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AFORISMA DEL GIORNO

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24 marzo, 2010

L'uomo dalle "braccia d'oro": oltre 1000 donazioni contro la malattia di Rhesus

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James Harrison, 74enne australiano, ha assicurato il patrimonio che scorre nelle sue vene per un milione di dollari. Lo chiamano "l'uomo dalle braccia d'oro" perché donando il suo sangue ha salvato la vita di oltre 2 milioni di bambini. Nel suo plasma, infatti, c'è un anticorpo preziosissimo, stanato dai medici ben 56 anni fa e capace di bloccare la malattia di Rhesus, una terribile forma di anemia che colpisce i piccoli che hanno un gruppo sanguigno diverso da quello della propria madre.

Ed è proprio grazie al suo sangue che i ricercatori sono riusciti, negli anni scorsi, a mettere a punto il vaccino salvavita anti-D, in grado di ristabilire l'equilibro tra cellule immunitarie e plasmatiche per i piccoli alle prese con questa malattia. Un sangue raro e preziosissimo, quello di James, che lui ha donato ben 984 volte, con un appuntamento fisso ogni due settimane e 2,2 mln di vite salvate all'attivo.

"Non ho mai pensato di smettere, mai - racconta lui stesso sulle pagine del britannico 'Daily Mail' - Ho iniziato a donare all'età di 18 anni, ma ho deciso di farlo a 14 anni, quando, dopo un intervento chirurgico, ebbi bisogno di ben 13 litri di sangue. Stetti in ospedale tre mesi e decisi allora di diventare un donatore". Da record, non c'è che dire, visto che il prossimo settembre James raggiungerà il tetto di 1.000 donazioni.

Ma la storia di Harrison fa anche riflettere. “Nonostante i progressi della medicina, delle scienze e della biochimica – spiegano i gli esperti dell'Avis, una delle associazioni nazionali di volontariato per la donazione del sangue – l'uomo rimane a tutt'oggi l'unica possibile sorgente di sangue. Ci sono malattie come leucemie, talassemia, trapianti di fegato e tutte le patologie ematiche in generale, che hanno sempre bisogno di un donatore. Nessun Ospedale è in grado di assicurare alcuna terapia trasfusionale senza la preventiva disponibilità dei volontari”. Per diventarlo basta essere maggiorenne e avere un peso superiore a 50 kg. Un medico effettuerà un colloquio, una visita, e gli accertamenti di tipo diagnostico e strumentale per verificare che non vi siano controindicazioni alla donazione". Secondo l’Avis sono quasi un milione le persone che donano il sangue. “Un gesto importante – si legge sul sito dell’Avis – per i servizi di primo soccorso e di emergenza urgenza; per interventi chirurgici e trapianti di organo; nella cura delle malattie oncologiche; nelle varie forme di anemia cronica”.


FONTE: Adnkronos Salute e Kataweb Salute
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17 febbraio, 2010

Lupus e fumo: se insieme c'è un maggior rischio di ictus nelle donne

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Scienziati olandesi hanno scoperto che le giovani donne che presentano positività al lupus anticoagulant (LA) sono esposte a un rischio significativamente maggiore di essere colpite da ictus e infarto rispetto ai soggetti che non possiedono questo anticorpo. Il rischio è addirittura ancora più alto nei soggetti che fumano e che assumono contraccettivi orali. I risultati dello studio sono stati pubblicati nella rivista Lancet Neurology.

Il lupus anticoagulant è un sottotipo di anticorpo associato alla sindrome da anticorpi antifosfolipidi (APS), una patologia autoimmune che colpisce principalmente le giovani donne e che causa emorragie e complicazioni in gravidanza. Secondo gli scienziati, la sindrome è un fattore di rischio acquisito per la trombosi arteriosa, che rappresenta oggi una delle più frequenti cause di mortalità nei paesi industrializzati. "Sebbene l'incidenza della trombosi arteriosa negli individui con meno di 50 anni sia bassa, la malattia colpisce un numero elevato di giovani", scrivono gli autori.

Nelle giovani donne, la diagnosi della sindrome viene solitamente formulata con l'effettuazione dell'analisi degli anticorpi antifosfolipidi in seguito a un episodio trombotico, come un infarto o un ictus. Con questo studio gli scienziati intendevano individuare la portata del rischio di infarto o ictus nelle donne affette dalla sindrome.

Il team, composto da scienziati del Centro di medicina dell'Università di Utrecht e da scienziati del Centro di medicina dell'Università di Leida (Paesi Bassi) hanno utilizzato i dati di un imponente studio di controllo sulla popolazione chiamato RATIO (Risk of Arterial Thrombosis in relation to Oral Contraceptives). Lo studio ha coinvolto più di 1.000 donne di età inferiore ai 50 anni, tra cui soggetti di controllo sani (628) e donne colpite da infarto o ictus (378) tra il 1990 e il 2001. Tutte le donne coinvolte sono state chiamate a rispondere a un questionario volto a valutare i fattori di rischio cardiovascolari (tra cui il fumo e l'assunzione di contraccettivi orali) e a mettere a disposizione dei campioni di sangue per l'analisi degli anticorpi antifosfolipidi.

Sulla base dei risultati ottenuti gli scienziati hanno stimato che l'incidenza di lupus anticoagulant nella popolazione è di 7 casi su 1000 (gli studi svolti in precedenza avevano indicato un'incidenza più alta). Il lupus anticoagulant è stato individuato in 30 pazienti già colpite da ictus, in 6 pazienti colpite da infarto e in 4 donne del gruppo di controllo. Il team ha concluso, confrontando i risultati con quelli del gruppo di controllo, che il rischio di ictus è di 43 volte superiore nei soggetti positivi al lupus anticoagulant e che negli stessi soggetti il rischio di essere colpiti da infarto è di 5 volte superiore. Le donne che presentavano positività al lupus anticoagulant che assumevano contraccettivi orali, come anche le donne fumatrici nella stessa condizione, avevano un rischio di essere colpite da ictus o infarto ancora maggiore, raggiungendo in alcuni casi un rischio fino a 200 volte superiore.

Scrivono gli scienziati: "I nostri risultati suggeriscono che il lupus anticoagulant costituisce un fattore di rischio di grande rilevanza per gli episodi di trombosi arteriosa nelle giovani donne e che la presenza di altri fattori di rischio cardiovascolari incrementa ulteriormente questo rischio". Secondo gli scienziati sarebbe necessario garantire il test per il lupus anticoagulant a tutte le giovani donne colpite da infarto ischemico.

FONTE: Molecularlab.it
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12 febbraio, 2010

Briciole di Medicina (12° Puntata) – Diagnosi di laboratorio delle malattie emorragiche

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La diagnosi di laboratorio delle malattie emorragiche si fondano su di una serie di esami dedicati all’esplorazione delle vie che compongono la cascata coagulativa. Di tutte le molecole che prendono parte al sistema è possibile valutare la concentrazione e l’attività biologica. E’ poi possibile mediante esame emocromocitometrico effettuare una conta della concentrazione piastrinica, infine è possibile eseguire dei test funzionali in vivo in cui si valuta il tempo impiegato dal plasmas del soggetto a coagulare in determinate situazioni o con particolari reagenti.

1-    ESAME EMOCROMOCITOMETRICO CON CONTA PIASTRINICA: v.n. da 150000 a 450000 su millilitro

2-    DOSAGGIO FIBRINOGENEMIA: v.n. da 150 a 400 mg/dL , per la determinazione della fibrinogenemia si utilizza una tecnica coagulometrica in cui si valuta il quantitativo di fibrinogeno presente in modo inversamente proporzionale alla velocità di coagulazione (espressa in secondi) di un campione di plasma citratato e ricalcificato e trattato con un reagente quale la trombina bovina. Il valore tende ad aumentare in neoplasie, infiammazioni, gravidanze. Tende a diminuire in epatopatie, coagulopatie da consumo, iperfibrinolisi, trombolisi.

3-    TEST DEL TEMPO DI SANGUINAMENTO: può essere calcolato mediante metodo standard (tempo di Ivy) o mediante metodo non standard (tempo di emostasi con laccio emostatico). Solitamente si utilizza un template disposable che produce sulla superficie volare de braccio un taglio di circa 1 centimetro, si asporta il primo sangue ricco di tromboplastina tissutale e si valuta il tempo che trascorre fino all’avvenuto arresto dell’emorragia. V.n. inferiori a 100 secondi.

