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AFORISMA DEL GIORNO

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12 marzo, 2018

Sclerosi Multipla: l'EMA blocca la vendita del farmaco Zinbryta dopo 12 casi di meningoencefalite

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Sospensione immediata della autorizzazione alla vendita e richiamo di tutti i lotti da farmacie e ospedali in Europa per Zinbryta, farmaco a base di daclizumab beta usato per il trattamento della sclerosi multipla: è la misura raccomandata dall’Agenzia europea del farmaco (Ema), dopo 12 casi di gravi infiammazioni cerebrali, con encefalite immunomediata e meningoencefalite - di cui tre mortali - segnalati nel mondo. In Italia i pazienti trattati con questo farmaco, confermano dall’Agenzia italiana del farmaco, sono circa 50.

Daclizumab è un anticorpo monoclonale IgG1 umanizzato, che si lega a CD25 (IL-2Rα) e inibisce il legame tra IL-2 e CD25. Daclizumab modula il segnale dell’IL-2 bloccando il segnale del recettore dell’ IL-2 ad alta affinità, CD25-dipendente, con conseguente disponibilità di maggiori livelli di IL-2 per il segnale attraverso il recettore dell’IL-2 ad affinità intermedia. Gli effetti fondamentali di tale modulazione della via del segnale dell’IL-2, potentialmente correlati, nella SM, agli effetti terapeutici di daclizumab, comprendono l'antagonismo selettivo delle risposte delle cellule-T attivate, e l'espansione delle cellule immunoregolatorie CD56 bright “ natural killer” (NK), che hanno mostrato di diminuire selettivamente i linfociti T attivati. Si ritiene che tali effetti immunomodulatori di daclizumab possano contribuire alla riduzione della patologia del SNC nella sclerosi multipla e possano, pertanto, ridurre le recidive e la progressione della disabilità.

I primi dati sembrano indicare che le infiammazioni possono essere collegate al farmaco. L’indicazione ai medici è di contattare immediatamente i pazienti in cura con questo medicinale per interrompere il trattamento e proporre alternative, seguendoli con esami specifici per almeno 6 mesi dopo la fine della terapia. La maggior parte dei 12 pazienti che ha sofferto di queste gravi reazioni ha riportato sintomi dopo 8 mesi dall’inizio del trattamento. I pazienti che stanno prendendo questo farmaco, precisa l’Agenzia europea del farmaco, devono chiamare subito il proprio medico, sospenderne l’assunzione e riferire se hanno avuto sintomi come febbre, forti mal di testa, nausea, ittero e vomito. La stessa azienda farmaceutica (Biogen Idec Ltd) ha già chiesto volontariamente il ritiro dell’autorizzazione alla vendita e informato l’Ema dell’intenzione di fermare gli studi clinici. La raccomandazione dell’Ema dovrà ora essere inviata alla Commissione europea per diventare legalmente vincolante.

Zinbryta era stato autorizzato nel 2016 e finora circa 8mila pazienti sono stati trattati nel mondo. In Europa la maggior parte sono in Germania. Si tratta di un anticorpo monoclonale indicato per il trattamento di pazienti adulti con sclerosi multipla, nelle forme recidivanti che hanno avuto una risposta inadeguata ad almeno due terapie e per i quali è controindicato il trattamento con qualsiasi altra terapia. In Italia il farmaco «non ha avuto una grande diffusione. È considerato un farmaco di terza linea, cioè viene usato dopo il fallimento di altri trattamenti - precisa Giancarlo Comi, direttore della divisione di Neurologia dell’ospedale San Raffaele di Milano -. E questo anche perché, fin dall’inizio, le agenzie regolatorie avevano individuato per questo farmaco dei fattori di rischio, che ne hanno limitato l’uso, nonostante la buona efficacia terapeutica».

Dopo una revisione per verificare gli effetti della terapia sul fegato, nel 2017 (cioè un anno dopo il suo arrivo sul mercato), il suo uso era stato limitato alle persone che avessero provato almeno altri due trattamenti, o che non potessero assumerne altri. «Oltre ai problemi al fegato sono emerse ora reazioni infiammatorie al sistema nervoso, che hanno portato a questi ultimi provvedimenti - prosegue Comi -. I rischi e i benefici di un farmaco emergono attraverso la sua osservazione protratta nel tempo, non solo con le sperimentazioni cliniche, soprattutto per i farmaci innovativi». In Italia sono circa 100mila i malati di sclerosi multipla. «Una malattia in espansione, soprattutto fra le donne - conclude Comi -, che rappresenta un problema di sanità pubblica. Lo sviluppo delle nuove terapie tuttavia, se la diagnosi della malattia viene fatta precocemente, ci permette oggi di essere ottimisti sulla sua gestione».

FONTE: Corriere Salute
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10 giugno, 2015

Italia, primo caso di cordoma in paziente pediatrico curato con la radioterapia a protoni

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Una bambina di 9 anni che soffre di cordoma, un tipo di tumore raro che di solito si sviluppa nel sacro o nella base cranica, cioè ai due estremi della colonna vertebrale, con un'incidenza dello 0,5 per milione di persone, ha iniziato per la prima volta in Italia un trattamento con protonterapia, una forma di radioterapia basata su fasci di protoni, anziché di fotoni, più precisa e meno dannosa per i pazienti.

E' la prima paziente pediatrica in Italia e ciò è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari (APSS) di Trento - Ospedale Santa Chiara, dove la piccola è ricoverata per il trattamento innovativo, possibile nel nostro paese oltre che a Trento solo a Pavia. Questo tipo di terapia era finita sotto i riflettori in seguito alla vicenda del piccolo Ashya King, malato di tumore al cervello e protagonista di una complessa vicenda giudiziaria, portato via dei genitori dall'Inghilterra per essere trattato a Praga.

Nel mondo ci sono solo 48 centri che utilizzano questa terapia: il tumore viene colpito con fasci di particelle subatomiche (protoni) prodotti da un acceleratore simile, con le debite proporzioni, a quello del Cern di Ginevra. Gli studi ne dimostrano l'efficacia anche per i tumori pediatrici con minori effetti tossici a lungo termine che, soprattutto nel caso dei bambini, possono portare allo sviluppo di altre patologie, anche gravi.

La paziente ha già percorso un complesso percorso con l'asportazione chirurgica di una porzione del tumore che aveva alla base del cranio. L'equipe del professor Franco Locatelli, responsabile dell'Oncologia pediatrica del Bambino Gesù, ha deciso di sottoporla al nuovo metodo. La classica radioterapia, infatti, avrebbe avuto effetti collaterali troppo pericolosi tenendo conto della zona su cui sarebbero stati diretti i fasci radianti. In tutto saranno effettuate 41 trattamenti (dal lunedì al venerdì) per un totale di circa 2 mesi di cure.

"La tecnica, soprattutto nei bambini, comporta meno effetti collaterali a lungo termine e risparmiare quanto più possibile i tessuti sani che non sono stati colpiti dal tumore - spiega la dottoressa Angela Mastronuzzi, neuro-oncologa pediatra del Bambino Gesù - perchè i protoni rilasciano energia direttamente nella sede del tumore. Negli Stati Uniti è usata già da molti anni per il trattamento dei pazienti pediatrici, soprattutto di quelli affetti da tumori del sistema nervoso centrale". È importante però sottolineare che la protonterapia, da sola, non può essere risolutiva.

"Il centro di Trento ha iniziato la sua attività alla fine del 2014 trattando già un buon numero di pazienti adulti con sicurezza, cosa che ci ha spinto a sviluppare l'approccio proposto dai colleghi del Bambin Gesù - dice il dottor Maurizio Amichetti, Direttore del centro di Trento - dopo un confronto che ci ha permesso di analizzare le numerose e complesse caratteristiche di un caso estremamente difficile da affrontare".

FONTE: Repubblica.it
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15 aprile, 2015

Alzheimer: da studi sull'arginasi una nuova speranza per i pazienti

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Nell'Alzheimer, alcune cellule del sistema immunitario cerebrale iniziano a produrre grandi quantità di un enzima che degrada l'arginina, un amminoacido importante per il corretto funzionamento dei neuroni. Bloccando l'attività di questo enzima è possibile rallentare, almeno nel modello animale, lo sviluppo della malattia.

Una delle concause dell'Alzheimer è lo sviluppo di cellule immunitarie anomale, che all'interno del cervello iniziano a consumare in maniera abnorme l'arginina, un amminoacido che concorre a una corretta espressione dei geni. A scoprirlo sono alcuni ricercatori della  Duke University, che in un articolo pubblicato sul “Journal of Neuroscience” hanno dimostrato che bloccando l'azione di queste cellule si rallenta, almeno nel modello animale, la progressione della malattia.

