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AFORISMA DEL GIORNO

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06 giugno, 2019

Che cos'è il Patisiran e come lo studio clinico APOLLO si inserisce nelle prospettive nel trattamento della amiloidosi hATTR

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Lo scorso anno la Fda ha approvato il Patisiran, il primo farmaco specificamente autorizzato per il trattamento di una malattia rara e mortale chiamata amiloidosi ereditaria da transtiretina (hATTR). Sviluppato dalla biotech americana Alnylam, è stato messo in commercio con il marcio Onpattro.

La decisione è stata anche una pietra miliare scientifica: segna la prima approvazione in assoluto per un farmaco che utilizza la RNA interference, un meccanismo di difesa presente in natura che le cellule possono utilizzare per mettere a tacere un gene prima che produca una proteina dannosa.

«Questa approvazione fa parte di un'ondata più ampia di progressi che ci consentono di trattare la malattia affrontando effettivamente la causa alla radice, permettendoci di arrestare o invertire una condizione, piuttosto che essere in grado solo di rallentarne la progressione o di curare i suoi sintomi. In questo caso, gli effetti della malattia causano una degenerazione dei nervi, che può manifestarsi in dolore, debolezza e perdita di mobilità", ha detto il Commissario dell'Fda Scott Gottlieb "Nuove tecnologie come gli inibitori dell'RNA, che alterano i fattori genetici di una malattia, hanno il potenziale di trasformare la medicina, in modo da poter meglio affrontare e anche curare le malattie debilitanti. Ci impegniamo a far progredire i principi scientifici che consentono lo sviluppo e la revisione efficienti di trattamenti sicuri, efficaci e innovativi, in grado di cambiare la vita dei pazienti.»

L'approvazione dell'Fda è specifica per il trattamento dei danni ai nervi periferici subiti dai pazienti con hATTR e rappresenta il culmine di quasi due decenni di lavoro scientifico iniziato quando gli scienziati Andrew Fire e Craig Mello scoprirono l'RNAi 20 anni fa. Nel 2006, hanno vinto un premio Nobel per la loro scoperta.

Dal 2002, Alnylam, la più grande azienda del settore RNAi, ha cercato di utilizzare il metodo per produrre farmaci innovativi. Altri tre farmaci di Alnylam che sfuttano la RNAi sono in fase avanzata di sviluppo, per l'emofilia, il colesterolo elevato e la porfiria epatica acuta (una malattia epatica rara).

«Dopo 16 anni, una perseveranza instancabile e miliardi di dollari in investimenti, siamo finalmente riusciti a far progredire la terapia RNAi nel suo complesso, per ottenere una nuova classe di farmaci innovativi", ha dichiarato il CEO dell'azienda John Maraganore alla testata Xconomy. "Cosa conta di più? La differenza che ora possiamo fare nella vita dei pazienti con amiloidosi da hATTR.»

Si stima che la hATTR colpisca 50mila persone in tutto il mondo. Le persone che hanno la malattia fanno una versione mutata della transtiretina (TTR), una proteina che si accumula in ciuffi piegati male, causando danni a una varietà di tessuti in tutto il corpo. Alcuni pazienti soffrono solo il danno nervoso, che inizia con intorpidimento delle dita dei piedi, poi, i piedi, e si muove verso l'alto. Altri soffrono di problemi cardiovascolari che possono determinare scompenso cardiaco e morte. La maggior parte dei pazienti ha entrambi i problemi. Gli unici trattamenti finora effettuati negli Stati Uniti sono i trapianti di fegato o diflunisal, un farmaco antinfiammatorio usato off-label per "stabilizzare" la proteina TTR e rallentare i danni nervosi progressivi. Ma i trapianti di fegato sono rischiosi, difficili da ottenere, e non sempre funzionano. E il diflunisal può causare problemi di stomaco o reni, quindi non è per tutti.

Il paradigma terapeutico per l'hATTR è stato però modificato. Il farmaco di Alnylam è una piccola molecola di RNA, somministrata al fegato da una nanoparticella lipidica, che agisce interferendo con l'RNA che produce la forma anomala della transtiretina proteica (TTR) per bloccare la produzione della proteina.

L'efficacia di Onpattro è stata dimostrata in uno studio clinico che ha coinvolto 225 pazienti, 148 dei quali sono stati assegnati randomizzati a ricevere un'infusione di Onpattro una volta ogni tre settimane per 18 mesi, e 77 dei quali sono stati assegnati a ricevere un'infusione di placebo alla stessa frequenza. I pazienti che hanno ricevuto Onpattro hanno avuto risultati migliori su misure di polineuropatia tra cui la forza muscolare, valutazioni su diverse sensazioni (dolore, temperatura, intorpidimento), riflessi e sintomi autonomici (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, digestione) rispetto a coloro che hanno ricevuto l'infusione di placebo. I pazienti sottoposti a trattamento con patisiran hanno ottenuto risultati migliori anche per quanto riguarda la valutazione della deambulazione, dello stato nutrizionale e della capacità di svolgere attività di vita quotidiana.
 
Lo studio clinico APOLLO
 
Nello studio clinico APOLLO sono state valutate la sicurezza e l’efficacia di patisiran in una popolazione arruolata a livello globale e di pazienti affetti da amiloidosi hATTR. Lo studio ha dimostrato la superiorità di patisiran, rispetto al placebo nel miglioramento dei parametri relativi a polineuropatia, qualità della vita, attività quotidiane, deambulazione, stato nutrizionale e sintomatologia autonomica in pazienti adulti con amiloidosi hATTR. Per valutare funzionalità motoria, sensoriale e nervosa, riflessi e pressione posturale è stata utilizzata la scala modificata del Neuropathy Impairment Score (mNIS+7).

•    A 18 mesi, il trattamento con patisiran ha determinato una variazione media di 6,0 punti (miglioramento) nel punteggio mNIS+7 ottenuto al basale, rispetto a un aumento medio di 28,0 punti (peggioramento) segnalato per il gruppo placebo. Con una differenza media complessiva di 34,0 punti del braccio patisiran rispetto al placebo.
•    Mentre quasi tutti i pazienti trattati con patisiran hanno avuto un beneficio terapeutico rispetto al placebo, il 56% dei pazienti trattati con patisiran ha ottenuto un notevole miglioramento nei parametri di valutazione della polineuropatia (punteggio mNIS+7 migliorato) rispetto al proprio livello basale dopo 18 mesi di terapia, rispetto al 4% dei pazienti ai quali era stato somministrato il placebo.
•    A 18 mesi, il 51% dei pazienti patisiran ha ottenuto un miglioramento nella qualità della vita misurato in base al punteggio Norfolk QOL-DN, rispetto al 10% dei pazienti placebo.
•    Nel corso dei 18 mesi di terapia, i pazienti trattati con patisiran, hanno ottenuto un notevole beneficio in tutti gli altri endpoint di efficacia, tra cui attività quotidiane, deambulazione, stato nutrizionale e sintomatologia autonomica.
•    Patisiran ha ottenuto dati favorevoli sugli endpoint esplorativi relativi a struttura cardiaca e parametri funzionali nei pazienti con interessamento cardiaco.
•    L’incidenza e la gravità degli eventi avversi sono stati simili nei pazienti trattati con patisiran e con placebo. Gli eventi avversi più comuni segnalati nei pazienti trattati con patisiran, con una frequenza almeno del 3% superiore a quella registrata nei pazienti trattati con placebo, sono stati l’edema periferico e le reazioni correlate all’infusione. 

FONTE: Pharmastar
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01 ottobre, 2018

Premio Nobel 2018 per la Medicina a James Allison e Tasuku Honjo, fra i padri della immunoterapia antitumorale

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Il Premio Nobel per la Medicina 2018 è stato assegnato all'americano James P. Allison e al giapponese Tasuku Honjo. I due scienziati, attivi entrambi negli Stati Uniti, hanno effettuato ricerche sul freno naturale che riesce a bloccare l'avanzata dei tumori, sulle quali si basa l'immunoterapia. I due studiosi "hanno capito che si può stimolare il sistema immunitario per attaccare le cellule tumorali, un meccanismo di terapia assolutamente nuovo nella lotta ad un tipo di malattia che uccide ogni anno milioni di persone e che costituisce una delle più gravi minacce alla salute dell'umanità", si legge nelle motivazioni dell'Accademia.

Le ricerche di James P. Allison e Tasuku Honjo sono state una pietra miliare nella lotta contro i tumori perché per la prima volta hanno portato alla luce i meccanismi con i quali le cellule del sistema immunitario attaccano quelle tumorali.