4-    TEST DEL TEMPO DI PROTROMBINA o DI QUICK: viene utilizzato per valutare il corretto funzionamento della fibrinogenesi secondo la via estrinseca. Il reagente è costituito dalla stessa tromboplastina che in vivo innesca tale meccanismo, questo reagente viene prodotto da lisati cellulari animali o con tecniche ricombinanti. Il test si esegue su campioni di plasma (ottenuti dopo centrifugazione da sangue trattato con un anticoagulante quale il citrato sodico). Il tempo normale di formazione della Fibrina è di v.n. da 12 a 16 secondi. Un’altra modalità di espressione per il test del PT è rappresentata dalla formulazione percentuale, presupponendo c he per i soggetti normali il valore medio (14 secondi) corrisponda al 100% di formazione della fibrina l’intervallo di normalità sarà riformulato in v.n. da 70% fino a 120%. Infine una terza modalità di espressione del test PT viene indicata con la sigla INR cioè “International Normalized Ratio” e si rende necessaria in quanti le tromboplastine usate come reagenti possono avere una differente sensibilità per cui si ricalcola il valore ottenuto dividendolo per un calore di tempo di protrombina “standard” (tcp) e elevando tale valore per un esponente che è determinato dal valore di sensibilità della tromboplastina utilizzato in laboratorio.
Il tempo di protrombina tende a ridursi in soggetti predisposti a trombosi e tende ad aumentare in soggetti predisposti a emorragie, tuttavia soltanto ulteriori test sono indicativi in tal senso.

5-    TEST DEL TEMPO DI TROMBINA: è un test che si esegue valutando la coagulazione in relazione all’aggiunta diretta di trombina, cioè saltando il processo di attivazione degli enzimi della cascata coagulativa posti a valle rispetto alla protrombina. Il test valuta se esistono delle alterazioni della concentrazione, della propria possibilità di attivazione o dell’attività fisiologica del fibrinogeno. V.n. da 18 a 22 secondi. Tende ad aumentare nelle disfibrinogenemie o nelle ipofibrinogenemie o nelle sindromi ludiche anticoagulans.

6-    TEST DELLA TROMBOPLASTINA PARZIALE ATTIVATA: viene utilizzato per valutare il corretto funzionamento della fibrinogenesi secondo la via intrinseca. Il reagente è costituito dal caolino, cioè da un composto in grado di fornire le cariche negative necessarie per simulare il contatto del plasma con il connettivo sottoendoteliare al fine di attivare i fattori della via intrinseca. I v.n. sono da 25 a 40 secondi.

7-    VALUTAZIONI COMPARATIVE FRA I TEST DI PROTROMBINA E DI TROMBOPLASTINA PARZIALE ATTIVATA: un rapido raffronto fra i due test che permettono di valutare le due vie di attivazione della coagulazione consente al laboratorista di effettuare alcune ipotesi in merito a possibili carenze di fattori da parte del soggetto in esame.
1- se PT normale e aPPT allungato, si ipotizza carenze della via intrinseca (e cioè di F8, F9, F11, F12 o precallicreina).
2- se PT allungato e aPTT normale, si ipotizza carenze di fattori della via estrinseca (e cioè F8 o carenza di vitamina K ridotta).
3- se PT allungato e aPPT allungato, si ipotizza carenze a carico dei fattori della via finale comune (e cioè F5, F10, protrombina o soggetti con malattie epatiche o in terapia anticoagulante)

8-    DETERMINAZIONE QUANTITATIVA E QUALITATIVA DEI DEFICIT FATTORIALI: sono indagini più profonde che permettono di valutare attentamente la corretta attività dei fattori che costituiscono la cascata coagulativa o che vi partecipano indirettamente. I laboratori sono in grado di determinare sia la proteina come attività biologica tramite metodi coagulometrici e cromogenici, sia la quantità di proteina presente mediante metodi immunometrici. La determinazione specifica di una singola carenza fattoriale si avvale di un metodo coagulometrico che utilizza come reagenti specifici i reagenti “plasma free” cioè campioni di plasma standard ma privati di un fattore coagulativo alla volta. Tale determinazione si basa sul principio che il plasma del soggetto in esame ha la capacità di accorciare il tempo di coagulazione di un plasma “free”. Di seguito un breve schema riassuntivo:

PT    APTT    TT    Ipotesi di deficit
Normale    Allungato    Normale    F12, F11, F9, F8
Allungato    Normale    Normale    F7
Allungato    Allungato    Normale    Fibrinogeno, protrombina, F5, F10
Allungato    Allungato    Allungato    Fibrinogeno, FDP, antitrombinici

9-    DETERMINAZIONE DELLA VITAMINA K RIDOTTA: fondamentale per il processo coagulativo è il mantenimento di valori di vitamina K a livelli adeguati e in particolar modo la disponibilità di vit. K ridotta. Le epatopatie croniche si possono associare ad un difetto secondario nella sintesi dei fattori procoagulanti plasmatici e dei fattori inibitori plasmatici nonché dei fattori fibrinolitici. Le concentrazioni di vitamina K influenzano i fattori della coagulazione vitamina K-dipendenti (cioè fattori che presentano un GLA-domain e che sono caratterizzati dall’interazione con la vitamina K-ridotta in presenza di carbossilasi la quale permette loro di trasformarsi nel composto attivo) quali il fattore 8, 9, 10, 12, la proteina C e la proteina S. La vitamina K per la sua natura idrofobica se assunta con l’alimentazione come fillochinone o sintetizzata dalla flora intestinale come menachinoni per essere assorbiti richiedono la presenza di Sali biliari pertanto i deficit dovuti a carenze alimentari, a malassorbimento, a ostruzioni delle vie biliari, a stasi biliare intraepatica, ad alterazioni della flora intestinale o all’assunzione di sostanze ad attività antivitamina K, possono associarsi ad un’aumentata incidenza di episodi emorragici.

10-     ESPLORAZIONE DELLA FIBRINOLISI: viene effettuata principalmente dosando i prodotti di degradazione del fibrinogeno (o Fattori FDP). La plasmina formatasi in circolo per attivazione del processo di fibrinolisi esercita la sua azione litica sia sulla fibrina che sul fibrinogeno, determinando la sintesi dei FDP che sono frammenti della porzione carbossiterminale delle catene alfa e della porzione ammino-terminale delle catene beta. Si distinguono in base alle dimensioni in frammento X, frammento D e frammento Y. La degradazione della fibrina stabilizzata avviene più lentamente e porta alla formazione del frammento dimerico D-D. I FDP possono essere dosati con metodi immunometrici (cioè utilizzandoli come antigeni di anticorpi monoclonali) e normalmente nel plasma non sono rilevabili mentre aumentano in modo considerevole nel corso di trombopatie e nel corso di CID. E’ possibile effettuare anche il dosaggio diretto del plasminogeno, dell’attivatore tissutale TPA, dell’inibitore plasmatico PAI-1, solo in corso di gravidanza dal terzo mese in poi si può dosare anche il PAI-2, e infine si può dosare l’inibitore competitivo alfa-2-antiplasmina

ESAMI DIAGNOSTICI PER TROMBOFILIE

Per trombofilia si definisce il rischio di sviluppare fenomeni tromboembolici venosi di tipo acquisito o di tipo ereditario. L’incidenza delle malattie tromboembolitiche è notevolmente aumentata negli ultimi anni. L’ipotesi più accreditata definisce che i casi di trombosi venosa siano dei disordini multigenici e quindi a causa della complessa interazione genica si renda estremamente improbabile una stima vera del rischio individuale di sviluppare trombosi. Il laboratorio non è efficace per una diagnosi precoce di questa patologia perché non permette di ottenere informazioni certe su fattori che possono predire una ipercoagulabilità del soggetto. Il sospetto di tromboembolia primitiva si ottiene dall’esame obiettivo, dall’anamnesi, dalla diagnostica per imagini e dai dati ematologici. Solitamente le indagini si applicano per la valutazione di soggetti a rischio di trombosi venose o arteriose profonde o ricorrenti e in soggetti con predisposizione familiare a tali eventi. I test di base sono rivolti a valutare l’efficacia del sistema fibrinolitico e dei più importanti fattori di inibizione della coagulazione. Quindi si ha la determinazione:
1-    dell’antitrombina 3
2-    della proteina C
3-    della proteina S
4-    del fibrinogeno
5-    del plasminogeno
6-    del cofattore eparinico 2
7-    del tPA (attivatore tissutale del plasminogeno)
8-    del PAI (inibitore dell’attivazione del plasminogeno)
La terapia consiste nell’adozione di una terapia anticoagulante orale che permetta di mantenere il valore del tempo di protrombina in un arco di normalità per almeno sei mesi. Se è presente un fattore di rischio congenito la terapia deve essere assunta tutta la vita. Nell’1% dei casi si può avere un esito fatale per embolia polmonare.

ESAMI DIAGNOSTICI PER EMOFILIE (COAGULOPATIE CONGENITE)

Le sindromi emofiliche, la malattia di von Willebrand e diverse forme di piastrinopatia sono le malattie emorragiche a più alta prevalenza (circa 100 milioni di casi in un anno). Sono patologie ereditarie legate al cromosoma X (emofilia) o legate a un gene autosomico dominante (von Willebrand). L’importanza dei fattori 8 e 9 e il loro coinvolgimento nell’emofilia fu confermato dagli esperimenti condotti nel 1947 da Brinkhous e Quick, i quali osservarono come il plasma di alcuni pazienti emofilici mancasse di una globulina e che potesse causare coagulazione nei campioni di plasma di altri pazienti emofilici.

