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AFORISMA DEL GIORNO

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01 ottobre, 2018

Premio Nobel 2018 per la Medicina a James Allison e Tasuku Honjo, fra i padri della immunoterapia antitumorale

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Il Premio Nobel per la Medicina 2018 è stato assegnato all'americano James P. Allison e al giapponese Tasuku Honjo. I due scienziati, attivi entrambi negli Stati Uniti, hanno effettuato ricerche sul freno naturale che riesce a bloccare l'avanzata dei tumori, sulle quali si basa l'immunoterapia. I due studiosi "hanno capito che si può stimolare il sistema immunitario per attaccare le cellule tumorali, un meccanismo di terapia assolutamente nuovo nella lotta ad un tipo di malattia che uccide ogni anno milioni di persone e che costituisce una delle più gravi minacce alla salute dell'umanità", si legge nelle motivazioni dell'Accademia.

Le ricerche di James P. Allison e Tasuku Honjo sono state una pietra miliare nella lotta contro i tumori perché per la prima volta hanno portato alla luce i meccanismi con i quali le cellule del sistema immunitario attaccano quelle tumorali.

Allison ha aperto la via a queste ricerche studiando le proteine che funzionano come un freno del sistema immunitario e intuendo le loro grandi potenzialità: manipolando il loro freno naturale sarebbe stato possibile aggredire i tumori con nuove armi.

Honjo ha segnato un altro passo lungo questa nuova strada scoprendo una proteina delle cellule tumorali che funziona anche come un freno, ma con un meccanismo d'azione diverso rispetto a quelli noti fino a quel momento. Entrambe le scoperte si sono tradotte nel tempo in nuovi approcci per la terapia contro i tumori che si stanno dimostrando molto promettenti.

«È importante che abbiano dato il premio e entrambi perché con la scoperta di questi circuiti negativi hanno aperto la strada all’identificazione di molecole cruciali per il progresso nelle terapie contro i tumori» spiega il professor Michele Maio, direttore del Centro di Immunoncologia dell’azienda ospedaliera universitaria Senese, uno dei maggiori esperti italiani in questo campo. «I due ricercatori hanno sostanzialmente intuito che esistono circuiti regolatori negativi da parte del sistema immunitario. Quando il sistema si attiva per eliminare per esempio virus o batteri, esprime proteine sulle membrane dei linfociti (Ctla-4) che si legano a un recettore che spegne l’attivazione dei linfociti T. Apparentemente non ha senso ma invece è importantissimo perché altrimenti avremmo linfociti continuamento attivati anche quando non c’è n’è più alcuna ragione. Si tratta di un meccanismo che ci evita un’infiammazione permanente. Da questa premessa Allison è partito per ipotizzare che bloccando l’interazione fra la proteina Ctla-4 e il suo recettore si sarebbe potuto de-attivare questo segnale di deattivazione del sistema immunitario. Lo ha fatto con un anticorpo monoclonale dimostrando che era effettivamente possibile mantenere un’attivazione del sistema immunitario per distruggere il tumore. Da qui si è arrivati ai primi farmaci usati a questo scopo nell’uomo nel 2011. Honjo, dal canto suo ha dimostrato la presenza di un’altra proteina, la Pd-1, e ha dimostrato che è in grado di mandare segnali negativi». In aggiunta il tumore può esprimere un recettore per la Pd-1 ,che consentono alle cellule del tumore stesso di eludere il riconoscimento da parte del sistema immunitario e quindi di continuare a riprodursi. L’immunoterapia contro i tumori agisce a questo livello, contrastando questi sistema chiave-serratura e impedendo così alle cellule tumorali di sfuggire alla cattura da parte di quelle del sistema immunitario.

La battaglia contro il cancro del resto ha registrato cambiamenti radicali negli ultimi anni. Le armi che si stanno studiando, e che già si cominciano a usare, sono capaci di riconoscere le sue trasformazioni e i suoi «piani»e agire di conseguenza. I ricercatori battono molte strade. C’è chi prova a tagliargli i rifornimenti con gli inibitori dell’angiogenesi (che impediscono di fabbricare nuovi vasi per procurarsi nutrimento). C’è chi studia bersagli stabili nelle sue cellule per «sparargli» proiettili precisissimi e chi «punta» a suoi processi biochimici specifici per sabotarli (con anticorpi monoclonali e terapie target). C’è chi affina la precisione della radioterapia e l’efficacia della chirurgia o dei farmaci tradizionali. C ’è poi chi cerca di «riconvertire» le cellule deviate, e chi prova a togliere i freni (che in sé sono utili) al sistema immunitario , in modo da scatenarlo senza remore contro il tumore, cercando al contempo di evitare che faccia danni al resto dell’organismo. Gli ultimi due, in estrema sintesi, sono i compiti che si danno gli studiosi che si occupano di immunoterapia dei tumori. Nel 2013 l’immunoterapia si era guadagnata il primo posto della top ten delle più importanti svolte scientifiche dell’anno. Nella classifica stilata ogni anno dall’Associazione Americana per il Progresso della Scienza e gli editori della prestigiosa rivista Science, l’immunoterapia era in cima alla lista delle scoperte fondamentali in virtù dei notevoli successi raggiunti in alcune sperimentazioni e nonostante mancassero ancora risultati definitivi e a lungo termine sulla sua efficacia curativa.



FONTE: Tgcom.it e Corriere.it
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09 ottobre, 2016

Nobel 2016 per la Medicina al biologo giapponese Ohsumi per la scoperta dell’autofagia cellulare, come la cellula "ricicla se stessa"

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Yoshinori Ohsumi, biologo giapponese, è il vincitore del Nobel per la Medicina, grazie ai suoi studi sul meccanismo dell’autofagia cellulare. «Le sue scoperte hanno portato a un nuovo paradigma nella nostra comprensione su come le cellule riciclino le sostanze di scarto - si legge nella dichiarazione dell'Assemblea dei Nobel, riunita al Karolinska Institute di Stoccolma - e hanno aperto la strada per apprendere l'importanza fondamentale dell'autofagia in molti processi fisiologici, come l'adattamento alla fame o la risposta alle infezioni».

L'autofagia è un insieme di processi programmati che la cellula mette in atto per distruggere parti di se stessa, liberandosi di tutte le sostanze inutili e consegnandole a un "reparto" specializzato nella loro distruzione, chiamato lisosoma. Si verifica in diversi contesti, sia fisiologici che patologici, ed è fondamentale durante lo sviluppo e il differenziamento cellulare. Nella crescita del sistema nervoso (periodo fetale) ogni neurone produce un gran numero di ramificazioni, ovvero connessioni con altri neuroni. Nella fase successiva si ha una potatura (pruning) dei rami ridondanti e quindi delle connessioni che si riducono moltissimo in numero. È durante questa fase di potatura che emergono le funzioni corrette. Un processo fondamentale: molte patologie sono oggi interpretate come risultato di un'alterazione dei processi di autofagia e per questo apre la possibilità di nuove strategie terapeutiche.