Allison ha aperto la via a queste ricerche studiando le proteine che funzionano come un freno del sistema immunitario e intuendo le loro grandi potenzialità: manipolando il loro freno naturale sarebbe stato possibile aggredire i tumori con nuove armi.

Honjo ha segnato un altro passo lungo questa nuova strada scoprendo una proteina delle cellule tumorali che funziona anche come un freno, ma con un meccanismo d'azione diverso rispetto a quelli noti fino a quel momento. Entrambe le scoperte si sono tradotte nel tempo in nuovi approcci per la terapia contro i tumori che si stanno dimostrando molto promettenti.

«È importante che abbiano dato il premio e entrambi perché con la scoperta di questi circuiti negativi hanno aperto la strada all’identificazione di molecole cruciali per il progresso nelle terapie contro i tumori» spiega il professor Michele Maio, direttore del Centro di Immunoncologia dell’azienda ospedaliera universitaria Senese, uno dei maggiori esperti italiani in questo campo. «I due ricercatori hanno sostanzialmente intuito che esistono circuiti regolatori negativi da parte del sistema immunitario. Quando il sistema si attiva per eliminare per esempio virus o batteri, esprime proteine sulle membrane dei linfociti (Ctla-4) che si legano a un recettore che spegne l’attivazione dei linfociti T. Apparentemente non ha senso ma invece è importantissimo perché altrimenti avremmo linfociti continuamento attivati anche quando non c’è n’è più alcuna ragione. Si tratta di un meccanismo che ci evita un’infiammazione permanente. Da questa premessa Allison è partito per ipotizzare che bloccando l’interazione fra la proteina Ctla-4 e il suo recettore si sarebbe potuto de-attivare questo segnale di deattivazione del sistema immunitario. Lo ha fatto con un anticorpo monoclonale dimostrando che era effettivamente possibile mantenere un’attivazione del sistema immunitario per distruggere il tumore. Da qui si è arrivati ai primi farmaci usati a questo scopo nell’uomo nel 2011. Honjo, dal canto suo ha dimostrato la presenza di un’altra proteina, la Pd-1, e ha dimostrato che è in grado di mandare segnali negativi». In aggiunta il tumore può esprimere un recettore per la Pd-1 ,che consentono alle cellule del tumore stesso di eludere il riconoscimento da parte del sistema immunitario e quindi di continuare a riprodursi. L’immunoterapia contro i tumori agisce a questo livello, contrastando questi sistema chiave-serratura e impedendo così alle cellule tumorali di sfuggire alla cattura da parte di quelle del sistema immunitario.

La battaglia contro il cancro del resto ha registrato cambiamenti radicali negli ultimi anni. Le armi che si stanno studiando, e che già si cominciano a usare, sono capaci di riconoscere le sue trasformazioni e i suoi «piani»e agire di conseguenza. I ricercatori battono molte strade. C’è chi prova a tagliargli i rifornimenti con gli inibitori dell’angiogenesi (che impediscono di fabbricare nuovi vasi per procurarsi nutrimento). C’è chi studia bersagli stabili nelle sue cellule per «sparargli» proiettili precisissimi e chi «punta» a suoi processi biochimici specifici per sabotarli (con anticorpi monoclonali e terapie target). C’è chi affina la precisione della radioterapia e l’efficacia della chirurgia o dei farmaci tradizionali. C ’è poi chi cerca di «riconvertire» le cellule deviate, e chi prova a togliere i freni (che in sé sono utili) al sistema immunitario , in modo da scatenarlo senza remore contro il tumore, cercando al contempo di evitare che faccia danni al resto dell’organismo. Gli ultimi due, in estrema sintesi, sono i compiti che si danno gli studiosi che si occupano di immunoterapia dei tumori. Nel 2013 l’immunoterapia si era guadagnata il primo posto della top ten delle più importanti svolte scientifiche dell’anno. Nella classifica stilata ogni anno dall’Associazione Americana per il Progresso della Scienza e gli editori della prestigiosa rivista Science, l’immunoterapia era in cima alla lista delle scoperte fondamentali in virtù dei notevoli successi raggiunti in alcune sperimentazioni e nonostante mancassero ancora risultati definitivi e a lungo termine sulla sua efficacia curativa.



FONTE: Tgcom.it e Corriere.it
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04 giugno, 2018

Relacorilant (Cort125134), una nuova arma per combattere l'eccesso di cortisolo

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Un nuovo farmaco si sta affacciando nella terapia della sindrome di Cushing, una patologia caratterizzata da una serie di segni e sintomi, spesso gravi, legati ad un'iperproduzione di cortisolo. La sindrome di Cushing può essere causata da un eccesso di alcuni farmaci, come il cortisolo o il prednisone, oppure da una eccessiva produzione di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali, talvolta in seguito ad una neoplasia. I casi conseguenti ad un adenoma pituitario ACTH-secernente sono noti come malattia di Cushing, che rappresenta la seconda causa più comune. Il quadro sintomatologico include una svariata serie di sintomi, fra cui astenia e facile affaticabilità per aumento del catabolismo proteico, osseo e cutaneo; odolori ossei ed articolari; osteoporosi; rapido aumento di peso con obesità centripeta, particolarmente a livello di tronco e faccia ("faccia a luna piena" e "gibbo di bufalo"); perdita della libido, impotenza, frigidità; ipertensione; amenorrea, dismenorrea ed irsutismo nella donna; iperglicemia, diabete mellito tipo II e intolleranza al glucosio; problemi psicologici (depressione, psicosi, nervosismo ed irritabilità); problemi cutanei con aree di atrofia e strie rosso-violacee tipiche sui fianchi sull'addome (dette striae rubrae) e sugli arti inferiori (teleangectasie), seborrea;  allungamento del tempo di cicatrizzazione e tendenza alle infezioni; ipotrofia degli arti inferiori.

Il Relacorilant è una molecola cardine di una terapia sperimentale sviluppata da Corcept Therapeutics e che può gestire efficacemente gli effetti dell'eccesso di cortisolo in pazienti con sindrome di Cushing, secondo i dati provvisori di uno studio di fase 2 in corso. In particolare, il trattamento ha migliorato significativamente la tolleranza allo zucchero e i livelli di osteocalcina, un biomarcatore di crescita osseo comunemente soppresso dall'eccesso di cortisolo.

Relacorilant, noto anche come CORT125134, è stato progettato per prevenire gli effetti dell'eccesso di cortisolo bloccando uno dei suoi recettori, il recettore dei glucocorticoidi.

In uno studio di Fase 1 con volontari sani, dosi multiple di relacorilante hanno avuto un effetto simile a quello di Korlym (mifepristone) - un medicinale approvato per i pazienti di Cushing - senza i suoi noti effetti collaterali.

Oltre ai primi dati sull'efficacia, lo studio ha mostrato che il trattamento era generalmente sicuro e ben tollerato dai pazienti, con eventi avversi di gravità lieve.

In particolare, negli studi clinici che utilizzano CORT125134 come monoterapia non sono state identificate reazioni avverse attese gravi fintanto che le dosi siano mantenute inferiori a 500 mg. Fra gli eventi avversi lievi abbiamo soprattutto dolori muscolari e una piastrinopenia che si è subito risolta al momento della sospensione del farmaco. Risultati dalla coorte trattata alla dose ripetuta più alta di 500 mg di Relacorilant ha indicato che questa dose ha superato la dose massima tollerata, con comparsa di sintomi muscoloscheletrici e connettivi, disturbi tissutali e otite media. La valutazione di genotossicità in vitro e in vivo ha rivelato che Relacorilant è privo di mutazioni potenziale. È in corso uno studio di carcinogenesi di 2 anni.

Questi risultati hanno supportato il lancio dello studio di Fase 2 in pazienti con sindrome di Cushing. Nel trial, circa 30 pazienti ricevono dosi crescenti di relacorilant per un totale di 12 settimane.

I pazienti erano divisi in due gruppi. Il primo gruppo, che comprende 17 pazienti, riceve la dose più bassa - 100 mg / die di relacorilant per quattro settimane, seguita da 150 mg / die per quattro settimane e poi da 200 mg / die per le ultime quattro settimane. Il secondo gruppo, chiamato coorte ad alto dosaggio, viene trattato con un regime simile ma con una dose iniziale di 250 mg / die e una dose finale di 350 mg / die.

I pazienti nel gruppo a basso dosaggio hanno mostrato un miglioramento significativo della tolleranza al glucosio e un aumento del 60% dell'osteocalcina nel sangue.