L’emofilia A è dovuto a deficit del fattore 8, si trasmette con ereditarietà recessiva legata al sesso, ha una prevalenza di circa 1 su 50000 ed è quattro volte più frequente rispetto all’emofilia B. Il gene è localizzato nella parte terminale del braccio lungo del cromosoma X, di conseguenza il maschio affetto da emofilia ha un deficit grave e può ricevere l’alterazione solo dalla madre emofilia asintomatica, mentre una donna può presentare una espressione di gravità variabile in base al processo di Lyonizzazione del cromosoma X. In base all’attività plasmatica del fattore 8 si distingue una forma grave (<1%), moderata (<5%), lieve (dal 30 al 50%). L’emofilia A grave si manifesta entro il primo anno di vita con gravi emorragie spontanee intramuscolari,nei tessuti molli e negli organi parenchimale. L’anamnesi familiare o quella personale getta le basi del sospetto di emofilia A, che viene confermata dall’allungamento del tempo APTT, mentre il tempo di protrombina e il tempo di sanguinamento sono normali. Il successivo dosaggio del fattore 8 specifico il grado e il tipo di deficit. La biologia molecolare utilizzando el sonde molecolari permette la caratterizzazione del difetto genetico anche nelle eterozigoti. Le tecniche della PCR e della sequenzazione diretta del DNA permettono l’identificazione della singola mutazione a carico del gene F8. Alcune malattie di tipo autoimmune (LES, artrite reumatoide, ect) e alcune gammapatie monoclonali possono indurre la produzione di inibitori del F8 con un deficit simile all’emofilia A. Nella donna in gravidanza è possibile effettuare una diagnosi precoce nel feto mediante analisi dei villi coriali tra la nona e la dodicesima settimana di gestazione.

L’emofilia B è dovuta a un deficit congenito a carico del fattore 9 o PTCD. Le modalità di trasmissione del deficit sono identiche a quelle dell’emofilia A e clinicamente si riconoscono una forma grave, una forma moderata e una lieve. La prognosi dell’emofilia B è uguale all’emofilia A. L’emofilia B si presenta con un allungamento del tempo di coagulazione dell’APTT, mentre il tempo di protrombina risulta nel range di riferimenti. La diagnosi differenziale con l’emofilia A deriva dal dosaggio dei F8 e F9, mentre il dosaggio immunologico permette di riconoscere la variante emofilia B+ dalla emofilia B-. Il riconoscimento della variante Leiden richiede anche la misura dei tempi di protrombina con varie tromboplastine.

La malattia di Von Willebrand o pseudoemofilia ereditaria, è un disordine coagulativo dovuto a deficit qualitativi o quantitativi della glicoproteina multimerica plasmatica a trasmissione ereditaria di tipo autosomico dominante con penetranza variabile anche all’interno di una stessa famiglia. La sintomatologia clinica è data da manifestazioni emorragiche da difetto dell’emostasi primaria, che possono essere spontanee (epistassi, metrorragie), traumatiche o da intervento chirurgico. Un deficit dovuto al VWF causa un allungamento del tempo di sanguinamento che esplora l’interazione tra le piastrine e l‘endotelio e viene misurato sperimentalmente con il test del cofattore ristocetinico che utilizza un antibiotico quale la ristocetina in grado di attivare il dominio molecolare del VWF responsabile del legame con la glicoproteina Ib. Con i soli dati di laboratorio è problematico distinguere fra forme clinicamente poco rilevanti e forme più gravi.

ESAMI DIAGNOSTICI PER FIBRINOGENEMIE

I deficit qualitativi o quantitativi a carico del fibrinogeno possono comportare una totale riduzione della concentrazione del fibrinogeno plasmatico come nell’afibrinogenemia congenita, un deficit che interessa sia il fibrinogeno plasmatico che quello piastrinico. Questa alterazione si trasmette come carattere autosomico recessivo. L’ipofibrinogenemia congenita è una rara malattia che si trasmette come carattere autosomico dominante. Le disfibrinogenemia congenite sono un gruppo di alterazioni funzionali dovute a mutazioni del gene codificante per il fibrinogeno che impediscono la sintesi o la secrezione extracellulare del fibrinogeno.
La diagnosi di laboratorio si fonda su di un allungamento del PT e del PTT mentre il dosaggio del fibrinogeno con i metodi utilizzati di routine può essere molto difficoltoso.
ESAMI DIAGNOSTICI PER CID

La CID (Coagulazione Intravasale Disseminata) è una sindrome secondaria a altre situazioni patologiche che hanno in comune un’incontrollata produzione di trombina, ad esempio un danno meccanico che comporti l’esposizione del fattore tissutale (ustioni, traumi cerebrali, rotture placentari), oppure la comparsa in circolo di fattore tissutale o di altre sostanze in grado di attivare la coagulazione (neoplasie, leucosi acute). La CID può essere determinata anche da un danno endoteliari da sepsi, da endotossine prodotte da batteri gram negativi o da esotossine prodotte da batteri gram positivi. Infine anche uno shock circolatorio può essere l’evento primario.
In dipendenza del grado del processo infiammatorio che si associa a questi eventi scatenanti la CID si ha la liberazione di proteasi endocellulari, di IL-1, IL-6 e TNF-alfa ce interferiscono sia nella coagulazione sia aumentando la produzione del fattore tissutale.
La diagnosi di CID viene posta qualora si evidenzi un aumento degli FDP. Il metodo immunometrico tradizionale è incapace di distinguere i prodotti del fibrinogeno dai prodotti della fibrina, cosi è stato sostituito dal test D-dimero. L’aumento dei D-dimeri presuppone la formazione di monomeri di fibrina e la loro stabilizzazione ad opera del F13a. Nel caso si superi il valore decisionale di 2000 mg/ml si ha un alto valore predittivo positivo per CID. Altri rilievi importanti sono la conta piastrinica inferiore a 100000, l’allungamento significativo del tempo di PT e di APTT, la riduzione della fibrinogenemia.

ESAMI DIAGNOSTICI PER LUPUS ANTICOAGULANS

Con il termine “Lupus Anticoagulans” si intende una possibile condizione di interferenza nei test coagulativi che si rinviene in un paziente che presenti un aPPT allungato e che non sia sottoposto a terapia con eparina o con anticoagulanti orali e che non abbia carenza di un fattore della coagulazione specifico di natura congenita o da consumo. In questo caso si sospetta che vi sia un fattore specifico che interferisce con il test o con la capacità coagulante del soggetto, come ad esempio anticorpi antifattori, oppure vi sia la presenza di un fattore aspecifico, come ad esempio anticorpi antifosfolipidi tipici in una malattia autoimmune come il lupus.
La diagnosi prevede una serie di tappe in successione.
1-    Dapprima si attua la valutazione di un TT-Test (cioè di un test di tempo di trombina). Se questi è normale si procede a una indagine con la determinazione di un APTT su di una miscela formata da plasma di soggetto normale e plasma di paziente in rapporto 4:1. Se l’aggiunta di plasma normale normalizza l’APTT, ci si deve orientare per una carenza di qualche fattore della coagulazione. Mediante l’utilizzo degli opportuni test “Plasma Free” si giungerà facilmente a diagnosi. Se l’APTT rimane allungato anche dopo miscelazione  bisogna sospettare la presenza in circolo di inibitori del tipo aspecifico. Una causa comune di tal condizione è rappresentata dalla presenza di anticorpi antifosfolipidi.
2-    Sono stati creati ulteriori test che confermano se vi sia realmente un’attività inibente della coagulazione e che questa sia o meno di tipo Lupus. Tali test sono suddivisi in due categorie in base alla concentrazione bassa o elevata in fosfolipidi dei reagenti utilizzati nei test di base dell’emostasi.
3-    Ad esempio in un paziente in cui si sospetti la presenza di inibitori aspecifici è possibile eseguire il Test di coagulazione con veleno di vipera Russell utilizzando un reagente a bassa concentrazione di fosfolipidi: se si ottengono tempi di coagulazione più prolungati rispetto a quelli ottenuti con un normale reagente APTT si conferma la presenza di inibitori aspecifici del tipo LAC mentre in caso contrario ci si orienta per la presenza di inibitori specifici quali anticorpi anti-fattori della coagulazione.
4-    Utilizzando un reagente ad elevata concentrazione di fosfolipidi sarà possibile diagnosticare un LAC in presenza di un accorciamento del tempo di coagulazione rispetto al testo APTT di screening. Un test tipico in tal senso è il Test di neutralizzazione piastrinica secondo Triplett.
FATTORE 1 => FIBRINOGENO – E’ una glicoproteina di 340000 dalton prodotta principalmente nel fegato, ha una emivita di 90 ore, una concentrazione plasm. da 150 a 400 mg/dL è ricca di acido sialico, è composta da tre coppie di catene polipeptidiche unite tra loro da ponti disolfuro. La trombina esercita su di essa un’azione proteolitica che causa il distacco dal fibrinogeno dei fibrinopeptidi (FPA e FPB) generando dei monomeri di fibrina che polimerizzano diventando protofibrille solubili, le quali per azione del fattore 13 diventano fibrille insolubili che solidificano il tappo piastrinico. Partecipa insieme al fattore di Von Willebrand alle fasi di adesione e aggregazione piastrinica formando dei ponti di fibrinogeno calcioione dipendenti fra le membrane delle piastrine aggregate.

