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AFORISMA DEL GIORNO

26 marzo, 2012

Nitrito sodico al posto del sorbitolo per un test di intolleranza al lattosio in clinica privata: il pericolo del farmaco acquistato sui siti di aste online

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Non ha ingerito sorbitolo ma nitrito di sodio, una sostanza altamente tossica. Così sarebbe morta Teresa Sunna la ventottenne deceduta sabato scorso dopo aver bevuto una sostanza, venduta su internet come sorbitolo, prima di sottoporsi al Breath test per verificare l'intolleranza al lattosio in un ambulatorio privato di Barletta. La stessa sostanza era stata somministrata dal medico ad altre due pazienti: la 62enne Addolorata Piazzola e la 32enne Anna Abbrescia. Tutte e due sono fuori pericolo: una perchè ha subito vomitato in quanto la sostanza era molto salata; l'altra perchè è stata condotta in tempo in ospedale dove le è stato somministrato un antidoto. È quanto emerge dall'autopsia e dall'esame tossicologico compiuti stasera a Bari.

L'esame tossicologico nei prossimi giorni dovrà confermare i sospetti degli inquirenti che ritengono che alle donne, anzichè l'innocuo sorbitolo (che è uno zucchero), sia stato dato del nitrito di sodio concentrato al 70%. Una sostanza tossica che uccide se è ingerita con dosi superiori a 1,5 grammi: alle pazienti invece - si apprende da fonti investigative - sono stati somministrati ben circa cinque grammi a testa. Ora il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, e il sostituto Michele Ruggiero, hanno avviato accertamenti per rintracciare tutti gli acquirenti che hanno ordinato tramite eBay confezioni da cinque chilogrammi di falso sorbitolo.

Ebay intanto ha sospeso le vendite online di sorbitolo in tutto il modo. Sulla vicenda è intervenuto il ministro della sanità, Renato Balduzzi, che ha sottolineato che sui prodotti contenenti sorbitolo «non ci sono le condizioni per un allarme sanitario generalizzato» e ha chiarito che la situazione «è attentamente sotto controllo». «Il vero problema, quello sul quale ci stiamo impegnando - spiega il procuratore Capristo - è di individuare se ci siano state attività di manomissione di questo sorbitolo». Il magistrato ha riferito che sono stati «attivati anche canali internazionali», perchè il sorbitolo è stato venduto via internet anche all'estero, soprattutto in Irlanda e nel Regno Unito dove potrebbe essere stato riconfezionato prima di essere rivenduto.

Per la morte di Teresa Sunna sono iscritti nel registro degli indagati i nomi di tre persone per cooperazione in omicidio colposo. Sono il medico che aveva in cura la paziente, Mario Donato Pappagallo, il titolare dello studio medico di Barletta in cui doveva essere fatto l'esame, Ruggiero Maria Spinazzola, ed Ettore Cicinelli, l'impiegato che materialmente ha acquistato tramite eBay il sorbitolo. Tutti e tre sono sotto choc e respingono le accuse. È sconvolta anche la famiglia della vittima. «Non riusciamo ancora a farcene una ragione, anche perchè è una morte assurda», spiega il fratello di Teresa Sunna. «Mia sorella - sottolinea - doveva laurearsi nella specialistica a dicembre, era andata a fare dei semplici test di intolleranza alimentare e invece è morta per questa sostanza che le hanno fatto ingerire».

Il ministro della sanità Balduzzi ha detto che la questione è «seria» e pone due tipi di problemi: il primo sono gli acquisti online di farmaci, da cui «sarebbe bene astenersi»; il secondo è quello della dispensazione dei farmaci in un circuito parallelo al Servizio sanitario nazionale. Proprio sulle vendite via internet l'Agenzia italiana del farmaco, citando l'ente statunitense LegitScript, il servizio di verifica e controllo delle farmacie on line, ha reso noto che solo l'1% delle 40.000 farmacie online censite sarebbe legale, ovvero controllato dalle autorità competenti. A questo proposito il presidente della commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, ha ricordato che «tra il 2008 e il 2009 i Nas hanno sequestrato nel nostro paese più di un milione di confezioni di farmaci contraffatti distribuiti su internet. È un fenomeno grave - ha detto -: servono con grande urgenza regole che non debbono valere solo per l'Italia ma anche a livello europeo e internazionale».