Inoltre, il trattamento ha ridotto la pressione del sangue nel 45% dei pazienti con ipertensione incontrollata da eccesso di cortisolo. È importante sottolineare che i risultati dopo 12 settimane di relacorilant erano simili a quelli osservati dopo sei mesi di trattamento con Korlym.

In definitiva, i dati sulla sicurezza continuano a mostrare un profilo positivo, senza evidenza di effetti avversi gravi e nessuna affinità verso il recettore del progesterone, che è un grosso inconveniente di Korlym.

"I risultati clinici di Relacorilant sono sorprendenti perché le dosi ricevute da questi pazienti sono state le più basse dello studio. Non ci aspettavamo che i pazienti sperimentassero alcun significativo beneficio clinico, ma chiaramente lo hanno fatto ", ha detto Robert S. Fishman, MD, chief medical officer di Corcept. "Non vediamo l'ora di presentare i dati di questi pazienti a basso dosaggio alla riunione AACE della prossima settimana. Con la coorte finale ad alta dose dello studio completamente arruolata, avremo i dati definitivi nel terzo trimestre. "

Supportato da questi dati preliminari, Corcept ha accelerato i preparativi per uno studio di fase 3 su relacorilant nei pazienti con sindrome di Cushing. Corcept ha annunciato in un comunicato stampa che il processo (NCT02804750) ha completato l'arruolamento del paziente. I risultati dei primi pazienti saranno presentati durante la 27a riunione annuale dell'American Association of Clinical Endocrinologists (AACE), 16-20 maggio a Boston. I dati completi sono attesi per il terzo trimestre del 2018.


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27 aprile, 2018

La tecnica CancerSEEK, biopsia liquida per migliorare la forza diagnostica in campo oncologico

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Da molto tempo si cerca di ottimizzare la diagnosi del tumore attraverso metodi poco invasivi ed il più efficaci possibile. Gli ultimi anni hanno visto una serie di test sperimentali chiamati biopsie liquide che promettono di rilevare e localizzare i tumori da un semplice prelievo di sangue. Molti di questi test sono pensati per rilevare un singolo tipo di cancro, individuando specifiche sequenze di DNA che circolano libere nel sangue. Le cellule tumorali possono infatti rilasciare, dopo la loro lisi o durante il loro ciclo vitale, vescicole contenenti DNA che può essere rivelato ed utilizzato come marker. Da qui nasce CancerSEEK.

Molti gruppi nel mondo accademico e in quello industriale si sono concentrati sull’uso di biopsie liquide. I vantaggi sono molti, sono molto meno costose di pratiche più invasive come le biopsie e molto meno traumatiche anche per il paziente. Tuttavia tali prelievi venivano usati per monitorare la progressione del cancro e per guidare i medici nella formulazione di un piano di trattamento.

Ma l’oncologo Nickolas Papadopoulos del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora, nel Maryland, e i suoi colleghi volevano sviluppare un test in grado di rilevare i tumori in una fase precoce, quando sono più facili da trattare.

Un test con queste caratteristiche è molto difficile da mettere a punto. Tumori di piccole dimensioni non liberano tanto DNA nel sangue, come invece fanno i tumori più grandi. E i falsi positivi sono un problema per i test che devono essere somministrati a grandi popolazioni di individui sani: un risultato sbagliato può causare alle persone stress eccessivo e portare a trattamenti non necessari e potenzialmente dannosi.

Per aumentarne la sensibilità, i ricercatori, hanno pensato quindi ad un esame composto sia da una analisi genica del DNA libero che da una analisi proteica. Il test che hanno sviluppato – chiamato CancerSEEK – esamina i livelli di otto proteine e la presenza di mutazioni in 16 geni.

Il gruppo ha testato la biopsia liquida su persone già diagnosticate con una di otto forme di cancro: ovarico, fegato, stomaco, pancreas, esofageo, colon-retto, polmone o seno. E hanno escluso le persone il cui cancro si era diffuso ad altre parti del corpo, in modo che potessero concentrarsi sulle prime fasi della malattia.

L’efficacia di CancerSEEK variava ampiamente a seconda del tumore: ha rilevato il 98 per cento dei tumori ovarici, ma solo il 33 per cento dei casi di cancro al seno. È stato in grado di individuare l’organo in cui la malattia aveva messo radici in circa il 63 per cento dei pazienti. Ma il test ha ottenuto risultati migliori sui tumori in stadio avanzato rispetto a quelli precoci, trovando il 78 per cento della malattia in stadio III rispetto al 43 per cento dei tumori in stadio I.

Risultati ottimi afferma Rosenfeld direttore scientifico dell’azienda Inivata di Cambridge, ma aggiunge la sua preoccupazione sulla possibile presenza di tumori non diagnosticabili attraverso CancerSEEK. Un’altra preoccupazione è che il tasso di falsi positivi possa essere più alto nella popolazione generale, dice Catherine Alix-Panabières, ricercatrice oncologa dell’Università di Montpellier, in Francia. Alcune persone apparentemente sane potrebbero covare malattie infiammatorie che alterano i livelli delle proteine rilevate dal test, afferma.

Potrebbero volerci anni per affrontare questi problemi. Ma i ricercatori hanno già iniziato uno studio che testerà CancerSEEK in almeno 10.000 individui sani. Nel frattempo, ci si aspetta di vedere altri gruppi di ricerca perfezionare le proprie biopsie liquide combinando il sequenziamento del DNA con altri esami del sangue, afferma Alberto Bardelli, ricercatore oncologo presso l’Istituto per la ricerca e la cura del cancro di Candiolo di Torino.

FONTE: Close Up Engineering
AUTORE: Marco Franzon
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25 aprile, 2018

Progetto "mEryLo": usare gli eritrociti come alleati contro la leucemia

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Il “nemico” sono i tumori. Gli alleati i globuli rossi, che “mimetizzano” e trasportano un cocktail di farmaci specifico per ogni paziente per prolungarne la presenza all’interno del corpo, ridurre la frequenza della terapia e ridurre gli effetti secondari dovuti a possibili sovradosaggi. L'idea è di un team italiano tutto femminile (Giustina Casagrande, Monica Piergiovanni ed Elena Bianchi) e si chiama mEryLo'.

Il progetto (uno dei due italiani assieme a Helperbit) è tra i 19 finalisti che si giocheranno la Global Social Venture Competition, il concorso mondiale riservato ai progetti di impresa a impatto sociale e ambientale. “Tutto è nato una decina di anni fa presso il Laboratorio LaBS del Politecnico di Milano - spiega Giustina Casagrande - anche se l’idea di mettere a punto un dispositivo è stata sviluppata negli ultimi anni”. Il nome è un acronimo che spiega ciò che fa il dispositivo: mEryLo’ sta per micro Erytrocyte Loader, ovvero “dispositivo microfluidico di caricamento degli eritrociti”. Con cartucce monouso poco invasive e che limitano il contatto tra il sangue e l’ambiente esterno, potenziale causa di contaminazione e infezioni. Al momento esiste un prototipo da laboratorio che permette di trattare piccole quantità di sangue. Il prossimo passo sarà lo sviluppo del dispositivo per l’applicazione sui pazienti.

Anche se il sistema potrebbe essere usato in diversi contesti clinici, le tre ricercatrici hanno scelto di concentrarsi inizialmente sulla leucemia. Soprattutto per due motivi: “La prima – spiega Casagrande - sta nel fatto che per la cure attuali si utilizzano farmaci con molti effetti collaterali, che noi miriamo a ridurre mimetizzando parte del farmaco nei globuli rossi. La seconda è legata al fatto che in altri contesti oncologici c'è un nemico ben localizzato da combattere, spesso anche chirurgicamente o con radioterapia mirata, mentre nella leucemia pervade tutto il sistema vascolare, dove sono presenti in grande quantità proprio i globuli rossi in cui il farmaco viene caricato”. Il passo più complicato, come spesso succede, è passare dalla laboratorio all'impresa. “Questa è proprio la grande sfida”, sottolinea Casagrande. Fino ad oggi mEryLo’ è stato un progetto di ricerca, ora la nostra startup sta cercando la sua collocazione sul mercato. Dopo un primo piccolo seed, stiamo svolgendo attività di fund raising per supportare le diverse fasi di validazione, necessarie per portare il progetto più vicino all’applicazione clinica”.