L'esistenza di questo meccanismo era stata ipotizzata fin dagli anni '60, ma solo le ricerche condotte negli anni '90 da Ohsumi hanno permesso di comprenderlo a fondo. Il biologo premiato con il Nobel è nato nel 1945 in Giappone, a Fukuoka. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Università di Tokyo nel 1974. Dopo aver trascorso tre anni negli Stati Uniti, nella Rockefeller University di New York, è tornato nell'Università di Tokyo, dove, nel 1988, ha istituito il suo gruppo di ricerca. Dal 2009 è professore presso il Tokyo Institute of Technology. «Sono estremamente onorato. Questo premio è la più grande fonte di gioia e soddisfazione per uno scienziato - ha dichiarato all'agenzia giapponese Kyodo -. Ai giovani vorrei dire che non tutta la ricerca scientifica può avere successo, ma è importante continuare la sfida». Oshumi ha pubblicato più di 180 articoli su riviste internazionali, a partire dal 1992. A Stoccolma riceverà un diploma, una medaglia d'oro e 8 milioni di corone (circa 830mila euro). «Il corpo umano ripete costantemente il processo di auto riciclaggio, o cannibalismo, creando un equilibrio assoluto tra formazione e disfacimento - ha spiegato lo studioso -. Fa parte del circolo della vita».

«Se consideriamo le cellule come una città osserviamo due regioni principali che servono per mantenere il bilancio di energia, da un lato le centrali di produzione (mitocondri), dall'altro il processo di eliminazione dei prodotti di scarto che vengono portati nelle "discariche" (i lisosomi) - spiega Francesco Cecconi, professore di Biologia dello sviluppo presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma Tor Vergata -. L'autofagia è appunto il processo che consente la consegna dei rifiuti ai lisosomi ed è regolato da microvescicole che trasportano il materiale, un po' come i camion della spazzatura. Se fotografiamo una cellula mentre è in atto questo processo vediamo appunto le vescicole (autofagosomi) trasportare parti della cellula stessa».

Gli studi sull'autofagia sono cominciati negli anni '60, grazie al biochimico belga Christian de Duve, Nobel per la Medicina nel 1974 insieme ad Albert Claude e George Emil Palade «per le scoperte sull'organizzazione strutturale e funzionale della cellula». «Allora si pensò che le vescicole "mangiassero" le parti di scarto, da qui il nome autofagia - aggiunge Cecconi -. In realtà si è poi scoperto che hanno solo funzione di trasportarle verso i centri di distruzione o riciclaggio. Ohsumi alla fine degli anni '90 ha capito il funzionamento del meccanismo studiando il lievito di birra (quello comunemente usato per fare il pane, ndr), un organismo unicellulare, e individuando i geni-chiave coinvolti». Il biologo è riuscito poi a dimostrare che lo stesso meccanismo che permetteva al lievito di liberarsi delle sostanze di scarto era presente in tutte le altre cellule, comprese quelle umane. Quali sono gli elementi che vengono eliminati? «Spesso si tratta di mitocondri danneggiati - spiega Cecconi - che, se lasciati nella cellula, produrrebbero radicali liberi in grande quantità, pericolosi per la salute dell'individuo. In altri casi gli scarti vengono riciclati: per esempio proteine di grandi dimensioni o molto resistenti. La scoperta di Ohsumi riguarda anche diverse malattie neurologiche, come il Parkinson e l'Alzheimer: gli aggregati che si formano dentro i neuroni vengono eliminati allo stesso modo, da autofagosomi e lisosomi. Nelle persone sane il processo funziona perfettamente, nei malati l'autofagia non riesce a rimuovere completamente gli aggregati. Per questo ci sono oggi linee di ricerca sul possibile potenziamento del meccanismo di auto-distruzione in presenza di determinate patologie». Esistono anche studi sull'autismo, secondo cui il meccanismo di base della malattia sarebbe un difetto del processo autofagico che porta alla potatura delle connessioni tra i neuroni, per cui nel soggetto autistico si troverebbero molte più connessioni del normale. Un difetto che potrebbe essere dovuto all'alterazione di uno o più geni.

Gli studi del biologo giapponese si sono rivelati utili anche contro i tumori. «Alcuni tipi di cancro presentano una mutazione nei geni dell'autofagia per cui il processo è malfunzionante, gli organelli danneggiati si accumulano e c'è una super produzione di radicali liberi - chiarisce Cecconi -. In altri tumori l'autofagia è efficiente ma al contrario, nel senso che aiuta le cellule tumorali a difendersi. Per questi ultimi casi si studia la possibilità di "spegnere" il meccanismo in modo selettivo, solo nelle cellule malate». Grazie alle ricerche di Ohsumi, è cambiato il punto di vista anche per lo studio della risposta alle infezioni. «Virus e batteri vengono spesso rimossi con questo sistema - sottolinea Cecconi -, anche se alcuni patogeni riescono a nascondersi alla vista dei nostri "camion della spazzatura". La scoperta è di fondamentale importanza e il Nobel era nell'aria da diversi anni. Oggi l'autofagia viene studiata da molti gruppi di ricerca, tra cui il nostro. Quando ho iniziato a lavorarci, nel 2000, mi chiedevo come sia possibile che il meccanismo sia rimasto sconosciuto per così tanti anni: si tratta di un fenomeno della biologia di base, l'ultimo ad essere rimasto ignoto all'uomo. Nei libri di testo compare solo da poco tempo». Dai primi anni 2000 il numero di articoli pubblicati nel mondo sull'autofagia è aumentato esponenzialmente, arrivando a 4.254 articoli su riviste internazionali nel solo anno 2015.

«Si tratta di un Nobel assolutamente meritato - ha commentato Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e docente di Humanitas University, a Radio3 Scienza -. Le nostre cellule fanno fagocitosi, ovvero mangiano pezzi di se stesse, giocando un ruolo fondamentale per le nostre difese. Da una parte questo meccanismo permette la pulizia della cellula, dall’altro permette alla cellula stessa di sostenersi in situazioni difficili». Per Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell'Università di Pavia, si tratta di «un riconoscimento fantastico alla ricerca di base». «L'autofagia è alla base di meccanismi fondamentali - spiega Redi -. Un processo importantissimo perché avviene in ogni tipo essere vivente complesso e in ogni fase, dall'embrione alla vecchiaia. È attivo in qualsiasi momento e, se si svolge in maniera sregolata, abbiamo lo sviluppo di una patologia».