FONTE: Il messaggero
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Diabete di tipo 2, chirurgia per ridurre obesità valida arma di terapia

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Uno studio condotto da vari ricercatori mondiali (fra cui anche medici italiani) e pubblicato sulla prestigiosa rivista "New England Journal of Medicine" confermerebbe come la chirurgia bariatrica (cioè la chirurgia volta a risolvere e/o contrastare l'obesità) rappresenti una valida arma per il trattamento standard per il diabete di tipo 2. Lo studio, condotto anche da ricercatori del "Policlinico Gemelli" di Roma e del "Presbyterian Weill Cornell Medical Center" di New York, ha rilevato che, anche con una radicale diminuzione dei farmaci, i pazienti trattati chirurgicamente avevano una possibilità di remissione della malattia a distanza di due anni dall'intervento. "Anche se la chirurgia bariatrica è stata concepito inizialmente come trattamento per la perdita di peso, è ormai chiaro che la chirurgia e' un ottimo approccio per il trattamento del diabete e delle malattie metaboliche", dice l'autore senior Francesco Rubino, direttore del Diabetes Surgery Center e Metabolic a NewYork-Presbyterian/Weill Cornell. In questo studio, la maggior parte dei pazienti trattati chirurgicamente ha manifestato miglioramenti nei livelli di zucchero nel sangue, diminuzione del colesterolo totale e dei trigliceridi, e il miglioramento delle concentrazioni di colesterolo HDL.  Questo suggerisce che la chirurgia bariatrica possa affiancarsi alle terapie convenzionali (ma non ancora sostituirle! n.d.R) per il trattamento del diabete e possa essere una valida arma per ridurre il rischio cardiovascolare di un paziente diabetico senile. "La capacità unica di un intervento chirurgico (nota: qualora e nel caso sia una strada percorribile cioè sia possibile eseguirlo senza rischi o sviluppo certo di complicanze per il paziente n.d.R) per migliorare i livelli di zucchero nel sangue e livelli di colesterolo così come la riduzione del peso lo rende un approccio possibile per i pazienti obesi con diabete di tipo 2", dice un'altra ricercatrice, Geltrude Mingrone, capo della Divisione di obesità e malattie metaboliche e professore di medicina presso l'Università Cattolica di Roma. Si stima che il 8,3 per cento della popolazione mondiale soffra di diabete di tipo 2, secondo l'organizzazione Mondiale della Sanita', e questo numero e' destinato ad aumentare fino al 9,9 per cento entro il 2030. Per di piu' ben il 23 per cento dei pazienti affetti da obesità patologica ha anche il diabete di tipo 2. Tuttavia meno del 2 per cento dei pazienti elegibili al trattamento chirurgico viene effettivamente operato, riservando tale tecnica per i pazienti soffrenti di un sovrappeso molto patologico.

Fonte: Agi Salute
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08 marzo, 2012

Forte saldo negativo fra i nuovi medici e i camici bianchi che andranno in pensione...

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Una cosa è sicura gli studi dei medici di famiglia rischiano di diventare sempre più affollati nei prossimi anni. I camici bianchi che vanno in pensione oggi non vengono sostituiti e con il tempo verranno chiusi migliaia di ambulatori. Sono 11 milioni gli italiani che tra il 2007 e il 2017 sono rimasti e rimarranno senza medico di medicina generale, per il saldo negativo tra le nuove leve e quelli che vanno in pensione. A calcolarlo è la Fimmg 1 (Federazione italiana medici medicina generale) nel documento sulla Rifondazione della medicina generale, che è all'esame della Conferenza Stato-Regioni nell'ambito della discussione sul Patto per la salute.

Nel documento, elaborato nel 2007, si spiega infatti che ogni anno si formano 1.560 medici di medicina generale, che diventano 15.600 nel periodo compreso tra il 2007 e il 2017, entro cui andranno in pensione 25.500 medici. Il saldo dunque tra i medici formati e quelli che terminano l'attività lavorativa è negativo e pari a 9.900. Il che corrisponde a 11 milioni di italiani, cioè 1 su 6, senza medico nell'arco di 10 anni.

Secondo Alberto Oliveti, vicepresidente dell'Enpam, l'ente di previdenza dei medici, la prospettiva è ancora più fosca. "Il fondo per la medicina generale comprende 25mila pensionati e 70mila iscritti, di cui 47mila medici di famiglia, 1415mila guardie mediche e quasi 10mila pediatri. Ogni anno vanno in pensione circa 1-1.500 medici, ma dal 2015 al 2025 si calcola, in base alla stratificazione dell'età, che andranno in pensione 40mila medici, quindi a rimanere senza medico, in 10 anni, potrebbero essere 25 milioni di cittadini".