Matthew J. Kan e colleghi hanno usato un particolare ceppo di topi, chiamato CVD-AD, che sviluppa sintomi anatomici (placche amiloidi e fibrille di proteina tau) e comportamentali del tutto simili a quelli dei pazienti umani affetti da Alzheimer.

Monitorando questi topi per tutto il corso della loro vita, i ricercatori hanno constatato che un particolare tipo di cellule immunitarie che risiede stabilmente nel cervello, le cellule della microglia che esprimono il recettore CD11c, iniziava a dividersi e cambiare in corrispondenza delle fasi iniziali della malattia.

In particolare, Kan e colleghi hanno notato che queste cellule abbondavano proprio nelle aree responsabili della memoria - le più colpite dalla malattia - e che la loro presenza era correlata a un forte aumento della produzione di arginasi, un enzima che degrada l'arginina. I livelli di questo amminoacido nel tessuto cerebrale circostante finivano quindi per essere troppo bassi rispetto al fabbisogno dei neuroni.

I ricercatori hanno provato a somministrare a un gruppo di topi, prima dell'insorgenza dei sintomi della malattia, la difluorometilornitina (DFMO), un farmaco noto per la sua capacità di inibire l'attività dell'arginasi. In questi topi si sono sviluppate meno cellule CD11c, meno placche amiloidi e la memoria si è conservata meglio che nei topi non trattati.

"Tutto ciò ci suggerisce che, se si riesce a bloccare questo processo di deprivazione locale di amminoacidi, è possibile proteggere il topo dal morbo di Alzheimer", ha detto Kan. Va però sottolineato, avvertono i ricercatori, che non si può  pensare di proteggersi con una maggiore assunzione di arginina sotto forma di integratori alimentari, sia perché la quantità di amminoacido che arriva al cervello è strettamente regolata dalla barriera ematoencefalica, sia perché, a meno di non bloccare l'arginasi, esso verrebbe subito degradato.

I ricercatori hanno fatto inoltre un'altra sorprendente scoperta: nelle cellule CD11c anomale era aumentata la produzione di messaggeri chimici che inibiscono il sistema immunitario. "Non è quello che si riteneva che avvenisse nella malattia di Alzheimer", ha detto Kan. Si pensava anzi, ha continuato Kan, che venissero liberate molecole capaci di stimolare l'attività del sistema immunitario, portandolo ad aggredire anche i neuroni sani.

FONTE: Le scienze
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06 ottobre, 2014

Nobel della Medicina 2014 ai scopritori del sistema di orientamento cerebrale

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Come facciamo a sapere dove siamo, come possiamo trovare il modo di andare da un posto all'altro? E come possiamo memorizzare queste informazioni in modo che, la prossima volta, possiamo subito ritrovare lo stesso percorso?. Lo hanno scoperto John O'Keefe, 75 anni, e i coniugi May-Britt, 51 anni, ed Edvard Moser, 53 anni, che per i loro studi sul cervello hanno appena ricevuto il Nobel per la Medicina 2014.

Sono stati premiati per la scoperta del sistema di cellule che permette di orientarci, come una specie di "Gps biologico". L'individuazione di questa sistema di cellule nervose risale al 2005 e costituisce 'una rete' che permette al cervello di avere costantemente le coordinate spaziali del luogo in cui si trova. Le loro scoperte, fa sapere l'Assemblea dei Nobel del Karolinska Institute, hanno contribuito a spiegare come il cervello crea "una mappa dello spazio che ci circonda e come possiamo muoverci in un ambiente complesso.  Un risultato che, ricorda l'Assemblea del Nobel, ha contribuito a risolvere un "problema che ha tenuto occupati per secoli filosofi e scienziati".
      
I coniugi norvegesi Edvard e May-Britt e Moser sono la quinta coppia sposata a conquistare un Nobel. Prima di loro, solo per fare un esempio, Marie e Pierre Curie che vinsero il premio Nobel per la chimica nel 1903 "per i loro studi sulle radiazioni". May-Britt è l'undicesima donna a ricevere il premio, e ha avuto la notizia del Nobel mentre si trovava all'università di Trondheim, in Norvegia. Gli scienziati si dividono in 2 parti (la prima a O'Keefe, la seconda al marito e alla moglie) un riconoscimento pari a 8 milioni di corone svedesi (oltre 880 mila euro).

Fu O'Keefe, angloamericano, a individuare nel 1971  il primo componente di questo sistema di posizionamento. Studiando dalla fine degli anni '60 ratti liberi di muoversi in una stanza, O'Keefe scoprì che nel cervello alcuni neuroni dell'ippocampo si attivavano quando l'animale assumeva una particolare posizione nello spazio. O'Keefe concluse dunque che queste "cellule di posizionamento" formavano una mappa della stanza. Più di 30 anni più tardi, i norvegesi May-Britt ed Edvard Moser, aggiunsero un altro componente chiave di questo sistema di posizionamento del cervello: identificarono un altro tipo di cellula nervosa, che chiamarono cellule griglia: esse generano un sistema coordinato e consentono un preciso posizionamento e percorso. Le loro successive ricerche hanno mostrato che cellule di posizionamento e cellule grigia rendono possibile determinare localizzare un luogo e poi muoversi.

Nato a New York nel 1939 ma con doppia nazionalità americana e inglese, O'Keefe è neuroscienziato e professore presso l'Istituto di Neuroscienze Cognitive e attuale direttore del Sainsbury. Nel 1967 ha conseguito un dottorato in Psicologia fisiologica alla McGill University in Canada per poi continuare la sua formazione all'University College di Londra.  Prima del Nobel, ha ricevuto diversi premi come quello della British Neuroscience Association per il suo contributo agli studi neuroscientifici del paese (2007) e il Gruber Prize in Neuroscienza (2008).

May-Britt Moser, norvegese, ha studiato psicologia all'Università di Oslo dove ha conosciuto Moser, suo futuro marito. Dopo il dottorato in neurofisiologia nel 1995, ha lavorato all'Università di Edimburgo e all'University College London, prima di trasferirsi nel 1996 alla Norwegian University of Science and Technologydi Trondheim. Ha ottenuto il titolo di Professore in Neuroscienza nel 2000 ed è attualmente direttrice del Centre for Neural Computation di Trondheim. Di nazionalità norvegese come la moglie, Moser ha ottenuto un dottorato di ricerca in neurofisiologia all'Università di Oslo  nel 1995 e ha lavorato sia all'Università di Edimburgo che nel laboratorio di O'Keefe all'University College di Londra. I Moser si sono trasferiti alla Norvegian University of Science and Tecnology di Trondheim nel 1996, dove due anni dopo Edvard è diventato professore. Moser è attualmente direttore del Kavli Institute for System Neuroscience in Trondheim.


FONTE: Repubblica.it
AUTRICE: Valeria Pini
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19 agosto, 2013

Sclerosi multipla, è guerra italo-canadese sul principio di base della terapia di Zamboni

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Non c'è alcuna evidenza che un ridotto flusso di sangue nelle vene del collo, o una loro ostruzione, sia uno dei meccanismi coinvolti nella sclerosi multipla. Uno studio canadese, pubblicato online su "Plos One", sembra sfatare la discussa teoria del chirurgo di Ferrara Paolo Zamboni, che ha suggerito un legame tra la malattia neurodegenerativa e la Ccsvi (insufficienza venosa cerebrospinale cronica), indicando dunque la possibile efficacia dell'applicazione di uno stent venoso per riaprire il vaso bloccato.

Lo studio, condotto da un gruppo della McMaster University, non ha rilevato evidenze di anomalie nelle vene giugulari interne, nelle vene vertebrali o nelle vene cerebrali profonde di 100 pazienti con sclerosi multipla, confrontati con 100 controlli sani. In sintesi, le conclusioni della ricerca smentiscono la possibilità che una terapia di "liberazione" (come viene chiamata la cura del prof. Zamboni) possa contrastare la sclerosi multipla. Proprio in Canada le teorie del chirurgo italiano alimentarono forti pressioni che, nel 2011, portarono il governo del Paese a finanziare una sperimentazione clinica sul metodo. L'anno scorso il governo ha annunciato che non si sarebbe fatto carico delle spese per il trattamento.