FATTORE 2 => PROTROMBINA – è una glicoproteina a catena singola prodotta dal fegato, p.m. di 70000 Dalton con una concentr. Plasm. di 100 mg/ml, viene convertita nella sua forma attiva dall’azione del fattore 10, in presenza del fattore 5 e di fosfolipidi. Il processo di attivazione porta alla sintesi di un composto intermedio detto meizotrombina dotato di scarsa attività procoagulante, il quale in assenza di fattore 5 e di fosfolipidi si trasforma in pretrombina. La trombina attiva quasi tutti i fattori della coagulazione ed è inattivata dall’antitrombina, dal cofattore parifico 2 e dal fibrinopeptide A che viene rilasciato dal fibrinogeno per azione della stessa trombina (autofeedback).

FATTORE 3 => TROMBOPLASTINA TISSUTALE – è una glicoproteina presente nella membrana plasmatica delle cellule di tutti i tessuti, p.m. di circa 46000 Dalton, ne sono ricchi il cervello, il polmone e la placenta, agisce come recettore per il F8 e in presenza di ioni calcio attiva i fattori F9 e F10. Ha una struttura mista fosfolipidica e proteica, quest’ultima è chiamata apoproteina 3. Viene inibito dal complesso formato dal TFPI (tissue factor pathway inibitor)-F10 e dal fattore LACI (lipoprotein associated coagulation inhibitor).

FATTORE 4 => IONI CALCIO

FATTORE 5 => PROACCELERINA o FATTORE LABILE – è sintetizzato principalmente nel fegato e ha una semivita breve, per 1/5 è contenuto anche nelle piastrine, viene attivato dalla trombina e dal fattore10, agisce da cofattore attivante sul fattore 10 favorendo a sua volta l’attivazione della trombina. E’ anche un cofattore nella degradazione dei fattori F8 e F6 (autofeedback), viene inattivato principalmente dalla proteina C. La sua carenza è trasmessa come carattere autosomico recessivo.

FATTORE 6 => Forma attivata della Proaccelerina

FATTORE 7 => PROCONVERTINA – è prodotta dal fegato ha un p.m. di 48000 con una semivita di circa 6 ore, può essere attivato da vari fattori quali il F9, il F10, il F12, il F2. La carenza di fattore F7 è trasmesso come carattere autosomico recessivo. Si attiva per azione del fattore tromboplastico tissutale in presenza di ioni calcio e favorisce l’attivazione del fattore 9 e del fattore 10.

FATTORE 8 => FATTORE ANTIEMOFILICO A – E’ una globulina di 300000 dalton, prodotta dal fegato e dal sistema reticolo-endoteliare, semivita di 12 ore. Conc. Plasm. da 0,05 a 0,15 mg/ml. Questa glicoproteina è circolante nel sangue legata in modo non covalente con il fattore von Willebrand. Viene attivata dalla trombina e svolge un’azione non enzimatica sul F9 in presenza di fosfolipidi e ioni calcio. Il gene è situato sul braccio lungo del cromosoma X e mutazioni sono trasmesse con una modalità di tipo X-linked recessiva. Possiede un dominio GLA-domain e la sua produzione epatica dipende dalla disponibilità di vitamina K ridotta.

FATTORE 9 => FATTORE ANTIEMOFILICO B – E’ una glicoproteina di 54000 Dalton prodotta dal fegato, semivita di circa 25 ore, conc. Plasm. di circa 5 mg/ml, è attivata dal F11 o dal complesso F7-F3, con il rilascio di un peptide di attivazione. Il F9 attivato attiva il F10 in presenza di F8, di ioni calcio e di fosfolipidi di membrana. Le alterazioni a carico del gene situato sul braccio lungo del cromosoma X portano alla emofilia B, alterazione che si trasmette in modo ereditario con una modalità di tipo X-linked recessivo caratterizzato dal fatto che i figli maschi sono colpiti in forma grave mentre le femmine eterozigote hanno un grado variabile di manifestazione del fenotipo. Possiede un dominio GLA-domain e la sua produzione epatica dipende dalla disponibilità di vitamina K ridotta.

FATTORE 10 => FATTORE DI STUART PROWER – E’ una glicoproteina prodotta dal fegato con un p.m. di 59000 Dalton, semivita di 60 ore, conc. Plasm. di 12 mg/ml, viene attivato dal F9 nella via intrinseca, oppure dal F8-F3 nella via estrinseca. Il prodotto di attivazione è definito F10aAlfa che in presenza di fosfolipidi rilascia un secondo peptide formando il fattore F10aBeta. Sia il fattore Alfa che il fattore Beta convertono la protrombina in trombina se in presenza di F5, di ioni calcio e di fosfolipidi. La carenza è trasmessa come carattere autosomico recessivo. Possiede un dominio GLA-domain e la sua produzione epatica dipende dalla disponibilità di vitamina K ridotta.

FATTORE 11 => FATTORE ANTIEMOFILICO C o FATTORE DI ROSENTHAL – è una glicoproteina prodotta dal fegato, p.m. di 160000 Dalton, semivita di 60 ore circa. Si attiva per contatto con superfici estranee aventi carica elettrica negativa (es. Caolino) o per contatto con il connettivo sottoendoteliare.

FATTORE 12 => FATTORE HAGEMAN – Proteina prodotta dal fegato con un p.m. di 80000 Dalton, una emivita di 60 ore circa, si attiva per contatto con superfici estranee aventi carica elettrica negativa (es. Caolino) o per contatto con il connettivo sottoendoteliare. Ha anche una debole attività anticoagulativa e fibrinolitica. Possiede un dominio GLA-domain e la sua produzione epatica dipende dalla disponibilità di vitamina K ridotta.

FATTORE 13 => FIBRINOLIGASI – è una proteina tetramerica plasmatica dal p.m. di 320000 Dalton, concentrazione da 10 a 20 mg/ml, è composta da due subunità A e B, di cui le subunità A esercitano un’azione catalitica stabilizzando la fibrina. L’azione proteolitica della trombina determina la formazione del fattore attivato che opera la polimerizzazione della fibrina in protofibrille solubili. E’ prodotta dal fegato ed è presente in parte anche nei megacariociti.

FATT. VON WILLEBRAND => proteina a elevato peso molecolare, circola nel plasma e viene sintetizzato nelle cellule endoteliari e nei megacariociti come monomero dal quale successivamente derivano i multimeri che si localizzano nella matrice sottoendoteliare. I multimeri a più elevato grado di polimerizzazione esprimono la maggiore efficacia emostatica. Ne sono ricche le piastrine e le cellule dell’endotelio. Agisce nell’emostasi primaria aumenta il grado di legame delle piastrine promuovendo il fenomeno dell’adesione e dell’aggregazione piastrinica. Legando il F8 circolante lo protegge dall’azione degradante delle proteasi lo localizza in prossimità delle membrane piastriniche. La carenza di VWF viene trasmessa come carattere autosomico dominante.

FATT.  PK => PRECALLICREINA -

FATT.  HMWK => CHININOGENO AD ALTO PESO MOLECOLARE o FATTORE WILLIAMS -

PROTEINA C o PROTEINA APC => Viene prodotta dal fegato in forma già di per se attiva, in presenza di trombina ioni calcio e trombomodulina (una proteina di membrana delle cellule endoteliari) si inattiva perdendo la capacità di legare e attivare il F5. La forma inattiva corrisponde al Fattore APC che agisce come anticoagulante inattivando il F5 e il F8, stimolando la fibrinolisi e proteggendo l’attivatore tissutale del plasminogeno. Possiede un dominio GLA-domain e la sua produzione epatica dipende dalla disponibilità di vitamina K ridotta.

PROTEINA S => è una glicoproteina prodotta da fegato, endotelio e megacariociti. Agisce da cofattore della proteina APC aiutando nella degradazione di F5 e F8 attivati. Possiede un dominio GLA-domain e la sua produzione epatica dipende dalla disponibilità di vitamina K ridotta.

EPARINA => viene sintetizzata dalle mastocellule e viene escreta nel plasma come aminoglicani a diverso grado di solforazione che si associano a un nucleo proteico formando un complesso proteoglicano. La degradazione dell’eparina circolante è di tipo enzimatico e la sua completa rimozione è attuata dalle cellule del sistema reticolo endoteliare. Ha una fondamentale azione anticoagulante che viene svolta tramite cofattori eparinici quali il cofattore 1 e il cofattore 2.