Ma per Giacomo Milillo, segretario della Federazione generale dei medici di medicina generale, la situazione non è allarmante. "Il calo del numero di medici mette in crisi l'attuale sistema per questo serve una riorganizzazione. Oggi negli studi di medicina generale c'è molto lavoro, ma c'è una gran parte di attività che riguarda questioni burocratiche - spiega Milillo - . Potrebbero essere aiutati da degli assistenti e riuscire così a seguire altri pazienti".

Una riorganizzazione potrebbe rispondere a nuove esigenze come, ad esempio, quella di aprire gli studi medici nel fine settimana. La volontà è quella di dare vita a un'assistenza sul territorio che risparmi ai pronto soccorso, già al collasso, milioni di accessi inutili. "L'apertura degli studi dei medici di famiglia 7 giorni su 7 è possibile con una riorganizzazione. Con un lavoro di squadra si può rispondere a nuove esigenze e offrire un servizio adeguato", conclude Milillo.

Se è la medicina generale a a che fare con un calo di professionisti, le cose non vanno meglio negli ospedali, dove nel tempo diminuiscono i posti letto 2, ma anche il numero di medici. Anche perché da quando è stato istituito il numero chiuso all'università è calato il numero di professionisti e chi se va non viene sostituito da giovani camici bianchi.  Nel 2010 oltre quattromila medici che lavoravano nelle strutture pubbliche hanno appeso il camice al chiodo e sono andati in pensione. Secondo le tabelle dell'Inpdap, i camici bianchi in fuga sono 4.144, di cui 3.337 uomini e 807 donne. Un vero boom di uscite, se si considera che nel biennio precedente (2008-2009) il numero dei pensionamenti tra i medici si era sempre mantenuto stabile intorno ai 2.700 l'anno.

AUTRICE: Valeria Pini
FONTE: Repubblica.it
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Il piano del governo: decongestionare gli ospedali potenziando gli ambulatori, in arrivo le future "AFT"

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Gli ambulatori dei medici di famiglia resteranno aperti 7 giorni su 7. Fine delle telefonate alla ricerca di un dottore di guardia della Asl che non arriva, basta con le corse in ospedale per un mal di testa più forte del solito la domenica pomeriggio. Gli studi non chiuderanno mai, i cittadini troveranno a tutte le ore qualcuno che li visita o prescrive loro un farmaco, che va a controllarli a casa o magari li rassicura per telefono. Di giorno e di notte. Si sta disegnando quello che potrebbe diventare il cambiamento più significativo della medicina territoriale degli ultimi anni. Del progetto si parlava da tanto ma la scintilla decisiva l'hanno accesa i problemi dei pronto soccorso romani (e non solo) di un paio di settimane fa.

A metà febbraio esplose il caso delle barelle nei corridoi e nei magazzini, della gente in attesa ore per una visita. Si parlò di carenza dei letti nei reparti ma anche di scarso filtro messo in atto dai servizi sul territorio. L'impossibilità di trovare il proprio medico nel fine settimana e la notte spingeva, e spinge, la gente a rivolgersi in ospedale anche senza averne bisogno. Il ministro alla salute Renato Balduzzi nel pieno delle polemiche spiegò: "È arrivato il momento per una medicina di base 7 giorni su 7". Da allora ha cominciato a riunirsi un gruppo di tecnici del ministero e di sindacalisti. Il secondo incontro si è svolto ieri. L'idea è quella di disegnare la nuova organizzazione e inserirla nel "patto della salute", cioè l'accordo tra Regioni e Governo su cui si baserà la sanità dei prossimi anni. "Speriamo di arrivare in tempi molto brevi a chiudere finalmente questo capitolo per avere una medicina di base che sia davvero di base per tutti i cittadini", ha detto sempre il ministro Balduzzi.

Come funzioneranno i nuovi ambulatori? Lo schema è stato disegnato già da tempo e si basa sulle cosiddette "AFT", o aggregazioni funzionali territoriali. Si tratta di grandi studi dove lavorano più professionisti, fino a 16, ma anche guardie mediche. Devono essere organizzati per assicurare una presenza continua e non solo dalle 8 alle 20 per cinque giorni alla settimana. Un paziente che ha bisogno di una visita e non trova il suo medico in ambulatorio, avrà comunque a disposizione un professionista che ha accesso ai suoi dati di salute sul computer e lavora fianco a fianco con il suo dottore. Questo anche di notte e nel weekend grazie all'impiego della guardia medica.