«Questo è il primo studio canadese a fornire evidenze contrarie al coinvolgimento della Ccsvi nella sclerosi multipla», commenta il primo autore dello studio, Ian Rodger, professore emerito di medicina alla Michael G. DeGroote School of Medicine. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a indagini a ultrasuoni delle vene cerebrali profonde e delle vene del collo, come pure a risonanza magnetica per immagini delle vene del collo e del cervello. Ciascun partecipante ha ricevuto entrambe le analisi nello stesso giorno. Il team di ricerca comprendeva un radiologo e due tecnici che avevano seguito un periodo di training sulla tecnica Zamboni presso il Dipartimento di chirurgia vascolare dell'università di Ferrara.

«I risultati ottenuti dai ricercatori canadesi sono esattamente agli antipodi di quello che noi abbiamo trovato, in quanto non sono stati in grado di dimostrare alcuna anomalia del flusso venoso nei pazienti con sclerosi multipla studiati sia con l'ecocolordoppler che con la venografia con catetere». È la risposta inviata da Paolo Zamboni e da Mirko Tessari, del Centro malattie Vascolari dell'Università di Ferrara, alla rivista Plos One. «Per quanto riguarda la metodologia Ecd - spiegano -, siamo rimasti molto sorpresi che gli autori non siano riusciti ad utilizzare la metodologia aggiornata di recente raccomandata da un consenso internazionale». Secondo i due scienziati, il modello Ecd in M-mode «è indispensabile per individuare gli ostacoli endoluminali e le valvole mobili e fisse, che rappresentano la maggioranza delle anomalie venose della Ccsvi». Infine, sottolineano, «siamo stati sorpresi dal focus delle indagini nella regione superiore e mediana del collo, dove non sono mai state rilevate in condizione di Ccsvi differenze significative nel portata del flusso giugulare. Al contrario numerosi report hanno misurato significative limitazioni della portata del flusso giugulare e stenosi extraluminali nella parte inferiore del collo, dove i ricercatori non hanno effettuato alcuna valutazione».

Dà ragione a Zamboni uno studio italiano pubblicato in questi giorni sul Journal of Vascular Surgery. Secondo Tommaso Lupattelli (Unità vascolare ed endovascolare, Istituto clinico cardiologico di Roma) e colleghi, autori del lavoro condotto su circa 1.200 pazienti con sclerosi ritenuti positivi alla Ccsvi, «il trattamento endovascolare per la Ccsvi sembra fattibile e sicuro». Tutti i pazienti - spiegano gli autori - erano stati precedentemente trovati positivi all'ecocolordoppler per almeno due criteri di Zamboni per la Ccsvi, e avevano una diagnosi di sclerosi multipla confermata dal neurologo. Sono state considerati per il trattamento solo i casi di sclerosi sintomatici. Procedure primarie (prima angioplastica per la Ccsvi) e secondarie (re-intervento dopo recidiva di malattia venosa) sono state effettuate rispettivamente nell'86,5% e nel 13,5% dei pazienti. Il successo della procedura e le complicazioni sono stati registrati entro 30 giorni dall'intervento.

FONTE: ADNKronos e Corriere Salute
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01 agosto, 2013

Il controverso "metodo Stamina" sbarca in Sicilia: speranza o bufala?

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La Regione Sicilia avrebbe approvato un’ordinanza che prevede la possibilità di curarsi con le cellule staminali del metodo Stamina, individuando due strutture sanitarie autorizzate al trattamento sperimentale , dopo l’intervento nella Commissione Sanitaria Siciliana dell’On, Bernardette Grasso. Oggi, infatti, il presidente dell’ormai famosa Stamina Foundation, Davide Vannoni, ha consegnato il protocollo del suo metodo terapeutico, atteso da molto tempo, all’Istituto Superiore di Sanità, dando così inizio alla sperimentazione clinica. A rendere immediatamente nota la notizia Movimento Vite Sospese, che da diversi giorni davanti a Montecitorio sta manifestando per la libertà di cura.

Vannoni, subito dopo aver consegnato il protocollo, ha commentato: “Non sono le regioni che si muovono, sono le famiglie dei pazienti che si rivolgono alle regioni e chiedono la possibilità di poter accedere alle cure. Dopo Abruzzo e Sicilia, sono parecchie le regioni che si stanno muovendo in questa direzione. Del resto, la legge Turco-Fazio autorizza le cure compassionevoli al di fuori delle sperimentazioni cliniche, purché siano approvate dal comitato etico dell’ospedale e gratuite per i pazienti, prodotte da un laboratorio pubblico il cui direttore abbia alle spalle 5 anni di esperienza sull’applicazione delle staminali“.

Le due strutture ospedaliere autorizzate per le cure staminali sono il Policlinico Vittorio Emanuele di Catania ed gli Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello di Palermo. Inoltre nel protocollo vengono indicati anche i tempi per l’autorizzazione dei centri, ossia 30-45 giorni dalla firma dei responsabili delle aziende ospedaliere, prevista proprio in questi giorni con la presenza dello stesso Vannoni.

Il vicepresidente del Movimento Vite Sospese, Pietro Crisafulli, ha commentato la consegna del protocollo con queste parole: “d’ora in poi in Sicilia i malati gravi, e non, potranno curarsi con le cellule staminali del metodo Stamina.Si tratta, di una svolta epocale che ci rende tutti molto orgogliosi per la battaglia vinta“.

Stamina è il nome di un controverso metodo terapeutico a base di cellule staminali, inventato da Davide Vannoni, laureato in lettere e filosofia.

Il metodo proposto dalla Stamina Foundation Onlus prevede la conversione di cellule staminali mesenchimali (cellule destinate alla generazione di tessuti ossei e adiposi) in neuroni, dopo una breve esposizione ad acido retinoico diluito in etanolo. La terapia consiste nel prelievo di cellule dal midollo osseo dei pazienti, la loro manipolazione in vitro (incubazione delle cellule staminali per 2 ore in una soluzione 18 micromolare di acido retinoico), e infine la loro infusione nei pazienti stessi.

Vannoni ha ripetutamente evitato di rivelare i dettagli del suo metodo al di là di quelli disponibili nella sua domanda di brevetto. Nel 2012 l'Ufficio Brevetti degli Stati Uniti aveva parzialmente respinto la domanda di brevetto, con una procedura che consente la ri-presentazione: Vannoni non l'ha più ripresentata. Il rifiuto era dovuto al fatto che la domanda aveva dettagli insufficienti riguardo alla metodologia, al fatto che la differenziazione cellulare è improbabile che si verifichi durante un periodo di incubazione così breve e che la comparsa di cellule nervose nella cultura rischierebbe di essere frutto di cambiamenti citotossici.

Tale metodo viene descritto dal suo ideatore come utile per curare malattie di diverso tipo, anche molto diverse tra loro per cause, sintomi e decorso. In particolare, il metodo viene indicato da Vannoni per la cura di malattie neurodegenerative.

Vannoni racconta di avere avviato il progetto in seguito alla propria esperienza personale: curato nel 2004 in Ucraina per una paralisi facciale con un trapianto di staminali, decide di proporre il trattamento anche in Italia, prima stabilendosi a Torino e, in seguito, dopo l'entrata in vigore della disciplina europea del 2007 sulle terapie con staminali, a San Marino.

Nel maggio del 2009, in seguito ad un articolo del Corriere della Sera e ad un esposto di un dipendente della società Cognition, di cui Vannoni era amministratore, viene avviata un inchiesta dal magistrato Raffaele Guariniello, che intende chiarire la posizione di Vannoni in merito all'uso di cellule staminali al di fuori dei protocolli sperimentali previsti dalla legge. Sul finire del 2009 compaiono sulla stampa diversi articoli giornalistici sulle attività di Vannoni, coinvolto in un intreccio di società e la fondazione Stamina. La stampa riporta di come Vannoni prometta la cura di molte malattie neurodegenerative per cifre che oscillano dai 20.000 ai 50.000 euro, utilizzando metodi poco chiari e a volte con danni e conseguenze indesiderate, tra cui viene riportata anche della morte di un paziente.

L'inchiesta di Guariniello coinvolge anche San Marino, dato che le cure venivano praticate anche in una clinica sammarinese priva di autorizzazione medica. Nell’agosto 2012, la procura dispone il rinvio a giudizio di 12 indagati, tra cui alcuni medici e lo stesso Vannoni, per ipotesi di reato di somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere.

Dal 2011 grazie all'interessamento del dottor Marino Andolina, divenuto collaboratore di Vannoni, il "metodo Stamina" veniva praticato come cura compassionevole nell'Ospedale di Brescia; agli inizi 2013 viene sospeso in seguito a un'ispezione dei NAS e dell'AIFA, in cui fu rilevato il mancato rispetto dei requisiti di sicurezza e igiene e la carenza nella documentazione prescritta dalla legge.