ANTITROMBINA 3 => E’ il cofattore 1 dell’eparina. E’ una alfa-2-globulina appartenente alla famiglia proteica delle serpine (serin protease inhibitor), sintetizza dal fegato e dotata di un effetto inibitore sui fattori della coagulazione appartenenti al gruppo delle serine-proteasi. Esprime la sua inibizione fomando complessi irreversibili con la molecola da inibire, principalmente trombina, F10, F9, F11, F8. La presenza in circolo di eparina accelera l’attività inibente dell’AT3 nei confronti della trombina. L’azione preferenziale per la trombina avviene tramite la formazione di un complesso che inibisce l’azione proteolitica ma successivamente si distacca e si rende disponibile per altre molecole.

COFATTORE EPARINICO 2 => è il secondo cofattore, esercita un’azione antitrombina specifica sotto l’azione catalitica dell’eparina non legata al fattore AT3.

VALORI NORMALI DEI TEST PER LA VALUTAZIONE DELLA COAGULAZIONE

TEMPO DI COAGULAZIONE (Metodo di Lee-White) => da 4 a 8 minuti
TEMPO DI COAGULAZIONE ATTIVATO (celite) => < 100 secondi
TEMPO DI PROTROMBINA => da 11 a 13 secondi ± 2 secondi rispetto al controllo normale
TEMPO DI TROMBOPLASTINA PARZIALE => da 60 a 85 secondi
TEMPO DI TROMBOPLASTINA PARZIALE ATTIVATA => da 30 a 40 secondi ± 5 secondi
TEMPO DI TROMBINA => 10-15 secondi o un tempo non superiore a 1,3 volte lo standard
FIBRINOGENEMIA => 150-450 mg/dL
TEMPO DI LISI DEL COAGULO (urea 5M) => coagulo intatto dopo 1 ora, lisi dopo 24 ore
TEMPO DI LISI DELLE EUGLOBULINE => lisi in 2-6 ore
DOSAGGIO FDP SU PARTICELLE DI LATTICE => < 20 microgrammi/millilitro
DOSAGGIO FDP SU GLOBULI ROSSI TANNATI => < 5 microgrammi/millilitro
TEST FUNZIONALE PER ANTITROMBINA 3 => > 50 % di un pool di sieri normali
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26 novembre, 2009

L'emoglobina: una riserva di ossigeno contro le microischemie cerebrali

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E' parte della conoscenza comune che l'emoglobina sia uno dei componenti principali del sangue e sia responsabile del suo colore rosso fiammante. Una recente scoperta italiana cambia la nostra percezione del ruolo di questa molecola nel nostro corpo. Le catene dell'emoglobina non sono infatti prodotte solo nei precursori dei globuli rossi: sono uno dei componenti di alcune cellule del nostro cervello. In particolare l'emoglobina viene espressa nei neuroni dopaminergici della sostanza nera, la cui degenerazione porta al morbo di Parkinson, e nelle cellule gliali che in tutto il cervello circondano i neuroni come un tessuto connettivo. Utilizzando il metodo dei microarrays, piccoli supporti sulla cui superficie si stratifica il Dna di un organismo, Stefano Gustincich della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste) e le sue collaboratrici Marta Biagioli e Milena Pinto hanno dimostrato che all'aumentata espressione dei geni per le catene globiniche corrispondevano cambiamenti nell'espressione di geni legati all'omeostasi dell'ossigeno e alla fosforilazione ossidativa. Si è ipotizzato pertanto che l'emoglobina, oltre che nel sangue, crei un magazzino di ossigeno anche nel cervello, proteggendo in questo modo il tessuto nervoso dalle microischemie.

Stefano Gustincich della SISSA, rientrato in Italia dagli Stati Uniti grazie alla Fondazione Giovanni Armenise-Harvard, da cinque anni studia il Parkinson e cerca di capire perché nel cervello dei parkinsoniani muoiano in maniera massiccia le cellule cerebrali dopaminergiche produttrici di dopamina, molecola essenziale per il controllo efficace dei movimenti corporei.

Oltre che nel Parkinson questa scoperta può essere utile per studiare l'ictus cerebrale. Durante l'ischemia, infatti, parte del cervello riceve meno ossigeno: la presenza di Hb in quest'organo si spiegherebbe con la necessità di disporre prontamente di riserve di ossigeno da usare in casi estremi.


Fonte: Molecularlab.it
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18 ottobre, 2009

Un classico esempio di falsità: un'appello per una trasfusione urgente per Riccardo...

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Mattinata piovosa in quel di Messina. Stamane decido di staccare dalle studio e di scendere in quella che da qualche mese è la mia nuova chiesa. A fine messa il parroco ha lanciato un appello pubblico in merito a un caso urgente, portando all'attenzione la necessità di una trasfusione urgente per un bimbo di 17 mesi affetto da leucemia fulminante, appellandosi quindi a tutti coloro che erano dotati di sangue del gruppo B Rh+. "Riccardo" di nome, "capriccioli" o "capricciosi" di cognome, leggermente storpiato in un tipico siciliano. E al seguito un numero di telefono wind. Il curare una leucemia mediante una trasfusione e il richiedere urgentemente sangue di un gruppo abbastanza comune (ad esempio il B è anche il mio) mi destava qualche dubbio. Anche il nome mi ricordava già qualcosa, una vaga memoria. Torno a casa e per puro caso da una rapida ricerca su internet trovo scritto sul sito ladysilvia.it l'articolo che andrete a leggere subito sotto. In pratica, l'appello è un falso che si storpia dal 2007 cambiando quel numero, sempre agganciato a una segreteria telefonica. Un'urgenza che fortunatamente non c'è, ma che va a coprire le urgenze più serie, intasando centralini (con buona pace delle compagnie telefoniche) e causando un'allarme infondato. Il che mi riporta alla conferma che viviamo in un mondo con troppi balordi, dove si può arrivare a scherzare su di una patologia terrificante come la leucemia per il solo piacere di creare allarme di massa e vedere una propria email falsa diffondersi a formare la tipica catena di "Sant'Antonio".

Di seguito l'articolo tratto dal sito news.ladysilvia.it


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Trento: Si ripropone nuovamente il caso del Bimbo di 17 mesi con il messaggio che girava nel Settembre 2007 «Fallo girare per favore, bimbo di 17 mesi necessita sangue B+ per forma di leucemia fulminante tel. 035-556625 Riccardo Capriccioli. Grazie.» Tale messaggio ha origine nel Marzo 2007 dove veniva smentita la notizia.. ma nulla è servito.. e la psicosi continua..

Oggi riceviamo l'ennesimo SMS.. che si ripropone con un'altra variante Gennaio 2008 «Fallo girare per favore, bimbo di 17 mesi necessita sangue B+ per forma di leucemia fulminante tel. 328 2694447 Riccardo Capriccioli. Grazie.»

Cambia solo il telefono... che risulta essere connesso ad una segreteria telefonica di un utente WIND..

Sta diventando un caso studio abbiamo verificato che il passa parola subisce alterazioni, si evolve in un caso deformato nel contenuto e poi nel numero telefonico. Il messaggio originale era il caso riproposto già da noi nell'Aprile 2007, Tale caso aveva intasato interi centralini, producendo veri problemi di smistamento e soccorso mancato a chi veramente aveva bisogno di cure immediate. Ricordate sicuramente tutti il caso Meyer «Bambino leucemico, scorte di sangue al Meyer».. Noi di LSNN abbiamo telefonato in ospedale e siamo stati rimproverati di intasare linee di soccorso per un caso di cui esistevano solo messaggi illusori di personaggi presi dal panico per un fatto inesistente.

Il nostro Test di verifica ci ha lasciati perplessi.. nessuno ricorda il caso.. Meyer (vedere foto articolo e troverete la frase del bambino di 17 mesi), tutti vedono questo caso come un caso nuovo..

Noi di LSNN avevamo già parlato nel mese di Aprile 2007, a questo link : Meyer: non c’è emergenza sangue di tipo B+ per Bimbo Leucemico Pubblicata - 24 Aprile 2007 - h 23:25:03..

Pensate che su LSNN la notizia del bambino, è stata letta quasi 800 volte, da aprile a oggi. Se pensassimo a quanti messaggi SMS sono stati inviati attraverso il passa parola, solo di persone attorno a noi, hanno ricevuto almeno 10 SMS.. una media di 1 messaggio a telefonino

In media gli italiani hanno due numeri di cellulare e, facendo un breve calcolo arriviamo a ipotizzare un moltiplicatore che ci fa pensare ad un business di 15 Cent. di Euro.. per SMS che ha generato un vero business per le compagnie telefoniche che supera abbondantemente i 2.5 milioni di euro e, un danno alle strutture sanitarie del Meyer e di altre strutture prese d'assalto, producendo ansia nelle persone, come se non bastassero tutti i problemi che ci assillano nel quotidiano tra tasse e ingiustizie di ogni genere.
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05 luglio, 2009

A Milano uno studio su di una relazione terapica fra Epo e Sla...