FONTE: Agi Salute
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21 aprile, 2018

Diabete di tipo 1 e molecola BL001, prospettive (ancora lontane) di terapie di rigenerazione delle cellule beta

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In uno studio pubblicato su Nature Communications il gruppo di studio spagnolo del Centro andaluz de Biologia Molecular y Medicina Regerativa (Cabimer) ha sperimentato sui topi una molecola (già brevettata) che riesce a combinare due effetti: riduce l'attacco che il sistema immunitario dei malati scaglia contro il pancreas distruggendo le cellule che producono insulina e reintegra la popolazione di beta-cellule distrutte. "Per curare il diabete devi agire su entrambi gli aspetti: creare cellule che sostituiscano quelle che non funzionano e fermare la causa", spiega Bernat Soria, direttore del Dipartimento di rigenerazione e terapie avanzate di Cabimer e uno degli autori dello studio. Cosa che finora le terapie disponibili non erano state in grado di fare, riuscendo infatti ad agire soltanto su uno dei due problemi (immunosoppressione oppure stimolazione della rigenerazione delle betacellule).

I ricercatori hanno condotto delle analisi su topi e su cellule umane coltivate in vitro per testare l'azione della molecola in questione, la BL001: "Questa molecola è in grado di legarsi a un recettore molecolare - il Liver receptor homolog-1, Lrh1, (ndr) - situato sulla superficie del nucleo di alcune cellule del sistema immunitario e sulle cellule del pancreas", spiega Nadia Cobo-Vuilleumier, prima autrice dello studio.

Nei topi, la somministrazione a lungo termine di BL001 impedisce lo sviluppo del diabete attraverso il mantenimento combinato di cellule beta funzionanti e il rilascio di fattori anti-infiammatori. E nelle cellule umane - al momento lo studio ha riguardato il diabete di tipo 2 - la molecola agirebbe proteggendo le betacellule pancreatiche dalla morte cellulare (apoptosi) e migliorando la secrezione insulinica.

Ciò che resta da capire è come il legame tra il recettore e la molecola BL001 possa indurre la rigenerazione delle betacellule. Gli esperti dello studio hanno provato a spiegare questa evidenza: il "farmaco" agirebbe stimolando la trasformazione delle cellule alfa - un altro tipo di cellule presenti nel pancreas coinvolte nella produzione del glucagone, l'ormone che svolge la funzione opposta all'insulina -  in beta-cellule. Secondo gli esperti le cellule alfa, anch'esse caratterizzate dalla presenza del recettore al quale la molecola può legarsi, potrebbero andare incontro a un processo chiamato transdifferenziazione - un'ipotesi in realtà ancora da verificare. Se così fosse, tale trasformazione consentirebbe di rigenerare la popolazione di cellule beta da un campione inesistente o gravemente danneggiato.

Il composto brevettato, che ha avuto successo nella prevenzione e nel trattamento del diabete nei topi e nelle colture di tessuto pancreatico umano, ha ancora molta strada da fare prima di arrivare sul mercato - si devono ad esempio analizzare soglie di efficacia e tossicità al fine di renderlo sicuro e poi c'è bisogno di fondi perché "il costo previsto per lo sviluppo del farmaco si aggira attorno a 20 milioni di euro", conclude Benoit Gauthier, co-autore dello studio.


FONTE: Repubblica.it
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05 febbraio, 2018

Dal microchip che "simula" la retina una nuova arma contro la cecità

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Per la prima volta in Italia, secondo quanto riportato dall’ospedale San Raffele di Milano, è stato eseguito l’impianto di una protesi sottoretinica - un vero e proprio modello di retina artificiale - in una donna non vedente. Il delicatissimo intervento è stato condotto da un’equipe di specialisti in chirurgia vitreoretinica e oftalmoplastica dell’Unità di Oculistica, diretta dal professor Francesco Maria Bandello, La paziente sta bene ed è stata dimessa dall’ospedale. Ora attende l’accensione del microchip che stimolerà gradualmente la retina, consentendole di reimparare a vedere.

Il microchip misura circa tre millimetri e contiene 1600 sensori. Il dispositivo viene inserito al di sotto della retina, in corrispondenza della macula, in modo da stimolare il circuito nervoso che naturalmente collega l’occhio al cervello: in questo modo si sostituisce all’attività delle cellule non più in grado di fare il loro lavoro. Il dispositivo è destinato a persone che hanno perso la vista durante l’età adulta a causa di gravi malattie genetiche della retina, come la retinite pigmentosa e può ripristinare la percezione della luce e delle sagome di alcuni oggetti o persone circostanti in modo indipendente da supporti esterni (come telecamere oppure occhiali). Il principio di funzionamento si basa sulla sostituzione dei fotorecettori della retina, cioè le cellule specializzate (i coni e bastoncelli) deputate a tradurre la luce in segnali bioelettrici che arrivano al cervello attraverso il nervo ottico. I fotorecettori ormai non più funzionanti vengono sostituiti da un fotodiodo, un microscopico apparato elettronico in grado di trasformare la luce in uno stimolo elettrico.

L’intervento è durato quasi undici ore ed è stato eseguito da un’équipe diretta dal dottor Marco Codenotti – responsabile del servizio di Chirurgia vitreoretinica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – coadiuvato, per la parte extraoculare, dal dottor Antonio Giordano Resti, responsabile del servizio di Chirurgia oftalmoplastica dello stesso ospedale. Il microchip è stato inserito al di sotto della retina, mentre il circuito di collegamento che lo unisce all’amplificatore del segnale elettrico è stato posizionato dietro all’orecchio, nella regione retroauricolare, sotto la pelle. Attualmente questo nuovo modello di protesi sottoretinica (Alpha AMS) è stato impiantato solo in pochissimi pazienti ed esclusivamente in due centri europei. Il 20 gennaio 2018 è stato eseguito il primo impianto italiano, al San Raffaele.La paziente, una donna di 50 anni, è affetta sin dalla giovane età da retinite pigmentosa, una malattia genetica dell’occhio che provoca la graduale riduzione della vista: i primi sintomi sono iniziati durante l’adolescenza e in seguito la visione si è gradualmente ridotta fino a esaurirsi totalmente. «A seguito dell’intervento ci aspettiamo una stimolazione retinica che gradualmente potrà portare la paziente a reimparare a vedere» afferma Marco Codenotti, che aggiunge: «L’intervento è stato il più complicato che abbia mai eseguito. Ogni passo è fondamentale e delicato e la riuscita dell’intervento può essere compromessa da un momento all’altro. L’aver visto il microchip posizionato correttamente è stato per me una grandissima emozione, un sogno realizzato».


FONTE: Corriere.it
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04 luglio, 2017

Gran Bretagna, problemi per Google, app di monitoraggio pone a rischio la privacy di milioni di pazienti

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Di health care e salute non se ne interesserà solo Apple. Anche Google si butta a capofitto sul tema sfruttando l'acquisita DeepMind che sta testando in UK l'applicazione Streams. I primi test, seppur funzionali dal punto di vista medico, sono viziati da un'eccessiva leggerezza nel trattamento dei dati dei pazienti, sollevando non poche polemiche sul delicato tema della privacy. La ICO (Information Commisioner's Office) nel corso di un'indagine sull'operato della Royal Free NHS Foundation Trust di Londra (in partnership con DeepMind) ha rilevato forti lacune sul corretto trattamento dei dati di 1,6 milioni di pazienti inseriti in un gruppo test che ha fruito del di sistema di allerta, diagnosi e rilevazione per lesioni renali acute (Streams per l'appunto) dal 2015.

Elizabeth Denham, Commissario dell'ICO, ha affermato: "non c'è dubbio del grande potenziale che l'uso dei dati potrebbe avere sulla cura dei pazienti e sui miglioramenti clinici, ma il prezzo dell'innovazione non deve essere l'erosione dei diritti fondamentali della privacy. La nostra indagine ha trovato una serie di carenze nel modo in cui i dati registrati del paziente sono stati condivisi. I pazienti non si sarebbero ragionevolmente aspettati che le loro informazioni fossero usate in questo modo". Insomma una carenza di trasparenza che potrebbe ledere il paziente finale.

A questo punto l'Information Commisioner's Office ha chiesto alla Royal Free NHS Foundation Trust di "impegnarsi per apportare modifiche che risolveranno le carenze, e la loro cooperazione è benvenuta. La legge sulla protezione dei dati non è una barriera all'innovazione, ma deve essere considerata ovunque vengano utilizzati i dati delle persone".Nel dettaglio viene chiesto che venga rispettato il perimetro giuridico entro il quale DeepMind svolge i suoi progetti; stabilire come "Trust" ottempererà agli obblighi nei confronti dei pazienti; completare una valutazione dell'impatto sulla privacy, compresi specifici provvedimenti per garantire la trasparenza oltre che provvedere ad effettuare una revisione del processo condividendo con il Commissario i risultati.