Nell'anno 2013 il metodo Stamina giunge sotto i riflettori dei media in seguito ad un servizio del programma televisivo Le Iene, che ne mostra l'utilizzo su alcuni bambini affetti da atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo I. Nel servizio si sostiene che le infusioni di staminali avrebbero generato significativi miglioramenti nello stato di questa malattia, e si suggerisce, senza alcuna evidenza, che possa modificarne il decorso fatale. Il metodo Stamina diviene quindi oggetto di proteste popolari in favore della cura. Del caso si occupano poi anche l'Accademia dei Lincei, e, in ambito internazionale, anche la rivista Nature e l'Agenzia europea per i medicinali. Il 3 maggio 2013, tredici scienziati pubblicano sul The EMBO Journal un'analisi del metodo.

A partire da marzo dello stesso anno l'associazione Famiglie SMA, che riunisce i familiari dei pazienti affetti da SMA, interviene esprimendosi più volte in maniera molto critica verso il metodo Stamina e verso i servizi televisivi de Le Iene.

Il risalto è tale che il Dr. Shinya Yamanaka, presidente della Società Internazionale per la ricerca sulle cellule staminali (ISSCR), premio Nobel per la medicina e "padre" delle cellule staminali pluripotenti indotte umane, rilascia un comunicato in cui esprime preoccupazione per l'autorizzazione da parte delle autorità italiane di un metodo del quale non si conosce la sicurezza e privo di qualunque evidenza di efficacia.

Il 2 luglio 2013 la rivista Nature in un nuovo articolo dedicato alla presunta terapia la definisce come promossa da "uno psicologo trasformatosi in imprenditore medico", «basata su dati fallaci» e "plagio di un altro studio già sviluppato e soprattutto tecnica inefficace": la rivista ha scoperto che due immagini utilizzate per depositare il brevetto della terapia nel 2010 erano in realtà identiche a quelle di un articolo del 2003 e uno del 2006 di un team russo e ucraino. Anche quel team cercava cellule del midollo osseo capaci di differenziarsi in cellule nervose, ma la loro soluzione di acido retinoico raggiungeva un decimo della concentrazione del metodo di Vannoni, e prevedeva l'incubazione delle cellule per diversi giorni: la stessa immagine era stata utilizzata per rappresentare differenti condizioni sperimentali. Vannoni ha replicato alle accuse definendo l'intervento di Nature del 2 luglio 2013 "il solito articolo politico" che "non scopre nessun segreto"; ha sostenuto, infatti, di aver "sempre lavorato e condiviso materiale con i russi e con gli ucraini" e ha definito l'"articolo e i commenti che contiene [...] di cattivo gusto". La ricercatrice ucraina che aveva prodotto le foto ha tuttavia negato di conoscere Vannoni all'epoca in cui le aveva realizzate. Ha affermato inoltre di non essere a conoscenza del loro utilizzo da parte di Vannoni, e di non averlo mai autorizzato. Una delle foto infatti è stata pubblicata dalla ricercatrice e dai suoi colleghi nel 2003, prima del viaggio di Vannoni in Ucranina, mentre l'altra è stata pubblicata nel 2006, prima dell'inizio collaborazione dell'autrice con Stamina.

Vengono inoltre posti dubbi di conflitto di interessi in ragione dell'accordo siglato tra Vannoni e la multinazionale Medestea, interessata al business delle staminali, che è stata accusata di puntare ad ottenere una deregolazione per l'uso delle staminali così da poter approvare più facilmente eventuali nuovi prodotti.

Il 15 maggio 2013 la Commissione affari sociali della Camera dei deputati ha approvato all’unanimità l'avvio della sperimentazione clinica del metodo ideato da Vannoni; il 23 maggio il parlamento ratifica la sperimentabilità del metodo, stanziando anche 3 milioni di Euro per gli anni 2013-2014.

Il 21 giugno 2013 Vannoni avrebbe dovuto consegnare la documentazione scientifica sul suo metodo all'Istituto Superiore di Sanità, all'agenzia italiana del farmaco e al centro nazionale trapianti per permettere di elaborare il protocollo dei test, ma chiede di rinviare l'incontro, per ben due volte.

A fine giugno 2013 il ministro della salute Beatrice Lorenzin nomina i membri del comitato che dovrà seguire la sperimentazione nel servizio pubblico (definendone aspetti quali la scelta delle cell factory per produrre le staminali, l'arruolamento dei pazienti, la scelta degli ospedali) e che seguirà le fasi della ricerca (della durata di 1 anno e mezzo). La presidenza è affidata al capo dell'Istituto Superiore di Sanità, e tra i membri ci sono i direttori dell'AIFA, del Centro nazionale trapianti, la federazione delle associazioni delle persone colpite da malattie rare. Il giorno precedente alla pubblicazione del decreto ministeriale, Vannoni ha, per la terza volta, chiesto di rinviare l'incontro per depositare il protocollo della sperimentazione, la cui data di avvio era inizialmente stata fissata al 1º luglio 2013: essa non può quindi ancora cominciare.

L'11 luglio la rivista scientifica Nature pubblica un editoriale in cui invita il governo italiano a non portare avanti la sperimentazione, in quanto questa non è giustificata da alcuna ragione scientifica.

L'1 agosto viene consegnato presso l'Istituto Superiore di Sanità il protocollo del metodo Stamina per poter far partire la sperimentazione.

FONTI: TN24.it e Wikipedia.it
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27 giugno, 2013

Si è spento Stefano Borgonovo, campione simbolo della lotta alla SLA

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Si è spento oggi pomeriggio Stefano Borgonovo. L'ex attaccante di Como, Milan, Fiorentina, Pescara, Udinese e Brescia, è morto a 49 anni, dopo una lunga battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica. Borgonovo lascia la moglie Chantal e quatto figli Andrea, Alessandria, Benedetta e Gaia. Nel 2008 ha dato vita alla Fondazione Stefano Borgonovo Onlus, per sostenere la ricerca contro la Sla, che lui chiamava scherzosamente «la stronza».

Il 5 settembre 2008 Borgonovo ha annunciato di essere malato di sclerosi laterale amiotrofica. La notizia raggiunge anche il ritiro della Nazionale, che era impegnata nella preparazione a due incontri di qualificazione ai Mondiali di Calcio del 2010. Da allora ha creato una Fondazione che ha raccolto fondi per la ricerca. Lui stesso in carrozzina è sceso più volte in campo insieme alla sua inseparabile compagna Chantal. Il mondo del calcio è in lutto per il calciatore che insieme all'amico Roberto Baggio a Firenze con la maglia viola ha formato per anni la coppia «B2» tanto amata dai tifosi della Fiorentina. 

La Ferdercalcio italiana, dopo aver ricevuto la notizia, ha chiesto formalmente alla Fifa di scendere in campo con il lutto al braccio nella semifinale della Confederations Cup contro la Spagna, e di far osservare 1' di silenzio prima dell'inizio della partita.
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24 giugno, 2013

Speranze per la Sla, positivi i primi test con trapianto di staminali cerebrali umane

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Sono considerati positivi (senza effetti avversi) i primi test di trapianto di cellule staminali cerebrali su sei pazienti affetti da Sclerosi laterale amiotrofica (n.d.a. era scritto amniotica ma era un refuso!). Lo ha annunciato il professor Angelo Vescovi, coordinatore degli studi, in un convegno a Roma. La ricerca è stata autorizzata dall'Istituto Superiore di Sanità e concepita dall'associazione Neurothon. La prima parte della sperimentazione, iniziata il 25 giugno dello scorso anno con il primo trapianto al mondo di cellule staminali cerebrali umane, scevre da qualunque problematica etica e morale, è terminata con successo a fine marzo di quest'anno. Non sono stati rilevati eventi avversi legati alle procedure mediche con risultati migliori della sperimentazione parallela in corso in Usa.

«Siamo soddisfatti ed orgogliosi di aver mantenuto la promessa fatta ai nostri sostenitori, ai malati e alle loro famiglie, di avviare una sperimentazione di terapia cellulare sulla Sla» ha detto il professore Angelo Vescovi. «Il nostro è uno studio sperimentale condotto secondo i più rigorosi criteri scientifici ed etici, per una malattia neurologica mortale». La sperimentazione, ha precisato il biologo, viene svolta secondo la normativa internazionale in accordo alle regole dell'European Medicine Agency e con le cellule prodotte in stretto regime di norme di buona fabbricazione, vale a dire riconosciute dalle commissioni sanitarie nazionali come idonee all'utilizzo di studi clinici, con certificazione dell'Aifa, confermando l'Italia fra i paesi che fanno test di avanguardia nell'ambito delle staminali.