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Epo = Eritropoietina. Un ormone glicoproteico che spesso è salito negli ultimi anni all’onore delle cronache per le terribili implicazioni nel mondo dello sport, dove viene di frequente utilizzata come sostanza dopante, ma anche un farmaco utilissimo per le sue funzioni fondamentali, prima fra tutte l’accelerare il processo di formazione degli eritrociti (cioè la eritropoiesi). Creato soprattutto dal rene ma anche dal fegato e dal cervello, questa molecola potrebbe essere una chiave fondamentale per creare una terapia utile per i malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica, un'altra malattia tristemente nota nel mondo sportivo. All’istituto “Carlo Besta” di Milano una equipe guidata dal dottor Giuseppe Lauria dell'Unità operativa “Malattie neuromuscolari e neuro immunologia” ha provato a studiare le implicazioni positive dell'Eritropoietina (Epo) nel decorso delle malattie neurodegenerative e in particolar modo si è voluto sottolineare le possibili proprietà neuroprotettive che si traducono in una migliore sopravvivenza e funzione delle cellule neuronali e dei loro prolungamenti assonali. La ricerca aveva l'obiettivo di confrontare due gruppi di pazienti affetti da Sla sporadica (uno di 11 persone trattato unicamente con riluzolo e l'altro di 12 individui trattato con eritropoietina in aggiunta al riluzolo) e dopo due anni è stato possibile considerare che la terapia e' stata ben tollerata, senza che si siano registrati effetti collaterali gravi. Inoltre, 8 pazienti su undici nel gruppo riluzolo sono deceduti o hanno avuto necessità di tracheotomia rispetto ai soli 4 pazienti su 12 nel gruppo trattato con eritropoietina. Un risultato indicativo che dovrà essere confermato in uno studio clinico di adeguate dimensioni. E, infatti, Giuseppe Lauria ha spiegato che esiste "in cantiere uno studio multicentrico che coinvolgerà 150 pazienti". Una nuova ricerca per la quale è stimata la necessità di un investimento di circa 1 milione di euro, il Besta è pronto a metterne a disposizione il 60%, per il resto si attende che arrivi in soccorso una mano tanto pubblica quanto privata.
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La scienza conferma: lo "scoppio d'ira" fa andare il sangue al cervello...

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In un articolo pubblicato sulla rivista “Cardiovascular Ultrasound” si afferma come un gruppo di ricercatori della “University of Southern California” e del “Cedars-Sinai Medical Centre” hanno individuato una correlazione fra lo “scoppio d’ira” che si verifica in soggetti particolarmente stressati e un aumento del volume di sangue che raggiunge le aree strategiche del capo. Infatti come noto le arterie carotidee, i principali vasi che permettono l’irrorazione del cervello e del collo, si dilatano aumentando l'afflusso di sangue al fine di “sostenere” lo sforzo cerebrale derivante appunto dal momento di forte stress. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno analizzato le risposte cerebrali allo stress mentale di 58 volontari sani di età compresa tra i 19 e i 60 anni tramite una analisi compiuta con esposizione delle aree cerebrali con ultrasuoni e monitoraggio delle variazioni di flusso. Nei soggetti con elevata pressione sanguigna si è inoltre registrata una correlazione fra aumento del flusso e “fastidi” arrecati dall’esterno. Quindi lo stesso fenomeno che veniva definito dalla saggezza popolare adesso riceve il suggello della scienza e ciò sottolinea la necessità di un ottimo autocontrollo specialmente in tarda età e in soggetti a rischio.
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10 giugno, 2009

Ricercatore italiano scopre "l'origine del sangue": tutto nasce dal "shear stress" del primo battito del cuore...

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È stato un giovane ricercatore italiano a far compiere un passo in più verso la produzione di sangue artificiale e la cura di leucemie, linfomi e talassemie. È grazie allo studio compito da Luigi Adamo, pubblicato su Nature e rilanciato in Italia da "Le Scienze web news" se sappiamo che è il primo battito del cuore a originare la formazione del sangue. Proprio il battito nell'embrione il movimento di fluido all'interno dei vasi sanguigni genera uno stimolo meccanico che induce la formazione dei primi precursori del sangue. Il ricercatore italiano in forza alla Harvard Medical School grazie al sostegno della Fondazione Armenise-Harvard ha ricevuto il premio del dipartimento di Patologia del "Brigham and Women Hospital" di Boston per la migliore ricerca dell'anno. Adamo e i suoi collaboratori hanno condotto lo studio utilizzando cellule staminali embrionali di topo dimostrando che lo "shear stress" cioè la frizione generata sulla parete dei vasi sanguigni dal movimento di fluido al loro interno, stimola la maturazione del sangue, mentre in mancanza del battito cardiaco e quindi del flusso intravascolare l'embrione non riesce a sviluppare il sangue in maniera appropriata. Ecco perchè il cuore dell'embrione comincia a battere prima che i tessuti abbiano bisogno di essere irrorati dal sangue. Questo lavoro apre le porte alla produzione in laboratorio di sangue artificiale senza necessità di utilizzo di embrioni umani. Le cellule staminali totipotenti si possono infatti ottenere dall'embrione o riprogrammando le cellule adulte. Tutte le cellule del sangue - globuli rossi, globuli bianchi e piastrine - si originano da un'unica cellula: la cellula staminale emopoietica. Questa cellula viene prodotta nelle prime fasi dello sviluppo di un nuovo organismo e garantisce la produzione di sangue per tutta la vita dell'individuo. Considerata questa enorme potenzialità, molti gruppi di ricerca hanno cercato di capire i meccanismi che guidano la nascita di questo tipo particolare di cellula col fine di produrla in laboratorio ed usarla per curare malattie del sangue. Adesso la realizzazione in laboratorio della cellula staminale ematopoeitica e di nuove terapie per la cura di leucemie, linfomi e talassemie è ancora più vicina.

FONTE: Agi.it Salute
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03 giugno, 2009

Spagna: anemia di Fanconi curata con cellule staminali IPS tratte dalla cute

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Le cellule staminali della "terza via" avanzano di slancio verso l'applicazione medica. Sono le cellule iPS (induced pluripotent stem cells), che si ottengono riprogrammando semplici cellule della pelle o dei capelli, ma che sono versatili quanto quelle embrionali. Il gruppo di Juan Carlos Izpisua del Centro di Medicina Rigenerativa di Barcelona (CMRB) è riuscito a ottenere cellule iPS di un malato d'anemia di Fanconi -rara malattia ereditaria- e a correggerne il difetto genetico. Le cellule curano l'anemia in modelli animali, e sono geneticamente identiche al paziente. Su Nature, gli autori spiegano d'aver impiegato cellule della pelle del paziente d'anemia di Fanconi -che distrugge le cellule staminali ematopoietiche incaricate di rinnovare i globuli rossi e bianchi del sangue. "Il trattamento attuale per questi pazienti è il trapianto di cellule staminali ematopoietiche sane, provenienti dal midollo osseo o dal cordone ombelicale di un donatore compatibile, possibilmente un famigliare", spiega Izpisua. Da due anni l'equipe persegue la creazione di cellule iPS che in futuro possano sostituire le cellule malate del paziente. "Ciò implica correggere la malattia delle cellule, poichè tornare e inserirgli cellule malate non migliorerebbe la sua malattia". "Ora dimostriamo che è possibile ottenere cellule iPs del paziente, correggerle e utilizzarle per produrre cellule ematopoietiche sane e del tutto compatibili con lui". Il gruppo ha collaborato con i laboratori di Juan Bueren del CIEMAT di Madrid e con Jordi Surrallés dell'Università Autonoma di Barcelona -due gruppi di riferimento mondiale nel campo dell'anemia di Fanconi. Izpisua e il coautore Angel Raya insistono sul fatto che il risultato è il trattamento dell'anemia di Fanconi nel modello animale. Testimonia della validità della tecnica impiegata, ma "ancora c'è un lungo cammino da fare prima che questa strategia possa essere usata per trattare i pazienti in modo efficace e sicuro".

FONTE: Aduc
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11 maggio, 2009

Ipertensione: nuove scoperte genetiche e il 17 maggio giornata mondiale dedicata al tema

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E' stata individuata la "mappa" dei geni responsabili della pressione alta: la scoperta potrebbe in futuro aiutare a trovare nuove cure, basate su farmaci più efficaci, a contrastare una malattia che ogni anno causa oltre 240.000 morti pari al 40% di tutte le cause di decesso. Sono stati scoperti nuovi geni legati alla regolazione della pressione del sangue grazie a una ricerca che ha coinvolto numerosi gruppi di studio a livello mondiale, compresi ricercatori italiani.