Non solo, in futuro dentro questi super ambulatori potrebbero entrare anche i pediatri e alcuni specialisti. Alla fine diventeranno l'unica struttura sanitaria a cui rivolgersi, salvo in caso di emergenze e ricoveri. "Siamo d'accordo con il ministro e ci sembra che il modello delle aft sia quello giusto". A parlare è Giacomo Milillo, segretario del più importante sindacato dei medici di famiglia, la Fimmg. Non si tratta dell'unica sigla presente al tavolo del ministero, ce ne sono anche altre contrarie al cambiamento. Per introdurre la novità dovrà essere modificata la convenzione che lega questi professionisti al sistema sanitario. "È fondamentale in tutto questo sistema il ruolo dei colleghi della guardia medica, che verranno rilanciati da questa impostazione - spiega Milillo - Del resto non possiamo pensare che il collega sessantenne faccia le notti o venga a lavorare nel weekend. Dobbiamo puntare sui giovani e su chi ha voglia di impegnarsi fuori dagli orari consueti. Così i medici di guardia entreranno nei nostri gruppi".

La novità non dovrebbe costare molti soldi alle casse della Asl. "Intanto risparmieranno perché avranno i reparti di emergenza alleggeriti - spiega sempre Milillo - Inoltre un'attività più intensa del territorio serve a sollevare gli ospedali anche da alcuni ricoveri, ad esempio di persone anziane con più malattie che hanno spesso ricadute. Infine, le "aft" puntano su una nuova organizzazione e non su un allungamento dell'orario di lavoro dei professionisti per migliorare l'assistenza. I soldi potrebbero servire per aspetti come l'acquisto di attrezzature diagnostiche o per pagare una segretaria".


AUTORE: Michele Bocci
FONTE: Repubblica.it
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20 febbraio, 2012

Eternit, l'insegnamento della sentenza di Torino, ma nel mirino ancora molte altre nazioni...

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Il processo di Torino riguarda 2.191 morti, la maggior parte dei quali di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, ma la strage dell’amianto conta decine di migliaia di vittime in tutto il mondo, impossibili da quantificare con esattezza perché non sempre i dati vengono registrati e censiti, neppure in Italia. L’Ilo, l’agenzia del lavoro dell’Onu, stima 120 mila decessi all’anno. E, soprattutto, la strage non è ancora finita. Le ricerche dimostrano che possono passare diversi decenni dall’inalazione della fibra di minerale (potenzialmente ne basta una sola) e lo sviluppo del tumore. A Casale Monferrato ha suscitato grande commozione il caso di Maria Luisa Minazzi, assessore comunale molto impegnata nella battaglia contro l’amianto, morta di mesotelioma nel 2010. Non lavorava alla Eternit ma, come ha ricordato in tante interviste, da bambina giocava in giardino su cumuli di fibre, come fossero sabbia.

L’Istituto superiore della Sanità stima che in Italia il picco di mortalità per malattie legate all’amianto si avrà tra il 2015 e il 2020. Quando a morire saranno i più giovani tra gli operai delle fabbriche, ma anche i bambini degli anni Sessanta-Settanta cresciuti tra tettoie e tubature in eternit (il composto di cemento e amianto inventato dall’ominima azienda svizzera proprietaria dello stabilimento di Casale), diffusissime ovunque.

Ma Casale e gli altri centri dove si lavorava la fibra minerale, molto utilizzata in edilizia e nell’isolamento antincendio, sono una storia a parte. La polvere killer non restava confinata nella fabbrica, ma si spargeva in tutta la cittadina, per esempio durante il trasporto e lo scarico delle forniture. Non solo. A Casale la Eternit usava regalare ai dipendenti gli scarti di lavorazione, che diventavano “ghiaietta” in giardini e cortili. A Monfalcone, in provincia di Gorizia, dove l’amianto era utilizzato in gran quantità nei cantieri navali per coibentare l’interno delle navi e in funzione antincendio, si sono ammalate le mogli di molti operai, per il solo fatto di aver maneggiato le tute da lavoro intrise di polvere, per lavarle. Il processo per omicidio colposo contro una trentina di dirigenti di Fincantieri e di ditte esterne è in corso a Gorizia.

