AFORISMA DEL GIORNO

26 marzo, 2018

Medicina generale, in arrivo nuovo accordo ACN, molte novità per i pazienti

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Diagnostica di primo livello per evitare accessi impropri al Pronto soccorso, indicatori di performance e di risultato su obiettivi di salute, valorizzazione del ruolo del medico di famiglia nella gestione del paziente cronico. Ma non solo, previsto anche un ruolo attivo nelle vaccinazioni e nella gestione delle liste d’attesa. Oltre agli arretrati per i medici di assistenza primaria, medici di continuità assistenziale e medici di emergenza sanitaria territoriale.

Queste sono solo alcune delle novità della nuova convenzione della medicina generale che molto probabilmente sarà firmata il prossimo 29 marzo, data in cui la Sisac ha convocato i sindacati per siglare un rinnovo contrattuale atteso ormai da quasi un decennio. Il cammino, com’è noto è stato lungo e incerto ma ormai l’agognata firma è vicina e le novità non sono poche, vediamole.

Viene prevista nell’ambito degli Accordi regionali la definizione di indicatori di performance e di risultato su obiettivi di salute dei cittadini che dovranno tenere conto anche degli obiettivi prioritari di politica sanitaria nazionale:
- PIANO NAZIONALE DELLA CRONICITÀ
- PIANO NAZIONALE PREVENZIONE VACCINALE 2017-2019
- ACCESSO IMPROPRIO AL PRONTO SOCCORSO
- GOVERNO DELLE LISTE D'ATTESA E APPROPRIATEZZA

Nell’ambito dell’attuazione a livello regionale del Piano e per migliorare la gestione della cronicità, viene valorizzato il ruolo del medico di medicina generale prevedendo una partecipazione attiva nella valutazione dei casi e nell’individuazione della terapia ritenuta più idonea. In particolare, per rendere più efficaci ed efficienti i servizi sanitari e per assicurare maggiore uniformità ed equità di accesso ai cittadini, particolare rilievo sarà attribuito al loro ruolo dei medici nell’ambito del coordinamento clinico.

Riconoscimento e implementazione del ruolo del medico di medicina generale nell’attuazione del P.N.P.V. prevedono una attiva partecipazione nelle vaccinazioni e nelle relative attività collegate: viene ribadita la necessità di promuovere un cambiamento culturale nell’approccio ai bisogni di salute e allo stesso tempo viene sottolineata la necessità di giungere ad una integrazione delle reti territoriali della medicina generale e delle loro forme organizzative con strutture, servizi e altre figure del territorio nonché il coinvolgimento dei medici nella diagnostica di primo livello. Viene riconosciuto ai medici di assistenza primaria un ruolo effettivo nei percorsi regionali di prescrizione, prenotazione, erogazione e monitoraggio delle prestazioni e per le forme organizzative dei medici di medicina generale previsto il coinvolgimento nei processi di budgeting aziendali. Ma oltre al riconoscimento del ruolo e delle competenze nell’ambito dei questi obiettivi di salute pubblica la nuova convenzione prevede anche altre novità tra cui un più veloce iter per l’accesso alla professione dei giovani medici, una sburocratizzazione per l’assegnazione degli incarichi, maggiore tutela della gravidanza, una nuova regolamentazione del diritto di sciopero e nuovi interventi per la sicurezza delle sedi di Continuità Assistenziale.

Velocizzazione alla professione dei giovani medici formati accesso per la medicina generale: Tra le novità è previsto che possano presentare domanda di inserimento in graduatoria anche i medici che nell’anno acquisiranno il titolo di formazione. Il titolo deve essere posseduto ed autocertificato entro il 15 settembre ai fini dell’inserimento nella graduatoria provvisoria.

Assegnazione di incarichi di assistenza primaria: viene ridotta la pubblicazione degli ambiti vacanti da una a due volte l’anno. Entro la fine di marzo di ogni anno ciascuna Regione pubblicherà l’elenco degli ambiti territoriali vacanti di medico di assistenza primaria e di quelli che si renderanno disponibili nel corso dell'anno. Precedentemente venivano pubblicate le carenze relative ai sei mesi precedenti senza pubblicazioni di carenze che nel corso delle procedure di assegnazione si sarebbero rese disponibili. L’attuale misura permetterà la pubblicazione delle carenze che nell’arco dell’anno successivo alla pubblicazione si rendessero disponibili per l’andata in quiescenza dei medici per limiti di età (70 anni).

Tutela della gravidanza: L’astensione obbligatoria per la gravidanza non determinerà riduzione del punteggio per la formazione della graduatoria per i conseguenti periodi di sospensione dall’attività convenzionale.

Regolamentazione del diritto di sciopero: Vengono individuate le prestazioni considerate indispensabili e rientranti nell’area di valutazione della Commissione di garanzia dell´attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali.