Il Nobel segna per Ohsumi il culmine di una carriera costellata di titoli e riconoscimenti: sempre quest'anno il biologo ha ricevuto il prestigioso Wiley Prize in Scienze Biomediche, della Rockefeller University di New York. Nel 2015 aveva ricevuto altri tre premi: il Keio Medical Science Prize, assegnato ai ricercatori che hanno dato un contributo significativo alle scienze mediche o a quelle della vita; l'International Prize for Biology per l'eccezionale contributo al progresso della ricerca nella biologia fondamentale; il Gairdner Foundation International Award, assegnato da una fondazione canadese nel campo delle scienze mediche, considerato precursore del Nobel. In passato il biologo giapponese aveva ricevuto altri attestati, come il Fujihara Award, della Fujihara Foundation of Science (nel 2005), il Japan Academy Prize (2006) e il Kyoto Prize for Basic Science (2012).

 [Esplora il significato del termine: L’anno scorso il Nobel per la Medicina era stato assegnato al team composto dall’irlandese William C. Campbell e dal giapponese Satoshi Omura per le loro scoperte su una nuova terapia contro le infezioni causate da parassiti, e - a pari merito - alla cinese Youyou Tu, per le sue ricerche sulla cura della malaria. Il premio apre la settimana dei Nobel: seguono, a partire da martedì, quello per la Fisica, per la Chimica, per la Pace (l’unico assegnato a Oslo); lunedì 10 si torna a Stoccolma con il premio per l’Economia. Ultimo, il premio per la Letteratura che viene assegnato il 13 ottobre. ] L’anno scorso il Nobel per la Medicina era stato assegnato al team composto dall’irlandese William C. Campbell e dal giapponese Satoshi Omura per le loro scoperte su una nuova terapia contro le infezioni causate da parassiti, e - a pari merito - alla cinese Youyou Tu, per le sue ricerche sulla cura della malaria. Il premio apre la settimana dei Nobel: seguono, a partire da martedì, quello per la Fisica, per la Chimica, per la Pace (l’unico assegnato a Oslo); lunedì 10 si torna a Stoccolma con il premio per l’Economia. Ultimo, il premio per la Letteratura che viene assegnato il 13 ottobre.

FONTE: Corriere.it
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05 ottobre, 2015

Premio Nobel per la Medicina 2015 a tre grandi protagonisti nella lotta contro le parassitosi

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Sono due uomini e una donna i vincitori del Nobel per la Medicina 2015: l’irlandese William C. Campbell, il giapponese Satoshi Omura e la cinese Youyou Tu. I primi due sono stati premiati per le loro ricerche contro i nematodi, parassiti responsabili di diverse infezioni, la dottoressa Tu per aver scoperto nel 1972 una nuova terapia contro la malaria, l’artemisinina, oggi il farmaco antimalarico più usato al mondo. La scienziata cinese è la dodicesima donna a ricevere il Nobel per la Medicina: la prima è stata Gerty Cori nel 1947. I candidati al Nobel per la Medicina (tradizionalmente il primo dei premi assegnati ogni anno) erano 327, di cui 57 nominati per la prima volta. L’ammontare del premio è di 8 milioni di corone svedesi, ovvero 855mila euro, da dividere fra i tre scienziati.

«Accetto umilmente il premio, è un giorno molto felice»: sono state le prime parole di Satoshi Omura. «Ci sono molti ricercatori che hanno ottenuto moltissimi risultati - ha aggiunto -. Il mio lavoro non è stato condotto pensando che avrei vinto un Nobel, ma sono stato fortunato. E sono molto contento che quello in cui ho creduto si sia rivelato corretto», afferma. Omura ha ricordato un aneddoto riguardo all’origine degli studi che gli sono valsi il massimo riconoscimento scientifico: teatro della sua scoperta è stato «un campo da golf sul mare, fra erba, sabbia e legno», dove il ricercatore ha trovato il microrganismo che è alla base del farmaco rivelatosi in grado di ridurre l’incidenza delle due gravi parassitosi.

Quello assegnato oggi è un premio alla lotta contro le malattie della povertà, che colpiscono centinaia di milioni di persone ogni anno. Le ricerche sulle infezioni provocate da parassiti condotte da Campbell e Omura hanno infatti permesso di mettere a punto nuove armi contro malattie (come la cecità fluviale e la filariasi linfatica) che affligono un terzo della popolazione mondiale, concentrata in Africa sub-sahariana, Sud Asia e Centro-Sud America. La cinese Tu ha dato un enorme contributo alla lotta contro la malaria, grazie appunto alla scoperta dell’artemisina. «Quest’anno i premi Nobel hanno sviluppato terapie che hanno rivoluzionato la cura di alcune delle malattie parassitarie più devastanti», si legge in una nota del Karolinska Institutet di Stoccolma, che assegna i riconoscimenti. Due scoperte - rileva il comitato dei Nobel - che hanno fornito all’umanità nuove armi per combattere malattie debilitanti: le conseguenze in termini di miglioramento della salute umana e di riduzione della sofferenza sono «incommensurabili». Dopo decenni di progressi limitati nello sviluppo di terapie efficaci contro malattie come la cecità fluviale, la filariasi linfatica e la malaria, le scoperte degli scienziati insigniti del premio Nobel 2015 hanno cambiato radicalmente la situazione.

Le malattie causate da parassiti, bersaglio di nuove terapie messe a punto da Campbell e Omura, hanno rappresentato per millenni una piaga per l’umanità. E ancora oggi costituiscono un grave problema di salute globale nelle popolazioni più povere del mondo. Le terapie sviluppate da Campbell e Omura hanno rivoluzionato il trattamento di alcune delle più devastanti di queste patologie: hanno scoperto un nuovo farmaco, l’ivermectina, i cui derivati hanno abbassato radicalmente l’incidenza della cecità fluviale (o oncocerchiasi) e della filariasi linfatica e si sono dimostrati efficaci contro un crescente numero di altre patologie parassitarie. La cecità fluviale e la filariasi linfatica sono entrambe causate da vermi parassiti. Come suggerisce il nome, la prima porta a perdita della vista per un’infiammazione cronica della cornea. La filariasi linfatica (che colpisce oltre 100 milioni di persone) porta a gonfiore cronico, a sintomi clinici a lungo termine e a disabilità come l’elefantiasi (linfedema) e idrocele scrotale.