In Italia la lavorazione e l’utilizzo dell’amianto sono banditi dal 1992, ma l’operazione di bonifica dei manufatti esistenti appare un’impresa impossibile, tale è stata la diffusione di questo materiale. Ma in altri paesi del mondo le fibre continuano a essere estratte e maneggiate. Cina, Kazakistan, Brasile e Russia sono i principali produttori mondiali di minerale. Il civile Canada è nel mirino di campagne internazionali (qui il sito dell’organizzazione Ban Asbestos, in inglese) perché continua a cavare il minerale per esportarlo nei paesi in cui la tutela della salute non è una priorità. Come l’India, dove le fibre killer spesso sono lavorate in casa da donne e bambini.

FONTE: Il fatto quotidiano e Ban Asbestos
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Eternit, a Torino una storica sentenza per condannare una delle più gravi stragi ambientali

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Sentenza storica a Torino: il tribunale del capoluogo piemontese ha condannato a 16 anni di carcere ciascuno il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 91 anni, alla fine del processo Eternit. Il capo d'accusa conteneva un elenco di 2.191 morti e 665 malati di patologie causate dall'amianto. Alcuni parenti delle vittime sono scoppiati in lacrime alla lettura della sentenza che condanna i due alti dirigenti della multinazionale a 16 anni di reclusione.

Quello di Torino è stato uno dei più grandi procedimenti nel campo dei reati ambientali che si sia mai celebrato in Italia e nel mondo. Al centro del dibattimento le morti, legate alla lavorazione del pericoloso materiale nelle quattro sedi italiane dell'azienda a Cavagnolo, Casale Monferrato, Rubiera e Bagnoli. Dopo due anni e 66 udienze si è concluso con la condanna in I grado a 16 anni di reclusione e l'interdizione dai pubblici uffici del magnate svizzero Stephan Schmidheiny e del barone belga Louis Carthier il processo Eternit. E' uno dei più grandi procedimenti nel campo dei reati ambientali che si sia mai celebrato in Italia e nel mondo e riguarda le morti legate alla lavorazione del pericoloso materiale nelle quattro sedi italiane della Eternit a Cavagnolo (Torino), Casale Monferrato (Alessandria), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). I fatti contestati si riferiscono a un arco di diversi decenni a partire dal 1952. Sono alcune migliaia i morti e i malati di di tumore individuati tra lavoratori e cittadini nell'inchiesta condotta dal procuratore Raffaele Guariniello, che ha definito il processo ''un punto di riferimento mondiale''.

Durante due anni e 66 udienze il pubblico ministero, Raffaele Guariniello, affiancato dai pm Gianfranco Colace e Sara Panelli, ha tentato di di dimostrare, attraverso testimonianze, documenti e consulenze, che la politica sulla sicurezza e sulla salute della Eternit apparteneva a un'unica regia. "Gli imputati non si sono limitati ad accettare il rischio che il disastro si verificasse e continuasse a verificarsi, ma lo hanno accettato e lo accettano ancora oggi" aveva detto Guariniello nella sua arringa finale chiedendo una condanna a 20 anni di reclusione per entrambe gli imputati per quella che aveva definito "Una tragedia immane" che ''ha colpito popolazioni di lavoratori e di cittadini che continua a fare morti e si è consumata in Italia e in altre parti del mondo con una regia senza che mai nessun tribunale abbia chiamato i veri responsabili a risponderne". ''Si addebita a Eternit - aveva aggiunto - di aver causato un disastro nei suoi stabilimenti e per la popolazione, che ancora oggi continua a verificarsi giorno dopo giorno per consapevole volontà dei suoi proprietari''.

I legali dei due imputati avevano chiesto per entrambi l'assoluzione per non aver commesso il fatto: secondo le difese De Cartier, dal 1971, aveva ricoperto solo ''un ruolo minoritario senza compiti operativi'', mentre Schmidheiny avrebbe provveduto a fare diversi investimenti per la sicurezza dei lavoratori, in base alle conoscenze dell'epoca sull'amianto. L'avvocato Astolfo Di Amato, uno dei legali di Schmidheiny, aveva messo in dubbio la validità stessa di un processo celebrato a più di trent'anni di distanza dai fatti contestati che lederebbe il principio di difesa perché il tempo trascorso "rende quasi impossibile - aveva detto - a chi è accusato difendersi al meglio: i documenti non si trovano, molti testimoni non ci sono più e quelli che ci sono non sono attendibili perché i fatti sono troppo lontani da ricordare". Questione controversa a sé, quella dei risarcimenti, con una polemica che ha portato il Comune di Casale Monferrato, dopo un tira e molla durato un mese e mezzo, a rifiutare l'offerta di oltre 18 milioni di euro, presentata dall'imputato svizzero Stephan Schmidheiny, a titolo di transazione, che avrebbe comportato il ritiro della costituzione di parte civile del Comune. Il presidente della Corte ha oggi stabilito che all'amministrazione di Casale spetta un risarcimento di 25 milioni di euro.