Alla luce dei dati preliminari dei primi test, l'Istituto superiore e l'Aifa hanno autorizzato l'avvio della seconda parte della sperimentazione che prevede il trapianto in zone più alte del midollo spinale, cioè nella regione cervicale. «La nostra ricerca - ha sottolineato Vescovi - è sostenuta da un'associazione no profit e il nostro metodo, in opera dal 1999, non è stato brevettato. Grazie al nostro metodo con pochissimi campioni di cellule fetali neuronali prelevate da aborti spontanei è possibile produrre una quantità illimitata di cellule staminali».

FONTE: Ansa.it
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21 maggio, 2012

Scoperto nei cani il gene dell'epilessia

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L'epilessia, un insieme di disturbi neurologici cronici caratterizzati da convulsioni, colpisce circa 1-5% della popolazione umana in un momento della vita. Gli esperti spiegano che l'epilessia dipende da varie sindromi, cause, prognosi e dall'età dei malati. Sulla base dei meccanismi basilari che le caratterizzano, le sindromi epilettiche si dividono in epilessie genetiche, epilessie strutturali/metaboliche (sintomatiche) ed epilessie di causa sconosciuta (idiopatiche). Coordinati dall'Università di Helsinki e dall'Istituto di genetica Folkhälsan in Finlandia, ricercatori provenienti da Danimarca, Finlandia, Stati Uniti e Svezia hanno confrontato il genoma dei cani con l'epilessia e quello di cani di controllo sani e hanno identificato una regione del gene nel cromosoma 37, che è legata alla forma più comune di epilessia canina. Presentati sulla rivista PLoS ONE, i risultati ci fanno capire meglio il background genetico delle forme più comuni di epilessia canina e forniscono informazioni sulle forme comuni di epilessia umana. Lo studio è stato in parte finanziato dal progetto LUPA ("Unravelling the molecular basis of common complex human disorders using the dog as a model system"), che è sostenuto nell'ambito del tema "Salute" del Settimo programma quadro (7° PQ) dell'UE con 12 milioni di euro.

Fino al 40% dei malati di epilessia possono far risalire la propria diagnosi a fattori genetici. Se la specifica regione del gene è omozigotica, il rischio di soffrire di epilessia è sette volte maggiore. I ricercatori suggeriscono anche che altri fattori di rischio genetici, ancora sconosciuti, potrebbero essere presenti nella razza.

Il tipo di epilessia che colpisce il pastore belga è molto comune anche in altre razze. Questa scoperta quindi potrebbe migliorare le nostre conoscenze sulle epilessie in diverse razze di cani.

"Ci sono solo pochi geni nella regione identificata e credo che le analisi in corso ci aiuteranno a scoprire il gene specifico dell'epilessia," dice la professoressa Hannes Lohi dell'Università di Helsinki, autrice anziana dello studio. "Questo ci farebbe capire meglio i meccanismi della malattia e ci fornirebbe un nuovo strumento di diagnostica per questa malattia."

Commentando lo studio, l'autrice principale, la dott.ssa Eija Seppälä dell'Università di Helsinki, dice: "La regione genomica identificata è probabilmente il fattore di rischio singolo più forte per l'epilessia nei pastori belgi e stiamo studiando un'interessante variante del gene che causa un cambiamento dell'amino acido al livello proteico. Questo cambiamento omozigotico dell'amino acido però è presente anche in un quinto dei pastori belgi sani. La ricerca continua all'interno della razza e ha lo scopo di identificare la specifica mutazione per i test genetici in questo sito e possibilmente in altri cromosomi. Il bisogno di un test genetico è urgente visto che si stima che ben il 20% dei cani di questa razza abbia l'epilessia."

FONTE: Molecularlab.it
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20 gennaio, 2012

Il "sesto senso" della lingua: esiste, ma non per tutti...

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C’è chi si alza da tavola pago e felice, dopo aver goduto di tutti i sapori che ci regalano le papille, compreso il grasso, ultimo arrivato tra i gusti. E c’è chi dei cibi ipercalorici non è mai soddisfatto, ma non sarebbe giusto etichettarlo come semplice goloso. Infatti l’ultimo studio in materia individua nel «fat» il sesto gusto della lingua (oltre al salato, dolce, aspro, amaro e il saporito, recentemente identificato) e parla anche di una variante ipoattiva di un gene che, in chi la possiede, non consente di percepire a sufficienza questo sesto sapore. E fa ingrassare le persone.

Per secoli si è ritenuto che gli esseri umani potessero percepire attraverso la lingua quattro sapori: dolce, salato, aspro e amaro. Poi ne è stato scoperto un quinto chiamato umami (saporito), e ora uno studio della Washington University School of Medicine ne aggiunge un sesto: il grasso. Gli scienziati americani hanno infatti individuato un recettore chimico nelle papille gustative della lingua che riconosce le molecole di grasso. Ma una proteina, che varia da persona a persona e che è incaricata di metabolizzare i lipidi, ne influenza la percezione e, se insufficiente, fa sì che di questo sesto gusto non se ne abbia mai abbastanza. Contribuendo all’obesità.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Lipid Research, ha coinvolto 21 partecipanti sovrappeso invitati a degustare tre tipi di olio, uno dei quali ad alto contenuto di lipidi. L’individuazione dell’olio grasso non è stata facile per tutti i volontari e gli esperti hanno potuto notare diversi livelli di percezione. Inoltre esiste una proteina chiamata CD36 deputata a riconoscere il grasso e, se questa è carente, la sensibilità al grasso è ridotta, il che spiegherebbe il motivo per cui esistono persone che non si saziano mai di cibi ipercalorici. In particolare gli scienziati hanno notato che coloro che producono livelli più alti di CD36, rispetto a chi ne fabbrica la metà, percepiscono con maggior facilità la presenza di grassi negli alimenti e per l’esattezza la avvertono otto volte di più.

La ricercatrice Nada Abumrad, che insieme a M. Yanina Pepino ha guidato lo studio, sottolinea la valenza di questa intuizione: «Così si spiegherebbe l’obesità e quel senso di insoddisfazione perenne di cui soffre circa il 20 per cento della popolazione a tavola». Tra i volontari presi in esame c’erano individui con variante iperattiva del gene, ridotta o intermedia, ma gli studiosi hanno notato che la dieta stessa incoraggia questo meccanismo e un regime alimentare ad alto tasso di lipidi inibisce la produzione della proteina stimolando la fame di grassi e mettendo in moto una spirale. Gli studiosi americani sperano che la loro scoperta possa essere usata per combattere l'obesità.

FONTE: Corriere.it   Autrice: Emanuela di Pasqua
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Diabete e morbo di Alzheimer, una relazione "pericolosa"

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L’Alzheimer come il diabete? A lanciare questa ipotesi ci ha pensato un gruppo di ricercatori del Cnr e dell’Università di Palermo, dopo aver condotto uno studio relativo ai meccanismi  di collegamento tra questa malattia celebrale e la riduzione del livello di insulina  nel sangue. La ricerca, pubblicata su Aging Cell potrebbe aprire le porte alla messa a punto di nuovi farmaci.

La ricerca ha messo in luce i meccanismi molecolari in comune tra la patologia di Alzheimer ed il diabete di tipo due. Il tutto è nato dalla collaborazione tra gli Istituti di biomedicina e immunologia molecolare (Ibim) e di biofisica (Ibf) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Palermo e il dipartimento di Fisica dell’Università di Palermo.  Gli scienziati hanno voluto verificare gli effetti della somministrazione di insulina su un modello di cellule neuronali, trattate in precedenza con dei “piccoli aggregati” di proteina beta-amiloide, coinvolta come risaputo nello sviluppo dell’Alzheimer.

Spiega la dott. Daniela Giacomazza del Cnr: "uno studio statunitense aveva evidenziato come pazienti con valori elevati di glicemia avessero una probabilità dell’85% di ammalarsi di Alzheimer, allungando così l’elenco delle patologie associate al diabete, che già include disturbi cardiaci, renali, visivi e neurologici. In seguito è stato osservato che i pazienti affetti da Alzheimer presentavano una riduzione di insulina (ormone responsabile dell’assorbimento del glucosio a livello cellulare) tanto che si sarebbe potuto definire tale morbo un “diabete di tipo III”.

E’ stato questo a far scattare la curiosità degli scienziati. Lo studio, non solo ha mostrato una correlazione tra le due malattie, ma ha portato all’osservazione di un particolare fenomeno in seguito alla somministrazione dell’insulina nelle cellule in vitro. Spiegano gli scienziati del Cnr per voce della dott. Marta Di Carlo:


"Dopo essersi legata al suo recettore sulla membrana dei neuroni, l’insulina provoca una serie di reazioni biochimiche che hanno come molecola chiave Akt.[…]In pratica, dopo il trattamento con l’insulina, i neuroni danneggiati sono capaci di riprendere la loro morfologia e ripristinare le funzioni compromesse."