Satoshi Omura, 80 anni, nato nel 1935 nella prefettura di Yamanashi, ha sempre lavorato in Giappone ed è professore emerito nell’Università di Kitasato. Microbiologo esperto nell’isolamento di prodotti naturali, si è focalizzato su un gruppo di batteri, gli streptomyces, che vivono nel terreno e sono noti per produrre una pletora di agenti con attività antibatteriche (inclusa la streptomicina, scoperta dal premio Nobel 1952 Selman Waksman). Omura ha messo in piedi un inedito, eccezionale metodo per coltivare su larga scala e caratterizzare questi batteri e, grazie alle sue straordinarie abilità, ha isolato nuovi ceppi di streptomyces da campioni di terreno e li ha coltivati con successo in laboratorio. Ne ha selezionati 50 fra i più promettenti, con l’intento di analizzare più a fondo la loro attività contro microrganismi dannosi, e da questi ne ha scelto uno solo, da cui ha estratto, insieme a un team di lavoro della Merck di cui faceva parte anche Campbell, il principio attivo dell’Avermectin. Un antibiotico usato oggi da 300 milioni di persone ogni anno, una delle più importanti svolte farmacologiche per i Paesi in via di sviluppo, pari all’impatto che un secolo prima aveva avuto la penicillina. Decisivo il contributo dello stesso Campbell (85 anni), classe 1930, nato a Ramelton in Irlanda: dopo la laurea al Trinity College di Dublino, Campbell ha lavorato in America, all’Università del Wisconsin, al Merck Insitute for Therapeutic Research, e oggi è professore emerito alla Drew University di Madison, nel New Jersey. Campbell ha cominciato a studiare le colture di Omura, mostrando appunto che uno dei componenti era notevolmente efficace contro parassiti in animali domestici e di allevamento. L’agente bioattivo è stato purificato e chiamato avermectina, e successivamente modificato a livello chimico fino ad arrivare alla più efficace ivermectina. Questo farmaco è stato poi testato sull’uomo con successo.

Youyou Tu, 85 anni, è nata nel 1930 in Cina, dove ha condotto la carriera scientifica, e dal 2000 è ai vertici dell’Accademia di Medicina tradizionale cinese. Le sue ricerche hanno portato alla scoperta dell’artemisinina, medicinale che ha significativamente ridotto il tasso di mortalità dei pazienti colpiti da malaria (con milioni di vite salvate in Africa, Asia meridionale e Sud America), malattia provocata da un parassita trasmesso dalle zanzare, che provoca febbre e in casi gravi anche danni cerebrali e morte. Sono a rischio di contrarla oltre 3,4 miliardi di persone nelle zone più povere del mondo, con 450mila morti ogni anno. Fino alla metà del secolo scorso veniva curata tradizionalmente con clorochina o chinina, ma con scarso successo. Dagli studi della dottoressa Tu, immunologa ma anche esperta di medicina tradizionale e di erbologia (un ibrido per la prima volta premiato con il Nobel), è “nato” il nuovo farmaco contro la malaria, nato da erbe cinesi studiate e utilizzate da oltre 1.500 anni per curare le febbri. Le sue grandi scoperte nascono proprio dallo studio delle erbe: nel 1967, nonostante la sua avversione per gli scienziati, Mao Zedong avalla il progetto top secret ‘523’ per studiare le erbe tradizionali cinesi: la malaria era infatti la principale causa di morte in diverse province della Cina meridionale e si diffondeva sempre di più nel Vietnam del Nord, alleato di Mao, durante la guerra con il Vietnam del Sud. Tu svolge dunque i suoi studi in un periodo difficile: durante la rivoluzione culturale cinese i ricercatori erano relegati al gradino più basso della scala sociale e le denunce nei loro confronti era all’ordine del giorno. Nonostante questo, Tu si concentra sull’erbologia classica, visita in tutto il Paese gli anziani esperti, si focalizza su 380 estratti di erbe usati tradizionalmente contro la malaria. E i risultati arrivano nel 1969, quando la scienziata ha 39 anni.

Una di queste erbe, l’Artemisia annua, ottiene risultati verificabili sui topi: contrasta effettivamente la malaria, come sostenevano testi di medicina cinese vecchi di 1.600 anni. Yoyuyou Tu è stata anche la prima ad aver sperimentato il composto da lei stessa isolato: «Come capo del mio gruppo di ricerca, avevo io la responsabilità». Ma ci vogliono anni di tentativi: gli antichi testi prescrivevano di bollire l’erba, cosa che si rivela nociva. Nel 1972 Tu e i suoi colleghi ottengono finalmente, dopo vari tentativi di estrazione eliminando le tossine dell’erba, la sostanza pura, artemisinina o Qinghaosu: è il nuovo farmaco contro la malaria, che in 40 anni ha salvato milioni di vite. L’artemisinina rappresenta una nuova classe di agenti antimalarici che uccidono rapidamente i parassiti della malattia in uno stadio precoce del loro sviluppo, cosa che spiega la sua potenza senza precedenti. Oggi è usata in ogni parte del mondo e, in terapie combinate, riduce la mortalità di oltre il 20% in generale e del 30% nei bambini. Solo per l’Africa, ciò significa più di 100mila vite salvate ogni anno. Tra i numerosi premi vinti dalla Tu, l’Albert Einstein World Science Prize nel 1987 e l’Albert Lasker per la Medicina nel 2011, prima volta per un cinese.

«È un premio a chi ha lottato e dedicato una vita alle malattie tropicali neglette: l’oncocercosi, la filariasi linfatica e la malaria, fino ad arrivare a trovare farmaci che le hanno sconfitte e dato speranza a popolazioni che fino a quel momento erano abbandonate a loro stesse. E questo non può che fare piacere alla comunità di scienziati e medici» ha commentato Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di sanità. Per Massimo Andreoni, presidente della Simit (Società Italiana di malattie infettive e tropicali), «si tratta di un riconoscimento importantissimo che, come sempre accade, arriva dopo diversi anni dal momento della scoperta. L’esigenza del tempo, nasce per avere la prova provata che i farmaci funzionino».

Il genetista Edoardo Boncinelli fa notare che con il Nobel per la Medicina di quest’anno «si sono ricordati che il premio è intestato alla medicina e alla fisiologia e hanno assegnato il riconoscimento interamente a tre scienziati che hanno scoperto nuove medicine. Di solito, invece, si approfitta dell’occasione per premiare la biologia, la biochimica, la genetica». Carlo Alberto Redi, biologo all’Università di Pavia e accademico dei Lincei, parla di «un Nobel molto meritato, ma anche molto tardivo, assegnato a tre biologi che hanno salvato milioni di vite. E le cui ricerche sono un modello per gli studenti, perché dalla biologia di campo sono arrivate a quella sintetica nell’applicazione medica. Va bene essere cauti, ma mi sembra un po’ troppo».

Per Medici senza frontiere, infine, «il Nobel di quest’anno ha un grande valore simbolico. L’aspetto più bello è che segna un’inversione di tendenza: c’è finalmente la consapevolezza che la ricerca a vantaggio dei Paesi in via di sviluppo deve essere valorizzata», ha detto Stella Egidi, responsabile medico dell’organizzazione.

