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AFORISMA DEL GIORNO

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11 maggio, 2018

Nuovi farmaci antivirali contro possibili attacchi terroristici: il caso "Tecovirimat"

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È a un passo dall’approvazione, da parte dell’ente americano che regola i farmaci (FDA), il primo trattamento contro il vaiolo. Sembra una stranezza l’arrivo sul mercato di un medicinale per trattare una malattia che diamo per scomparsa dalla faccia della Terra, ma i timori che il virus del vaiolo, conservato in alcuni campioni in laboratori ad alta sicurezza (e di cui conosciamo il genoma e potrebbe perciò essere facilmente replicato), possa essere usato come arma, hanno fatto ritenere una precauzione utile sviluppare e rendere disponibile un trattamento da utilizzare in caso di emergenza.

Il farmaco è una molecola antivirale, chiamata tecovirimat, che funziona rallentando la capacità del virus che causa il vaiolo di replicarsi e infettare l’organismo. È stato sviluppato dall’azienda farmaceutica SIGA Technologies e sperimentato su animali e sull’uomo: nei test su animali ha dimostrato di avere una buona efficacia nel ridurre la mortalità per la malattia, che nelle epoche in cui il virus circolava era di circa il 30 per cento.

Il vaiolo è una malattia infettiva provocata dal virus Variola: i sintomi di un’infezione non si manifestano immediatamente, ma un paio di settimane dopo il contagio, quando sale la febbre e compare la caratteristica eruzione cutanea con le pustole. È questa la fase in cui, in caso di diffusione del contagio, il farmaco andrebbe assunto.

Il vaiolo ha causato epidemie catastrofiche nel corso della storia dell’umanità. È incerto il momento in cui il virus ha fatto il salto da un serbatoio animale all’uomo: alcuni studiosi pensano che la peste antonina, che imperversò nell’impero romano tra il 150 e il 180 dopo Cristo, sia stata in realtà un’epidemia di vaiolo, mentre altri ipotizzano che la malattia si sia diffusa in tempi più recenti. Nel corso del Novecento, comunque, quando il vaiolo ancora imperversava, si stima che abbia fatto almeno 300 milioni di vittime a livello globale.

L’OMS ha iniziato negli anni Sessanta la campagna globale contro la malattia, con una strategia che univa vaccinazione e contenimento dei focolai epidemici. Nel 1979 il vaiolo è stato dichiarato eradicato: l’ultimo caso di malattia naturale era stato segnalato nel 1977 in Somalia. I Paesi che fino a quel momento avevano abbracciato la politica vaccinale hanno iniziato a sospendere le vaccinazioni: in Italia è stata sospesa nel 1981.

A tuttoggi, per quel che ne sappiamo, le uniche riserve conosciute del virus del vaiolo sono quelle conservate in due laboratori di riferimento dell’OMS: i CDC di Atlanta (Stati Uniti) e il Centro di ricerca statale di virologia e biotecnologia di Koltsovo (Siberia, Russia).

Molti paesi hanno ancora scorte di vaccino, ma l'opinione di alcuni esperti è che avere anche un trattamento disponibile in caso di emergenza (leggi "attacco bioterroristico") è una garanzia in più.

FONTE: Focus.it
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13 marzo, 2018

Diabete, proposta una classificazione più articolata (in 5 categorie)

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E se non esistessero solo due tipi di diabete, ma (almeno) cinque? Lo propongono alcuni ricercatori su The Lancet: Diabetes & Endocrinology sostenendo che è tempo di andare oltre le consuete definizioni secondo cui il diabete di tipo 1 è quello dei bambini in cui ci sono gli anticorpi contro l’insulina, l’ormone indispensabile per utilizzare lo zucchero in modo corretto, mentre il tipo 2 compare negli adulti e dipende da dieta sbagliata e obesità.

Semplificazioni, come dimostrano l’analisi di oltre 15mila pazienti e l’esperienza clinica: per esempio, sono sempre più frequenti casi di diabete da eccesso di peso nei giovanissimi o adulti con una produzione di insulina azzerata e quindi una malattia molto più simile al diabete di tipo 1 (è successo alla premier inglese Theresa May, che ha scoperto di avere un diabete insulino-dipendente a 56 anni). Gli autori della ricerca, considerando l’età all’esordio dei sintomi, il grado di resistenza all’insulina e l’indice di massa corporea, hanno proposto perciò cinque «nuovi» tipi di diabete:

1. diabete autoimmune: si manifesta nei bambini e si associa alla presenza di anticorpi per l’insulina
2. diabete da deficit di insulina: simile al primo per scompenso metabolico ed età di comparsa ma senza gli anticorpi
3. diabete da resistenza all’insulina: in cui c’è un peso elevato
4. diabete correlato all’obesità: dove ci sono i chili di troppo ma non la resistenza all’insulina
5. diabete correlato all’età: simile al precedente ma tipico di persone più anziane.

I primi due sono perciò sottocategorie del diabete di tipo 1, gli altri sarebbero forme diverse del diabete di tipo 2 che oggi vengono ascritte indistintamente a questo. Una nuova classificazione non rischia di confondere solo le acque? No, perché come scrivono gli autori «Il diabete da resistenza all’insulina, per esempio, più spesso porta a deficit nella funzione renale: suddividere in modo più preciso i pazienti potrebbe modificare le cure, aiutando a renderle più “su misura”».

Senza contare che forse cinque sottocategorie, di fatto facce diverse dei tipi 1 e 2, non sono comunque abbastanza. C’è infatti pure chi, come appunto Theresa May, si ammala da adulto di un diabete su base autoimmune (gli esperti lo chiamano LADA, Late Autoimmune Diabetes in Adults): una forma intermedia della malattia, che si manifesta ben lontano dall’infanzia ma in cui la perdita della capacità di produrre insulina è completa e si instaura molto rapidamente. E c’è pure chi si è spinto a considerare l’Alzheimer un diabete di tipo 3: « Il legame fra l'eccesso di carboidrati e i deficit cognitivi passa dall'alterazione della sensibilità all'insulina, che nel cervello agisce come un neuromodulatore – dice il geriatra Giuseppe Paolisso dell’università Vanvitelli di Napoli –. In chi ha un alterato metabolismo degli zuccheri la sensibilità all'insulina a livello cerebrale diminuisce e ciò facilita la deposizione di placche di beta-amiloide, sostanza di scarto del metabolismo cerebrale correlata all'Alzheimer. Non a caso l'uso di farmaci antidiabetici riduce lievi deficit cognitivi nei pazienti che li manifestano».


FONTE: Corriere Salute
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05 febbraio, 2018

Dal microchip che "simula" la retina una nuova arma contro la cecità

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Per la prima volta in Italia, secondo quanto riportato dall’ospedale San Raffele di Milano, è stato eseguito l’impianto di una protesi sottoretinica - un vero e proprio modello di retina artificiale - in una donna non vedente. Il delicatissimo intervento è stato condotto da un’equipe di specialisti in chirurgia vitreoretinica e oftalmoplastica dell’Unità di Oculistica, diretta dal professor Francesco Maria Bandello, La paziente sta bene ed è stata dimessa dall’ospedale. Ora attende l’accensione del microchip che stimolerà gradualmente la retina, consentendole di reimparare a vedere.

Il microchip misura circa tre millimetri e contiene 1600 sensori. Il dispositivo viene inserito al di sotto della retina, in corrispondenza della macula, in modo da stimolare il circuito nervoso che naturalmente collega l’occhio al cervello: in questo modo si sostituisce all’attività delle cellule non più in grado di fare il loro lavoro. Il dispositivo è destinato a persone che hanno perso la vista durante l’età adulta a causa di gravi malattie genetiche della retina, come la retinite pigmentosa e può ripristinare la percezione della luce e delle sagome di alcuni oggetti o persone circostanti in modo indipendente da supporti esterni (come telecamere oppure occhiali). Il principio di funzionamento si basa sulla sostituzione dei fotorecettori della retina, cioè le cellule specializzate (i coni e bastoncelli) deputate a tradurre la luce in segnali bioelettrici che arrivano al cervello attraverso il nervo ottico. I fotorecettori ormai non più funzionanti vengono sostituiti da un fotodiodo, un microscopico apparato elettronico in grado di trasformare la luce in uno stimolo elettrico.

L’intervento è durato quasi undici ore ed è stato eseguito da un’équipe diretta dal dottor Marco Codenotti – responsabile del servizio di Chirurgia vitreoretinica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – coadiuvato, per la parte extraoculare, dal dottor Antonio Giordano Resti, responsabile del servizio di Chirurgia oftalmoplastica dello stesso ospedale. Il microchip è stato inserito al di sotto della retina, mentre il circuito di collegamento che lo unisce all’amplificatore del segnale elettrico è stato posizionato dietro all’orecchio, nella regione retroauricolare, sotto la pelle. Attualmente questo nuovo modello di protesi sottoretinica (Alpha AMS) è stato impiantato solo in pochissimi pazienti ed esclusivamente in due centri europei. Il 20 gennaio 2018 è stato eseguito il primo impianto italiano, al San Raffaele.La paziente, una donna di 50 anni, è affetta sin dalla giovane età da retinite pigmentosa, una malattia genetica dell’occhio che provoca la graduale riduzione della vista: i primi sintomi sono iniziati durante l’adolescenza e in seguito la visione si è gradualmente ridotta fino a esaurirsi totalmente. «A seguito dell’intervento ci aspettiamo una stimolazione retinica che gradualmente potrà portare la paziente a reimparare a vedere» afferma Marco Codenotti, che aggiunge: «L’intervento è stato il più complicato che abbia mai eseguito. Ogni passo è fondamentale e delicato e la riuscita dell’intervento può essere compromessa da un momento all’altro. L’aver visto il microchip posizionato correttamente è stato per me una grandissima emozione, un sogno realizzato».