Streams è un sistema regolarmente registrato presso la Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (MHRA) che integra differenti tipi di dati e risultati provenienti da una gamma di sistemi IT usati negli ospedali in grado di inviare un'allerta urgente verso uno smartphone gestito da personale medico. In questo modo è possibile attivare un aiuto clinico immediato, agevolato da una rapida diagnosi proveniente dai parametri recuperati dai macchinari in comunicazione. Il sistema è in test in alcune aziende ospedaliere del Regno Unito su pazienti con problemi renali, ma può essere facilmente adattato anche per pazienti con sepsi e complicanze del diabete.

La divisione Health di DeepMind è attiva da tempo nel sensibilizzare i pazienti sui vantaggi che possono trarre dalla tecnologia attraverso forum e sessioni didattiche e condivide l'importanza nel rispettare la privacy dei pazienti. Stessa collaborazione è giunta anche dall'ospedale Royal Free che fa sapere di essere più che disponibile nell'ascoltare e recepire le raccomandazioni delle istituzioni. Da qui in avanti è imprescindibile che legislazione e aziende tecnologiche siano allineate per evitare gravi rischi per l'utente, che visto il suo stato di degenza risulta in una posizione di particolare debolezza.

FONTE: Punto Informatico
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15 gennaio, 2017

Fra sei anni un vaccino contro il rinovirus, il virus del comune raffreddore

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Un ricercatore dell'università di Vienna ha brevettato un vaccino che protegge dal raffreddore, un passo potrebbe portare a una versione da mettere in commercio entro sei anni. Lo afferma l'ideatore, Rudolf Valenta, in un'intervista all'Independent.

Il sistema immunitario, spiega Valenta, che ha oltre 200 pubblicazioni sull'argomento, non riesce a combattere i rinovirus, i principali responsabili del raffreddore, perchè si concentra sul centro del virus, che è passibile di mutazioni. Al contrario il vaccino messo a punto ha come obiettivo il guscio protettivo del microrganismo, che si ancora alle mucose della bocca, del naso e della gola e nello stomaco favorendo l''aggressione', e che non varia tra i diversi ceppi. "Abbiamo preso alcuni frammenti del guscio - spiega Valenta - attaccandoli ad una proteina di trasporto. E' un principio molto vecchio, 'riprogrammare' la risposta immunitaria sull'obiettivo giusto".

La ricerca, spiega Valenta, è in fase avanzata. "Con la prima proteina che abbiamo costruito abbiamo una inibizione molto buona della malattia - afferma -, siamo convinti di essere sulla buona strada. Se riusciremo ad avere i fondi per i test clinici possiamo metterlo a punto in sei-otto anni".

FONTE: Ansa.it
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21 ottobre, 2016

L'ovaio può produrre "nuove" cellule uovo oltre alle preesistenti? Ricerca in campo oncologico pone nuove prospettive...

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Una scoperta riportata dal Guardian sembrerebbe contraddire uno dei dogmi sulla vita riproduttiva femminile: quello secondo il quale le donne nascono con un determinato numero di cellule uovo, e che in nessun modo si può aumentare questa riserva, che anzi è destinata ad assottigliarsi col tempo. Ma un piccolo studio dell'Università di Edimburgo, condotto su un gruppo di pazienti oncologiche, dimostrerebbe che le giovani donne trattate con un particolare farmaco chemioterapico hanno una densità di cellule uovo maggiore di quella di donne sane della stessa età. Gli ovuli extra sembrano giovani, simili a quelli tipici dell'età prepuberale, un aspetto compatibile con la loro recente formazione.

La ricerca, fatta attraverso biopsie ovariche, era inizialmente mirata ad accertare che il trattamento antitumorale, chiamato ABVD, non causasse problemi di fertilità come altri farmaci usati contro il cancro (in questo caso, il linfoma di Hodgkin). Ma se confermata, al di là degli effetti del farmaco in sé, vorrebbe dire che in certe situazioni, le ovaie possono produrre nuove cellule uovo: quelle delle pazienti trattate hanno mostrato un numero di ovuli da due a quattro volte maggiore rispetto ai soggetti di controllo. Tuttavia sono in molti a sollevare dubbi sui risultati. Gli ovuli "extra" osservati potevano essere già presenti, e sono stati forse riportati in superficie per lo stress della terapia; oppure i follicoli - le unità funzionali dell'ovaio - potrebbero essersi divisi in due o più parti in risposta al trattamento.

Autrice: Elisabetta Intini
Fonte. Focus.it http://www.focus.it/scienza/salute/il-corpo-femminile-puo-produrre-nuove-cellule-uovo
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15 febbraio, 2016

Ricercatrice attacca il ministro Giannini, "Nessun merito del governo sui successi dei cervelli in fuga..."

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C'è la riscossa dei cervelli in fuga, bistrattati in patria, ma apprezzati e pluripremiati all'estero, nell'arringa social della linguista Roberta D'Alessandro contro il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini, "colpevole" di essersi vantata via Facebook dei risultati ottenuti a livello europeo da trenta scienziati italiani (lei compresa) vincitori di finanziamenti. E quelle parole di fuoco, che si chiudono con un perentorio #avaste ("basta" in abruzzese), hanno lanciato la ricercatrice nell'olimpo delle star del Web, acclamata da 30mila like e da oltre 13mila condivisioni. "Sono abituata a post per 20-30 amici - ha spiegato D'Alessandro a La Repubblica - ma l'obiettivo era sottolineare che i fondi europei vinti da quelli come me non sono per la ricerca italiana, ma per la ricerca fatta da italiani. Ed è molto diverso".

Traspare rabbia mista a frustrazione in quel post di Facebook che spopola su Internet e che racchiude la faticosa vita oltreconfine di centinaia di italiani come lei: risponde con un duro "non ci sto" alla gioia del ministro Giannini Roberta D'Alessandro, la linguista originaria di un paesino di mille anime nel cuore dell'Abruzzo, in provincia di Chieti, che ha studiato all'Università de L'Aquila, ma che solo all'estero, prima in Germania, poi in Gran Bretagna e in Canada e oggi in Olanda, ha potuto valorizzare (e monetizzare) quel bagaglio di sacrifici, studi e competenze che qui in Italia è considerato pari a zero.

"In Olanda sono diventata docente ordinario a 33 anni - racconta la ricercatrice, che ha vinto fondi europei per due milioni di euro grazie a un progetto sul contatto linguistico degli emigrati italiani in America nel dopoguerra e le lingue romanze nel Sud e Nord America, - nel frattempo ho fatto vari concorsi per rientrare in Italia e arrivavo quasi sempre seconda. Ricevevo i complimenti della commissione e in molti casi veniva messo a verbale che ero più qualificata di chi vinceva. E perdevo perché la mia attività all'estero non era quantificabile, diventava un demerito".

"Per questo - aggiunge - mi è salita la rabbia quando ho letto la frase orgogliosa del ministro sui ricercatori italiani: l'attività svolta all'estero allora non valeva per farmi vincere e tornare in Italia e adesso vale per appropriarsi dei miei meriti? Mi sono sentita cornuta e mazziata, come si dice in Abruzzo. Sono stata costretta a stare fuori dall'Italia e poi vengo contata come italiana?".

FONTE: Tgcom.it
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11 giugno, 2015

Dal Pembrolizumab al Nivolumab, nuove prospettive dell'immunoterapia: sconfiggere i tumori con i virus oncolitici...

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Due nuove e promettenti strategie di terapia del cancro. Puntano ambedue sul sistema di difesa immunitario, ma in modi opposti. La prima, svegliandolo da quella sorta di torpore indotto dal tumore stesso e restituendo a globuli bianchi e anticorpi la capacità di aggredire il male. La seconda, invece, stimola direttamente il sistema immunitario con le stesse sostanze che usa il corpo a questo scopo. E per portare questi stimolanti naturali nel tumore sfrutta dei virus-chimera, generati dalla fusione, ad esempio, di quello del raffreddore con quello della poliomielite. Inoltre i virus-chimera attaccano le cellule cancerose, inceppando i loro meccanismi vitali.