FONTE: Corriere.it
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06 ottobre, 2014

Nobel della Medicina 2014 ai scopritori del sistema di orientamento cerebrale

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Come facciamo a sapere dove siamo, come possiamo trovare il modo di andare da un posto all'altro? E come possiamo memorizzare queste informazioni in modo che, la prossima volta, possiamo subito ritrovare lo stesso percorso?. Lo hanno scoperto John O'Keefe, 75 anni, e i coniugi May-Britt, 51 anni, ed Edvard Moser, 53 anni, che per i loro studi sul cervello hanno appena ricevuto il Nobel per la Medicina 2014.

Sono stati premiati per la scoperta del sistema di cellule che permette di orientarci, come una specie di "Gps biologico". L'individuazione di questa sistema di cellule nervose risale al 2005 e costituisce 'una rete' che permette al cervello di avere costantemente le coordinate spaziali del luogo in cui si trova. Le loro scoperte, fa sapere l'Assemblea dei Nobel del Karolinska Institute, hanno contribuito a spiegare come il cervello crea "una mappa dello spazio che ci circonda e come possiamo muoverci in un ambiente complesso.  Un risultato che, ricorda l'Assemblea del Nobel, ha contribuito a risolvere un "problema che ha tenuto occupati per secoli filosofi e scienziati".
      
I coniugi norvegesi Edvard e May-Britt e Moser sono la quinta coppia sposata a conquistare un Nobel. Prima di loro, solo per fare un esempio, Marie e Pierre Curie che vinsero il premio Nobel per la chimica nel 1903 "per i loro studi sulle radiazioni". May-Britt è l'undicesima donna a ricevere il premio, e ha avuto la notizia del Nobel mentre si trovava all'università di Trondheim, in Norvegia. Gli scienziati si dividono in 2 parti (la prima a O'Keefe, la seconda al marito e alla moglie) un riconoscimento pari a 8 milioni di corone svedesi (oltre 880 mila euro).

Fu O'Keefe, angloamericano, a individuare nel 1971  il primo componente di questo sistema di posizionamento. Studiando dalla fine degli anni '60 ratti liberi di muoversi in una stanza, O'Keefe scoprì che nel cervello alcuni neuroni dell'ippocampo si attivavano quando l'animale assumeva una particolare posizione nello spazio. O'Keefe concluse dunque che queste "cellule di posizionamento" formavano una mappa della stanza. Più di 30 anni più tardi, i norvegesi May-Britt ed Edvard Moser, aggiunsero un altro componente chiave di questo sistema di posizionamento del cervello: identificarono un altro tipo di cellula nervosa, che chiamarono cellule griglia: esse generano un sistema coordinato e consentono un preciso posizionamento e percorso. Le loro successive ricerche hanno mostrato che cellule di posizionamento e cellule grigia rendono possibile determinare localizzare un luogo e poi muoversi.

Nato a New York nel 1939 ma con doppia nazionalità americana e inglese, O'Keefe è neuroscienziato e professore presso l'Istituto di Neuroscienze Cognitive e attuale direttore del Sainsbury. Nel 1967 ha conseguito un dottorato in Psicologia fisiologica alla McGill University in Canada per poi continuare la sua formazione all'University College di Londra.  Prima del Nobel, ha ricevuto diversi premi come quello della British Neuroscience Association per il suo contributo agli studi neuroscientifici del paese (2007) e il Gruber Prize in Neuroscienza (2008).

May-Britt Moser, norvegese, ha studiato psicologia all'Università di Oslo dove ha conosciuto Moser, suo futuro marito. Dopo il dottorato in neurofisiologia nel 1995, ha lavorato all'Università di Edimburgo e all'University College London, prima di trasferirsi nel 1996 alla Norwegian University of Science and Technologydi Trondheim. Ha ottenuto il titolo di Professore in Neuroscienza nel 2000 ed è attualmente direttrice del Centre for Neural Computation di Trondheim. Di nazionalità norvegese come la moglie, Moser ha ottenuto un dottorato di ricerca in neurofisiologia all'Università di Oslo  nel 1995 e ha lavorato sia all'Università di Edimburgo che nel laboratorio di O'Keefe all'University College di Londra. I Moser si sono trasferiti alla Norvegian University of Science and Tecnology di Trondheim nel 1996, dove due anni dopo Edvard è diventato professore. Moser è attualmente direttore del Kavli Institute for System Neuroscience in Trondheim.


FONTE: Repubblica.it
AUTRICE: Valeria Pini
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07 ottobre, 2013

Nobel della Medicina 2013 assegnato agli scopritori del meccanismo di trasporto "intravescicolare"

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Il premio Nobel per la Medicina è stato assegnato agli americani James Rothman, Randy Schekman e al tedesco Thomas Südhof, trapiantato da tempo negli Stati Uniti: i tre studiosi sono stati scelti per aver scoperto il meccanismo che regola il trasporto di molecole dentro le cellule, una «modalità di controllo estremamente precisa con cui le cellule organizzano il sistema di trasporto e distribuzione del proprio carico», si legge nella motivazione. Durante la cerimonia a Stoccolma, i tre scienziati hanno ricevuto il premio di 8 milioni di corone svedesi, pari a circa 900mila euro, che si suddivideranno. «Vincere il Nobel è eccitante, ma il momento in cui si fa una scoperta lo è di più - ha detto Rothman alla tv svedese -. È un’ebbrezza rarissima quella che prova uno scienziato quando scopre qualcosa di fondamentale e soprattutto di universalmente valido». E parlando del lavoro che gli è vaso il Nobel: «Non si tratta di una scoperta a cui siamo arrivati dall’oggi al domani. Gran parte di essa è stata raggiunta nel corso di molti anni, se non di decenni». Schekman ha avuto la notizia dalla moglie: «Sono saltato giù dal letto. Ho stretto mia moglie e continuavo a ripetere “Oh mio Dio, oh mio Dio”».

Quello del trasporto cellulare è un meccanismo delicatissimo da cui dipendono funzioni fondamentali, come l’attivazione delle fibre nervose o il ruolo degli ormoni nel metabolismo. Come in un grande porto o in una stazione, dove confluiscono continuamente mezzi carichi di merci, nelle cellule c’è un continuo viavai di molecole (ormoni, neurotrasmettitori, citochine, enzimi): tutte queste sostanze devono essere smistate verso la destinazione corretta all’interno della cellula o trasportate al di fuori delle cellule. E ogni passaggio deve avvenire al momento giusto. I cargo addetti al trasporto sono minuscole “bolle”, vescicole circondate da membrane che trasportano le molecole da un organello all’altro delle cellule o che fondono la loro membrana con quella della membrana esterna della cellula per trasportare le molecole all’esterno delle cellule stesse.