FONTE: Corriere.it
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29 gennaio, 2018

Dati ISTAT 2003-2014: la "prevenzione" funziona meglio al Nord, aumenta la mortalità per malattie neuropsichiatriche

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La salute degli italiani sta cambiando in maniera costante: guardando indietro anche solo di un decennio troviamo grandi progressi, ma anche qualcosa di cui preoccuparci. Secondo gli ultimi dati resi noti dall’Istat, infatti, dal 2003 al 2014 le malattie per cui si muore di più sono demenza, Alzheimer, Parkinson e diverse malattie infettive e parassitarie. Fra quelle in crescita, però, la causa di morte più comune è un’altra e riguarda i disturbi psichici e comportamentali: nel 2003 si contavano 1,5 morti ogni 10 mila abitanti, oggi sono 2,5. Un aumento tutt’altro che insignificante.

Se però allarghiamo lo sguardo al resto del quadro la situazione cambia parecchio, e c’è di che essere ottimisti: in generale sono poche le malattie per cui è aumentata la mortalità. Nel tempo, infatti, le tre principali cause di decesso sono diventate meno frequenti, migliorando molto le prospettiva di vita degli italiani: sono calate le malattie del sistema circolatorio, insieme a tumori e a malattie cerebrovascolari come gli ictus.

In ognuno dei grandi gruppi la mortalità è in diminuzione, dove più in fretta, dove meno. Proprio nel caso delle malattie del sistema circolatorio il miglioramento è stato rapido, e nell’arco di un decennio in diverse regioni il tasso di mortalità si è anche dimezzato. Anche nel caso dei tumori oggi la situazione è senza dubbio rosea rispetto a qualche tempo fa, ma la sfida resta difficile e i decessi diminuiscono con maggiore lentezza.

La situazione può essere illustrata bene con una mappa: area per area, la mortalità si riduce sia dov’era superiore alla media italiana, sia dove già risultava inferiore. Nella provincia di Roma – così come a Trieste e più in generale nel Nord-Ovest – il calo è evidente, mentre al sud il passo tende a essere più lento.

A guardare con attenzione, non mancano infatti aree ancora problematiche. Province come Caserta, Caltanissetta, Enna e soprattutto Napoli sono quelle in cui il tasso di mortalità è più alto, e parecchio superiore alla media nazionale. I numeri sono comunque migliorati rispetto a un decennio fa, ma restano eccezioni da tenere sotto osservazione in un panorama altrimenti positivo.

Le cause di decesso che crescono vanno invece inquadrate nel giusto contesto. Il tasso di mortalità legato a disturbi psichici, comportamentali o demenza è leggermente minore rispetto a quello del diabete, mentre le altre tre cause in crescita provocano decessi quanto i tumori al seno, o leggermente meno. Che siano meno frequenti, s’intende, non implica in alcun modo che siano poco importanti, né che il loro aumento non meriti di essere indagato.

La media italiana è un buon punto di partenza, ma ci aiuta a capire solo in parte: di nuovo troviamo ampie differenze fra regioni. In linea generale, la mortalità per malattie del sistema circolatorio – come gli infarti del miocardio – tende a essere maggiore nel Meridione, mentre nel Nord sono più pericolosi i tumori. Si tratta di un divario non da poco: per dare un’idea, il tasso di mortalità per le malattie cerebrovascolari in Sicilia è oltre il doppio che in Trentino Alto Adige.

Rispetto ai tre gruppi principali, tutte le altre cause di decesso appaiono invece assai più rare. Al di là delle malattie vere e proprie, troviamo catalogati anche eventi di diverso tipo con cui fare qualche confronto. A parità di tutti gli altri fattori, per esempio, è altrettanto comune morire per un incidente stradale che per una caduta, oppure per un tumore dei reni o dell’ovaio. Rari sono ormai i decessi per Aids, appena più comuni degli avvelenamenti accidentali o degli omicidi. Ancora più difficile è morire a causa della dipendenza da droga.

Un’altra grande linea di demarcazione è il genere. Le donne vivono diversi anni più degli uomini, e così naturalmente il loro tasso di mortalità è minore. Questo è vero in quasi tutti i casi, con qualche eccezione. Essere uomini o donne non fa differenza quando si tratta di asma, influenza o disturbi psichici e comportamentali, mentre per le donne la mortalità aumenta a causa dell’Alzheimer.

Esistono anche cause di decesso tipicamente maschili, nel senso che si verificano con maggiore frequenza negli uomini e meno nelle donne. Fra queste i tumori maligni della laringe, alla vescica o all’esofago, oppure l’abuso di alcool. Anche suicidi, incidenti stradali, annegamenti e omicidi colpiscono più gli uomini rispetto alle donne, nonostante siano poco eventi poco frequenti.

Confrontando malattie, eventi, persone e aree diverse entrano in gioco tantissimi fattori. Alcuni dipendono dalla genetica dei singoli individui, ma a spostare l’ago in una direzione o nell’altra spesso è anche il reddito o il livello d’istruzione, l’attività fisica oppure la dieta. Esiste un ampio divario fra fumatori e non fumatori, per citare un altro elemento, e certo incide anche il lavoro che svolgiamo o se per qualche motivo siamo esposti a sostanze inquinanti.

I numeri, ad ogni modo, non vanno presi alla lettera, anche quando provengono da una fonte ufficiale e affidabile come l’Istat. A volte è difficile determinare con esattezza una causa di morte, altre volte è cambiato nel tempo il modo in cui gli eventi vengono catalogati dai medici. Tutto questo crea un certo margine di incertezza: a volte, infatti, è possibile l’aumento di alcune malattie sia dovuto anche al fatto che i dottori oggi le prendono in considerazione più spesso.

Nel caso di decessi dovuti a traumi, tumori o malattie ben definite e di breve durata i numeri tendono invece a essere piuttosto affidabili. Più complicato è il caso delle patologie degenerative, che a volte possono impiegare anni a effettuare il proprio corso e non sempre è facile collegarle con precisione a un decesso.

AUTORE: Davide Mancino




FONTE: Corriere.it

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18 gennaio, 2018

Influenza, il "Yamagata" gioca un brutto scherzo: record di incidenza e quasi quattro milioni di casi

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Il 2017 sarà ricordato come una delle stagioni peggiori per la diffusione del virus influenzale, con un'incidenza fra le più elevate rispetto agli ultimi 15 anni. Tuttavia, questa non dovrebbe aumentare: gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità sono sicuri sulle stime secondo le quali l'influenza sta raggiungendo il picco proprio in queste prime due settimane di inizio anno. Sempre l'ISS stima un numero di casi pari a poco meno di 4 milioni: un'influenza che segna il record di casi, come 0non si vedeva dalle stagioni 2004-05 e dal 2009-10, anno dell'influenza A. Precisamente, nell’ultima settimana si contano 832mila nuovi casi, che hanno portato il totale a 3 milioni e 883mila. Il livello di incidenza è pari a 13,73 casi per mille assistiti. La fascia di età maggiormente colpita è quella dei bambini al di sotto dei cinque anni in cui si osserva un’incidenza pari a circa 30,8 casi per mille assistiti e quella tra 5 e 14 anni pari a 15,9. L’incidenza nei giovani adulti è pari a 13,8 e negli anziani a 7,8 casi per mille assistiti. In tutte le Regioni italiane il livello di incidenza è pari o superiore a dieci casi per mille assistiti tranne in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Provincia autonoma di Bolzano.

A favorire l'elevato numero di casi vi è stata la diffusione di una variante del ceppo B, il "Yamagata", variante non molto aggressiva e tuttavia "non coperta" dal vaccino trivalente (ma soltanto dal quadrivalente, solitamente utilizzato solo se richiesto specificatamente dal paziente o dal medico stesso). Tale variante ha contribuito a colpire soprattutto nell'età pediatrica e nel periodo festivo. Sarebbero quindi tre i fattori che hanno determinato quest'anno ad innalzare l'incidenza: 1) la vaccinazione anti-influenzale spesso non diffusa per quanto si dovrebbe 2) un ceppo meno atteso e che si diffonde maggiormente in età pediatrica cioè in individui immunologicamente "naive" 3) un vaccino paradossalmente "inefficace" poichè il trivalente è molto più utilizzato del quadrivalente.

L'influenza si presenta con i soliti sintomi: raffreddore, tosse e febbre molto alta che dura anche diversi giorni, malgrado l’uso di antipiretici. L’unico rimedio, visto che si tratta di una patologia virale, è quello di stare a letto, bere molto per prevenire la disidratazione, e seguire un’alimentazione leggera, ricorrendo agli antibiotici (ricordando che gli antibiotici sono poco utili nelle fasi iniziali di una malattia virale) solo sotto consiglio/prescrizione medica e soltanto per prevenire possibili complicanze (sovrainfezioni batteriche causanti bronchiti, otiti, ect).

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19 maggio, 2017

Reintrodotto dal governo l'obbligo di vaccinazione per iscrizioni a scuola: "mantenere alto il livello di protezione"

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Via libera del Consiglio dei ministri al Decreto Legge che reintroduce l'obbligatorietà delle vaccinazioni per l'iscrizione a scuola. L'obbligo di vaccinarsi per potersi iscrivere a scuola decadde nel 1999 dopo che per oltre trent'anni, e cioè dal 1967, era stato invece indispensabile per l'iscrizione. Il premier Paolo Gentiloni: la norma produrrà "l'impossibilità di iscriversi al sistema scolastico zero-sei anni" per i non vaccinati.

"Per la scuola dell'obbligo - ha proseguito il presidente del Consiglio - la mancanza di documentazione sui vaccini produrrà da parte dell'autorità scolastica sanzioni dalle dieci alle trenta volte maggiori di quelle esistenti".

Il decreto, ha spiegato ancora Gentiloni, rende obbligatori "una serie di vaccini che finora erano semplicemente raccomandati. Tra questi ce ne sono di importanti come quelli contro il morbillo e la meningite, che dal momento di approvazione del decreto diventeranno obbligatori con modalità transitorie che il decreto metterà in luce per consentire a famiglie e sistema di adeguarsi alla decisione senza traumi".