Sono queste le principali novità che stanno animando la 51° edizione del congresso dall'American Society of Clinical Oncology, il congresso medico più affollato del mondo - 30 mila specialisti presenti - che stanno discutendo qui a Chicago oltre 5 mila ricerche dedicate esclusivamente alle terapie farmacologiche. Animando, perché i risultati delle sperimentazioni sull'uomo di queste cure a base di farmaci biotech e virus Ogm, manipolati geneticamente, hanno suscitato applausi e ovazioni che non si vedevano da tempo. Ci vorranno ancora anni perché si concludano le ulteriori sperimentazioni necessarie all'entrata nella pratica clinica, ma la sensazione è di essere a una svolta nella guerra al cancro.

Sui virus-chimera, o oncolitici (che distruggono il tumore), si lavora da decenni. Nascono dall'osservazione che alcuni virus attaccano selettivamente le cellule cancerose, ma non sono aggressivi, infettano poche cellule, insufficienti per ottenere un effetto terapeutico. Di qui le ricerche per rendere questi virus molto infettivi unendoli con quelli che aggressivi e infettivi lo sono di natura, come gli adenovirus del raffreddore. Inoltre, dalla recente scoperta dei segnali con cui il sistema immunitario manda l'ordine di attacco alle sue "truppe" (globuli bianchi), e dei geni che producono questi segnali, è nata l'idea di farli portare da virus direttamente dove servono, nel tumore. Mettendoli appunto nei virus-chimera. Il risultato sono microrganismi inesistenti in natura, metà di un virus metà di un altro (chimera appunto) e con l'aggiunta di geni immunitari di un'altra specie (e quindi sono anche Ogm). Iniettati nel tumore in animali da laboratorio, provocano prima una strage di cellule cancerose uccise direttamente dai virus. Poi il sistema immunitario, scatenato dai fattori stimolanti, elimina il tumore.

La Food and Drug Administration, l'ente che autorizza i farmaci negli Stati Uniti, ha appena dato il via libera a una linea di ricerca sull'uomo di un "farmaco a base di virus" contro il melanoma. Fare in modo che questi "mostri" diventino delle cure efficaci non sarà facile. Alcuni si sono rivelati troppo deboli, mentre altri hanno suscitato reazioni troppo potenti, dannose, a volte mortali. Ma si continua a lavorare e i virus più promettenti da cui partire per fare "chimere" con carico di geni immuno-stimolanti sono quello della polio, dell'herpes, del vaiolo bovino e del raffreddore.

Inizia invece a immettere farmaci nella pratica clinica la strategia di "risveglio" del sistema di difesa su cui si è iniziato a puntare oltre 30 anni fa. Risale ad allora la domanda: perché il nostro sistema di difesa, evolutosi per riconoscere un nemico entrato nel corpo e poi distruggerlo, non lo fa con il tumore? L'ipotesi era che la cellula cancerosa, essendo di fatto una cellula normale che si moltiplica senza sosta (queste erano le conoscenze di allora), non venisse rilevata come nemica. E quindi non combattuta. I primi tentativi con stimolatori immunitari andati male e poi le ulteriori conoscenze acquisite sul sistema immunitario rivelarono che la natura nemica del tumore, in realtà, viene scoperta subito. Ma il comando di attacco al tumore sembra debole o eseguito in modo inefficace. Le successive ricerche hanno fatto capire che il problema non sta nel sistema immunitario, ma nel tumore. E' questo ad emettere delle sostanze che "addormentano" il sistema immunitario. Facendola franca.

Negli ultimi anni sono state messe a punto molecole che, bloccando questi inibitori, restituiscono al sistema di difesa tutta la sua capacità di uccidere le cellule cancerose. Hanno prolungato di molto la sopravvivenza a malati con melanoma in fase ormai metastatica. E quest'anno stanno arrivando qui i risultati promettenti di sperimentazioni su altri tipi di tumore. Ieri è stata la volta delle neoplasie del fegato, del colon-retto e di quelli che colpiscono la testa e il collo.

"Il campo dell'immunoterapia diventa ogni anno più eccitante - ha affermato l'oncologa Lynn Schuchter, University of Pennsylvania - . Con questo nuovi studi stiamo rapidamente oltrepassando l'era in cui l'immunoterapia era vista come rivoluzionaria solo per un tipo di tumore, ovvero il melanoma. Al contrario, queste nuove molecole si stanno dimostrando efficaci anche in altri tipi di cancro contro i quali, in pratica, altri trattamenti risultano non funzionare. Inoltre, potremo essere in grado di stabilire in anticipo quali pazienti possono essere i candidati migliori per queste terapie".

In particolare, uno studio di fase III, (l'ultima, che se dimostra benefici consente di chiedere l'immissione in commercio), ha dimostrato l'efficacia del Pembrolizumab in pazienti con cancro del colon-retto con un particolare marcatore genetico: il 62% di questi ha infatti registrato una riduzione della massa tumorale. Inoltre, il tasso di risposta positivo è stato simile (pari al 60%) anche in pazienti con altri tipi di tumore (ad esempio a stomaco, prostata e ovaio) caratterizzati dalla stessa anomalia genetica (mmr). "Questo studio - ha commentato Dung Le del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora - dimostra come l'immunoterapia possa avere implicazioni su una vasta gamma di forme tumorali, incluse le neoplasie più difficili da trattare".

La stessa molecola è stata efficace anche in casi di tumore del collo e testa in un paziente su quattro. Un terzo studio ha dimostrato l'efficacia di un'altra molecola immunoterapica, il Nivolumab, contro il cancro avanzato del fegato, con una risposta positiva in termini di efficacia in un paziente su cinque. Sempre questa molecola ha dato risultati positivi in un ulteriore studio di fase III contro il cancro del polmone del tipo più diffuso ("non a piccole cellule"): i pazienti trattati hanno avuto una maggiore sopravvivenza e minori effetti collaterali rispetto a quelli trattati con chemioterapia standard.

FONTE: Repubblica.it
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15 aprile, 2015

Alzheimer: da studi sull'arginasi una nuova speranza per i pazienti

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Nell'Alzheimer, alcune cellule del sistema immunitario cerebrale iniziano a produrre grandi quantità di un enzima che degrada l'arginina, un amminoacido importante per il corretto funzionamento dei neuroni. Bloccando l'attività di questo enzima è possibile rallentare, almeno nel modello animale, lo sviluppo della malattia.

Una delle concause dell'Alzheimer è lo sviluppo di cellule immunitarie anomale, che all'interno del cervello iniziano a consumare in maniera abnorme l'arginina, un amminoacido che concorre a una corretta espressione dei geni. A scoprirlo sono alcuni ricercatori della  Duke University, che in un articolo pubblicato sul “Journal of Neuroscience” hanno dimostrato che bloccando l'azione di queste cellule si rallenta, almeno nel modello animale, la progressione della malattia.

Matthew J. Kan e colleghi hanno usato un particolare ceppo di topi, chiamato CVD-AD, che sviluppa sintomi anatomici (placche amiloidi e fibrille di proteina tau) e comportamentali del tutto simili a quelli dei pazienti umani affetti da Alzheimer.

Monitorando questi topi per tutto il corso della loro vita, i ricercatori hanno constatato che un particolare tipo di cellule immunitarie che risiede stabilmente nel cervello, le cellule della microglia che esprimono il recettore CD11c, iniziava a dividersi e cambiare in corrispondenza delle fasi iniziali della malattia.

In particolare, Kan e colleghi hanno notato che queste cellule abbondavano proprio nelle aree responsabili della memoria - le più colpite dalla malattia - e che la loro presenza era correlata a un forte aumento della produzione di arginasi, un enzima che degrada l'arginina. I livelli di questo amminoacido nel tessuto cerebrale circostante finivano quindi per essere troppo bassi rispetto al fabbisogno dei neuroni.

I ricercatori hanno provato a somministrare a un gruppo di topi, prima dell'insorgenza dei sintomi della malattia, la difluorometilornitina (DFMO), un farmaco noto per la sua capacità di inibire l'attività dell'arginasi. In questi topi si sono sviluppate meno cellule CD11c, meno placche amiloidi e la memoria si è conservata meglio che nei topi non trattati.

"Tutto ciò ci suggerisce che, se si riesce a bloccare questo processo di deprivazione locale di amminoacidi, è possibile proteggere il topo dal morbo di Alzheimer", ha detto Kan. Va però sottolineato, avvertono i ricercatori, che non si può  pensare di proteggersi con una maggiore assunzione di arginina sotto forma di integratori alimentari, sia perché la quantità di amminoacido che arriva al cervello è strettamente regolata dalla barriera ematoencefalica, sia perché, a meno di non bloccare l'arginasi, esso verrebbe subito degradato.