Sicurezza delle sedi di Continuità Assistenziale: Viene concordato che al fine di garantire adeguati livelli di sicurezza per i medici di continuità assistenziale, l’attività ambulatoriale, sentito il Comitato aziendale, venga svolta solo presso sedi idonee e che nell’ambito degli Accordi regionali, in coerenza con la programmazione regionale, vengano definite le modalità organizzative per regolamentare il libero accesso dei pazienti in orari diurni e serali prestabiliti e divulgati ai cittadini.

FONTE: Quotidiano Sanità
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16 marzo, 2018

L'OMS avverte: troppa plastica nelle acque minerali

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La microplastica è ampiamente diffusa nelle bottiglie d’acqua in Pet (polietilene tereftalato), come ha dimostrato un’analisi condotta dalla State University di New York per conto del progetto giornalistico Orb Media. I ricercatori hanno analizzato 259 bottiglie di undici marchi tra i più famosi del mondo, in 19 località di nove nazioni e i risultati sono stati allarmanti. Eccetto 17 campioni, in tutti gli altri sono state trovate microplastiche con una concentrazione media di 314,6 per litro, ma con punte fino a oltre 10 mila. Per le particelle di 100 micron (0,1 millimetri) di dimensione la concentrazione è risultata di 10,4 per litro. Contattati dai giornalisti di Orb Media, due degli undici marchi esaminati hanno ammesso che i loro prodotti contengono microparticelle di plastica, ma che lo studio presenta numeri esagerati. Gli altri non hanno risposto.

I Paesi dove sono state effettate le analisi sono: Stati Uniti, Messico, Brasile, Libano, Kenya, India, Cina, Thailandia e Indonesia. I marchi coinvolti: Epura e Aquafina (PespiCo), San Pellegrino e Nestlé Pure Life (Nestlé), Dasani (Coca-Cola), Minalba (Edson Queiroz), Evian e Aqua (Danone), Gerolsteiner (Gerolsteiner Group), Bisleri (Bisleri International), Wahaha (Hangzhou Wahaha Group). Il campione analizzato di acqua San Pellegrino, acquistato dai ricercatori su Amazon, è risultato quello con il secondo minore contenuto massimo di particelle: 74 per litro. Un campione di Nestlé Pure Life, sempre acquistato su Amazon, aveva un contenuto di 10.390 particelle per litro.

Il tipo più comune di plastica rinvenuto nell’acqua delle bottiglie non è però il Pet, il tipo di plastica impiegato per realizzare il corpo della bottiglia, bensì il polipropilene che viene invece sovente utilizzato per i tappi. Comunque non una buona notizia in vista della Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo.

FONTE: Corriere.it
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A Padova una "catena di trapianto cross over" utilizzando il rene di un donatore deceduto

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In lista d'attesa per un trapianto di rene, non poteva avere quello della moglie (incompatibile), e rischiava di morire. Così a Padova, per la prima volta al mondo, è stata avviata una "catena di trapianto" tra coppie donatore-ricevente incompatibili innescata da un donatore deceduto. Il paziente in lista ha ricevuto l'organo da un donatore deceduto, mentre il rene della moglie vivente sarà prelevato e destinato a un altro paziente compatibile.

Ad annunciare l'esecuzione del trapianto di rene cross over è stato il Centro Nazionale Trapianti, specificando che il progetto, presentato la scorsa settimana durante gli Stati generali della Rete Trapiantologica italiana, è stato realizzato mercoledì dall'equipe del centro trapianti di rene dell'A.O. Universitaria di Padova, diretta da Paolo Rigotti, in collaborazione con il laboratorio del centro interregionale di immunogenetica NIT di Milano e il laboratorio regionale di immunogenetica dell'Ospedale di Camposampiero, nel Padovano.

Il programma di trapianto di rene da vivente in modalità "cross over" è da sempre utilizzato per consentire la trapiantabilità di pazienti che hanno un donatore vivente per loro incompatibile. In concreto viene data la possibilità a una coppia donatore-ricevente tra loro incompatibili di ricevere e donare un rene incrociando le loro compatibilità immunologiche con quelle di altre coppie donatori-riceventi nella stessa condizione.

La sequenza degli incroci viene detta "catena di trapianto cross over" ed è un programma di donazione e trapianto di rene da donatore vivente. "La novità del programma realizzato a Padova - sottolinea invece Rigotti - sta nel fatto che per la prima volta questo programma è stato avviato utilizzando un donatore di rene deceduto. Considerando che il numero dei donatori deceduti allocati presso un centro trapianti è nettamente superiore alla disponibilità dei donatori da vivente, questo consentirà di aumentare il pool di potenziali donatori compatibili da utilizzare per l'avvio di un numero maggiore di catene che coinvolgano coppie incompatibili e pazienti difficilmente trapiantabili".