Ringraziando i tre ministri che insieme hanno lavorato al decreto, Beatrice Lorenzin, Valeria Fedeli e Maria Elena Boschi, il premier ha sottolineato che la decisione di arrivare al decreto con l'obbligo vaccinale è stata presa "perché ci troviamo di fronte alla constatazione del fatto che nel corso degli anni la mancanza di misure appropriate e il diffondersi soprattutto negli ultimi mesi di comportamenti e teorie antiscientifiche ha provocato un abbassamento dei livelli di protezione dal punto di vista dei vaccini. Non si tratta di uno stato di emergenza ma di una preoccupazione alla quale il governo intende rispondere. Operiamo con un decreto anche perché negli ultimi mesi ci sono state diverse decisioni di Regioni su questo punto e il governo intende dare un indirizzo generale".

Da parte sua il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha specificato che il decreto allarga "a 12 le vaccinazioni obbligatorie per l'iscrizione a scuola", annunciando che vi saranno stringenti controlli sulla copertura vaccinale. "Vogliamo aumentare la copertura vaccinale in tutto l'arco della vita del ragazzo - ha spiegato - e nel percorso scolastico si interviene per verificare che la copertura sia avvenuta e laddove non lo sia stato per mettere in campo una serie di misure che siano piuttosto stringenti nei confronti della famiglia e che mettano in sicurezza la comunità scolastica".

Così, "la scuola avrà l'obbligo di riferire alla Asl la mancata vaccinazione, l'Asl avrà l'obbligo di chiamare la famiglia e dare dei giorni per vaccinare. Se ciò non avviene c'è una sanzione molto elevata. E il controllo avviene ogni anno, non una tantum".

FONTE: TgCom
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30 marzo, 2017

Il ritorno del morbillo, più di mille casi da inizio anno

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Da inizio anno sono già stati superati i mille casi di morbillo, mentre in tutto il 2016 erano stati 844. E' il dato dell'Istituto superiore di sanità, secondo cui nel 33% dei casi si è avuta almeno una complicanza, nel 41% un ricovero e nel 14% un accesso al pronto soccorso. Il 90% di tutti i colpiti non era vaccinato, a conferma delle preoccupazioni per il calo delle vaccinazioni. Il 57% dei casi si è registrato nella fascia di 15-39 anni.

Il sistema di sorveglianza dell'Iss ha censito esattamente 1010 casi fino al 26 marzo. L'età media dei pazienti è 27 anni, mentre il 6% dei casi si è avuto nei bimbi al di sotto di un anno, ancora troppo piccoli per il vaccino.

Fra le complicanze le più frequenti sono risultate diarrea (21,1%) e stomatite (17,3%), mentre si sono avuti anche trombocitopenia, ovvero un calo delle piastrine nel sangue (5%), convulsioni (0,4%) ed encefaliti (0,1%).

L'allarme sull'epidemia di morbillo, attribuita soprattutto al calo delle vaccinazioni, era stato lanciato poche settimane fa dal ministero della Salute, sulla base dei dati del solo gennaio che già facevano presagire una stagione con un numero di casi particolarmente alto. Proprio martedì l'ufficio europeo dell'Oms ha sottolineato che 14 Paesi nel continente, tra cui l'Italia, hanno ancora la malattia endemica, mentre 53 l'hanno eliminata.

FONTE: TgCom.it
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15 gennaio, 2017

Fra sei anni un vaccino contro il rinovirus, il virus del comune raffreddore

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Un ricercatore dell'università di Vienna ha brevettato un vaccino che protegge dal raffreddore, un passo potrebbe portare a una versione da mettere in commercio entro sei anni. Lo afferma l'ideatore, Rudolf Valenta, in un'intervista all'Independent.

Il sistema immunitario, spiega Valenta, che ha oltre 200 pubblicazioni sull'argomento, non riesce a combattere i rinovirus, i principali responsabili del raffreddore, perchè si concentra sul centro del virus, che è passibile di mutazioni. Al contrario il vaccino messo a punto ha come obiettivo il guscio protettivo del microrganismo, che si ancora alle mucose della bocca, del naso e della gola e nello stomaco favorendo l''aggressione', e che non varia tra i diversi ceppi. "Abbiamo preso alcuni frammenti del guscio - spiega Valenta - attaccandoli ad una proteina di trasporto. E' un principio molto vecchio, 'riprogrammare' la risposta immunitaria sull'obiettivo giusto".

La ricerca, spiega Valenta, è in fase avanzata. "Con la prima proteina che abbiamo costruito abbiamo una inibizione molto buona della malattia - afferma -, siamo convinti di essere sulla buona strada. Se riusciremo ad avere i fondi per i test clinici possiamo metterlo a punto in sei-otto anni".

FONTE: Ansa.it
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14 gennaio, 2017

La mappa mondiale della medicina "inappropriata", in Italia uso eccessivo di antibiotici e procedure diagnostiche invasive

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Troppi farmaci e procedure inutili da una parte, mancato accesso a terapie ed esami salvavita dall'altra, con l'aggravante che i fenomeni si presentano magari nello stesso paese o addirittura nello stesso ospedale. A fare la mappa della medicina 'sbagliata' è una serie speciale della rivista Lancet realizzata insieme al Lown Institute di Boston, con una serie di articoli scritti da 27 esperti internazionali, da cui emerge che un quarto del volume delle prestazioni sanitarie è inappropriato per qualche motivo. Dagli articoli emergono diversi esempi, dai 500mila casi di tumore della tiroide che subiscono un eccesso di trattamento ai sei milioni di cesarei di troppo, metà dei quali in Cina e Brasile, al 26% di sostituzioni dell'anca inutili in Spagna. Per l'Italia viene citato ad esempio il fatto che il 22% delle angioplastiche e il 30% delle angiografie sono inappropriate, o che il 9% dei bambini ricoverati per diarrea riceve antibiotici inutili, o ancora un uso eccessivo delle endoscopie, comune a tutto il mondo occidentale con tassi che vanno dal 16 al 33% dei casi. "Quello che viene fuori da queste ricerche è che il problema riguarda tutti i paesi, non ci sono primi della classe - sottolinea Andrea Gardini del consiglio direttivo di Slow Medicine, che ha partecipato alla stesura -. In Italia abbiamo senz'altro il problema dell'uso eccessivo di antibiotici, come anche di alcune procedure radiologiche, mentre il dato sulle angioplastiche va un po' ponderato, sebbene sia emerso che siamo sopra la media degli altri paesi. Bisogna dire che in Italia la federazione degli ordini dei Medici e il collegio degli infermieri hanno iniziato ad occuparsi del problema, ma ancora molto c'è da fare". Fra le procedure sottoutilizzate ci sono l'uso di steroidi in gravidanza per ridurre il rischio di morte pretermine, ma anche il mancato accesso a farmaci salvavita come quelli per alcuni tumori o, in Africa, per l'Hiv. "Le terapie inappropriate sono un fenomeno comune - scrivono gli autori - i medici continuano a sottoutilizzare interventi semplici o economici, e ad utilizzare eccessivamente procedure inefficaci ma più note, lucrose o convenienti, nonostante i potenziali danni per i pazienti.
Questi due problemi si possono trovare contemporaneamente nello stesso paese, struttura sanitaria o addirittura paziente".

La soluzione, aggiunge Gardini, sta nel ritrovare il rapporto medico-paziente, con quest'ultimo che dovrebbe chiedere sempre se un determinato trattamento può portare ad effettivi benefici. "La proposta che sta venendo fuori è di garantire che ci sia una attenzione importante alla relazione fra medico e paziente, nel senso che la pressione che spesso viene dal paziente di fare un esame o una terapia va discussa con il medico, anche perchè molti degli esami possono anche fare del male. Bisogna ristabilire un dialogo e un'alleanza, anche i medici sono non felici di fare prescrizioni e basta, devono avere un ruolo più attivo. L'alleanza è essenziale per costruire un rapporto di fiducia che porti a una cura più giusta".
  
FONTE: Ansa.it
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19 ottobre, 2016

Padova, genitori litigano su salute figlia, tribunale ordina vaccinazione anti papillomavirus

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Il diritto che deve prevalere è sempre la tutela della salute di un minore. Principio a cui si è appellato il tribunale civile di Padova che nei giorni scorsi ha emesso una sentenza destinata a costituire un precedente: nel caso di due genitori separati, in disaccordo tra loro sull’opportunità di sottoporre la figlia minorenne a una vaccinazione, i giudici hanno ordinato che alla ragazza debba essere somministrata la terapia a protezione della sua salute. Il verdetto fa fare un passo avanti alla discussione ”vaccini sì, vaccino no” in un’Italia dove è sempre più bassa la copertura della popolazione da malattie trasmissibili e in una regione, il Veneto, dove a differenza di quanto avviene nel resto del paese da alcuni anni questi trattamenti non sono più obbligatori.

La diatriba presa in esame dal tribunale di Padova riguarda una adolescente figlia di una coppia che risiede nella zona di Abano Terme . La madre, che è separata dal marito, ha manifestato l’intenzione di sottoporre la ragazza alla profilassi contro il papilloma virus (HPV) un virus che si trasmette per via sessuale e che è ritenuto responsabile in molti casi di tumori all’apparato genitale femminile. Contro questa intenzione si è però schierato l’ex coniuge della donna che ha scritto all’azienda sanitaria locale dichiarandosi contrario anche a ogni tipo di vaccinazione e la lite è stata portata avanti fino alle aule del tribunale. La risposta contenuta nella sentenza è stato l’ordine di praticare per la ragazza la terapia perché, come detto, deve prevalere la tutela del suo stato di salute. È il primo pronunciamento in questo senso in Italia: un caso analogo era stato portato a luglio scorso davanti al tribunale di Modena ma non si era approdati a una decisione.