I ricercatori hanno fatto inoltre un'altra sorprendente scoperta: nelle cellule CD11c anomale era aumentata la produzione di messaggeri chimici che inibiscono il sistema immunitario. "Non è quello che si riteneva che avvenisse nella malattia di Alzheimer", ha detto Kan. Si pensava anzi, ha continuato Kan, che venissero liberate molecole capaci di stimolare l'attività del sistema immunitario, portandolo ad aggredire anche i neuroni sani.

FONTE: Le scienze
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06 ottobre, 2014

Nobel della Medicina 2014 ai scopritori del sistema di orientamento cerebrale

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Come facciamo a sapere dove siamo, come possiamo trovare il modo di andare da un posto all'altro? E come possiamo memorizzare queste informazioni in modo che, la prossima volta, possiamo subito ritrovare lo stesso percorso?. Lo hanno scoperto John O'Keefe, 75 anni, e i coniugi May-Britt, 51 anni, ed Edvard Moser, 53 anni, che per i loro studi sul cervello hanno appena ricevuto il Nobel per la Medicina 2014.

Sono stati premiati per la scoperta del sistema di cellule che permette di orientarci, come una specie di "Gps biologico". L'individuazione di questa sistema di cellule nervose risale al 2005 e costituisce 'una rete' che permette al cervello di avere costantemente le coordinate spaziali del luogo in cui si trova. Le loro scoperte, fa sapere l'Assemblea dei Nobel del Karolinska Institute, hanno contribuito a spiegare come il cervello crea "una mappa dello spazio che ci circonda e come possiamo muoverci in un ambiente complesso.  Un risultato che, ricorda l'Assemblea del Nobel, ha contribuito a risolvere un "problema che ha tenuto occupati per secoli filosofi e scienziati".
      
I coniugi norvegesi Edvard e May-Britt e Moser sono la quinta coppia sposata a conquistare un Nobel. Prima di loro, solo per fare un esempio, Marie e Pierre Curie che vinsero il premio Nobel per la chimica nel 1903 "per i loro studi sulle radiazioni". May-Britt è l'undicesima donna a ricevere il premio, e ha avuto la notizia del Nobel mentre si trovava all'università di Trondheim, in Norvegia. Gli scienziati si dividono in 2 parti (la prima a O'Keefe, la seconda al marito e alla moglie) un riconoscimento pari a 8 milioni di corone svedesi (oltre 880 mila euro).

Fu O'Keefe, angloamericano, a individuare nel 1971  il primo componente di questo sistema di posizionamento. Studiando dalla fine degli anni '60 ratti liberi di muoversi in una stanza, O'Keefe scoprì che nel cervello alcuni neuroni dell'ippocampo si attivavano quando l'animale assumeva una particolare posizione nello spazio. O'Keefe concluse dunque che queste "cellule di posizionamento" formavano una mappa della stanza. Più di 30 anni più tardi, i norvegesi May-Britt ed Edvard Moser, aggiunsero un altro componente chiave di questo sistema di posizionamento del cervello: identificarono un altro tipo di cellula nervosa, che chiamarono cellule griglia: esse generano un sistema coordinato e consentono un preciso posizionamento e percorso. Le loro successive ricerche hanno mostrato che cellule di posizionamento e cellule grigia rendono possibile determinare localizzare un luogo e poi muoversi.

Nato a New York nel 1939 ma con doppia nazionalità americana e inglese, O'Keefe è neuroscienziato e professore presso l'Istituto di Neuroscienze Cognitive e attuale direttore del Sainsbury. Nel 1967 ha conseguito un dottorato in Psicologia fisiologica alla McGill University in Canada per poi continuare la sua formazione all'University College di Londra.  Prima del Nobel, ha ricevuto diversi premi come quello della British Neuroscience Association per il suo contributo agli studi neuroscientifici del paese (2007) e il Gruber Prize in Neuroscienza (2008).

May-Britt Moser, norvegese, ha studiato psicologia all'Università di Oslo dove ha conosciuto Moser, suo futuro marito. Dopo il dottorato in neurofisiologia nel 1995, ha lavorato all'Università di Edimburgo e all'University College London, prima di trasferirsi nel 1996 alla Norwegian University of Science and Technologydi Trondheim. Ha ottenuto il titolo di Professore in Neuroscienza nel 2000 ed è attualmente direttrice del Centre for Neural Computation di Trondheim. Di nazionalità norvegese come la moglie, Moser ha ottenuto un dottorato di ricerca in neurofisiologia all'Università di Oslo  nel 1995 e ha lavorato sia all'Università di Edimburgo che nel laboratorio di O'Keefe all'University College di Londra. I Moser si sono trasferiti alla Norvegian University of Science and Tecnology di Trondheim nel 1996, dove due anni dopo Edvard è diventato professore. Moser è attualmente direttore del Kavli Institute for System Neuroscience in Trondheim.


FONTE: Repubblica.it
AUTRICE: Valeria Pini
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15 settembre, 2014

Smartphone HTC, dispositivi medici in arrivo?

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Il sito @upleaks è riuscito ad ottenere alcune immagini che mostrano come HTC possa presto avventurarsi nel mercato dei dispositivi medici portatili, come sensori di battito cardiaco e strumenti capaci di rilevare il livello di glicemia nel sangue.

Questi device, sempre stando al leaker, dovranno essere collegati ad uno smartphone per una migliore analisi dei dati raccolti, e faranno tutti parte di una famiglia denominata “Tricorder” (il riferimento a Star Trek è probabilmente voluto).

In particolare sono stati avvistati ben quattro apparecchi, il primo per analizzare il sangue (glucometro), il secondo per le urine, il terzo per il respiro e l’ultimo per l’udito (otoscopio).

Queste indiscrezioni mostrano come la casa taiwanese sia alla ricerca di mercati ancora tutto sommato poco saturi per imporsi come leader nel settore, viste le recenti perdite nel mondo mobile.


Fonte: Androidiani.com
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11 settembre, 2014

Il caso delle App mediche di Android troppo "invadenti": interviene il Garante...

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Il Garante della Privacy ha presentato i risultati dell'indagine avviata lo scorso maggio per verificare il rispetto della normativa italiana sulla protezione dati da parte di applicazioni che utilizzano dati sanitari. Il dato complessivo è che non c'è molta considerazione per la delicatezza con cui i dati medici dovrebbero essere trattati: secondo quanto si legge dallo studio, su un totale di oltre 1200 applicazioni esaminate, appena il 15 per cento risulta dotato di un'informativa privacy realmente chiara.

Nel dettaglio, un'app su due tra quelle a sfondo medico italiane e straniere analizzate dagli incaricati del Garante, scelte a campione tra le più scaricate disponibili sulle varie piattaforme (Android, iOS, Windows etc.) non fornisce agli utenti un'informativa prima del download o chiede dati eccessivi rispetto alle funzionalità offerte. In molti casi, poi, l'informativa privacy non viene adattata alle ridotte dimensioni del monitor, risultando così poco leggibile, o viene collocata in sezioni riguardanti, ad esempio, le caratteristiche tecniche dello smartphone o del tablet. L'indagine in questione è stata promossa a livello mondiale dal Global Privacy Enforcement Network (GPEN): alto è l'interesse nei confronti di queste applicazioni delle tecnologie mobile, tanto che secondo la Commissione Europea >entro il 2017 saranno 3,4 miliardi le persone in possesso di uno smartphone e la metà di loro utilizzerà app dedicate alla salute.

Il Garante ha fatto sapere che a seguito di questi risultati sta valutando le azioni da intraprendere: non è escluso l'arrivo di multe.


FONTE: Punto Informatico
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14 febbraio, 2014

Prove tecniche per l'energia del futuro: passo in avanti nella ricerca sulla fusione nucleare

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Un passo avanti molto importante nella ricerca sull'energia nucleare è stato fatto lo scorso autunno al Livermore National Laboratory in California, laboratorio di ricerca del dipartimento dell'energia degli Stati Uniti. Per la prima volta gli scienziati sono riusciti a ottenere più energia da una fusione atomica rispetto a quella bruciata per innescarla, creando una sorta di piccola stella artificiale. Lo rivela un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Nature.