James E. Rothman, 63 anni, si è laureato ad Harvard nel 1976 ed è professore di Scienze Biomediche dell’Università di Yale e presidente del Dipartimento di Biologia Cellulare della stessa università. Ha cominciato a studiare le vescicole che trasportano le molecole nelle cellule dalla fine degli anni ‘70. Ha ricevuto il premio Louisa Gross Horwitz presso la Columbia University e il premio Lasker Albert per la ricerca medica di base. Rothman ha iniziato la sua carriera presso il Dipartimento di Biochimica dell’Università di Stanford nel 1978. È stato alla Princeton University dal 1988 al 1991, per poi fondare il Dipartimento di Biochimica e Biofisica Cellulare al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, di cui è stato vicepresidente. È membro della National Academy of Sciences.

Randy Wayne Schekman, 65 anni, è un biologo cellulare presso l’Università di Berkeley in California, ex caporedattore della prestigiosa rivista Proceedings of National Academy of Sciences. Ha studiato nell’Università della California a Los Angeles, dove si è laureato con il Nobel Arthur Kornberg. I suoi studi di laboratorio si sono concentrati sul processo di assemblaggio della membrana e del traffico vescicolare nelle cellule eucariote. Nel 2002 ha ricevuto il premio Albert Lasker per la ricerca medica di base e il Louisa Gross Horwitz Prize della Columbia University insieme a James Rothman proprio per la loro scoperta del «traffico» della membrana cellulare, processo che le cellule usano per organizzare le loro attività e comunicare con l’ambiente. Nel 2013 è stato eletto membro straniero della Royal Society ed è socio dell’Accademia dei Lincei.

Thomas C. Südhof, 58 anni, è un biochimico noto per i sui studi sulla trasmissione sinaptica. Ha studiato Neurochimica nell’Università Georg-August, in Germania. Si è trasferito negli Stati Uniti nel 1983 e in particolare nell’Università del Texas, dove ha lavorato con i Nobel Michael Brown e Joseph Goldstein, premiati entrambi per la Medicina nel 1985. Nel 2008 si è trasferito alla Stanford University dove insegna Fisiologia Cellulare e Molecolare, Psichiatria e Neurologia.

È d’accordo sulla tripla assegnazione del premio Edoardo Boncinelli, genetista all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, secondo cui gli studi dei tre Nobel «rappresentano le fondamenta per chiarire i meccanismi cruciali nel funzionamento delle cellule e per contrastare un gran numero di patologie, come la fibrosi cistica e molte malattie del sistema nervoso». Boncinelli paragona l’importanza delle scoperte dei tre scienziati ai semafori in città: sono cioè fondamentali. Giuseppe Novelli, genetista e neo rettore dell’Università Tor Vergata di Roma, sottolinea che «è sulla base degli studi condotti da Schekman, Südhof e Rothman che oggi si poggiano le ricerche su alcune patologie come l’Alzheimer e il Parkinson, ma anche le ricerche che spiegano come nascono le emozioni». Silvio Garattini, direttore dell’Irccs di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, sottolinea che il meccanismo di trasporto delle cellule è «fondamentale anche per capire il meccanismo d’azione di molti farmaci, e per scoprirne e svilupparne di nuovi, perché le vescicole-navicella possono anche diventare bersagli per lo sviluppo di nuove medicine». Per Clara Balsano direttore dell’Istituto di Biologia e Patologia molecolari del Cnr, la scoperta dei tre Nobel è «tra le più significative degli ultimi anni e ci permetterà di fare grossi progressi, non solo per curare patologie come l’Alzheimer, la schizofrenia, l’autismo, ma anche per contrastare le patologie che più affliggono i nostri tempi, ovvero le degenerazioni tumorali».

FONTE: Corriere Salute
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30 dicembre, 2012

E' morta Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina

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E' morta la scienziata e senatrice a vita Rita Levi Montalcini. Il premio Nobel per la medicina si è spenta nella sua abitazione a Roma in via di Villa Massimo. Aveva 103 anni ed era nata a Torino. E' stata una delle scienziate più ammirate e celebrate del panorama scientifico italiano a livello mondiale. Negli anni cinquanta le sue ricerche la portarono alla scoperta e all'identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, è stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Il 1º agosto 2001 è stata nominata senatrice a vita "per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale". È stata socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche ed è stata tra i soci fondatori della Fondazione Idis-Città della Scienza.

Nata in una famiglia ebrea sefardita, figlia di Adamo Levi, ingegnere elettrotecnico e matematico, e della pittrice Adele Montalcini, e sorella di Gino (1902–1974), scultore e architetto noto negli anni trenta, e Anna (1905–2000), nel 1909 Rita nacque insieme alla sorella gemella Paola (1909–2000), nota pittrice. In merito alla propria educazione familiare, scriverà: « La mancanza di complessi, una notevole tenacia nel perseguire la strada che ritenevo giusta e la noncuranza per le difficoltà che avrei incontrato nella realizzazione dei miei progetti, lati del carattere che ritengo di aver ereditato da mio padre, mi hanno enormemente aiutato a far fronte agli anni difficili della vita. A mio padre come a mia madre debbo la disposizione a considerare con simpatia il prossimo, la mancanza di animosità e una naturale tendenza a interpretare fatti e persone dal lato più favorevole. Questo atteggiamento, che si manifestò anche più spiccatamente in mio fratello Gino, mi colpì sin dall'infanzia e determinò, almeno in parte, l'incondizionata ammirazione che avevo nei suoi confronti.»

Entrambi i genitori erano molto colti e instillarono nei figli il proprio apprezzamento per la ricerca intellettuale. Trascorse l'infanzia e l'adolescenza in un ambiente sereno, sebbene dominato da una concezione tipicamente vittoriana dei rapporti con i genitori e dei ruoli femminili e maschili e dalla forte personalità del padre convinto che una carriera professionale avrebbe interferito con i doveri di una moglie e di una madre. Nonostante l'opinione del padre, decise nell'autunno del 1930 di studiare medicina all'Università di Torino; la scelta di medicina fu determinata dal fatto che in quell'anno si ammalò e morì di cancro la sua amata governante.

All'età di vent'anni entrò nella scuola medica dell'istologo Giuseppe Levi (padre di Natalia Ginzburg), dove cominciò gli studi sul sistema nervoso che avrebbe proseguito per tutta la vita. Ebbe come compagni universitari due futuri premi Nobel, Salvador Luria e Renato Dulbecco. Tutti e tre furono studenti di Giuseppe Levi verso il quale si sentirono in debito per la formazione in scienze biologiche e per aver insegnato loro come affrontare i problemi scientifici in modo rigoroso, in un momento in cui tale approccio era ancora abbastanza inusuale; fu lo stesso Levi a introdurre in Italia il metodo di coltivazione in vitro.