FONTE: Medicinalive.com
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28 agosto, 2011

Nuovi studi sulla correlazione fra insulina e centri cerebrali che regolano il senso della fame

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Negli anni passati sono stati condotti alcuni studi che monitoravano l'effetto dell'insulina sull'ipotalamo, zona del cervello che sorveglia con un riflesso "stop and go" il comportamento alimentare. Jens Brüning, del "Max-Planck-Institut" ha guidato uno studio sperimentale sui murini (topi) da laboratorio al fine di valutare gli effetti che ha l'insulina su determinati circuiti cerebrali che regolano il meccanismo di "ricompensa". Secondo Brüning la "supernutrizione" dipende principalmente dalla neuropsicologia e in minor parte dalla effettiva sensazione di fame: infatti, mangiamo in base al nostro umore, continuando a mangiare anche dopo essere sazi e in base alla compagnia che si frequenta. L'inattivazione del segnale dell'insulina in quei neuroni responsabili del rilascio della dopamina, neurotrasmettitore coinvolto nella sensazione di sazietà, causa l'obesità murina. La ricercatrice Brüning ha spiegato: "Dopo che si è instaurato un bilancio energetico positivo o l'obesità, si può creare un circolo vizioso causato dall'insulino-resistenza. Questo sembra essere un fattore importante per l'insorgenza dell'obesità, anche se non è ancora certo che sia il primo passo verso questa condizione.
"Il nostro studio dimostra che l'azione dell'insulina su neuroni catecolaminergici è fondamentale nel controllo a lungo termine dell'alimentazione. Il punto di partenza per potenziali trattamenti dell'obesità nell'uomo sarà l'identificazione dei precisi meccanismi molecolari implicati in questo processo" ha concluso la ricercatrice.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Cell Metabolism.

FONTE: Molecularlab.it
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07 aprile, 2011

Il russare, il sonno e la prevenzione di patologie cardiache: l'importanza del dormir bene...

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Sono stati necessari anni prima che, sulla base di numerose evidenze cliniche e strumentali (polisonnografia), si consolidasse, nella mentalità medica e della gente comune, l’idea che il russare non è soltanto un fastidioso e curioso rumore emesso da alcuni soggetti durante la respirazione nel sonno, bensì una condizione patologica. Il russare (o russamento) è un rumore provocato dalle vibrazioni del palato molle al passaggio di aria durante l’inspirazione. Il russamento è cioè espressione di una subostruzione delle vie aeree in sonno (ostruzione ipnogenica) e occorre principalmente nella fase dell’addormentamento e nel sonno lento profondo. Di fatto questo disturbo rappresenta il primo stadio della sindrome delle apnee morfeiche altrimenti detta "sleep apnea ostruttiva" e la precede spesso di molti anni.

E’ documentato che, per il sopraggiungere di vari fattori (tra i principali: l’età, l’aumento di peso, l’uso cronico di fumo e alcolici, patologie che provocano ostruzione a livello nasale o oro-faringeo), l’ostruzione ipnogenica solo parziale delle vie aeree responsabile del russamento, diviene completa e porta alla comparsa di apnee nel sonno, con relativo calo dell’ossigeno nel sangue. La comparsa delle apnee comporta inoltre una progressiva frammentazione del sonno; infatti alla fine di ogni apnea il soggetto ha un alleggerimento della profondità del sonno o addirittura un fugace risveglio.

Conseguentemente nel tempo il soggetto con sleep apnea ostruttiva sviluppa sonnolenza diurna, calo della capacità di concentrazione e della memoria. Si configura cosi’ il quadro clinico tipico dei pazienti sleep-apnoici caratterizzato da lunga storia di russamento, successiva sonnolenza eccessiva diurna , generalmente in soggetto di sesso maschile, di mezza età e in soprappeso corporeo.

La prevalenza della sleep apnea ostruttiva nella popolazione generale è del 4% negli uomini e del 2% nelle donne. Nelle donne il disturbo si riscontra soprattutto dopo la menopausa. La sleep apnea ostruttiva e’ tipicamente una patologia della mezza eta’ ma puo’ colpire anche soggetti in età infantile, in particolare soggetti con ipertrofia adeno-tonsillare. Varie evidenze cliniche, epidemiologiche e strumentali hanno chiaramente documentato che il russamento di per sè e ancor più la sleep apnea rappresentano un fattore di rischio per la salute cardio-cerebro-vascolare, indipendentemente dal fatto di essere spesso in associazione con altri noti fattori di rischio vascolare, quali il soprappeso corporeo, l’età, il diabete, il fumo e l’alcol.

I soggetti sleep apnoici sono più frequentemente ipertesi. Inizialmente il primo segno è subdolo e questi soggetti presentano valori pressori nei limiti della norma di giorno ma hanno valori alterati di notte (di notte la pressione dovrebbe normalmente avere valori più bassi rispetto a quelli diurni e invece in questi soggetti ciò non si verifica),. Successivamente i valori pressori aumentano anche nelle ore diurne. I pazienti con sleep apnea hanno una più alta incidenza di cardiopatie ischemiche e ictus cerebrale.

Spesso a complicare il quadro interviene il fatto che una lesione vascolare cerebrale può a sua volta essere causa ex novo di una sleep apnea o peggiorare una sleep apnea pre-esistente. I meccanismi attraverso cui la sleep apnea nuoce al sistema cardiocircolatorio sono molteplici e non ancora tutti chiariti. Sia per l’aumento della pressione intratoracica negativa con aumento del ritorno venoso sia per la vasocostrizione provocata dall’ipossiemia, la sleep apnea comporta aumento della pressione sia a livello del circolo polmonare sia a livello sistemico. Nella sleep apnea possono generarsi, verosimilmente in relazione a un maggior tono del simpatico, aritmie cardiache di varia gravità (extrasistolia sopraventricolare e ventricolare, flutter, fibrillazione atriale etc…).

Sono inoltre segnalati in questi pazienti aumento della viscosità ematica, aumento della proteina C reattiva e della resistenza all’insulina, tutti fattori che entrano nella fisiopatologia del danno vascolare. Non esiste, a tutt’oggi, una terapia farmacologica efficace per la sleep apnea ostruttiva. L’intervento curativo è multidisciplinare. Un ruolo importante ha il calo ponderale tramite dieta e la correzione di eventuali patologie di pertinenza otorinolaringologica (deviazione del setto nasale,ipertrofia dei turbinati, ipertrofia adeno-tonsillare, ipertrofia palato molle e ugola). In molti casi il trattamento può risolversi nell’applicazione, di notte, di un ventilatore a pressione positiva che “pompa” l’aria attraverso una mascherina nasale e/o buccale e forza così’ il flusso aereo senza far occorrere le apnee.




a cura del dott. Cesare Arezzo Specialista in Fisiopatologia Respiratoria
Centro per la Diagnosi e Terapia dei Disturbi Respiratori Sonno Correlati
Fisiopatologia Respiratoria - Ospedale "San Paolo" di Bari

Ulteriori info su: www.cesarearezzo.it

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06 luglio, 2010

Sotto stress? La colpa è di un gene...

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Un gruppo di ricercatori del Donders Institute for Brain, Cognition and Behaviour di Nimega (Paesi Bassi) ha identificato in uno studio presentato al Forum Europeo di Neuroscienze ad Amsterdam un gene che sarebbe responsabile della maggiore propensione allo "stress" in soggetti posti sotto forte pressione psicofisica. In pratica gli scienziati hanno utilizzato lo scanner cerebrale per analizzare come il cervello di un gruppo di persone reagisce allo stress. Per indurre la condizione i soggetti sono stati invitati a vedere una scena violenta in un film, seguita da una serie di immagini raffiguranti volti arrabbiati e spaventati. Ebbene, i ricercatori hanno osservato che l'amigdala, una "regione primitiva" del cervello che aiuta a generare e a tenere sotto controllo le nostre emozioni, è piu' attiva in coloro che hanno ereditato il gene dello stress. Secondo gli scienziati, circa la metà di tutte le persone hanno questo gene che li rende più cauti nell'affrontare i problemi, ma anche più vulnerabili alle pressioni. "Questa differenza genetica individuale" - ha spiegato Guillen Fernandez , ricercatore che ha coordinato lo studio - "si manifesta solo quando le persone sono sottoposte a stress. Questa è la prima volta che è stata trovata una variazione genetica responsabile di una risposta diversa agli stimoli emotivi solo quando gli individui sono stressati". Attualmente "stiamo valutando - ha concluso Guillen - se queste persone sono anche più inclini a sviluppare disturbi da stress post-traumatico dopo aver vissuto un vero trauma".