FONTE: Tgcom24
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13 marzo, 2018

Diabete, proposta una classificazione più articolata (in 5 categorie)

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E se non esistessero solo due tipi di diabete, ma (almeno) cinque? Lo propongono alcuni ricercatori su The Lancet: Diabetes & Endocrinology sostenendo che è tempo di andare oltre le consuete definizioni secondo cui il diabete di tipo 1 è quello dei bambini in cui ci sono gli anticorpi contro l’insulina, l’ormone indispensabile per utilizzare lo zucchero in modo corretto, mentre il tipo 2 compare negli adulti e dipende da dieta sbagliata e obesità.

Semplificazioni, come dimostrano l’analisi di oltre 15mila pazienti e l’esperienza clinica: per esempio, sono sempre più frequenti casi di diabete da eccesso di peso nei giovanissimi o adulti con una produzione di insulina azzerata e quindi una malattia molto più simile al diabete di tipo 1 (è successo alla premier inglese Theresa May, che ha scoperto di avere un diabete insulino-dipendente a 56 anni). Gli autori della ricerca, considerando l’età all’esordio dei sintomi, il grado di resistenza all’insulina e l’indice di massa corporea, hanno proposto perciò cinque «nuovi» tipi di diabete:

1. diabete autoimmune: si manifesta nei bambini e si associa alla presenza di anticorpi per l’insulina
2. diabete da deficit di insulina: simile al primo per scompenso metabolico ed età di comparsa ma senza gli anticorpi
3. diabete da resistenza all’insulina: in cui c’è un peso elevato
4. diabete correlato all’obesità: dove ci sono i chili di troppo ma non la resistenza all’insulina
5. diabete correlato all’età: simile al precedente ma tipico di persone più anziane.

I primi due sono perciò sottocategorie del diabete di tipo 1, gli altri sarebbero forme diverse del diabete di tipo 2 che oggi vengono ascritte indistintamente a questo. Una nuova classificazione non rischia di confondere solo le acque? No, perché come scrivono gli autori «Il diabete da resistenza all’insulina, per esempio, più spesso porta a deficit nella funzione renale: suddividere in modo più preciso i pazienti potrebbe modificare le cure, aiutando a renderle più “su misura”».

Senza contare che forse cinque sottocategorie, di fatto facce diverse dei tipi 1 e 2, non sono comunque abbastanza. C’è infatti pure chi, come appunto Theresa May, si ammala da adulto di un diabete su base autoimmune (gli esperti lo chiamano LADA, Late Autoimmune Diabetes in Adults): una forma intermedia della malattia, che si manifesta ben lontano dall’infanzia ma in cui la perdita della capacità di produrre insulina è completa e si instaura molto rapidamente. E c’è pure chi si è spinto a considerare l’Alzheimer un diabete di tipo 3: « Il legame fra l'eccesso di carboidrati e i deficit cognitivi passa dall'alterazione della sensibilità all'insulina, che nel cervello agisce come un neuromodulatore – dice il geriatra Giuseppe Paolisso dell’università Vanvitelli di Napoli –. In chi ha un alterato metabolismo degli zuccheri la sensibilità all'insulina a livello cerebrale diminuisce e ciò facilita la deposizione di placche di beta-amiloide, sostanza di scarto del metabolismo cerebrale correlata all'Alzheimer. Non a caso l'uso di farmaci antidiabetici riduce lievi deficit cognitivi nei pazienti che li manifestano».


FONTE: Corriere Salute
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"Cancer Financial Toxicity" e la necessità di supportare i costi delle cure oncologiche

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Grazie al Sistema sanitario in Italia i costi delle terapie sono «coperti», ma chi si ammala spesso deve affrontare una serie di spese extra anche molto rilevanti, a cui si aggiunge una diminuzione delle entrate per il calo della produttività e le ricadute sul lavoro. Negli Stati Uniti il problema è già diffuso e non pochi pazienti decidono di rinunciare ai trattamenti oncologici, evitando così che la malattia li porti alla bancarotta e rovini le prospettive di vita di tutta la famiglia. Dobbiamo aspettarci, come spesso accade su altri fronti, che gli Usa anticipino quello che avverrà prima o poi anche qui? Ecco perché avere un tumore può essere carissimo.