La sentenza di Padova entra nel dibattito sulle profilassi contro le malattie infettive in Italia, una pratica che incontra sempre più famiglie contrarie sulla base di presupposti scientifici il più delle volte privi di fondamento. I medici, dal canto loro hanno lanciato un allarme contro la disaffezione verso i vaccini paventando il ricomparire di pericolose malattie che erano scomparse da tempo. Illuminanti, in questo senso, sono i dati forniti dal ministero della salute. A fronte di una copertura ottimale della popolazione che deve essere non meno del 90%, contro il morbillo nel 2015 risultava protetto solo l’85,7% degli italiani, con una punta minima del 68,8% della provincia di Bolzano. Nel 2010 la media nazionale era del 90,6 . Contro la poliomielite la percentuale di vaccinati è del 93,4, mentre era al 96,5 dieci anni fa. Segno che un numero crescente di genitori non sottopone più i figli a profilassi ritenute un tempo indispensabili.

Autore: Claudio Del Frate
Fonte: Corriere della Sera
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24 settembre, 2015

Stati Uniti, la folle storia del farmaco Daraprim: politico compra la società che lo produce, aumenta di 55 volte il prezzo e sui social insulta tutti i malati...

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 Martin Shkreli, un nome sconosciuto ma recentemente salito alle cronache americane, si è infatti appena conquistato la fama di uomo più cattivo d’America. Sul social network gli scambi di insulti non sono mancati. È stato chiamato «canaglia», «sociopatico in bancarotta morale», «mostro» e «sei tutto ciò che non va con il capitalismo». Ma chi è sto simpaticone? Trentaduenne ragazzo prodigio della finanza, ex manager di hedge fund e amante della musica rap, Shkreli è ora a capo della Turing, casa farmaceutica che di recente ha acquistato i diritti di distribuzione del Daraprim, serve per curare la toxoplasmosi, malattia infettiva comune nelle persone affette da HIV, da malati di cancro e da chi soffre di gravi stati immunodepressivi. Come un perfetto "Joker" di Batman, il genio in una notte ha alzato il prezzo di 55 volte: da 13,50 a 750 dollari. Secondo l’Infectious Diseases Society of America è un «aumento ingiustificabile». E quando i giornalisti gli hanno chiesto spiegazioni via Twitter, le risposte sono state sempre volgari.

Ovviamente non è la prima casa farmaceutica ad aver compiuto una mossa simile: speculare sul prezzo dei farmaci di nicchia è, purtroppo, una pratica comune. Ma non era mai successo che chi ha preso questa decisione impopolare rispondesse in modo così irrispettoso. «Dal Daraprim noi dobbiamo fare profitti» ha dichiarato alla tv finanziaria Cnbc. Shkreli ha continuato ad alzare i toni, ha citato il messaggio del suo co-fondatore: «Oggi su Twitter sono tutti esperti farmaceutici», non dimostrando alcuna sensibilità. Per la testata d’informazione finanziaria The Street è il peggior amministratore delegato dell’industria biotech, interessato più ai social network che alla ricerca. E la reputazione è importante anche per chi vuole fare solo profitti. Il comportamento pubblico così scorretto ha infatti trascinato in basso le azioni di tutta l'industria farmaceutica. E così il 23 settembre Shkreli ha deciso di riportare il Daraprim a un prezzo accettabile.

Su una precedente versione del suo profilo Wikipedia si legge: «Markin Shkreli (1° aprile 1983) è un sociopatico specializzato in cure sanitarie». Il capo della Turing ha un account sul sito per incontri OkCupid, dove si descrive come «Intelligente, bellissimo e con tante altre buone qualità. Sono infinitamente divertente. Do sollievo comico e artistico, tutto in un’unica conveniente soluzione. Che affare!». E ancora: «Dedico molto tempo alle sofferenze del genere umano». Ora questo profilo è stato bloccato (ma è disponibile un backup qui), così come il suo account Twitter, che ora è protetto e tutti i messaggi sono stati offuscati. Ma anche prima dell’aumento di prezzo spropositato del Daraprim, Shkreli non sembra mai esser stato una persona popolare. Da amante del gioco di ruolo online League of legends, ha provato a entrare nella squadra che desiderava, ma è stato rifiutato anche dopo un'offerta da 1,2 milioni di dollari.

Shkreli non è un rampollo dell’alta società. Nato da una famiglia di immigrati albanesi e croati è cresciuto tra la classe operaia di Brooklyn, a New York. Ha dimostrato talento fin da ragazzo, quando ha saltato diverse classi fino ad arrivare alla laurea in Economia nel 2004. A 17 anni ha iniziato il suo primo stage presso Cramer Berkowitz & Co, il fondo speculativo gestito da Jim Cramer, volto televisivo molto noto negli Stati Uniti. Cramer è il conduttore di Mad Money, dove dà consigli agli investitori in modo irriverente (con urla e suoni campionati). Già allora la Sec, l'autorità di vigilanza della Borsa statunitense, aveva puntato gli occhi su di Shkreli con un indagine che si concluse con un nulla di fatto. A vent’anni ha deciso di mettersi in proprio e di avviare il suo hedge fund, Elea Capital Management. La società ha chiuso dopo un anno di vita in seguito a una causa da 2,3 milioni di dollari intentata dalla Lehman Brothers. Shkreli è stato fortunato, molto: la banca d'affari americana è fallita prima che arrivasse la sentenza. Nel 2008 guida un un nuovo fondo speculativo, Msmb Capital Management: è questo il suo trampolino di lancio per l’industria farmaceutica. Prima di diventare il capo della Turing, Shkreli ha fondato Retrophin nel 2011, una casa farmaceutica incentrata sulla cura di malattie rare. È stato estromesso dalla compagnia per uso improprio del denaro e alcune spericolate operazioni finanziarie in cui sono coinvolte il suo fondo d'investimenti, la Retrophin e la banca Merrill Lynch. Quest’estate la sua ex casa farmaceutica gli ha fatto causa e può esser costretto a risarcire più di 65 milioni di dollari. Ma Shkreli nega: «Hanno inventato questa storia assurda solo per portarmi via soldi».

La sua nuova creatura, Turing Pharmaceuticals, è stata avviata nel febbraio di quest’anno. Ancora una volta l’obiettivo sono le malattie gravi. «Vogliamo aiutare i pazienti per i quali non ci sono ancora cure efficaci», si legge sul sito ufficiale. Vende solo due farmaci, il Daraprim e il Vecamyl, usato per la cura dell’ipertensione. Shkreli ha acquistato ad agosto 2015 i diritti per la commercializzazione del farmaco che ha sollevato l'attenzione dei media e ha affermato che l’aumento del prezzo è giustificato dalla sua natura altamente settoriale: «Finora è stato come vendere una Aston Martin al prezzo di una bicicletta». Poi, dopo l'indignazione generale, alla quale si è accodata anche Hillary Clinton, il "Joker" ha deciso di recuperare uno straccio di dignità e, nell’ultima intervista sul network televisivo Abc ha dichiarato: «Abbiamo accettato di diminuire il prezzo del Daraprim per renderlo più abbordabile, ma in modo che ci consenta anche di far profitti, una piccola quantità di profitti. Pensiamo che questo sia un cambiamento sia ben accetto». Una storia a lieto fine, anche se il deve essere ancora comunicato nuovo prezzo “equo” del farmaco, e un precedente che getta ombre sempre più cupe sul diritto alla salute dell'umanità.




FONTE: Corriere.it
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03 settembre, 2015

L'Ucraina in guerra contro i vaccini: torna la poliomielite con due nuovi casi

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La poliomielite ricompare in Europa. Dopo 5 anni dagli ultimi casi, registrati nel 2010 in Russia dove 14 persone furono colpite dalla malattia trasmessa da un ceppo virale importato dal Tajikistan, ora in Ucraina l’infezione ha causato la paralisi di 2 bambini di 4 anni e 10 mesi. Ma secondo gli esperti potrebbero esserci molti altre persone portatrici della patologia, pur non riportando sintomi.

Entrambi i bimbi risiedono nell’area sud-occidentale dell’Ucraina, vicino ai confini con Romania, Ungheria, Slovacchia e Polonia, in due villaggi a pochi chilometri di distanza. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che il rischio di diffusione del virus nel Paese è «alto» e che è necessario controllare rapidamente la nuova epidemia mentre, sempre secondo l’Oms, la minaccia del virus per i Paesi confinanti all’Ucraina (dove i livelli di immunizzazione sono più elevati grazie alla diffusione del vaccino) è bassa.

Il vaccino orale contiene un virus attivo molto debole ed è considerato sicuro ed efficace. I bambini che lo ricevono, però, lo espellono ed entro un periodo di 12 mesi il virus (in un caso su un milione stima l’Oms) può mutare, diventare più virulento e cominciare a causare i sintomi solo nei bambini non vaccinati. E in Ucraina solo la metà dei bambini è stata vaccinata contro la poliomielite e le altre malattie prevedibili.

Per il virus della poliomielite, che colpisce il sistema nervoso e può causare paralisi in poche ore, non esiste cura. Colpisce prevalentemente i bambini in zone con scarsa igiene. Una campagna globale ne ha ridotto ampiamente l’incidenza e quest’anno solo Pakistan e Afghanistan hanno registrato nuovi casi (ora si aggiunge l’Ucraina). La poliomielite prospera soprattutto nella stagione calda e il freddo inverno dell’Ucraina dovrebbe rallentare l’epidemia.