FONTE: Agi.it Salute
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12 giugno, 2010

Sindrome cognitiva amnesica (MCI) nei soggetti di mezza età e diabete

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Una recente ricerca americana condotta dallo staff del dottor David Knopman della "Mayo Clinic" di Rochester, in Minnesota, ha sottolineato come il diabete mal controllato può determinare, nei soggetti di mezza età, un peggioramento delle proprie facoltà mentali e una minore flessibilità di ideazione. Il dottor Knopman ha sottolineato come l'eccesso cronico di glucosio e le possibili complicanze microvascolari potrebbero scaricare il loro effetto ledendo quelle facoltà non ancora pienamente in uso, rappresentando le cosiddette "riserve cerebrali". Una recente ricerca olandese, però, ha per fortuna confermato com questi effetti possono essere scongiurati tenendo quanto più possibile sotto controllo il livello degli zuccheri nel sangue. Questo studio fa da eco ad un ulteriore recente studio aveva sostenuto che il diabete è un importante fattore di rischio per la “sindrome cognitiva amnesica (MCI)”, un problema della memoria a medio termine. Mentre l’occasionale dimenticanza di nomi o collocazione di oggetti è segno di normale sbadataggine, la dimenticanza continua può essere segno della sindrome cognitiva amnesica, una condizione molto più grave. Si ritiene che questa sindrome rappresenti una fase transitoria tra la normale memoria e capacità di pensiero ed il suo deterioramento osservato nel morbo d’Alzheimer, afferma il Dr. Luchsinger, della Columbia University di New York. Il diabete, presente nel 24% dei soggetti arruolati nello studio è stato associato ad un aumento del rischio di sviluppare una MCI amnesica pari a 1.5 volte. Questi risultati forniscono ulteriore supporto al ruolo potenzialmente importante del diabete nello sviluppo del morbo d’Alzheimer.

Fonti. Agi.it e Progettodiabete.org
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31 maggio, 2010

Anche gli astrociti giocano un ruolo importante nella genesi dell'epilessia

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Nell'epilessia la colpa non è soltanto dei neuroni: anche altre cellule del cervello hanno un ruolo importante nella genesi delle scariche tipiche di questa malattia neurologica. A rivelarlo è uno studio finanziato da Telethon e dalla Commissione europea, pubblicato sulle pagine di PloS Biology. Il lavoro è il risultato di un'intensa collaborazione tra tre diversi gruppi di ricerca afferenti all'Istituto di neuroscienze del Cnr di Padova e Pisa e all'Istituto neurologico Besta di Milano, coordinati da Giorgio Carmignoto (nella foto al centro con il suo team), Gian Michele Ratto e Marco de Curtis.

In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come gli astrociti contribuiscano attivamente alla nascita delle scariche epilettiche. Gli astrociti non sono cellule neuronali ma gliali, sono molto numerose nel cervello dei mammiferi, e oggi sappiamo come esse dialoghino continuamente con i neuroni.

Per chi studia l'epilessia, chiarire i meccanismi biologici, tuttora ben poco conosciuti, che portano allo scatenarsi delle crisi epilettiche è fondamentale per poter sviluppare un approccio terapeutico. L'epilessia è infatti una patologia cerebrale che può avere basi genetiche oppure essere la conseguenza di malformazioni del cervello, traumi, infezioni, ictus o tumori.
Altre volte la causa è addirittura sconosciuta.

Qualsiasi sia l'origine, la manifestazione tipica della patologia epilettica è rappresentata sempre da crisi convulsive, più o meno frequenti, che se non opportunamente trattate possono mettere a rischio la sopravvivenza del paziente. Queste crisi sono la conseguenza di un'anomalia nell'attività elettrica dei neuroni, che raggiungono una sorta di ipereccitazione diffusa ed esageratamente sincrona.

Ad oggi non esiste una cura risolutiva: l'unico trattamento disponibile è a base di farmaci capaci di arrestare le convulsioni, ma non di eliminare i meccanismi anomali che sono la causa dell'equilibrio alterato del tessuto nervoso. Inoltre, questi farmaci sono inefficaci in circa un terzo dei pazienti che tendono a sviluppare un'epilessia cronica, spesso accompagnata da gravi problemi neurologici e relazionali.

Lo studio pubblicato su PloS Biology dimostra come l'interazione tra neuroni e astrociti sia uno dei meccanismi che contribuisce alla generazione delle scariche epilettiche. Ritenuti in passato dei semplici "aiutanti" dei neuroni, gli astrociti si sono rivelati nel corso del tempo cellule che esercitano nel cervello un ruolo decisamente più attivo. Questo vale evidentemente anche per la genesi delle crisi epilettiche: monitorando in laboratorio l'attività di neuroni e astrociti, in diversi modelli sperimentali, Carmignoto e colleghi hanno infatti scoperto che nella zona di generazione delle scariche epilettiche gli astrociti sono in grado di amplificare nei neuroni circostanti lo stato di ipereccitabilità, che può poi tradursi nella scarica epilettica. A riprova di questo, i ricercatori hanno constatato che inibendo l'attività degli astrociti si riducono le scariche epilettiche, e viceversa.

Questo studio rappresenta dunque un significativo passo in avanti nella comprensione dei meccanismi cellulari alla base della patologia epilettica e potrebbe aiutare a delineare una nuova strategia terapeutica per l'epilessia che abbia nell'attività degli astrociti il bersaglio principale. Gli astrociti, queste piccole cellule un tempo considerate poco rilevanti per il buon funzionamento del cervello, continuano dunque a sorprenderci.


Fonte: Molecularlab.it
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10 aprile, 2010

Da Intel un sistema che analizza l'attività cerebrale e individua le parole che una persona sta immaginando...

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Il colosso dei microprocessori Intel ha appena presentato un software in grado di indovinare con estrema accuratezza cosa una persona sta pensando tramite l'analisi della sua attività cerebrale. Il sistema è stato dimostrato per la prima volta al Tech Heaven di New York. La tecnica è ancora in una fase di sviluppo, ma promette di aprire scenari potenzialmente rivoluzionari tanto nell'informatica di consumo che nell'assistenza alle persone affette da gravi handicap fisici. Il programma messo a punto da Intel è collegato a un'apparecchiatura per la risonanza magnetica. A un soggetto viene chiesto di pensare una serie di nomi comuni suggeriti da un ricercatore. L'algoritmo associa a ogni parola le aree del cervello che si attivano quando esse vengono pensate. Successivamente, al soggetto viene chiesto di pensare a una delle parole precedentemente suggeritegli. Durante i test, il sistema creato da Intel ha mostrato un'accuratezza superiore al 90 per cento.

Leggi il resto dell'articolo sul sito Repubblica.it => qui
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31 marzo, 2010

Il ruolo di "soppressore globale del genoma" della proteina MeCP2 (Sindrome di Rett)

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Un articolo pubblicato oggi online sul sito della rivista "Molecular Cell" suggerisce che MeCP2, la proteina chiave della sindrome di Rett, influenzi l'intero genoma dei neuroni piuttosto che agire come regolatore di specifici geni. La scoperta della funzione generalizzata o per così dire "globale" di MeCP2 viene dal laboratorio del professor Adrian Bird, all'Università di Edimburgo. Bird ha dato un contributo fondamentale alla ricerca nel campo della sindrome di Rett, a partire dalla clonazione della proteina MeCP2 nei primi anni '90, fino alla dimostrazione della reversibilità dei sintomi in topi affetti dalla malattia.

Storicamente, la proteina MeCP2 è stata sempre considerata un fattore di trascrizione, ma questi ultimi dati provenienti dal laboratorio di Bird dimostrano come MeCP2 sia la proteina più abbondante nel nucleo dei neuroni, dove raggiunge livelli da 100 a 1.000 volte più elevati rispetto ai tipici fattori di trascrizione. Nel nucleo, il numero di molecole di MeCP2 è simile a quello dei nucleosomi, le unità strutturali ripetitive fondamentali della cromatina, che a sua volta costituisce i cromosomi. Guardando la cosa da questa prospettiva, si può dire che c'è una quantità di MeCP2 sufficiente quasi per l'intero genoma.