L'ultima ricerca è di poche settimane fa e conferma quanto già emerso nel 2013: il rischio di bancarotta per un cittadino americano che si ammala di cancro è 2,7 volte più alto di un cittadino simile per età e genere non malato. E chi certifica il proprio fallimento ha un pericolo di morte del 79% più alto rispetto ai pazienti che non arrivano al tracollo economico. Il problema, negli Stati Uniti, è oggetto di diversi studi, tanto che ha già un nome tutto suo: cancer financial toxicity, ovvero tossicità finanziaria del cancro. Non solo perché negli Usa non esiste un sistema sanitario come il nostro, che garantisce le cure gratis, ma anche a causa di tante spese che pazienti e familiari devono affrontare di tasca propria: come gli spostamenti per andare in ospedale, le cure domiciliari o le terapie di riabilitazione. E, soprattutto, in ragione del tempo necessario per curarsi o assistere un familiare, che condiziona, spesso a lungo, le capacità di guadagno del nucleo familiare.

Quando si parla di spesa economica relativa al cancro, le questioni sono sostanzialmente due: il costo delle terapie, che in Italia è a carico del Servizio sanitario nazionale (SSN) e poi tutto ciò che gravita attorno alla malattia, e che comporta maggiori spese e minori introiti nel bilancio domestico. «Non c’è dubbio che il prezzo dei medicinali innovativi sia sempre più alto e uno dei problemi maggiori in questo momento sia, anche in Italia, trovare il modo per continuare a garantire le terapie gratis per tutti - spiega Francesco Perrone, direttore dell’Unità Sperimentazioni Cliniche dell’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli -. Ma è importante occuparsi anche delle spese extra: giorni di lavoro saltati, lavoro perduto o stipendio ridotto, viaggi, visite ed esami, spese per medicinali di sostegno, psicologi, fisioterapia, badanti e via dicendo».

Partiamo allora da ciò che pesa direttamente sul bilancio familiare (affrontiamo il costo dei medicinali in un altro articolo).«Fino ad ora non spendono per i farmaci anticancro - risponde Perrone, che è un esperto in materia e nel Rapporto 2017 della Favo (Federazione Italiana Associazione Volontari in Oncologia) sulla condizione assistenziale dei malati oncologici in Italia ha dedicato un capitolo alla tossicità finanziaria -. Ma, ovviamente, c’è dell’altro. La prima cosa che mi viene in mente, come oncologo napoletano, sono le migrazioni sanitarie: molto spesso inutili in termini di efficacia dei trattamenti perché la qualità è per lo più simile nelle strutture del Nord e del Sud. E quasi sempre dannose sul piano della logistica (che è parte della qualità di cura) e delle spese». Poi esistono uscite economiche aggiuntive direttamente legate alla malattia e alla sua gestione: il ricorso alle visite o alla diagnostica privata, ad esempio, se con il sistema pubblico non si riesce a soddisfare i bisogni e i tempi di attesa si allungano troppo. «E ancora - aggiunge Francesco De Lorenzo, presidente della Favo - ci sono le somme sostenute per l’assistenza domiciliare (carente in tutta Italia, salvo sporadiche e lodevoli eccezioni, per lo più merito delle associazioni di volontariato), quali prelievi di sangue o somministrazioni endovena di farmaci di supporto, fisioterapia per pazienti non più in grado di deambulare, molto spesso nella parte terminale della malattia. Ci sono pure le uscite derivanti dalle ricadute sociali della condizione, come la necessità di aiuto casalingo per il numero crescente di pazienti soli o anziani, che spesso diventano non più autosufficienti proprio a causa del tumore. E, naturalmente, i mancati introiti da lavoro nei pazienti giovani e in chi li assiste, i caregiver, ancora troppo poco tutelati».

«Pochi mesi fa, abbiamo pubblicato analizzato i dati relativi a 16 sperimentazioni coordinate dall’Istituto dei Tumori Napoli tra il 1999 e il 2015, a cui hanno partecipato 3.760 pazienti con tumori di polmone, mammella o ovaio - continua Perrone -. È emerso che circa un quarto dei malati ha lamentato un disagio economico legato alla malattia e al suo trattamento. Tracciare un identikit è difficile, ma più di frequente a riferire difficoltà finanziarie sono state donne, pazienti trattati negli ospedali dell’Italia centrale e meridionale, al di sotto dei 65 anni. Quest’ultimo dato fa capire come la malattia produca un danno molto rilevante alle persone in età lavorativa. Quindi a quello che si “spende” bisogna sommare quello che “non si guadagna più” a causa del cancro. E purtroppo, anche in Italia, la tossicità finanziaria si associa a risultati terapeutici peggiori, sia in termini di qualità che di quantità di vita. Anche se su quest’ultimo punto, grazie all’esistenza del Sistema sanitario nazionale, le stime sono molto più ottimistiche rispetto agli Stati Uniti».