«I due casi di poliomielite in Ucraina nella zona Ovest del Paese non sono legati agli scontri contro la Russia che si stanno verificando nella zona orientale» spiega Hamid Jafari, responsabile della lotta contro la poliomielite all’Oms. «Piuttosto- spiega alNew York Times - molti genitori ucraini hanno scelto di non vaccinare i figli dopo il caso di uno studente che nel 2008 morì apparentemente di sepsi poco dopo il vaccino contro il morbillo, parotite e rosolia». Nonostante il ministero della Salute con altri organismi internazionali avessero tranquillizzato la popolazione spiegando che non c’era una correlazione tra il vaccino e il decesso e che si era trattato di una coincidenza si diffuse il panico (all’epoca un centinaio di studenti si presentarono in ospedale lamentando sintomi come mal di testa, febbre, mal di gola). A complicare ulteriormente la situazione fu la decisione del presidente dell’epoca, Viktor A. Yushchenko, di ordinare la sospensione di tutti i vaccini durante le indagini. Da allora un terzo dei genitori ucraini ha dichiarato ai sondaggisti di temere i vaccini e i tassi di vaccinazioni sono crollati. Le conseguenze però sono state drammatiche: dai 100 casi di morbillo registrati nel 2010 si è passati a 12.700 nel 2012. E ora si affaccia minacciosa anche la poliomielite. Del resto si sa che senza una copertura vaccinale adeguata malattie fino ad oggi debellate grazie ai vaccini possono tornare.

«E’ un ceppo pericoloso», spiega alla Bbc online Oliver Rosenbaum, portavoce dell’Iniziativa Oms per l’eradicazione della polio. «Ci sono due casi di paralisi, ma sicuramente non sono le uniche infezioni. Uno dei grandi pericoli di questa malattia sta proprio nel fatto che esistono molti casi asintomatici. Questa è una malattia che tende all’epidemia». L’Oms raccomanda che chiunque visiti la regione sia completamente vaccinato contro la poliomielite, e che tutti i residenti e chi soggiorna per più di un mese nella zona faccia una dose extra di vaccino antipolio.

FONTE: Corriere.it
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10 giugno, 2015

Italia, primo caso di cordoma in paziente pediatrico curato con la radioterapia a protoni

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Una bambina di 9 anni che soffre di cordoma, un tipo di tumore raro che di solito si sviluppa nel sacro o nella base cranica, cioè ai due estremi della colonna vertebrale, con un'incidenza dello 0,5 per milione di persone, ha iniziato per la prima volta in Italia un trattamento con protonterapia, una forma di radioterapia basata su fasci di protoni, anziché di fotoni, più precisa e meno dannosa per i pazienti.

E' la prima paziente pediatrica in Italia e ciò è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari (APSS) di Trento - Ospedale Santa Chiara, dove la piccola è ricoverata per il trattamento innovativo, possibile nel nostro paese oltre che a Trento solo a Pavia. Questo tipo di terapia era finita sotto i riflettori in seguito alla vicenda del piccolo Ashya King, malato di tumore al cervello e protagonista di una complessa vicenda giudiziaria, portato via dei genitori dall'Inghilterra per essere trattato a Praga.

Nel mondo ci sono solo 48 centri che utilizzano questa terapia: il tumore viene colpito con fasci di particelle subatomiche (protoni) prodotti da un acceleratore simile, con le debite proporzioni, a quello del Cern di Ginevra. Gli studi ne dimostrano l'efficacia anche per i tumori pediatrici con minori effetti tossici a lungo termine che, soprattutto nel caso dei bambini, possono portare allo sviluppo di altre patologie, anche gravi.

La paziente ha già percorso un complesso percorso con l'asportazione chirurgica di una porzione del tumore che aveva alla base del cranio. L'equipe del professor Franco Locatelli, responsabile dell'Oncologia pediatrica del Bambino Gesù, ha deciso di sottoporla al nuovo metodo. La classica radioterapia, infatti, avrebbe avuto effetti collaterali troppo pericolosi tenendo conto della zona su cui sarebbero stati diretti i fasci radianti. In tutto saranno effettuate 41 trattamenti (dal lunedì al venerdì) per un totale di circa 2 mesi di cure.

"La tecnica, soprattutto nei bambini, comporta meno effetti collaterali a lungo termine e risparmiare quanto più possibile i tessuti sani che non sono stati colpiti dal tumore - spiega la dottoressa Angela Mastronuzzi, neuro-oncologa pediatra del Bambino Gesù - perchè i protoni rilasciano energia direttamente nella sede del tumore. Negli Stati Uniti è usata già da molti anni per il trattamento dei pazienti pediatrici, soprattutto di quelli affetti da tumori del sistema nervoso centrale". È importante però sottolineare che la protonterapia, da sola, non può essere risolutiva.

"Il centro di Trento ha iniziato la sua attività alla fine del 2014 trattando già un buon numero di pazienti adulti con sicurezza, cosa che ci ha spinto a sviluppare l'approccio proposto dai colleghi del Bambin Gesù - dice il dottor Maurizio Amichetti, Direttore del centro di Trento - dopo un confronto che ci ha permesso di analizzare le numerose e complesse caratteristiche di un caso estremamente difficile da affrontare".

FONTE: Repubblica.it
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19 aprile, 2015

Il Governo all'attacco dei malati: proposta compartecipazione economica sul costo dei farmaci per malattie croniche e rare

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Un sistema più equo. Dove però rischia di saltare parte delle esenzioni per i malati cronici. Va in questa direzione, secondo quanto annunciato finora dal governo, la revisione dei ticket sanitari. Il sottosegretario alla Sanità Vito De Filippo ha di recente spiegato che le novità terranno conto del reddito del nucleo familiare dell’assistito, una conferma di quanto già previsto dal Patto per la salute siglato l’anno scorso dall’esecutivo e dagli enti regionali. I dettagli della riforma, però, non sono ancora del tutto noti. E nonostante gli interventi dovessero essere definiti entro il 30 novembre 2014, ad oggi non è nemmeno certo quando le nuove regole verranno varate. Anzi, nell’intervento in commissione Sanità del Senato in cui a inizio aprile ha messo in dubbio alcune esenzioni per l’acquisto di farmaci De Filippo ha sottolineato che sarà prima “necessaria una modifica legislativa delle norme vigenti”.

Le novità interverranno sull’attuale sistema di compartecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria che, al di là delle esenzioni, prevede forme di modulazione del ticket in base al reddito dell’assistito solo in alcune regioni. Un quadro di insieme lo dà la relazione sulla normativa vigente stilata dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), uno degli enti partecipanti al gruppo di lavoro sulla revisione del sistema. Per quanto riguarda la spesa per i medicinali, per i non esenti è previsto nella maggior parte dei casi un ticket per confezione di importo fisso (ad esempio 2 euro in Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria e provincia autonoma di Bolzano), associato a un costo massimo per ricetta. In Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Marche, Sardegna e provincia autonoma di Trento non è previsto alcun ticket, mentre la somma da pagare in farmacia varia a seconda del reddito in Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata. Altrove, come nel Lazio, la quota di compartecipazione dipende anche dal prezzo del farmaco.

Le differenze sono ancora più marcate nelle prestazioni specialistiche ambulatoriali, il cui ticket è dato dalla somma della tariffa adottata in ogni regione per la singola prestazione più una ‘quota ricetta’ introdotta nel 2011, il cosiddetto ‘superticket’. Quest’ultimo non viene richiesto in Valle d’Aosta, Basilicata e Trentino Alto Adige, è fisso a 10 euro in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lazio, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna, mentre altrove varia a seconda del reddito familiare o a seconda del valore della ricetta. Nessuna uniformità esiste nemmeno per le esenzioni. A livello nazionale queste sono garantite per chi è affetto da patologie croniche e rare, oltre che per chi si trova in condizioni socio-economiche svantaggiate, valutate in base a reddito e altri parametri. Tali condizioni per il diritto alle esenzioni subiscono poi nelle singole regioni variazioni a vantaggio dei cittadini: in alcuni casi, per esempio, sono esenti tutti i disoccupati. “È evidente – sottolinea la relazione della Agenas – che la variabilità dei sistemi di compartecipazione al costo può determinare condizioni di non equità tra i cittadini in relazione alla residenza”. La conseguenza di ticket elevati, inoltre, “è la ‘fuga’ dal Servizio Sanitario Nazionale verso strutture sanitarie private, spesso in grado di offrire prestazioni a tariffe concorrenziali rispetto ai ticket”. Anche da qui deriva la necessità di una revisione del sistema.

Secondo le previsioni del Patto per la salute, il nuovo ticket non dovrà rappresentare “una barriera per l’accesso ai servizi ed alle prestazioni”. A parità di gettito rispetto alla situazione attuale, andrà considerata “la condizione reddituale e la composizione del nucleo familiare”. Parole sinora rimaste sulla carta. Ma che il sottosegretario De Filippo ha ribadito, sottolineando che il ticket verrà modulato “in relazione alla condizione reddituale del nucleo familiare fiscale dell’assistito, con esclusione degli esenti per patologia. Per l’assistenza specialistica, inoltre, tale importo rimarrebbe comunque al di sotto del valore tariffario della prestazione, per evitare che gli assistiti possano trovare, in regime privato, le medesime prestazioni ad un prezzo inferiore alla tariffa”.

Per quanto riguarda l’assistenza farmaceutica, invece, “la proposta del gruppo di lavoro prevede l’introduzione di una quota fissa per ciascuna confezione di farmaci, di importo ridotto per gli esenti per patologia e, comunque, graduato in funzione della condizione reddituale dell’assistito”. Cosa che secondo De Filippo parte da un presupposto: alcune regioni hanno già autonomamente introdotto quote di partecipazione per gli affetti da malattie croniche e rare in possesso di esenzione. Ma su questa prospettiva è “profondamente contrario” Tonino Aceti, coordinatore nazionale dell’associazione Tribunale per i diritti del malato – Cittadinanza attiva, che parla di “un attacco a una delle categorie più fragili. Per il resto apriamo a una compartecipazione progressiva in base alla capacità reddituale. Ma tale capacità non deve esse valutata con il nuovo Isee, un modello iniquo come dimostrato dalla bocciatura del Tar dopo i ricorsi presentati dai familiari dei disabili. Resta poi da abolire il superticket”.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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15 aprile, 2015

Alzheimer: da studi sull'arginasi una nuova speranza per i pazienti

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Nell'Alzheimer, alcune cellule del sistema immunitario cerebrale iniziano a produrre grandi quantità di un enzima che degrada l'arginina, un amminoacido importante per il corretto funzionamento dei neuroni. Bloccando l'attività di questo enzima è possibile rallentare, almeno nel modello animale, lo sviluppo della malattia.