I ricercatori della “Johns Hopkins University School of Medicine”, insieme con un team internazionale di collaboratori, hanno identificato mutazioni genetiche associate con le caratteristiche alterazioni dei valori ematici che si registrano nell'ipertensione. Lo studio, pubblicato online sulla rivista “Nature Genetics”, spiega come per identificare i geni coinvolti nel mantenimento della pressione sanguigna e nell’instaurarsi della ipertensione, i ricercatori hanno analizzato le differenze genetiche di quasi 30.000 persone di discendenza europea la cui pressione arteriosa sistolica media variava da 118 mm Hg a 143 mm Hg e della pressione sanguigna diastolica media varia da 72 mm Hg a 83 mm Hg. Queste persone facevano parte di uno studio a lungo termine di salute e di malattia cardiovascolare sostenuto dal National Institutes of Health chiamato “Aric” (Atherosclerosis Risk In Community). I ricercatori hanno cercato le differenze genetiche che potevano essere poste in correlazione con l’elevata pressione del sangue e hanno trovato 11 varianti o modifiche in sequenza di DNA.

"Sorprendentemente, nessuno dei geni che abbiamo identificato come aventi in comune delle parti variabili fanno parte del sistema che sappiamo che regola la pressione del sangue - i geni individuati non sono quelli mirati dagli attuali farmaci prescrivibili per controllare l'ipertensione", spiega Aravinda Chakravarti, Ph.D. ., capo del Centro per la genomica delle malattie complesse in Nathans McKusick-Istituto di Medicina Genetica a Hopkins. "Se saremo in grado di aumentare il numero di geni coinvolti nel mantenimento della pressione del sangue dalle attuali 12 a 50, cosi come si prevede nei prossimi anni, allora la nostra comprensione della biologia cambierà completamente."

Cambiamenti in un gene, ATP2B1, sono stati collegati ai cambiamenti di pressione che portano all’ipertensione. Il gene ATP2B1 permette la sintesi di una proteina che avrebbe il compito di pompare il calcio fuori dalle cellule muscolari che avvolgono l’endotelio dei vasi, riducendo in tal modo lo stato di contrazione delle stesse e aumentando il diametro dei vasi. Cambiamenti nella SH2B3, una proteina coinvolta nella risposta immunitaria, sono stati collegati anche ad possibile coinvolgimento nell’aumento della pressione arteriosa.

Secondo Chakravarti, ciascuna delle differenze genetiche trovate sono comunemente riscontrabili nella popolazione e provocano solo piccoli cambiamenti nella pressione sanguigna. Questo studio, egli dice, sostiene l'idea che i cambiamenti in molti geni contribuiscono a predisporre a una elevazione della pressione del sangue e dunque a causare ipertensione. Chakravarti ritiene che la combinazione di molteplici cambiamenti in diversi geni possono aumentare notevolmente la pressione del sangue, anche se l'effetto di ogni singolo cambiamento sulla pressione sanguigna è piccolo.

Autori sulla carta sono Daniel Levy, Andrew D. Johnson, Ramachandran S. Vasan, Shih-Jen Hwang, K. Santhi Ganesh, Christopher J. O'Donnell, Emelia J. Benjamin, Caroline S. Fox, Thomas J. Wang e Martin G. Larson del National Heart, Lung, e il Sangue Istituto; Kenneth Rice, Nicole L. Glazer, Thomas Lumley, Giosuè Bis e Bruce M. Psaty di University of Washington; Germaine C. Verwoert, Abbas Dehghan, Yurii Aulchenko, Fernando Rivadeneira, Francesco US-Mattace Raso, Eric JG Sijbrands, Albert Hofman, André G. Uitterlinden, Jacqueline CM Witteman e Cornelia M. van Duijn di Erasmus Medical Center; Lenore J. Launer Tamara B. Harris e del National Institute of Aging; Alanna C. Morrison ed Eric Boerwinkle della Università del Texas Health Science Center; Thor Aspelund, Gudny Eiriksdottir, Albert V. Smith e Vilmundur Gudnason del islandese Heart Association; Xiuqing Guo, Kent Taylor e Jerome I. Rotter del Cedars-Sinai Medical Center; F. Gary Mitchell di Ingegneria Cardiovascolare Inc.; Gerardo Heiss di Carolina Cardiovascolare Biologia; e Georg B. Ehret, Anna Köttgen, Dan E. ARCATURA, Robert B. Scharpf, Josef Coresh e Aravinda Chakravarti della Johns Hopkins University School of Medicine.

Intanto, per sensibilizzare l'opinione pubblica su questa malattia, che predispone anche allo sviluppo di malattie renali e diabete, il 17 maggio 2009 si svolgerà la V Giornata Mondiale contro l'Ipertensione Arteriosa. La Giornata è promossa in tutto il mondo dalla World Hypertension League. I dati relativi all'Italia mostrano che circa il 30% della popolazione, ovvero 15 milioni di persone, soffre di ipertensione arteriosa. Ma è stato anche rilevato che, nonostante la disponibilità di terapie efficaci per la grande maggioranza dei casi, solo un paziente iperteso su 5 è adeguatamente curato. La Società Italiana dell'Ipertensione Arteriosa (SIIA) aderirà all'evento promuovendo sul territorio iniziative di informazione. In numerosi capoluoghi di provincia, inoltre, con il supporto della Croce Rossa Italiana, verranno allestite delle postazioni per offrire ai cittadini l'opportunita' di un controllo gratuito della pressione arteriosa. Grazie al supporto della FOFI (Federazione Ordini Farmacisti Italiani) e di Federfarma (Federazione Nazionale Titolari Farmacia Italiani), 17.000 farmacie distribuiranno, nella settimana precedente la Giornata, i depliant informativi realizzati dalla SIIA.
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19 marzo, 2009

Italia prima al mondo per trapianti di cellule staminali emopoietiche

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Italia prima al mondo per trapianti di cellule staminali emopoietiche eseguiti per milione di abitanti. Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt), sottolinea il risultato del Belpaese alla presentazione, oggi a Roma, del dossier del ministero del Welfare sulle staminali del sangue da cordone. "Nel 2008 in Italia sono stati eseguiti 1.374 trapianti di cellule staminali emopoietiche da adulti familiari dei malati o da donatori esterni", precisa Nanni Costa. Inoltre, l'Italia vanta un Registro di 370 mila adulti sani disponibili a donare le loro cellule staminali del sangue. Mentre le unità di sangue cordonale conservate presso le biobanche italiane e disponibili sono 17.503. Di queste, nel 2008, ne sono state utilizzate 141, in Italia o all'estero.
"Le cellule staminali del sangue raccolte in Italia sono molto ricercate all'estero, per l'alta qualità del materiale selezionato", prosegue Nanni Costa. Ma nonostante i buoni risultati raggiunti, c'è ancora del lavoro da fare, specie per quanto riguarda la rete delle biobanche per la conservazione del cordone ombelicale. "Le strutture sono diffuse in tutta la Penisola, con una leggera prevalenza nel Centro-Nord - rileva Giuliano Grazzini, presidente del Centro nazionale sangue e medicina trasfusionale dell'Iss - ma è importante collegarle meglio, e incentivare la donazione. In particolare fra donne di altri gruppi etnici o con un patrimonio genetico particolare, come le sarde, per aumentare la varietà dei campioni stoccati e poter aiutare ancor più persone". "L'obiettivo, in questo caso, sarebbe quello di arrivare a 80.000-90.000 unità conservate, per essere più vicini all'autosufficienza", prosegue Grazzini, ricordando che oggi siamo a quota 17.503.

FONTE: Adnkronos
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14 marzo, 2009

Spagna: bimbo guarisce dalla beta-talassemia grazie a selezione preimpianto dell'embrione del fratello

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Il primo bebe' selezionato geneticamente in Spagna per curare il fratello e' riuscito a guarirlo. Le cellule del piccolo Javier, nato a ottobre in un ospedale di Siviglia, hanno guarito il fratello di 7 anni, Andres, che soffriva di una malattia ereditaria finora incurabile, la beta-talassemia, l'anemia mediterranea. Il sangue del cordone ombelicale del neonato e' stato impiegato per un trapianto di midollo osseo, che ha consentito ad Andres di cominciare a produrre globuli rossi sani. L'intervento e' avvenuto il 23 gennaio e il bimbo lo "ha superato con successo", senza bisogno di alcun tipo di trasfusione, hanno riferito fonti dell'Hospital Virgen del Rocio di Siviglia alla stampa spagnola. Andres e' stato dimesso dall'ospedale il 18 febbraio e si deve sottoporre a controlli settimanali. La selezione di Javier era avvenuta grazie alla diagnosi genetica pre-impianto, una tecnica che consente di verificare se un embrione e' sano o meno dal punto di vista genetico, prima che sia trasferito nell'utero. La selezione pre-impianto e' vietata dalla legge in Italia; e quando la notizia era stata resa nota, aveva scatenato forti polemiche. Al di la' del dibattito sulle implicazioni etiche, questo tipo di procedura consente di scegliere l'embrione piu' compatibile per il trapianto.