«Sapevamo che, nonostante la gratuità delle cure assicurate dal nostro Servizio sanitario nazionale, la malattia genera un aumento dei costi sociali diretti e indiretti e una diminuzione dei redditi - continua De Lorenzo -. L’indagine Favo-Censis pubblicata nel 2012 aveva già evidenziato un “peso economico” aggiuntivo per le famiglie con un paziente oncologico stimato in oltre 30mila euro all’anno, nei primi anni dopo la diagnosi, e causato dall’acquisto di medicinali di supporto (come antinausea o antidolorifici, per esempio), esami diagnostici o visite specialistiche pagati dal paziente, nonché spese di trasporto e di assistenza (badanti, infermieri)». Ma un grosso peso lo hanno anche costi indiretti quali il mancato reddito che la malattia comporta (per riduzione o cessazione dell’attività lavorativa) per il malato e talvolta anche per la persona che lo assiste più da vicino.

«Pur accettando che ci potesse essere un contraccolpo economico, non immaginavamo che, addirittura, per un paziente su cinque questo si potesse riflettere in un peggioramento della prognosi - aggiunge Elisabetta Iannelli, avvocato e segretario nazionale della Favo -. L’analisi di sopravvivenza ha dimostrato infatti che chi ha sofferto la tossicità finanziaria ha avuto, nei mesi e anni successivi alle cure, un rischio di morte del 20% più alto (negli Usa è il 79%) rispetto ai malati senza problemi di denaro. Questo dato allarmante induce a riflettere sulla necessità di ripensare ad adeguate ed efficaci politiche di welfare affinché alla “guarigione clinica” corrisponda quella “sociale” dal tumore».

Mobbing, perdita del lavoro, decurtazioni dello stipendio sono un problema per il milione di italiani malati di cancro lavoratori? «Sì, le difficoltà professionali costituiscono un grave problema per i diretti interessanti e per i caregiver - risponde Elisabetta Iannelli, che è anche vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), che in questi giorni celebra i suoi 20 anni di attività in difesa dei diritti di pazienti e familiari -. Il lavoratore che si ammala, invece, può e deve essere sostenuto durante la fase acuta di malattia, quando le terapie sono più invalidanti, ed essere utilmente reinserito nel posto di lavoro con adeguati e tempestivi programmi di riabilitazione, formazione e aggiornamento. Proprio a questi fini Aimac ha realizzato e porta avanti, con aziende di rilevanza internazionale il progetto «Pro Job Lavorare durante e dopo il cancro», che prevede strumenti volti a promuovere l’inclusione dei malati (e dei loro familiari) nel mondo produttivo, agevolando i rapporti fra impresa e lavoratori. Grazie al nostro impegno abbiamo ottenuto importanti risultati. Affinché le leggi non rimangano inattuate è però necessario che siano innanzitutto i malati a conoscere i diritti riconosciuti e garantiti a livello nazionale e locale. Per questo Aimac ha pubblicato nel 2003 il libretto “I diritti del malato di cancro”, con cui per la prima volta nel nostro Paese si è posta attenzione alla “disabilità” oncologica, alle ricadute sociali e lavorative della malattia, colmando il gap informativo esistente».

In Italia 3 milioni e 300mila persone vivono dopo la diagnosi di tumore, il 30 per cento delle quali è in età lavorativa. E a questi si aggiungono ben 4 milioni di caregiver. «Dal punto di vista di chi gestisce la sanità pubblica bisogna migliorare l’efficienza del sistema in tutti i suoi aspetti - dice Stefania Gori, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Ogni anno 800mila italiani cambiano regione per curarsi e dobbiamo invece fare in modo che chi ha un sospetto o una diagnosi di cancro trovi in tempi ragionevoli una risposta di buona qualità all’interno del proprio territorio. Per far questo serve realizzare davvero le reti oncologiche in modo da offrire le migliori opportunità terapeutiche, anche sperimentali dove questo ha un senso». Bisogna poi ricordare che non si spende solo per i farmaci. «Ci sono altri aspetti che possono essere migliorati per continuare a far funzionare il nostro Ssn - continua la presidente Aiom -. I costi elevati dell’assistenza conseguenti ad esami diagnostici talora inappropriati e visite di controllo troppo frequenti durante il follow up dei pazienti oncologici, potrebbero essere ridotti garantendo in tal modo a pazienti e familiari un’assistenza persino migliore e facendo spendere meno al Ssn e a loro stessi grazie a un adeguato e condiviso utilizzo. Questi risparmi permetterebbero anche una possibilità di offrire cure domiciliari a tutti i pazienti in fase avanzata di malattia».