Peter Skene, un ricercatore del laboratorio di Bird, primo firmatario dell'articolo, ha dimostrato con tecniche all'avanguardia che questa abbondanza di MeCP2 corrisponde con notevole precisione allo schema di metilazione del DNA della cellula. Skene ha osservato che la maggior parte delle regioni del genoma si lega a MeCP2, mettendo in dubbio il ruolo precedentemente assegnato alla proteina di fattore di trascrizione specifico per determinati geni. Questo potrebbe spiegare perché nell'ultimo decennio sono stati identificati con certezza così pochi geni bersaglio della proteina MeCP2.

"Nel cervello", ha spiegato il professor Bird, "ci sono molti tipi di neuroni con differenti funzioni, ma il dato interessante è che lo schema, il pattern con cui MeCP2 si lega ai cromosomi è in gran parte simile in tutti i neuroni. Questo porta a ipotizzare che il difetto neuronale causato dalla mutazione di questo gene interessi tutti i neuroni in maniera simile. Se realmente si tratta di un difetto generalizzato diffuso in molti neuroni, le cause della sindrome di Rett potrebbero essere meno complicate di quel che temevamo. Ma questa ipotesi deve ora essere verificata e approfondita da ulteriori studi"

In linea con la sua distribuzione in tutto il genoma, i ricercatori hanno riscontrato che MeCP2 influenza globalmente la compattazione di DNA all'interno della cellula, una funzione, questa, in cui sono coinvolte proteine chiamate istoni. Gli istoni funzionano come bobine attorno a cui il DNA si avvolge. Questo avvolgimento, o compattazione, consente a una catena di DNA di 180 centimetri di trovar posto all'interno di ciascuna delle nostre cellule. Ci sono due classi di istoni, gli istoni-core, e gli istoni linker. I primi, gli istoni-core si aggregano a formare le bobine attorno a cui il DNA si avvolge, somigliando a perline su di un filo. Gli istoni linker, invece, come l'istone H1, sigillano il DNA sulla bobina formata dagli istoni core. In questo modo, gli istoni linker agiscono come dei lucchetti che tengono fermo il DNA su questa struttura e impediscono l'accesso improprio al DNA. In assenza di MeCP2, la quantità di istone linker H1 raddoppia, suggerendo un tentativo di compensare la mancanza della proteina.

Il gruppo di Bird ha inoltre osservato un aumento dell'acetilazione degli istoni in neuroni carenti di MeCP2. Queste modificazioni portano a uno srotolamento delle "bobine" di cromatina e potenzialmente lasciano il DNA esposto a una espressione anomala. Ciò suggerisce che la proteina MeCP2 agisca come "istone alternativo" e abbia, in ultima analisi, il ruolo di soppressore globale del genoma.

"Sempre in accordo col fatto che MeCP2 agisce sull'intero genoma", aggiunge Skene, "abbiamo trovato generalizzate alterazioni della composizione e dell'attività della cromatina. Si è visto che in assenza di MeCP2 si verifica un aumento della trascrizione spuria (cioè di una trascrizione non preventivata) del cosiddetto "DNA spazzatura", che si trova fra un gene e l'altro. Questo sembra indicare che anziché avere come bersaglio specifici geni, MeCP2 funzioni piuttosto a livello genomico generalizzato, e possa agire come guardiano del genoma neuronale."

Fonte: MOLECULARLAB.IT



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Si chiama "Mitotarget" il nuovo progetto online per la cura della Sla

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Un nuovo sito web multilingue fornirà informazioni preziose alle persone che soffrono di sclerosi laterale amiotrofica (Sla). La nuova risorsa online, descritta dal notiziario europeo Cordis, fa parte del progetto “Mitotarget” che sta indagando sulle cause della Sla, finanziato dall'Ue (ha ricevuto un finanziamento di 6 milioni di euro). Il gruppo di ricerca auspica che il sito web possa diventare il principale punto di riferimento per chiunque voglia reperire o condividere informazioni circa la Sla, vale a dire medici, infermieri, pazienti e il pubblico generale. La Sla, conosciuta anche come malattia di Lou Gehrig, dopo che fu diagnosticata alla star americana del baseball nel 1939, è una patologia neurodegenerativa letale, che causa l'atrofia progressiva dei neuroni motori (cellule nervose) nel sistema nervoso centrale, che controllano il movimento e il coordinamento muscolare. Si tratta di una patologia poco conosciuta. Attualmente vi è un solo farmaco approvato per il trattamento e che riesce solo a prolungare la vita del paziente di circa tre mesi. “Mitotarget” che è un acronimo per “Mitochondrial dysfunction in neurodegenerative diseases: towards new therapeutics” è un progetto triennale al quale partecipano 17 partner con sede in cinque paesi dell'Ue - ovvero Belgio, Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito - il cui obiettivo è appunto lo studio approfondito dei legami tra la disfunzione mitocondriale e lo sviluppo della Sla. La disfunzione mitocondriale svolge un ruolo importante nello sviluppo delle malattie neurodegenerative sebbene non è ancora del tutto chiara la sua azione in tale processo. Lo sviluppo del nuovo strumento web è stato coordinato dall'azienda farmaceutica Trophos. "Il consorzio Mitotarget auspica di sviluppare al più presto possibile trattamenti per la Sla, una malattia rara, ma terribile e fatale", ha dichiarato l'amministratore delegato della Trophos Damian Marron. "Vogliamo semplificare le cose per chi soffre di questa malattia - ha continuato - ma anche per le altre persone coinvolte affinchè diventi più facile per tutti scoprire e condividere informazioni sulla Sla. Ci auguriamo che questo possa accelerare il processo di scoprire una cura, nonchè aiutare tutti coloro la cui vita è stata devastata da questa terribile malattia". Lo scienziato britannico Stephen Hawking, che è il patron della Motor Neurone Disease Association (Mnda), ha accolto con favore il nuovo sito: "E' essenziale dare il maggior sostegno possibile alle persone a cui viene diagnosticata la Sla. Devono poter vivere il più a lungo possibile nel modo migliore possibile". "E' incoraggiante - ha proseguito - il fatto che, grazie al supporto dell'Ue, il consorzio “Mitotarget”' riesca a offrire sostegno pratico online a tutte le persone affette da Sla e a sviluppare cure per trattare questa malattia".

Fonte: Cordis.it e Agi.it
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22 gennaio, 2010

Sclerosi Multipla: grazie alla FTY720 passi avanti verso una possibile cura

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La Novartis, multinazionale svizzera del settore farmaceutico, ha illustrato i risultati dei due studi pubblicati sulla rivista "The New England Journal of Medicine" in cui viene anticipata la possibilità di ottenere presto una cura per la Sclerosi Multipla. Tale cura consiste in una semplice pillola, la Fingolimod (FTY720), che secondo il parere degli esperti, ha più di un vantaggio: ridurrebbe infatti il rischio di ricadute, la progressione della disabilità e anche le lesioni cerebrali. Notizie molto confortanti per chi, purtroppo, si trova a combattere questa malattia. Sono oltre 2 milioni e mezzo gli ammalati di sclerosi nel mondo, soprattutto fra i 20 e i 40 anni. In Italia si contanto circa 57 mila casi. La pillola Fingolimod agirebbe selettivamente bloccando alcuni linfociti nei linfonodi e quindi riducendo il numero di cellule immunitarie che raggiungendo il cervello attaccano la mielina o rilasciano sostanze che ne favoriscono la degradazione.

La dimostrazione dell'efficacia del farmaco è stato dimostrato attraverso un protocollo che prevedeva due fasi di studio. La prima fase sperimentale denominata "Transforms" e condotto dalla "Queen Mary University" di Londra è stata svolta su 1.292 pazienti ed è stato dimostrato che la "FTY720 per via orale, nel dosaggio di 0,5 mg, ha ridotto le ricadute del 52%; mentre con dosaggio da 1,25 mg la riduzione delle ricadute è stata del 38%". La seconda parte dello studio, la "Freedoms", svolta da Gavin Giovanonni, è stata eseguita su 1.272 pazienti. In questo caso "il farmaco ha ridotto il tasso di ricadute del 54%, con il dosaggio di 0,5 mg, e del 60% con il dosaggio di 1,25 mg". Tali pazienti, inoltre, hanno anche presentato un rischio più basso di progressione della disabilità a 3 e 6 mesi.

"Un grande passo avanti" commenta Jeffrey Cohen, della Cleveland Clinic Mellen Center per il Trattamento e la Ricerca nella Sclerosi Multipla, e aggiunge: "Le attuali terapie per la sclerosi multipla recidivante-remittente sono infatti somministrate per via iniettiva o per infusione e ciò può influire negativamente sulla tollerabilità e sul proseguimento del trattamento".





FONTE: vari siti nazionali
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