Nel 1936 il rettore dell'Università di Torino, Silvio Pivano, le conferì la laurea in Medicina e Chirurgia con 110 e lode, successivamente si specializzò in neurologia e psichiatria, ancora incerta se dedicarsi completamente alla professione medica o allo stesso tempo portare avanti le ricerche in neurologia.

Nel 1938 Benito Mussolini pubblicò il “Manifesto per la difesa della razza” firmato da dieci scienziati italiani, cui fece seguito la promulgazione di leggi razziali di blocco delle carriere accademiche e professionali a cittadini italiani non ariani. In quanto ebrea sefardita, Rita fu costretta a emigrare in Belgio con Giuseppe Levi, sebbene stesse ancora terminando gli studi specialistici di psichiatria e neurologia. Sino all'invasione tedesca del Belgio (primavera del 1940), fu ospite dell'istituto di neurologia dell'Università di Bruxelles dove continuò gli studi sul differenziamento del sistema nervoso.

Poco prima dell'invasione del Belgio tornò a Torino, dove, durante l'inverno del 1940, allestì un laboratorio domestico situato nella sua camera da letto per proseguire le sue ricerche, ispirate da un articolo di Viktor Hamburger del 1934 che riferiva sugli effetti dell'estirpazione degli arti negli embrioni di pulcini. Il suo progetto era appena partito quando Giuseppe Levi, scappato dal Belgio invaso dai nazisti, ritornò a Torino e si unì a lei, diventando così, con suo grande orgoglio, il suo primo e unico assistente. Il loro obiettivo era quello di comprendere il ruolo dei fattori genetici e di quelli ambientali nella differenziazione dei centri nervosi. In quel laboratorio Rita Levi-Montalcini scoprì il meccanismo della morte di intere popolazioni nervose nelle fasi iniziali del loro sviluppo, fenomeno riconosciuto solo tre decenni più tardi (1972) e definito con il termine apoptosi. Il pesante bombardamento di Torino a opera delle forze aeree angloamericane nel 1941 rese indispensabile abbandonare la città e la Montalcini si rifugiò nelle campagne di un paese dell'Astigiano, dove ricostruì il suo mini laboratorio e riprese gli esperimenti. Nel 1943 l'invasione dell'Italia da parte delle forze armate tedesche li costrinse ad abbandonare il loro rifugio ormai pericoloso. L'8 settembre 1943, il fratello Gino si sposò e, dopo un breve viaggio di nozze a Oropa, decise di portare nel sud Italia tutta la famiglia: la madre, la giovane moglie e le sorelle. Iniziò un pericoloso viaggio che si concluse a Firenze, ospiti della famiglia Mori, la cui figlia, pittrice, era amica di Paola.

I Levi-Montalcini restarono a Firenze, divisi in vari alloggi, sino alla liberazione della città, cambiando spesso abitazione per non incorrere nelle deportazioni. Una volta furono salvati da una domestica, che li fece scappare appena in tempo. A Firenze, Rita fu in contatto con le forze partigiane del Partito d'Azione e nel 1944 entrò come medico nelle forze alleate.

Nell'agosto 1944 gli Alleati costrinsero i tedeschi a lasciare Firenze; la Montalcini divenne medico presso il Quartier Generale anglo-americano e venne assegnata al campo dei rifugiati di guerra provenienti dal Nord Italia, trattando le epidemie di malattie infettive e di tifo addominale. Qui si accorse però che quel lavoro non era adatto a lei, in quanto non riusciva a costruire il necessario distacco personale dal dolore dei pazienti. Lavoro da lei stessa definito difficile e penoso per il diffondersi delle epidemie: « Era in corso un'epidemia di tifo, i malati morivano a decine. Facevo di tutto, il medico, l'infermiera, la portantina. Giorno e notte. È stato molto duro e ho avuto fortuna a non ammalarmi. » (Rita Levi-Montalcini)

Dopo la guerra tornò dalla famiglia a Torino dove riprese gli studi accademici e allestì un laboratorio di fortuna casalingo in una collina vicino ad Asti. I suoi primi studi (degli anni 1938-1944) erano stati dedicati ai meccanismi di formazione del sistema nervoso dei vertebrati. Con il maestro Giuseppe Levi, iniziò a fare ricerca negli embrioni di pollo attraverso i quali approfondì le ricerche sulle correlazioni nello sviluppo tra le varie parti del sistema nervoso e si rivolgeva allo studio dello sviluppo dei neuroni isolati da vari elementi del tessuto cerebrale dell'embrione, giungendo a diversi risultati pubblicati su riviste scientifiche internazionali.

Nel 1947 il biologo Viktor Hamburger, al quale si era ispirata per molti suoi lavori, la invitò a St. Louis, a prendere la cattedra di docente del corso di Neurobiologia al Dipartimento di zoologia della Washington University. Tra le altre cose continuò le ricerche embrionali sulle galline portando sul terreno sperimentale il problema delle relazioni tra neurosviluppo e periferia organica. Innestando in embrioni di pollo frammenti di speciali tumori, poté osservare il prodursi di un "gomitolo" di fibre nervose a carico delle cellule gangliari, deducendone l'ipotesi di un fattore chimico, liberato dal tessuto ospite e attivo sullo sviluppo dei neuroni. Tra la fine del 1950 e il 1951, agganciandosi alle ricerche dell'embriologo Elemer Bueker, delineò l'idea di un agente promotore della crescita nervosa, presentando nel dicembre 1951 presso la New York Academy of Sciences la sua tesi che cercava di spiegare la differenziazione dei neuroni e la crescita di fibre nervose, l'esistenza di fattori liberati da altre cellule capaci di controllare questa differenziazione. La tesi venne approfondita e precisata con nuove esperienze, condotte nel 1952 con la cultura in vitro all'Istituto di biofisica dell'università di Rio de Janeiro, in collaborazione con Hertha Mayer.

Certa di rimanere negli Stati Uniti solo pochi mesi, quella che doveva essere una breve permanenza si rivelò poi una scelta trentennale. Fino al 1977 rimase negli USA, dove realizzò gli esperimenti fondamentali che la condussero, nel 1951-52, durante la sperimentazione di un trapianto di tumore di topo sul sistema nervoso dell'embrione di un pulcino, alla scoperta del fattore di crescita nervoso, una proteina che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche.