Una delle concause dell'Alzheimer è lo sviluppo di cellule immunitarie anomale, che all'interno del cervello iniziano a consumare in maniera abnorme l'arginina, un amminoacido che concorre a una corretta espressione dei geni. A scoprirlo sono alcuni ricercatori della  Duke University, che in un articolo pubblicato sul “Journal of Neuroscience” hanno dimostrato che bloccando l'azione di queste cellule si rallenta, almeno nel modello animale, la progressione della malattia.

Matthew J. Kan e colleghi hanno usato un particolare ceppo di topi, chiamato CVD-AD, che sviluppa sintomi anatomici (placche amiloidi e fibrille di proteina tau) e comportamentali del tutto simili a quelli dei pazienti umani affetti da Alzheimer.

Monitorando questi topi per tutto il corso della loro vita, i ricercatori hanno constatato che un particolare tipo di cellule immunitarie che risiede stabilmente nel cervello, le cellule della microglia che esprimono il recettore CD11c, iniziava a dividersi e cambiare in corrispondenza delle fasi iniziali della malattia.

In particolare, Kan e colleghi hanno notato che queste cellule abbondavano proprio nelle aree responsabili della memoria - le più colpite dalla malattia - e che la loro presenza era correlata a un forte aumento della produzione di arginasi, un enzima che degrada l'arginina. I livelli di questo amminoacido nel tessuto cerebrale circostante finivano quindi per essere troppo bassi rispetto al fabbisogno dei neuroni.

I ricercatori hanno provato a somministrare a un gruppo di topi, prima dell'insorgenza dei sintomi della malattia, la difluorometilornitina (DFMO), un farmaco noto per la sua capacità di inibire l'attività dell'arginasi. In questi topi si sono sviluppate meno cellule CD11c, meno placche amiloidi e la memoria si è conservata meglio che nei topi non trattati.

"Tutto ciò ci suggerisce che, se si riesce a bloccare questo processo di deprivazione locale di amminoacidi, è possibile proteggere il topo dal morbo di Alzheimer", ha detto Kan. Va però sottolineato, avvertono i ricercatori, che non si può  pensare di proteggersi con una maggiore assunzione di arginina sotto forma di integratori alimentari, sia perché la quantità di amminoacido che arriva al cervello è strettamente regolata dalla barriera ematoencefalica, sia perché, a meno di non bloccare l'arginasi, esso verrebbe subito degradato.

I ricercatori hanno fatto inoltre un'altra sorprendente scoperta: nelle cellule CD11c anomale era aumentata la produzione di messaggeri chimici che inibiscono il sistema immunitario. "Non è quello che si riteneva che avvenisse nella malattia di Alzheimer", ha detto Kan. Si pensava anzi, ha continuato Kan, che venissero liberate molecole capaci di stimolare l'attività del sistema immunitario, portandolo ad aggredire anche i neuroni sani.

FONTE: Le scienze
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20 febbraio, 2015

Danno e beffa: assolto il pediatra accusato di non aver riconosciuto i sintomi di esordio del diabete giovanile...

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E' arrivata in giornata la sentenza di assoluzione per il medico pediatra accusato di lesioni colpose dai familiari di Plinio Ortolani, il bimbo di Sansepolcro affetto da diabete di tipo 1 riconosciuto tardivamente e che per tal motivo lotta ancora oggi contro gravi danni neurologici. Per la vicenda era stata chiesta l’archiviazione per ben due volte dal pm Julio Maggiore fino alla decisione del gip del Tribunale di Arezzo che a metà dello scorso anno aveva rinviato a giudizio il medico P. B., di Sansepolcro che nel luglio del 2009 aveva in cura il bimbo, con l’accusa di lesioni colpose. La drammatica storia – ripercorsa anche da un servizio della trasmissione “Le Iene” in onda lo scorso anno – ebbe origine quasi 5 anni fa quando Plinio aveva 19 mesi. Dopo aver girato gli ospedali di Sansepolcro, Città di Castello e Perugia venne ricoverato al Meyer di Firenze a causa di un diabete mellito di tipo 1 che, stando alle consulenze di parte della famiglia, sarebbe stato diagnosticato troppo tardi. Plinio oggi ha 7 anni ma deve convivere con le conseguenze permanenti legate alla tardiva diagnosi. Oggi l’udienza e l’assoluzione del medico che, nella sua difesa, aveva respinto ogni tipo di responsabilità avendo chiesto l’effettuazione di analisi ed approfondimenti sullo stato di salute di Plinio.

Mesi fa il pediatra accusato e poi assolto ha ripercorso la sua storia legata al caso di Plinio:

«Quando quel 12 luglio 2009 il padre del bimbo mi telefonò disse che il piccolo aveva la febbre a 37,5, vomito, stanchezza e alitosi, sintomi non riconducibili a un iniziale scompenso diabetico o comunque, secondo i periti, compatibili con altri quadri clinici più comuni in età infantile. Ma il padre riferisce di avermi comunicato sintomi diversi quali febbre, tante sete, tanta pipì, vomito, dimagrimento, alito che sapeva di frutta e problemi per stare in piedi. Se così fosse non riesco a capire perché i genitori si siano fidati dei miei consigli e abbiano atteso il giorno seguente per far visitare il figlio. Il giorno dopo esclusi segni neurologici. Nel sospetto di un iniziale scompenso diabetico, prescrissi l’esame delle urine con carattere di urgenza e telefonai di persona per accertarmi che fosse stato eseguito in breve tempo... Inviai subito Plinio in ospedale per l’esame delle urine e non lo ricoverai per non esporlo a eventuali incidenti di percorso. Chiamai e mi feci comunicare telefonicamete dall’ospedale i risultati delle analisi e alla domanda specifica sulla presenza di glicosuria la risposta datami fu negativa... Quando poi alle 15 venni contattato dal padre per una nuova visita del bimbo, mi recai nel giro di minuti a casa sua: le condizioni di Plinio si erano aggravate e, malgrado i segni clinici fossero da attribuire a cheto-acidosi diabetica, l’esame delle urine refertatomi negativo mi indusse a ricoverarlo con sospetto di sepsi, l’unica diagnosi a mio avviso possibile, escludendo quella del diabete mellito. La complicanza dell’edema cerebrale conseguente alla cheto-acidosi fu diagnosticata il martedì mattina a Perugia».

Il padre del bambino affida invece ad un gruppo facebook pubblico tutto lo sconcerto per questa sentenza d'assoluzione:



"" Si termina il penale a carico del pediatra e di tutti coloro i quali hanno concorso a rovinare mio figlio Plinio. ASSOLTO il pediatra B. P. che ALL'ESORDIO DI DIBETE TIPO1 LO RICOVERA CON GRAVE RITARDO CON UNA DIAGNOSI ERRATA '' STATO SETTICO''. ASSOLTI gli operatori del Laboratorio analisi dell'ospedale di Sansepolcro che con un valore pari a 1260mgdl non applicano il protocollo di emergenza che prevede il ricovero immediato, ed in un secondo momento SBAGLIANO a comunicare tale valore vitale per nostro figlio, oppure il pediatra avendo chiesto il risultato per telefono non lo capisce, a noi ci riferira' che tutto è apposto. ASSOLTI gli operatori sanitari dell'ospedale di Perugia che impartirono una terapia infusionale insulinica inadeguata e reidratativa pari al doppio del dovuto. ASSOLTI gli autisti del 118 che si perse per strada da perugia a firenze con mio figliodentro oramai morente. Plinio in coma fu' dichiarato morto dopo 3 arresti cardiaci il 14 luglio del 2009 oggi con gravi danno neuro motori a VITA!!!! Questi gli esiti del procedimento penale a corico dei sanitari che ne gestrono l'esordio di db1. Attendiamo ora fiduciosi gli esiti del procedimento civile che ha il compito di valutare il comportamento dei sanitari coinvolti e rilevare procapite gli sbagli che hanno cagionato danni permanenti a Plinio se conclamati, poi risarcirlo."" 




FONTE: Ansa.it
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01 agosto, 2013

Il controverso "metodo Stamina" sbarca in Sicilia: speranza o bufala?

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La Regione Sicilia avrebbe approvato un’ordinanza che prevede la possibilità di curarsi con le cellule staminali del metodo Stamina, individuando due strutture sanitarie autorizzate al trattamento sperimentale , dopo l’intervento nella Commissione Sanitaria Siciliana dell’On, Bernardette Grasso. Oggi, infatti, il presidente dell’ormai famosa Stamina Foundation, Davide Vannoni, ha consegnato il protocollo del suo metodo terapeutico, atteso da molto tempo, all’Istituto Superiore di Sanità, dando così inizio alla sperimentazione clinica. A rendere immediatamente nota la notizia Movimento Vite Sospese, che da diversi giorni davanti a Montecitorio sta manifestando per la libertà di cura.

Vannoni, subito dopo aver consegnato il protocollo, ha commentato: “Non sono le regioni che si muovono, sono le famiglie dei pazienti che si rivolgono alle regioni e chiedono la possibilità di poter accedere alle cure. Dopo Abruzzo e Sicilia, sono parecchie le regioni che si stanno muovendo in questa direzione. Del resto, la legge Turco-Fazio autorizza le cure compassionevoli al di fuori delle sperimentazioni cliniche, purché siano approvate dal comitato etico dell’ospedale e gratuite per i pazienti, prodotte da un laboratorio pubblico il cui direttore abbia alle spalle 5 anni di esperienza sull’applicazione delle staminali“.

Le due strutture ospedaliere autorizzate per le cure staminali sono il Policlinico Vittorio Emanuele di Catania ed gli Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello di Palermo. Inoltre nel protocollo vengono indicati anche i tempi per l’autorizzazione dei centri, ossia 30-45 giorni dalla firma dei responsabili delle aziende ospedaliere, prevista proprio in questi giorni con la presenza dello stesso Vannoni.