Fonte: Agi.it Salute
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16 dicembre, 2008

Arriva da Sidney il vino che aiuta a prevenire le complicanze cardiovascolari

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Viene da Sidney, Australia, il "vino piu' sano del mondo, che ripulisce i vasi sanguigni riducendo il rischio di attacchi di cuore". L'annuncio, dato dal dott. Philip Norrie, si basa su di un esperimento che prevede la creazione di "bottiglie di annata" contenenti vino con una quantità di "resveratrolo", un antiossidante che si trova naturalmente nell'uva e rappresentante il fenolo piu' noto dal punto di vista terapeutico, circa cento volte superiore rispetto al normale valore. Il resveratrolo aiuterebbe a mantenere il flusso sanguigno tenendo le arterie libere dai depositi di grasso e riducendo il rischio di complicanze cardiovascolari ed un vino infuso con alti livelli dell'antiossidante, che non ha odore ne' sapore, agisce come "un puliscipipe vascolare".

Ha aggiunto in modo entusiasta il creatore di tale bevanda come "Mentre gli effetti positivi di un consumo moderato di vino sono da tempo documentati, l'inclusione di quantita' cosi forti di questa sostanza benefica e' una buona notizia per i bevitori. Non si percepisce nemmeno, e pulisce le arterie mentre si beve".

Il medico ha cominciato a produrre uno "chardonnay" e uno "shiraz", con un tasso di 100 mg per bottiglia di resveratrolo, quanto ne e' contenuto di 70-100 bottiglie di bianco standard, e 15-20 bottiglie di rosso standard. "Debbo sottolineare che ovviamente i benefici si ottengono al meglio con un consumo moderato", ha aggiunto, per scoraggiare chi intenda lanciarsi in un una cura salutista a base di forti bevute.

FONTE: Aduc.it
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20 agosto, 2008

Creata a New York l'Eparina sintetica

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Un gruppo di ricercatori del "Rensselaer Polytechnic Institute" di New York guidati dal professor Robert Linhardt hanno creato in laboratorio, per la prima volta al mondo, un particolare tipo di eparina "di sintesi". I ricercatori americani hanno mostrato la loro scoperta nel corso della Conferenza Annuale della American Chemical Society a New York. Si tratta di un annuncio che potrebbe avere importanti ripercussioni in ambito farmaceutico, infatti l'eparina viene attualmente utilizzata come anticoagulante di derivazione animale, e il rischio di contaminazionazioni di questo prodotto e' molto elevato: proprio nei mesi scorsi negli Stati Uniti era stata scoperta la presenza sul mercato di eparina contaminata prodotta in Cina. Gia' nel 2006 Linhardt e il collega Jian Liu dell'Universita' della North Carolina, erano riusciti a mettere a punto la struttura portante della molecola di eparina. Solo oggi tuttavia sono riusciti a sintetizzare tutti gli elementi che la costituiscono. La dose di eparina sintetizzata dai due ricercatori e' "milioni di volte maggiore" di quella fino ad oggi elaborata sinteticamente in altri laboratori. L'eparina, cioè un glicosaminoglicano altamente solfato, è ampiamente utilizzato come farmaco iniettabile anticoagulante e inoltre ha la più alta densità di carica negativa tra tutte le biomolecole conosciute. Può inoltre essere impiegata per formare superfici anticoagulanti in esperimenti di vario genere e cure mediche (dialisi). L'eparina è una molecola con attività anticoagulante naturale ed è prodotta nell'apparato di Golgi dei basofilociti e dei mastociti. L'eparina si lega naturalmente a un fattore del sangue, l'antitrombina III, un enzima inibitore che a seguito del legame con l'eparina stessa cambia conformazione esponendo il suo sito attivo. L'AT-III attivata a sua volta inattiva la trombina(Fattore IIa), il Fattore X, e altre proteasi coinvolte nella coagulazione del sangue. AT-III si lega specificatamente a una sequanza pentasaccaridica solfata contenuta nella sequenza polimerica dell'eparina. È proprio il cambiamento conformazionale di AT-III a seguito del legame con l'eparina che permette la disattivazione del fattore Xa da parte dell'antitrobina stessa. Tale disattivazione del fattore Xattivo necessita inoltre di un legame tra il pentasaccaride dell'eparina e il fattore Xa stesso. Tali interazioni sono possibili grazie all'alta densità di carica elettronegativa dell'eparina e la formazione di un complesso ternario tra AT-III, trombina e eparina risulta quindi nella disattivazione della trombina stessa. La formazione del complesso ternario dipende quindi dalla lunghezza del polimero eparina (almeno 18 unità disaccaridiche). Al contrario invece l'inattivazione del fattore Xa richiede solo il pentasaccaride.
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01 agosto, 2008

Aterosclerosi, uno studio svedese mostra l'importanza dei Anti-PC

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Secondo un recente articolo della rivista Atherosclerosis sono stati prodotti in laboratorio degli anticorpi che avrebbero un ruolo importante se impiegati per il controllo dei livelli ematici di colesterolo. La molecola chiamata "anti-PC" risulterebbe presentarsi in bassissima quantità nel sangue dei pazienti colpiti da ictus e infarto. Da qui si è supposta una teoria basata su l'utilizzo di molecole "esogene" che dovrebbero tuttavia mimare l'attività degli anti-PC e in tal modo ridurre i livelli ematici di colesterolo nel sangue, diventando così una efficace arma di prevenzione.
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28 luglio, 2008

Il prelievo del sangue dal pugno altera la analisi della kalemia

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Da uno studio inglese su Annals of Clinical Biochemistry aprire e chiudere il pugno durante un prelievo del sangue altererebbe gli esami. Al vaglio dei ricercatori inglesi oltre 200mila analisi: a chi si richiedeva questa pratica si registravano valori di potassio piu' alti. Un suggerimento, riporta la Bbc, dal presidente dei flebotomisti inglesi Jackie Hough: 'Il modo migliore consiste nel far chiudere gentilmente il pugno mentre si infila l'ago e farlo rilasciare prima di aspirare il sangue'.
FONTE: Ansa.it => http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2008-07-27_127242041.html
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24 luglio, 2008

La ricercatrice Elisabetta Dejana scopre la Ve-Caderina, molecola che "indirizza" le cellule del sangue

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Si chiama 'Ve-Caderina' ed e' capace di indirizzare e dirigere le cellule del sangue, come un 'vigile urbano' molecolare. A scoprirlo una ricerca che sara' pubblicata tra alcuni giorni su Nature Biology. La ricercatrice Elisabetta Dejana ha scoperto che la Ve-Caderina ''non solo tiene incollate tra loro le cellule che rivestono le pareti interne dei vasi sanguigni, ma trasferisce loro la 'sensazione' della propria posizione e regola il contatto tra cellula e cellula.
FONTE: ANSA.IT => http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2008-07-23_123234704.html
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23 luglio, 2008

Estate 2008 e emergenza sangue

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E' emergenza sangue negli ospedali italiani: sono infatti a rischio le attivita' trasfusionali di numerosi ospedali. Con l'Estate, infatti, cresce la domanda ed i donatori non sono sufficienti a coprire i bisogni. A lanciare l'allarme sono le associazioni del settore, le quali fanno presente che ogni settimana, a livello nazionale, mancano almeno 2.000 sacche di sangue per riuscire a far fronte alle esigenze. Per questo partira' domani una campagna di sensibilizzazione.
FONTE: ANSA.IT => http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2008-07-22_122229098.html
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20 luglio, 2008

Medicina: creati vasi sanguigni "ex novo" che possono essere applicati contro gravi emorragie

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Creati vasi sanguigni umani a partire da due tipi di cellule progenitrici prelevate dal sangue e dal midollo osseo di adulti. Lo riferisce la rivista Circulation Research: Journal of the American Heart Association. Il traguardo si deve a Joyce Bischoff della Harvard Medical School e dell'Ospedale Pediatrico di Boston. La loro idea e' di utilizzare questa 'fabbrica di vasi sanguigni' per le emergenze, ad esempio per far fronte a gravi emorragie.

FONTE: Ansa.it => http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2008-07-18_118253973.html
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05 luglio, 2008

Usa: presto possibile diagnosi tumore con test sangue

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Secondo un team di medici del Massachusetts General Hospital, presto il cancro potrebbe essere diagnosticato con gli esami del sangue. Il team, guidato dal dottor Daniel Haber, ha trovato un metodo alternativo per monitorare lo sviluppo di un tumore in tempo reale. Quando aumenta il numero delle cellule maligne nell'organismo, alcune di queste si diffondono infatti nel sangue e da qui si spostano in altre parti del corpo, con la possibilita' che che si formino metastasi.
FONTE: ANSA.IT => http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2008-07-04_104233984.html
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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