«Il mio punto di vista è quello del ricercatore - premette Perrone - e mi fa dire che lo studio della tossicità finanziaria richiede strumenti di approfondimento specifici per il contesto sociale e culturale in cui vengono applicati. In pratica: serve un test di routine, da far compilare a malati e familiari per rilevare i problemi. Ora stiamo elaborando un modulo italiano, specifico per la nostra realtà, che nasce proprio dai pazienti, che ci aiuterà a capire meglio le cause di questo fenomeno e, per quanto possibile, contrastarle». In realtà esistono già alcuni metodi, che però vanno migliorati. Negli Usa è stato messo a punto nel 2014 il COST: un questionario da sottoporre ai pazienti in 11 domande che esplorano le conseguenze psicologiche e le modalità di adattamento del paziente alla crisi economica successiva al cancro e alle sue cure. In Europa, poi, c’è il questionario EORTC C30, frequentemente utilizzato nelle sperimentazioni cliniche per misurare la qualità della vita dei pazienti affetti da cancro, ma è solo parzialmente idoneo a misurare il problema della tossicità finanziaria. Una delle sue 30 domande, la numero 28, recita: «Nell’ultima settimana, la malattia o il suo trattamento le hanno provocato difficoltà economiche?». Le risposte possibili sono quattro: la migliore è “per nulla” la peggiore è “moltissimo”.

Da quando è nata nel 1998 l’Associazione italiana malati di cancro (Aimac) ha condotto battaglie per il riconoscimento di diritti fondamentali sul posto di lavoro. Nel 2003, su spinta di Aimac, è stato inserito nella Legge Biagi un articolo (art. 46 del D.lgs. 276/2003) che ha introdotto per la prima volta in Italia il diritto per i malati oncologici alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time e viceversa. Nel 2006 è stato approvato un provvedimento innovativo (Legge n.80 del 2006) che, sempre per i pazienti con tumore, ha ridotto a soli 15 giorni i tempi di attesa per l’ottenimento dell’accertamento dell’invalidità civile e dell’handicap. Altro decisivo passo avanti, nel 2009, è stata l’esclusione dalle fasce di reperibilità per i dipendenti pubblici in malattia con terapie salvavita per tumore (Circ. 1/2009 del Ministero per la PA e DM 206/2009), estesa nel 2016 anche ai dipendenti del settore privato.




AUTRICE: Vera Martinella
FONTE: Corriere.it

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12 marzo, 2018

Sclerosi Multipla: l'EMA blocca la vendita del farmaco Zinbryta dopo 12 casi di meningoencefalite

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Sospensione immediata della autorizzazione alla vendita e richiamo di tutti i lotti da farmacie e ospedali in Europa per Zinbryta, farmaco a base di daclizumab beta usato per il trattamento della sclerosi multipla: è la misura raccomandata dall’Agenzia europea del farmaco (Ema), dopo 12 casi di gravi infiammazioni cerebrali, con encefalite immunomediata e meningoencefalite - di cui tre mortali - segnalati nel mondo. In Italia i pazienti trattati con questo farmaco, confermano dall’Agenzia italiana del farmaco, sono circa 50.

Daclizumab è un anticorpo monoclonale IgG1 umanizzato, che si lega a CD25 (IL-2Rα) e inibisce il legame tra IL-2 e CD25. Daclizumab modula il segnale dell’IL-2 bloccando il segnale del recettore dell’ IL-2 ad alta affinità, CD25-dipendente, con conseguente disponibilità di maggiori livelli di IL-2 per il segnale attraverso il recettore dell’IL-2 ad affinità intermedia. Gli effetti fondamentali di tale modulazione della via del segnale dell’IL-2, potentialmente correlati, nella SM, agli effetti terapeutici di daclizumab, comprendono l'antagonismo selettivo delle risposte delle cellule-T attivate, e l'espansione delle cellule immunoregolatorie CD56 bright “ natural killer” (NK), che hanno mostrato di diminuire selettivamente i linfociti T attivati. Si ritiene che tali effetti immunomodulatori di daclizumab possano contribuire alla riduzione della patologia del SNC nella sclerosi multipla e possano, pertanto, ridurre le recidive e la progressione della disabilità.

I primi dati sembrano indicare che le infiammazioni possono essere collegate al farmaco. L’indicazione ai medici è di contattare immediatamente i pazienti in cura con questo medicinale per interrompere il trattamento e proporre alternative, seguendoli con esami specifici per almeno 6 mesi dopo la fine della terapia. La maggior parte dei 12 pazienti che ha sofferto di queste gravi reazioni ha riportato sintomi dopo 8 mesi dall’inizio del trattamento. I pazienti che stanno prendendo questo farmaco, precisa l’Agenzia europea del farmaco, devono chiamare subito il proprio medico, sospenderne l’assunzione e riferire se hanno avuto sintomi come febbre, forti mal di testa, nausea, ittero e vomito. La stessa azienda farmaceutica (Biogen Idec Ltd) ha già chiesto volontariamente il ritiro dell’autorizzazione alla vendita e informato l’Ema dell’intenzione di fermare gli studi clinici. La raccomandazione dell’Ema dovrà ora essere inviata alla Commissione europea per diventare legalmente vincolante.