Nel 1954, continuando nelle analisi in vitro e in collaborazione col suo allievo biochimico Stanley Cohen, giunse all'isolamento di una frazione nucleoproteica tumorale e all'identificazione di tale sostanza presente in quantità ingenti nel veleno dei serpenti e nella ghiandola salivare dei topi: una proteina che viene sintetizzata da quasi tutti i tessuti e in particolare dalle ghiandole esocrine, con cui meglio accertò la molecola proteica tumorale chiarificandone i meccanismi di crescita e di differenziazione cellulare. Designata come Nerve Growth Factor (NGF), essa si sarebbe dimostrata attiva sul differenziamento, il trofismo e il tropismo di determinati neuroni del sistema nervoso periferico e del cervello. La loro ricerca è stata di fondamentale importanza per la comprensione della crescita delle cellule e organi e svolge un ruolo significativo nella comprensione del cancro e di malattie come l'Alzheimer e il Parkinson.

Questa scoperta "andava contro l'ipotesi dominante nel mondo scientifico che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni". Sviluppi successivi poterono chiarire appieno il significato di questa scoperta: alcune cellule del sistema simpatico sono stimolate dall'organo di cui regolano l'attività, una maggior richiesta è in grado di modificare in senso ipertrofico le cellule di questo sistema. Dopo aver sperimentato che, trattando alcuni topi con un siero anti-NGF, questi presentavano gravi problemi neuroendocrini, dovuti ad alterazioni irreversibili dell'ipotalamo, Rita Levi-Montalcini lo utilizzò per controllare la crescita dei tumori delle cellule nervose.

Nel 1956 venne nominata professoressa associata e nel 1958 professoressa ordinaria di zoologia presso la Washington University di St. Louis e, nonostante inizialmente volesse rimanere in quella città solo un anno, vi lavorò e vi insegnò fino al suo pensionamento, avvenuto nel 1977. Per circa trent'anni fece le ricerche sull'NGF e sul suo meccanismo d'azione, per le quali nel 1986 ricevette il Premio Nobel per la medicina insieme al suo studente biochimico Stanley Cohen. Nella motivazione del Premio si legge: «La scoperta dell'NGF all'inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell'organismo».

La scienziata devolse una parte dell'ammontare del premio alla comunità ebraica, per la costruzione di una nuova sinagoga a Roma. Nel 1987 ricevette dal Presidente Ronald Reagan la National Medal of Science, l'onorificenza più alta del mondo scientifico statunitense.

Durante la carriera negli Stati Uniti, lavorò assiduamente anche in Italia: fondò un gruppo di ricerche e dal 1961 al 1969 diresse il Centro di Ricerche di neurobiologia creato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Roma) presso l'Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l'Istituto di Biologia della Washington University, e dal 1969 al 1979 rivestì la carica di Direttrice del Laboratorio di Biologia cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Dopo essersi ritirata da questo incarico "per raggiunti limiti d'età" proseguì i suoi studi come ricercatrice e fu Guest professor dal 1979 al 1989. Nel 1983 fu chiamata a ricoprire anche la posizione di presidente dell'Associazione Italiana Sclerosi Multipla, poiché, nonostante i lunghi soggiorni negli Stati Uniti, non smise di seguire le ricerche su questa patologia.

Dal 1989 al 1995 lavorò presso l'Istituto di neurobiologia del CNR con la qualifica di "superesperto", concentrandosi sullo spettro di azione dell'NGF. Dal 1993 al 1998 presiedette l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, istituzione che è riuscita a rilanciare in quegli anni. Nel 1999 è stata nominata ambasciatrice dell'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) dal direttore generale Jacques Diouf, per contribuire alla sua campagna contro la fame nel mondo-

È stata membro delle maggiori accademie scientifiche internazionali, come l'Accademia Nazionale dei Lincei per la classe delle Scienze Fisiche, la Pontificia Accademia delle Scienze (prima donna ammessa), l'Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, la National Academy of Sciences statunitense e la Royal Society. È stata inoltre Presidente onoraria dell'Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Ha collaborato con l'Istituto Europeo di Ricerca sul Cervello (Fondazione EBRI, European Brain Research Institute), da lei fondato nel 2001 e presso il quale ha proseguito, fino a poco tempo prima di morire, la sua attività di ricerca, affiancata da un costante impegno in campo sociale e politico e sostanziata dalla profonda riflessione etica che ne ha animato l'intero percorso di vita.

Levi-Montalcini ha sempre affermato di sentirsi una donna libera. Cresciuta in «un mondo vittoriano, nel quale dominava la figura maschile e la donna aveva poche possibilità», ha dichiarato d'averne «risentito, poiché sapevo che le nostre capacità mentali - uomo e donna - son le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio».

Ha rinunciato per scelta a un marito e a una famiglia per dedicarsi interamente alla scienza. Riguardo alla propria esperienza di donna nell'ambito scientifico, ha descritto i rapporti coi collaboratori e studiosi sempre amichevoli e paritari, sostenendo che le donne costituiscono al pari degli uomini un immenso serbatoio di potenzialità, sebbene ancora lontane dal raggiungimento di una piena parità sociale.

La prima metà degli anni settanta l'ha vista partecipe dell'attività del Movimento di Liberazione Femminile per la regolamentazione dell'aborto.

Rita Levi-Montalcini ha sovente lavorato con giovani attraverso progetti del CNR. Da un'indagine del 2006, effettuata dalla Tns Infratest, la sua credibilità la pone in testa alla classifica dei migliori testimonial.

Alla base di questa volontà di confronto con i giovani vi è una profonda fiducia nelle capacità innovative dell'uomo. Ha più volte affrontato il tema del rapporto tra le nuove generazioni e lo sviluppo tecnologico, del quale ha descritto anche i limiti:
« Oggi, rispetto a ieri, i giovani usufruiscono di una straordinaria ampiezza di informazioni; il prezzo è l’effetto ipnotico esercitato dagli schermi televisivi che li disabituano a ragionare (oltre a derubarli del tempo da dedicare allo studio, allo sport e ai giochi che stimolano la loro capacità creativa). Creano per loro una realtà definita che inibisce la loro capacità di “inventare il mondo” e distrugge il fascino dell’ignoto. »
(Rita Levi-Montalcini)

Negli incontri coi giovani, emerge l'invito a non concentrare l'attenzione solo su sé stessi, a partecipare ai problemi sociali e fare proposte volte al miglioramento del mondo attuale.
Ai giovani ricercatori ha ripetutamente suggerito l'esperienza all'estero per poi tornare in Italia, convinta che risieda in loro il futuro della ricerca e dell'innovazione scientifica del paese.

Nel 2009, giungendo all'età di cento anni, è stata la prima tra le vincitrici e i vincitori del premio Nobel a varcare il secolo di vita. È stata altresì la più anziana tra i senatori e senatrici a vita in carica nonché della storia repubblicana italiana. Più anziano di lei fu il Senatore del Regno Giovanni Battista Borea d'Olmo, vissuto fino all'età di 105 anni. In occasione del compimento dei cento anni ebbe modo di dichiarare: "Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente".

FONTE: Wikipedia

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