FONTE: Adnkronos.it
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Dal ministro stop alla deroga sul "doppio lavoro" dei medici e proposta per rete di medici di famiglia 24/7

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«La fase transitoria è finita. Adesso con la libera professione dei medici si fa sul serio». Come padre della Riforma sanitaria che nel 1999 ha cambiato la vita dei camici bianchi pubblici, il ministro della Salute Renato Balduzzi vuole spingere l' acceleratore per completare il progetto nato quando era capo dell' ufficio legale dell' ex ministro Rosy Bindi. «Non ci saranno altre deroghe», annuncia mentre i sindacati chiedono di prorogare la cosiddetta «intramoenia allargata» da lui definita «modalità contraddittoria». In parole semplici: il medico che sceglie il rapporto in esclusiva col servizio sanitario, se l' ospedale non ha spazi per l' attività privata (intramoenia), continua a visitare nel suo studio. Il decreto Milleproroghe stabiliva che il doppio regime fosse prolungato fino al 31 dicembre del 2012. Un emendamento del Pd approvato in Senato ha invece anticipato la scadenza al 30 giugno. Ministro, niente più deroghe? «Le commissioni parlamentari hanno manifestato la volontà di superare la fase transitoria e il governo è tenuto a conformarsi. Occorre trovare una soluzione.
Aspettiamo proposte. L' importante è non generare guerre fra bande. Ma l' equilibrio non si ottiene con un' altra deroga».

In 13 anni solo il 50% degli ospedali hanno organizzato la vera libera professione intramuraria. Ora mancano 4 mesi. «Vedo il bicchiere mezzo pieno. Il 50% delle strutture ha rispettato i diritti del cittadino che secondo la Costituzione deve poter scegliere chi lo cura. In 13 anni il sistema si è assestato, ha trovato modelli di riferimento. Siamo pronti». Riscriverebbe la norma sulla libera professione intramuraria? «L' obiettivo era che il medico si identificasse con l' ospedale e questo è avvenuto nelle aziende che hanno organizzato spazi interni. Dunque bisogna completare il cammino. Le critiche riguardano il pericolo che si creino due canali, uno pubblico l' altro privato. Se l' intramoenia è applicata correttamente, con regole di trasparenza, controllo dei volumi di prestazioni private e liste di attesa, funziona perché fidelizza il medico. Inoltre la regola era stata pensata affinché l' esclusività fosse una discriminante per l' affidamento di incarichi a medici legati all' azienda». La politica governa i concorsi per primari.

Come intervenire? «Occorre una graduatoria dei candidati, anziché una terna. Il direttore generale sceglierà motivando la decisione. Proporrò un emendamento alla legge sul governo clinico. La commissione giudicante sarà presieduta dal direttore sanitario dell' azienda e due primari sorteggiati. Un elemento di garanzia. Dobbiamo però fare attenzione a non scardinare il principio dell' aziendalizzazione. Chi ha responsabilità deve mantenere il potere di circondarsi di persone di fiducia». Pazienti visitati per terra al pronto soccorso del San Camillo di Roma. Perché? «Manca il collegamento con i servizi territoriali. Il pronto soccorso è il terminale dell' inefficienza di una rete e risente di un atteggiamento errato. Viene considerato un luogo dove correre per qualsiasi problema. Nel prossimo Patto della Salute dobbiamo prevedere che la rete dei medici di famiglia funzioni sette giorni la settimana anziché cinque. Il principio della continuità delle cure è riportato in tutti i contratti, ma è rimasto sulla carta.