Zinbryta era stato autorizzato nel 2016 e finora circa 8mila pazienti sono stati trattati nel mondo. In Europa la maggior parte sono in Germania. Si tratta di un anticorpo monoclonale indicato per il trattamento di pazienti adulti con sclerosi multipla, nelle forme recidivanti che hanno avuto una risposta inadeguata ad almeno due terapie e per i quali è controindicato il trattamento con qualsiasi altra terapia. In Italia il farmaco «non ha avuto una grande diffusione. È considerato un farmaco di terza linea, cioè viene usato dopo il fallimento di altri trattamenti - precisa Giancarlo Comi, direttore della divisione di Neurologia dell’ospedale San Raffaele di Milano -. E questo anche perché, fin dall’inizio, le agenzie regolatorie avevano individuato per questo farmaco dei fattori di rischio, che ne hanno limitato l’uso, nonostante la buona efficacia terapeutica».

Dopo una revisione per verificare gli effetti della terapia sul fegato, nel 2017 (cioè un anno dopo il suo arrivo sul mercato), il suo uso era stato limitato alle persone che avessero provato almeno altri due trattamenti, o che non potessero assumerne altri. «Oltre ai problemi al fegato sono emerse ora reazioni infiammatorie al sistema nervoso, che hanno portato a questi ultimi provvedimenti - prosegue Comi -. I rischi e i benefici di un farmaco emergono attraverso la sua osservazione protratta nel tempo, non solo con le sperimentazioni cliniche, soprattutto per i farmaci innovativi». In Italia sono circa 100mila i malati di sclerosi multipla. «Una malattia in espansione, soprattutto fra le donne - conclude Comi -, che rappresenta un problema di sanità pubblica. Lo sviluppo delle nuove terapie tuttavia, se la diagnosi della malattia viene fatta precocemente, ci permette oggi di essere ottimisti sulla sua gestione».

FONTE: Corriere Salute
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08 marzo, 2018

Diabete, in arrivo in Sicilia il "Flash Glucose Monitoring", sarà fornito gratuitamente a circa tremila bambini

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Sarà distribuito gratuitamente a tremila bambini siciliani affetti da diabete di tipo 1, il Fgm – Flash Glucose Monitoring, apparecchiatura all’avanguardia per il monitoraggio costante della glicemia. È quanto ha disposto l’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, con la firma di una circolare che autorizza le Asp siciliane ad avviare da subito gli ordini delle forniture e a curarne la distribuzione nell’isola.

Il nuovo sistema all’avanguardia per il controllo della glicemia, si legge in una nota dell’assessorato, abolisce quasi del tutto l’uso delle lancette pungidito, che costituiscono un serio disagio per i piccoli pazienti diabetici costretti a più di cinque rilevamenti giornalieri, funzionando come un minuscolo rilevatore costante che, fissato ad un braccio, fornisce ogni qualvolta si rende attivo, il dato richiesto. Ciascun beneficiario del nuovo sistema di monitoraggio oltre al lettore, riceverà in dotazione un kit di 26 sensori, 600 strisce reattive per la determinazione della glicemia.

L’acquisizione del sistema Flash Glucose Monitoring, prosegue la nota, è una novità assoluta sul piano della qualità del servizio sanitario regionale e va in porto dopo una lunga trattativa tra fornitori, associazioni dei pazienti e assessorato alla Salute che ha permesso di acquistare l’apparecchiatura ai prezzi più bassi sul panorama nazionale e senza alcuna differenza di tariffe tra un’Asp e l’altra. Ogni Asp potrà acquistare un numero di lettori che va da 100 (Enna) fino a 750 (Palermo) passando per i 240 lettori per Siracusa, in base al numero di pazienti, per un investimento complessivo di 2.554.500 euro. (Agrigento 260; Caltanissetta 160; Catania 650; Messina 390; Ragusa 190; Trapani 260).

“Oltre a fornire un importante e più puntuale rilevamento dei livelli di glicemia nei soggetti particolarmente fragili, l’uso del Flash Monitoring favorisce una più autonoma e costante gestione della malattia da parte del paziente – ha affermato l’assessore Razza – contribuendo in modo efficace e sicuro per il malato, a limitare le spese di ricovero nelle strutture ospedaliere. Contiamo di estendere la distribuzione anche agli anziani, con l’obiettivo, nel tempo, di ampliarlo a tutti i 45 mila malati di diabete nell’isola“.

