiva un sereno utilizzo dell’auto privata del medico era funzionale a contenere anche questa spesa. Nella prossima programmazione aziendale si dovrà tenere conto che oggi sono intervenuti elementi nuovi, se i medici ritengono di non dover più aderire a un contratto come questo provvederemo diversamente”.

AUTORE: Thomas Mackinson
FONTE: Il Fatto Quotidiano
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04 luglio, 2017

Gran Bretagna, problemi per Google, app di monitoraggio pone a rischio la privacy di milioni di pazienti

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Di health care e salute non se ne interesserà solo Apple. Anche Google si butta a capofitto sul tema sfruttando l'acquisita DeepMind che sta testando in UK l'applicazione Streams. I primi test, seppur funzionali dal punto di vista medico, sono viziati da un'eccessiva leggerezza nel trattamento dei dati dei pazienti, sollevando non poche polemiche sul delicato tema della privacy. La ICO (Information Commisioner's Office) nel corso di un'indagine sull'operato della Royal Free NHS Foundation Trust di Londra (in partnership con DeepMind) ha rilevato forti lacune sul corretto trattamento dei dati di 1,6 milioni di pazienti inseriti in un gruppo test che ha fruito del di sistema di allerta, diagnosi e rilevazione per lesioni renali acute (Streams per l'appunto) dal 2015.

Elizabeth Denham, Commissario dell'ICO, ha affermato: "non c'è dubbio del grande potenziale che l'uso dei dati potrebbe avere sulla cura dei pazienti e sui miglioramenti clinici, ma il prezzo dell'innovazione non deve essere l'erosione dei diritti fondamentali della privacy. La nostra indagine ha trovato una serie di carenze nel modo in cui i dati registrati del paziente sono stati condivisi. I pazienti non si sarebbero ragionevolmente aspettati che le loro informazioni fossero usate in questo modo". Insomma una carenza di trasparenza che potrebbe ledere il paziente finale.

A questo punto l'Information Commisioner's Office ha chiesto alla Royal Free NHS Foundation Trust di "impegnarsi per apportare modifiche che risolveranno le carenze, e la loro cooperazione è benvenuta. La legge sulla protezione dei dati non è una barriera all'innovazione, ma deve essere considerata ovunque vengano utilizzati i dati delle persone".Nel dettaglio viene chiesto che venga rispettato il perimetro giuridico entro il quale DeepMind svolge i suoi progetti; stabilire come "Trust" ottempererà agli obblighi nei confronti dei pazienti; completare una valutazione dell'impatto sulla privacy, compresi specifici provvedimenti per garantire la trasparenza oltre che provvedere ad effettuare una revisione del processo condividendo con il Commissario i risultati.

Streams è un sistema regolarmente registrato presso la Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (MHRA) che integra differenti tipi di dati e risultati provenienti da una gamma di sistemi IT usati negli ospedali in grado di inviare un'allerta urgente verso uno smartphone gestito da personale medico. In questo modo è possibile attivare un aiuto clinico immediato, agevolato da una rapida diagnosi proveniente dai parametri recuperati dai macchinari in comunicazione. Il sistema è in test in alcune aziende ospedaliere del Regno Unito su pazienti con problemi renali, ma può essere facilmente adattato anche per pazienti con sepsi e complicanze del diabete.

La divisione Health di DeepMind è attiva da tempo nel sensibilizzare i pazienti sui vantaggi che possono trarre dalla tecnologia attraverso forum e sessioni didattiche e condivide l'importanza nel rispettare la privacy dei pazienti. Stessa collaborazione è giunta anche dall'ospedale Royal Free che fa sapere di essere più che disponibile nell'ascoltare e recepire le raccomandazioni delle istituzioni. Da qui in avanti è imprescindibile che legislazione e aziende tecnologiche siano allineate per evitare gravi rischi per l'utente, che visto il suo stato di degenza risulta in una posizione di particolare debolezza.

FONTE: Punto Informatico
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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