Il cittadino deve capire che l' ospedale serve per problemi seri, non per l' influenza». I piani di rientro delle Regioni, come il Lazio, vengono approvati dal governo. Non condividete le responsabilità? «Le Regioni non sono obbligate a tagliare in modo indiscriminato i posti letto né ad applicare trasversalmente il blocco del turn over. Il sistema va in tilt quando il piano viene interpretato come un intervento di rientro economico e non di riorganizzazione». Liberalizzazioni. Le aziende farmaceutiche contestano la norma sull' obbligo da parte del medico di indicare nella prescrizione il farmaco equivalente di minor costo. Tornerete indietro? «Abbiamo già chiarito che potrà essere indicata la non sostituibilità. Se le aziende temono di dover tagliare linee di produzioni e dipendenti, perché non abbassano il prezzo dei medicinali fuori brevetto allineandoli agli equivalenti?». Margherita De Bac

Il caso La Riforma Renato Balduzzi studiò la Riforma sanitaria che nel 1999 ha cambiato la vita dei camici bianchi pubblici quando era capo dell' ufficio legale dell' ex ministro Rosy Bindi L' obiettivo In 13 anni solo il 50% degli ospedali hanno organizzato la vera libera professione intramuraria. Ora mancano 4 mesi alla scadenza che stabilisce che il medico che sceglie il rapporto in esclusiva col servizio sanitario, se l' ospedale non ha spazi per l' attività privata (intramoenia), dovrà continuare a visitare nel suo studio I guadagniMediamente il medico devolve alla struttura ospedaliera per l' utilizzo dei locali, dei servizi di segreteria, delle apparecchiature e di quanto è necessario allo svolgimento della prestazione circa il 6,5% del suo fatturato: nel 2010 i medici ospedalieri italiani hanno fatturato circa 1,13 miliardi di euro, devolvendo alle Asl circa 0,074 miliardi

La parola "Intramoenia" è stata introdotta dalla Riforma sanitaria del 1999. Il medico con un rapporto di lavoro in esclusiva con l' azienda sanitaria svolge la sua libera professione in spazi organizzati dall' ospedale (in latino «intra moenia» vuol dire: dentro le mura) o, se non disponibili, in convenzione nel suo studio privato (intramoenia allargata). Dal 30 giugno 2012 l' intramoenia allargata, più volte oggetto di deroga, non sarà più possibile. In cambio del rapporto esclusivo, scelto dalla maggior parte dei medici pubblici, viene corrisposta un' indennità di esclusiva. I sindacati medici sostengono che siano necessarie nuove deroghe. ' '

Fonte: Corriere della Sera
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Sensori e microchip sottocute: la nuova frontiera della biotecnologia

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Sensori impiantabili nel corpo umano e controllabili da remoto si fanno strada nella ricerca medica. Li vogliono tutti: medici, pazienti e aziende farmaceutiche. Apparentemente i sensori e i microchip impiantabili e controllabili da remoto solo la nuova frontiera della biotecnologia avanzata. Istituti di ricerca e società farmaceutiche sperimentano con nuovi approcci, per facilitare la vita ai pazienti ma anche per instaurare con questi ultimi un rapporto ancora più stretto e interdipendente.

Lavorano ad esempio al microchip medicamentoso i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, in uno studio che coinvolge sette donne affette da osteoporosi e nella necessità di assumere un medicinale in dosaggi quotidiani attraverso iniezioni estremamente dolorose.

Il microchip impiantato all'interno del corpo - appena sotto la linea della vita - è invece progettato per rilasciare autonomamente dosi giornaliere dello stesso farmaco, con i medici che hanno la facoltà di attivare e programmare da remoto (via comunicazioni radio) gli orari della somministrazione delle varie dosi. Il test del MIT ha avuto successo in sei casi su sette, mentre in un solo caso il dispositivo non ha risposto ai radio-ordini impartiti dai medici inibendo il rilascio del farmaco.

Sono controllabili - anzi leggibili - da remoto anche i sensori del Rensselaer Polytechnic Institute di New York, minuscoli dispositivi da impiantare nelle ossa rotte in seguito all'operazione chirurgica per restituire informazioni in tempo reale - una volta attivato il dispositivo di lettura - sullo stato del processo di guarigione.

Laddove le società farmaceutiche potrebbero invece trarre i maggiori vantaggi è nell'impiego di pillole "intelligenti" contenenti chip elettronici "biodegradabili", capaci di fornire dati su come il corpo reagisce alla somministrazione di un farmaco, "avvertire" un software presente sullo smartphone del paziente e infine comunicare i risultati al medico curante via posta elettronica.

Fantascienza? No, test pratici già messi in atto da colossi come Novartis e Pfizer in collaborazione con startup specializzate in tecnologie bio-tech di nuova concezione.