FONTE: Siracusanews.it 
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Dall'AIFA la ricetta per tagliare i costi sanitari e sopperire alla carenza di medici: proposta la prescrizione dei farmaci da parte degli infermieri

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Intervenendo al congresso della neonata Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, il direttore dell'Aifa (Agenzia del farmaco) Mario Melazzini ha accennato alla nuova idea per tagliare i costi sanitari e per sopperire alla carenza di medici di medicina generale: "Gli infermieri dovrebbero prescrivere alcuni farmaci e presidi sanitari". Questo avverebbe nell'ottica di un percorso che "possa garantire una risposta più funzionale ai pazienti", e l'idea sarebbe rafforzata dal fatto che "in molti Paesi questa possibilità già esiste".

Ovvio che per portare in fondo l'idea dovranno essere fatte significative modifiche di legge. Ci sarebbe poi da superare l'opposizione dei medici. Forse per questo Melazzini nel suo discorso ha accennato a un'altra novità, richiesta da tempo dai medici di famiglia. Cioè la possibilità di prescrivere i farmaci innovativi. Fino ad oggi, tra l'altro per motivi di controllo della spesa e dell'appropriatezza, questo tipo di prodotti super costosi dovevano essere indicati da uno specialista mediante la preparazione di un piano terapeutico. Questa idea non piace per nulla ai rappresentanti dei medici di famiglia. Così sembra che Melazzini abbia voluto offrire due proposte apprezzate dai diversi professionisti.

Il direttore ha aggiunto che "tutte le professionalità devono lavorare insieme: medici, operatori sanitari e soprattutto farmacisti". E l'infermiere può essere importante per la cosiddetta farmacia dei servizi, dove non si vendono soltando medicine ma si offrono una serie di servizi sanitari (dalle prenotazioni a certi esami). "Chi meglio di questi professionisti può essere trait d'union tra le diverse professionalità sanitarie coinvolte nella prescrizione?", ha detto il dg, ricordando anche come diversi Paesi europei hanno aperto a forme di indicazione prescrittiva da parte degli infermieri.

Il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin ha detto che l'ipotesi della prescrizione da parte degli infermieri "in questo momento non è nell'agenda. Penso ci saranno altri momenti e altri luoghi nei quali riflettere su questo. Sinceramente conosco le richieste che vengono da entrambe le parti e sono questioni delicate, che non si esauriscono in una frase".

FONTE: Repubblica.it
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Palermo, indagine su dosi di ormone della crescita forniti illegalmente a pazienti

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Avrebbe prescritto illecitamente a 133 pazienti l'ormone della crescita, usando i formulari del Policlinico e agevolando così un'importante multinazionale farmaceutica con cui collaborava. E' la pesante accusa mossa al ricercatore universitario A. C., che adesso deve rispondere di falso ideologico, abuso d'ufficio e truffa aggravata ai danni dell'Università e del nosocomio e che si è visto sequestrare beni per 104.694,18 euro. Gli illeciti sarebbero stati compiuti dal 2014 al 2016. Sotto indagine anche la docente universitaria C. G. che, essendo autorizzata dall’assessorato regionale della Salute per le specifiche prescrizioni, lo avrebbe aiutato. Alla professoressa si contestano il falso ideologico e l'abuso d'ufficio.

La misura cautelare è stata eseguita dai carabinieri del Nas. "La somma sottoposta a sequestro - spiegano i militari dell'Arma - è l'equivalente del vantaggio economico conseguito dal ricercatore e derivante dal contratto di lavoro a tempo determinato e a tempo pieno che lo vincolava all'Università di Palermo, per un impegno orario di 1.500 ore annue, per il periodo dall'1 marzo 2013 al 30 novembre 2016, mentre in realtà, in tale arco temporale, lo stesso effettuava attività libero professionale esterna non autorizzata nonché attività di consulenza per una importante multinazionale farmaceutica con la quale, già dall'anno 2012, aveva stipulato contratti di collaborazione finalizzati all'erogazione retribuita di consulenze endocrinologiche online".

L'indagine è nata da un accertamento effettuato il 23 febbraio 2016 presso il dipartimento del Farmaco dell'Asp di Palermo, su segnalazione del dirigente, nel corso del quale è emersa "l'esistenza di 204 pratiche irregolari inerenti piani terapeutici a base di ormone somatotropo (GH - ormone della crescita) prescritti illecitamente negli anni dal 2014 al 2016 dal ricercatore universitario a 133 pazienti, per una spesa complessiva di euro 849.789,86, utilizzando il formulario identificativo del Policlinico. In particolare è stato poi verificato che i pazienti venivano sottoposti a visita, anche presso un centro medico privato, dal ricercatore, medico non autorizzato alla specifica prescrizione, che redigeva i piani anzidetti forte della collaborazione del docente universitario di suo riferimento, clinico prescrittore autorizzato dall'assessorato regionale della Salute per le specifiche prescrizioni".

FONTE: Palermo Today
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