La fusione è il processo che alimenta il Sole e le altre stelle e comporta plasmare i nuclei degli atomi per rilasciare energia al posto di scinderli, come nel caso della fissione, principio alla base della bomba atomica. Il sogno di produrre energia pulita grazie al primo processo viene rincorso dagli scienziati da anni e oggi sembra un po' più vicino. I ricercatori hanno sparato 192 raggi laser su una minuscola sfera, generando una reazione di fusione che ha scatenato un'enorme quantità di energia per una piccola frazione di secondo. Anche se in versione ridotta, hanno creato in questo modo condizioni simili a quello che accade di continuo alle stelle. "Per la prima volta in assoluto abbiamo ottenuto più energia dalla combustione rispetto a quanto è stato impiegato per la combustione" da quando si usa questa tecnica, ha detto Omar Hurricane, principale autore dello studio.

Anche se secondo il team di scienziati, tra cui c'è anche l'italiano Riccardo Tommasini, il risultato è ancora "modesto" è tuttavia superiore alle stime e più vicino rispetto a "qualunque altro risultato ottenuto prima" per la realizzazione di energia da fusione, ha concluso Hurricane. La resa dell'esperimento è stata infatti 10 volte maggiore di quanto era stato ottenuto in precedenza.

La ricerca è però ancora lontana dal raggiungimento di quella fase che viene chiamata tecnicamente "accensione", dove si genera più energia di quanta se ne consumi nel contesto generale dell'esperimento: cosa che accadrebbe solo con reazioni a catena autosufficienti, senza le quali l'energia prodotta dalla fusione non sarebbe conveniente. L'esperimento segna però un decisivo passo avanti, dopo anni di risultati modesti, sulla strada per una fonte di energia a basso costo e potenzialmente illimitata da usare sulla Terra.

FONTE: Repubblica.it
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17 gennaio, 2014

La nuova sfida tecnologica di Google: le "Google Lens" per monitorare la glicemia

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Google ha presentato una nuova tecnologia che sembra pronta a portare sul mercato con il partner giusto: lenti a contatto con chip integrati, per il momento sviluppate come supporto per diabetici. Tecnicamente si tratta di un sistema di rilevamento che Google è riuscito a rimpicciolire fino a poterlo montare su una lamina d'oro circolare con funzione d'antenna che può essere installata su un materiale flessibile simile alla plastica. Una soluzione che può essere alla fine appoggiata senza disturbo sull'occhio umano.

La prima applicazione che Mountain view ne ha fatto in sede di sviluppo è quella di lenti a contatto intelligenti progettate per misurare ogni pochi secondi il livello di glucosio nel liquido lacrimale di chi le indossa.

Questo significa che le persone che soffrono di diabete (ad oggi, secondo la International Diabetes Federation, 380 milioni nel mondo) con l'ausilio di queste lenti a contatto non dovranno ricorrere alla misurazione del livello di glucosio attraverso più invasive operazioni di monitoraggio del sangue, come piccole punture o dispositivi che sono costretti a portare legati al fianco. Per il momento, tuttavia, Google ha detto che non ha intenzione di produrre e vendere da sé questo supporto medicale, ma che l'annuncio è stato fatto per pubblicizzare l'invenzione e trovare possibili partner più esperti in questo tipo di mercato.Nel frattempo ha iniziato comunque il percorso necessario per qualsiasi medicina e prodotto medicale: si è rivolta alla Food and Drug Administration e ha iniziato i primi test clinici richiesti.

Oltre all'impiego in medicina, peraltro, la possibilità di inserire un chip su una lente a contatto apre a tutta una serie di utilizzi legati alla cosiddetta tecnologia indossabile. Anche se non si tratta di una novità assoluta, almeno dal 2011 si parla di lenti a contatto smart e dal 2006 di chip per misurare il diabete, Google sembra molto vicina a portare questa tecnologia effettivamente sul mercato.

Non è impensabile immaginare una futura generazione dei Google Glass trasformati in lenti a contatto, anche se per il momento il leader del progetto Brian Otis riferisce che le due cose sono slegate.

Autore: Claudio Tamburrino
FONTE: Punto Informatico.it
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18 luglio, 2013

Grazie al gene "XIST" nuove prospettive di terapia genetica per la sindrome di Down

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Si aprono all'orizzonte nuove prospettive per una terapia genetica per la Sindrome di Down. Per la prima volta è stata neutralizzata in provetta la terza copia del cromosoma 21 responsabile della sindrome. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, non ha ancora un'applicazione clinica ma è una premessa importante per una futura "terapia cromosomica" di questa malattia. Il lavoro, che si deve a un gruppo coordinato da Jeanne Lawrence dell'università americana Massachusetts Medical School, potrebbe aiutare anche a comprendere meglio i meccanismi di base delle malattie dovute ad anomalie cromosomiche.

Neell'uomo vi sono 23 coppie di cromosomi, tra cui due cromosomi sessuali, per un totale di 46 cromosomi. Nelle persone con la sindrome di Down invece vi sono tre (anziché due) copie del cromosoma 21, e questa 'trisomia 21' provoca la malattia che causa disabilità cognitive, un maggior rischio di leucemia infantile, difetti cardiaci e del sistema immunitario.


A differenza delle malattie genetiche causate dal difetto di un singolo gene, la correzione genetica di un intero cromosoma è stata finora impossibile. I ricercatori sono riusciti nell'impresa sfruttando la funzione naturale di un gene chiamato Xist, che normalmente 'spegne' uno dei due cromosomi X che si trovano nei mammiferi di sesso femminile e che sono ereditati da madre e padre. Spegnendo questo cromosoma X in più si rende l’espressione dei geni collegati al cromosoma X, nelle femmine, simile a quella dei maschi che hanno solo un cromosoma X.

I ricercatori hanno quindi pensato di sfruttare questa abilità del gene applicandola al cromosoma responsabile della sindrome di Down. Hanno quindi trasferito il gene Xist nelle cellule staminali derivate da pazienti con la sindrome di Down. Il gene ha rivestito la terza copia extra del cromosoma 21, mettendolo a 'tacere', ossia ha modificato la sua struttura in modo che non ha più potuto esprimere geni. Confrontando cellule con e senza il cromosoma supplementare silenziato, si è osservato che il gene Xist aiuta a correggere gli schemi insoliti di crescita e di differenziazione cellulare osservati nelle cellule derivate da persone con la sindrome di Down.


FONTE: Ansa.it
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09 luglio, 2013

Oxford, nato a Giugno bambino da embrione con DNA "studiato" mediante tecnica NGS

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È nato il primo bambino il cui embrione è stato selezionato attraverso una nuova tecnica di sequenziamento del genoma, che promette di rivoluzionare la fecondazione in vitro. Lo ha annunciato l'Eshre (società per la riproduzione umana e l'embriologia) nel corso del suo meeting annuale, specificando che il bambino è nato in giugno, sano e senza problemi.

La fecondazione in vitro è una tecnica di lotta alla sterilità faticosa e costosa, poiché molti degli embrioni impiantati non arrivano al termine della gravidanza: solo il 30% sopravvive. Si sospetta che l'elevata mortalità sia dovuta a difetti genetici non identificati, e che uno screening per selezionare gli embrioni migliori aumenterebbe molto le probabilità di successo. Le metodologie sperimentate finora, tuttavia, avevano dei problemi che ne hanno causato l'insuccesso durante i test clinici, oppure risultavano molto costose.

La tecnica usata in questo caso, detta Ngs (Next generation sequencing), permette invece di sequenziare l'intero genoma in modo rapido ed economico, e di eliminare gli embrioni con anormalità che potrebbero causare un aborto o che presentano altri difetti genetici gravi; il tutto senza necessità di congelare l'embrione nell'attesa dei risultati.

Lo studio sulla Ngs è stato condotto da Dagan Wells del Nihr Biomedical Research Centre dell'Università di Oxford, alla guida di un'équipe internazionale. La nuova metodologia è stata testata inizialmente verificando la sua capacità di individuare cellule di embrioni con difetti genetici noti. È stata poi sperimentata su due puerpere volontarie, di 35 e 39 anni, una delle quali aveva già subito aborti spontanei.

Il dottor Wells ha dichiarato: «Negli anni passati i risultati di test clinici casuali hanno suggerito che la maggior parte delle fecondazioni in vitro beneficerebbe di uno screening dei cromosomi dell'embrione, e alcuni studi riferiscono di un miglioramento del 50% nel numero di gravidanze ottenute. Tuttavia i costi dei test genetici non sono alla portata di molte pazienti. Next Generation Sequencing è un modo per rendere i test cromosomici più accessibili per un gran numero di persone. Il nostro prossimo passo saranno test clinici casuali per rivelare l'autentica efficacia di questo approccio, che cominceranno entro quest'anno».

FONTE: Ilsole24ore
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