Il vicepresidente del Movimento Vite Sospese, Pietro Crisafulli, ha commentato la consegna del protocollo con queste parole: “d’ora in poi in Sicilia i malati gravi, e non, potranno curarsi con le cellule staminali del metodo Stamina.Si tratta, di una svolta epocale che ci rende tutti molto orgogliosi per la battaglia vinta“.

Stamina è il nome di un controverso metodo terapeutico a base di cellule staminali, inventato da Davide Vannoni, laureato in lettere e filosofia.

Il metodo proposto dalla Stamina Foundation Onlus prevede la conversione di cellule staminali mesenchimali (cellule destinate alla generazione di tessuti ossei e adiposi) in neuroni, dopo una breve esposizione ad acido retinoico diluito in etanolo. La terapia consiste nel prelievo di cellule dal midollo osseo dei pazienti, la loro manipolazione in vitro (incubazione delle cellule staminali per 2 ore in una soluzione 18 micromolare di acido retinoico), e infine la loro infusione nei pazienti stessi.

Vannoni ha ripetutamente evitato di rivelare i dettagli del suo metodo al di là di quelli disponibili nella sua domanda di brevetto. Nel 2012 l'Ufficio Brevetti degli Stati Uniti aveva parzialmente respinto la domanda di brevetto, con una procedura che consente la ri-presentazione: Vannoni non l'ha più ripresentata. Il rifiuto era dovuto al fatto che la domanda aveva dettagli insufficienti riguardo alla metodologia, al fatto che la differenziazione cellulare è improbabile che si verifichi durante un periodo di incubazione così breve e che la comparsa di cellule nervose nella cultura rischierebbe di essere frutto di cambiamenti citotossici.

Tale metodo viene descritto dal suo ideatore come utile per curare malattie di diverso tipo, anche molto diverse tra loro per cause, sintomi e decorso. In particolare, il metodo viene indicato da Vannoni per la cura di malattie neurodegenerative.

Vannoni racconta di avere avviato il progetto in seguito alla propria esperienza personale: curato nel 2004 in Ucraina per una paralisi facciale con un trapianto di staminali, decide di proporre il trattamento anche in Italia, prima stabilendosi a Torino e, in seguito, dopo l'entrata in vigore della disciplina europea del 2007 sulle terapie con staminali, a San Marino.

Nel maggio del 2009, in seguito ad un articolo del Corriere della Sera e ad un esposto di un dipendente della società Cognition, di cui Vannoni era amministratore, viene avviata un inchiesta dal magistrato Raffaele Guariniello, che intende chiarire la posizione di Vannoni in merito all'uso di cellule staminali al di fuori dei protocolli sperimentali previsti dalla legge. Sul finire del 2009 compaiono sulla stampa diversi articoli giornalistici sulle attività di Vannoni, coinvolto in un intreccio di società e la fondazione Stamina. La stampa riporta di come Vannoni prometta la cura di molte malattie neurodegenerative per cifre che oscillano dai 20.000 ai 50.000 euro, utilizzando metodi poco chiari e a volte con danni e conseguenze indesiderate, tra cui viene riportata anche della morte di un paziente.

L'inchiesta di Guariniello coinvolge anche San Marino, dato che le cure venivano praticate anche in una clinica sammarinese priva di autorizzazione medica. Nell’agosto 2012, la procura dispone il rinvio a giudizio di 12 indagati, tra cui alcuni medici e lo stesso Vannoni, per ipotesi di reato di somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere.

Dal 2011 grazie all'interessamento del dottor Marino Andolina, divenuto collaboratore di Vannoni, il "metodo Stamina" veniva praticato come cura compassionevole nell'Ospedale di Brescia; agli inizi 2013 viene sospeso in seguito a un'ispezione dei NAS e dell'AIFA, in cui fu rilevato il mancato rispetto dei requisiti di sicurezza e igiene e la carenza nella documentazione prescritta dalla legge.

Nell'anno 2013 il metodo Stamina giunge sotto i riflettori dei media in seguito ad un servizio del programma televisivo Le Iene, che ne mostra l'utilizzo su alcuni bambini affetti da atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo I. Nel servizio si sostiene che le infusioni di staminali avrebbero generato significativi miglioramenti nello stato di questa malattia, e si suggerisce, senza alcuna evidenza, che possa modificarne il decorso fatale. Il metodo Stamina diviene quindi oggetto di proteste popolari in favore della cura. Del caso si occupano poi anche l'Accademia dei Lincei, e, in ambito internazionale, anche la rivista Nature e l'Agenzia europea per i medicinali. Il 3 maggio 2013, tredici scienziati pubblicano sul The EMBO Journal un'analisi del metodo.

A partire da marzo dello stesso anno l'associazione Famiglie SMA, che riunisce i familiari dei pazienti affetti da SMA, interviene esprimendosi più volte in maniera molto critica verso il metodo Stamina e verso i servizi televisivi de Le Iene.

Il risalto è tale che il Dr. Shinya Yamanaka, presidente della Società Internazionale per la ricerca sulle cellule staminali (ISSCR), premio Nobel per la medicina e "padre" delle cellule staminali pluripotenti indotte umane, rilascia un comunicato in cui esprime preoccupazione per l'autorizzazione da parte delle autorità italiane di un metodo del quale non si conosce la sicurezza e privo di qualunque evidenza di efficacia.

Il 2 luglio 2013 la rivista Nature in un nuovo articolo dedicato alla presunta terapia la definisce come promossa da "uno psicologo trasformatosi in imprenditore medico", «basata su dati fallaci» e "plagio di un altro studio già sviluppato e soprattutto tecnica inefficace": la rivista ha scoperto che due immagini utilizzate per depositare il brevetto della terapia nel 2010 erano in realtà identiche a quelle di un articolo del 2003 e uno del 2006 di un team russo e ucraino. Anche quel team cercava cellule del midollo osseo capaci di differenziarsi in cellule nervose, ma la loro soluzione di acido retinoico raggiungeva un decimo della concentrazione del metodo di Vannoni, e prevedeva l'incubazione delle cellule per diversi giorni: la stessa immagine era stata utilizzata per rappresentare differenti condizioni sperimentali. Vannoni ha replicato alle accuse definendo l'intervento di Nature del 2 luglio 2013 "il solito articolo politico" che "non scopre nessun segreto"; ha sostenuto, infatti, di aver "sempre lavorato e condiviso materiale con i russi e con gli ucraini" e ha definito l'"articolo e i commenti che contiene [...] di cattivo gusto". La ricercatrice ucraina che aveva prodotto le foto ha tuttavia negato di conoscere Vannoni all'epoca in cui le aveva realizzate. Ha affermato inoltre di non essere a conoscenza del loro utilizzo da parte di Vannoni, e di non averlo mai autorizzato. Una delle foto infatti è stata pubblicata dalla ricercatrice e dai suoi colleghi nel 2003, prima del viaggio di Vannoni in Ucranina, mentre l'altra è stata pubblicata nel 2006, prima dell'inizio collaborazione dell'autrice con Stamina.

Vengono inoltre posti dubbi di conflitto di interessi in ragione dell'accordo siglato tra Vannoni e la multinazionale Medestea, interessata al business delle staminali, che è stata accusata di puntare ad ottenere una deregolazione per l'uso delle staminali così da poter approvare più facilmente eventuali nuovi prodotti.

Il 15 maggio 2013 la Commissione affari sociali della Camera dei deputati ha approvato all’unanimità l'avvio della sperimentazione clinica del metodo ideato da Vannoni; il 23 maggio il parlamento ratifica la sperimentabilità del metodo, stanziando anche 3 milioni di Euro per gli anni 2013-2014.

Il 21 giugno 2013 Vannoni avrebbe dovuto consegnare la documentazione scientifica sul suo metodo all'Istituto Superiore di Sanità, all'agenzia italiana del farmaco e al centro nazionale trapianti per permettere di elaborare il protocollo dei test, ma chiede di rinviare l'incontro, per ben due volte.

A fine giugno 2013 il ministro della salute Beatrice Lorenzin nomina i membri del comitato che dovrà seguire la sperimentazione nel servizio pubblico (definendone aspetti quali la scelta delle cell factory per produrre le staminali, l'arruolamento dei pazienti, la scelta degli ospedali) e che seguirà le fasi della ricerca (della durata di 1 anno e mezzo). La presidenza è affidata al capo dell'Istituto Superiore di Sanità, e tra i membri ci sono i direttori dell'AIFA, del Centro nazionale trapianti, la federazione delle associazioni delle persone colpite da malattie rare. Il giorno precedente alla pubblicazione del decreto ministeriale, Vannoni ha, per la terza volta, chiesto di rinviare l'incontro per depositare il protocollo della sperimentazione, la cui data di avvio era inizialmente stata fissata al 1º luglio 2013: essa non può quindi ancora cominciare.

L'11 luglio la rivista scientifica Nature pubblica un editoriale in cui invita il governo italiano a non portare avanti la sperimentazione, in quanto questa non è giustificata da alcuna ragione scientifica.

L'1 agosto viene consegnato presso l'Istituto Superiore di Sanità il protocollo del metodo Stamina per poter far partire la sperimentazione.

FONTI: TN24.it e Wikipedia.it
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10 luglio, 2013

Diabete, è allarme in Basilicata: cresce la prevalenza di nuovi casi rispetto al resto del paese

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Sono “preoccupanti” i dati sulla diffusione del diabete in Basilicata, la percentuale di diabetici in regione è del 6,9%, un dato questo superiore alla media nazionale che si attesta al 5,5% e tra i più elevati d’Italia con un tasso di mortalità che nel 2009 era di 35 casi su centomila persone, in linea con il trend italiano.

Un dato certamente preoccupante quello che si legge nel “Libro Bianco sul diabete” presentato ieri mattina nell’auditorium dell’ospedale San Carlo di Potenza. A pesare sulla popolazione lucana è il forte impatto dell’obesità, il rapporto denuncia che il 32,9% dei soggetti residenti in Basilicata, principalmente rientranti nella fascia di età compresa tra i 6 e i 17 anni, risulta in eccesso di peso, un dato notevolmente superiore al valore nazionale. In regione ci si muove poco, ad impattare negativamente sono anche la sedentarietà e la mancanza di attività fisica, in regione il 48,4% della popolazione non pratica alcuno sport o attività fisica. In più la Basilicata si contraddistingue per un consumo ridotto di ortaggi, frutta e verdura, il consumo di alimenti ricchi di grassi risulta piuttosto elevato fra i lucani, infatti il 30,9% degli abitanti consuma snack più di una volta a settimana, infine risulta elevato anche il consumo di dolciumi, il 49,8% ne consuma più di una volta a settimana, sebbene alto questo dato è in linea con il trend nazionale. Tutto questo rende i lucani a forte rischio diabete.

Il “Libro Bianco” è un report sulla patologia diabetica nato dalla collaborazione tra l’Osservatorio regionale sul diabete e l’Istituto di igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Presentare il primo Libro Bianco sul diabete significa fare una fotografia sulla stato di salute dei lucani – ha detto Attilio Martorano, assessore regionale alla Sanità – da qui partiamo per porre in essere una intensa e articolata lotta al diabete, e lo facciamo con due progetti, da un lato orientanti alla conoscenza delle cause di questa malattia e dall’altro con un’ iniziativa che miri alla prevenzione”.

FONTE: Nuova del Sud
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01 luglio, 2013

Diabete, allarme in Sicilia: 290 mila soggetti ammalati, 5% della popolazione è a rischio

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Allarme diabete in Sicilia. Ormai, stando alle ultime stime si può considerare un'epidemia silenziosa che avanza e che preoccupa non poco specialisti e soprattutto le istituzioni sanitarie dell'Isola che da anni si battono con campagne di prevenzione per tentare di frenare il trend sempre più in aumento. Non a caso, dall'ultima indagine risulta che la percentuale di diabetici in Sicilia supera la media nazionale. Oggi sono 290 mila i soggetti diabetici accertati in tutte e nove le province, ma almeno il 40 per cento di questi non sa ancora di essere portatore di questa patologia.

La Sicilia ha un numero di diabetici accertati che è tra i più alti del Paese, con una percentuale che supera il 5,8 per cento della popolazione, contro una media nazionale – stando ai dati Istat del 2012 - del 5,5 per cento. E l’Isola si colloca al terzo posto tra le regioni per numero di diabetici, rapportato al numero degli abitanti, con un indice di mortalità che è superiore a quello del resto del Paese. Con i circa 2.500 decessi l'anno per la mancata prevenzione delle complicanze, il diabete costituisce la quarta causa di mortalità in Sicilia. Mortalità che risulta essere superiore a quella del resto del Paese, in particolare tra le donne, con il 40% in più rispetto agli uomini.

Nel 2011, nella popolazione generale italiana, la media di diabetici era del 4,9, in Sicilia del 5,4. Un aumento, esponenziale, anno dopo anno, che indica epidemia. E si sa quanto il diabete non controllato possa arrecare ulteriori danni alla salute. Tra le complicanze, la retinopatia che può portare, nel tempo, alla cecità, patologie cardiache, renali, neurologiche e possibili amputazioni degli arti inferiori. In questo panorama seriamente preoccupante, nasce l’indagine sul diabete in Sicilia, realizzata da "Az Salute" con la collaborazione dell’assessorato regionale alla Salute, le nove Asp territoriali, i medici diabetologi. Dall’indagine emerge una situazione fortemente inquietante, ma anche un impegno regionale di grande spessore organizzativo, tanto che il Piano Sanitario Regionale ha incluso il diabete tra le priorità di intervento, alla luce del particolare impatto epidemiologico sul territorio.

Questa mattina all'assessorato regionale alla Salute questi dati sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa al quale ha partecipato l'assessore Lucia Borsellino. "Diabete e scompenso – ha detto l’assessore alla Salute - sono tra le patologie a maggiore impatto sulla popolazione siciliana e sulle quali si concentra, prevalentemente, la programmazione sanitaria regionale e locale. Recenti provvedimenti hanno dato, sul piano organizzativo, un forte impulso alla gestione integrata di queste patologie, come dimostrano i dati relativi alle attività scaturenti da una maggiore attenzione allo sviluppo della rete dei servizi sul territorio. Anche il recente provvedimento per il monitoraggio delle prescrizioni rientra tra le azioni di maggiore appropriatezza, a tutela dei pazienti e a supporto degli operatori, per l’attuazione delle quali l’assessorato, oggi, può fornire idonei strumenti ed evidenze per il governo clinico. Una buona cura, infatti, nasce favorendo un’alleanza tra il paziente, il suo medico di famiglia e lo specialista".

Analizzando i dati dell'indagine si evidenzia che poco più di 290 mila i siciliani che hanno ricevuto una diagnosi di diabete. Di questi, intorno al 10 per cento è affetto da diabete di tipo 1, il cosiddetto diabete giovanile o insulino-dipendente. E i casi attesi sono quasi 4 mila nella fascia di età 0-17 anni, in buona percentuale con diabete di tipo 1. Ben 190 mila diabetici sono in età 18-69 anni, il resto sono over 70. Ed è noto che la prevalenza del diabete aumenta con l’età, fino a raggiungere il 20,3 per cento nelle persone con età uguale o superiore ai 75 anni. E si stima che per ogni due-tre persone con diabete ce ne sia una che ancora non lo sa. Nell’Isola, ci sarebbe il 30-50 per cento di diabetici non diagnosticati, percentuale che porterebbe i siciliani portatori della malattia ad oltre 400 mila.

Sempre secondo i dati più aggiornati forniti dall’assessorato della Salute della Regione Siciliana, l’Asp di Palermo ha il più alto numero di assistiti: 42.437. Catania ne ha 36.646, Messina 23.879, Siracusa 23.843, Trapani 19.725, Agrigento 18.775, Ragusa 14.857, Caltanissetta 9.488, Enna 8.963. Nel corso del 2011, la spesa media pro capite è risultata essere intorno ai 2.500 euro. Il valore più elevato è stato registrato nell’Asp di Messina (2.674), mentre quello più basso è stato osservato nell’Asp di Agrigento (2.192). Se moltiplichiamo la media di 2.500 euro l’anno per il numero di assistiti, si arriva ad una cifra che sfiora i 500 milioni di euro l’anno, senza contare le complicanze e i ricoveri ospedalieri. Ecco l’importanza della prevenzione che dovrebbe essere intensificata. Negli ultimi anni, si assiste ad un significativo cambiamento del diabete di tipo 2 (intorno al 90% dei casi). Fino a pochi anni fa, era una patologia che colpiva in età adulta, oggi si sta diffondendo anche tra i giovani. Tra le cause, l’aumento dell’obesità tra i giovanissimi, fenomeno che, oggi, arriva a toccare anche il 30 per cento in età scolare.

Carla Giordano, ordinaria di Endocrinologia dell'Università di Palermo e componente del Consiglio nazionale della Società italiana di Endocrinologia: "Il diabete in Sicilia sta galoppando verso un’epidemia. E come se non bastasse si assiste alla presenza di diabete 'doppio' una forma emergente dove diabetici di tipo 1, insulino-dipendenti, hanno anche le caratteristiche del tipo 2, un fenomeno che prima non si osservava".

E poi c'è il dato dell'ospedalizzazione: sono intorno a 46 mila i siciliani portatoti di diabete che, ogni anno, fanno ricorso a ricoveri ospedalieri in regime ordinario per qualsiasi causa, con un picco di ospedalizzazione negli anziani tra i 60 e i 70 anni. Solo nel campo della diagnosi sono quasi 7.500, la maggior parte donne (54,8 per cento), una tendenza che vede in prima linea Catania, Messina, Palermo, Siracusa e Trapani, mentre per le province di Agrigento e Caltanissetta si evidenzia una maggioranza negli uomini. L’Asp con più ricoveri ospedalieri è Palermo, con 10.329, seguita da quella di Catania (9.746), Messina (6.746), Agrigento (4.631), Trapani (4.424), Siracusa (3.442), Caltanissetta (2.921), Ragusa (2.699), Enna (1.895).

FONTE: Ilsitodipalermo.it
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27 giugno, 2013

Si è spento Stefano Borgonovo, campione simbolo della lotta alla SLA

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Si è spento oggi pomeriggio Stefano Borgonovo. L'ex attaccante di Como, Milan, Fiorentina, Pescara, Udinese e Brescia, è morto a 49 anni, dopo una lunga battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica. Borgonovo lascia la moglie Chantal e quatto figli Andrea, Alessandria, Benedetta e Gaia. Nel 2008 ha dato vita alla Fondazione Stefano Borgonovo Onlus, per sostenere la ricerca contro la Sla, che lui chiamava scherzosamente «la stronza».

Il 5 settembre 2008 Borgonovo ha annunciato di essere malato di sclerosi laterale amiotrofica. La notizia raggiunge anche il ritiro della Nazionale, che era impegnata nella preparazione a due incontri di qualificazione ai Mondiali di Calcio del 2010. Da allora ha creato una Fondazione che ha raccolto fondi per la ricerca. Lui stesso in carrozzina è sceso più volte in campo insieme alla sua inseparabile compagna Chantal. Il mondo del calcio è in lutto per il calciatore che insieme all'amico Roberto Baggio a Firenze con la maglia viola ha formato per anni la coppia «B2» tanto amata dai tifosi della Fiorentina. 

La Ferdercalcio italiana, dopo aver ricevuto la notizia, ha chiesto formalmente alla Fifa di scendere in campo con il lutto al braccio nella semifinale della Confederations Cup contro la Spagna, e di far osservare 1' di silenzio prima dell'inizio della partita.
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