Autore: Alfonso Maruccia
Fonte: Punto Informatico.it
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Morto il biologo e genetista Renato Dulbecco, premio Nobel per le sue ricerche sui virus tumorali

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E' morto a 98 anni il biologo e genetista Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina nel 1975. Dulbecco aveva scoperto in America, dove si era trasferito 50 anni fa, il meccanismo d'azione dei virus tumorali nelle cellule animali, scoperta per la quale e' stato insignito del Nobel. "Era un po' amareggiato. L'esperienza fatta in Italia lo aveva davvero deluso".

Lo racconta Paolo Vezzoni, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che insieme al professore Renato Dulbecco ha condiviso l'esordio negli anni '90 del "Progetto Genoma" e che e' rimasto in contatto con il premio Nobel della Medicina fino a un paio di mesi fa. Quasi un secolo di vita interamente dedicata alla scienza (era nato a Catanzaro il 22 febbraio 1914), e quasi tutta negli Stati Uniti, con una brillante e inaspettata parentesi, la conduzione del Festival di Sanremo nel 1999 con Fabio Fazio.

E' stata una vita lunghissima e piena di successi quella di Renato Dulbecco, biologo, medico e genetista, premio Nobel per la medicina nel 1975. Una carriera iniziata 80 anni fa: nel 1930 Dulbecco si iscrisse alla facolta' di medicina dell'Universita' di Torino (benche' amasse la fisica), e gia' dal secondo anno, grazie ai brillanti risultati ottenuti, fu ammesso come interno all'Istituto di Anatomia di Giuseppe Levi, personalita' in vista nell'ambito medico e biologico.

Qui, dove si occupava prevalentemente di biologia, ebbe modo di conoscere Salvador Luria e Rita Levi Montalcini, che divenne un'ottima compagna di lavoro e con la quale instauro' una profonda amicizia che coltivo' anche in seguito. Si laureo' a soli 22 anni, nel 1936.
  Decisivo fu l'incontro con Salvador Luria, che aveva gia' avuto modo di conoscere, essendo stato anch'egli studente a Torino e interno dell'istituto di Levi.

Luria si occupava a quel tempo dei virus (biologia) che infettano i batteri (batteriofagi), e utilizzava come Dulbecco le radiazioni; data la comunanza di interessi, gli offri' la possibilita' di lavorare nel suo laboratorio a Bloomington, nell'Indiana (USA), dove collaboravano gia' personalita' di spicco della comunita' scientifica. Nell'autunno del 1947 si trasferi' negli Stati Uniti, a Bloomington (Indiana). Nel 1949 Max Delbruck, padre della genetica moderna, gli offri' un posto di lavoro al California Institute of Technology di Pasadena, piu' noto come Caltech, uno dei piu' importanti laboratori scientifici del mondo.

La grande occasione, quella che spiano' la strada alle nuove frontiere della ricerca biologica, fu lo studio del virus responsabile dell'Herpes zoster, meglio noto come "fuoco di Sant'Antonio". Un'altra conquista, sopraggiunse poco tempo dopo, nel 1955, quando il futuro Nobel riusci' ad identificare un mutante del virus della poliomelite, malattia estremamente temuta, che fu utilizzato da Albert Sabin per preparare un vaccino.


L'interesse per i virus, si fece sempre piu' specifico, fin quando sfocio' in uno studio del tutto nuovo, riguardante i virus che rendono le cellule cancerose, ovvero capaci di moltiplicarsi incessantemente. L'idea di fondo fu quella di studiare la genesi di un cancro, dovuto, come era gia' noto, ad un'alterazione genetica, all'interno di queste piccole entita' biologiche costituite da pochi geni, a differenza delle cellule animali.

Finalmente nel 1968 sopraggiunsero i risultati tanto attesi: "Per indagare l'azione dei geni di questi virus pensai che bisognava prima di tutto capire che cosa ne accadesse all'interno delle cellule rese tumorali [?]. Si supponeva che il virus entrasse nelle cellule, ne alterasse i geni e poi scomparisse, comportandosi come un pirata della strada che investe un pedone ferendolo e poi scappa abbandonando il luogo dell'incidente".

L'elemento inedito fu l'individuazione di una sostanza, chiamata antigene T (tumorale), assente nelle cellule "sane" dell'organismo, ma presente sia in quelle infettate che in quelle uccise dal virus. Non se ne conosceva la natura ma era sufficiente per indurre a pensare che qualcosa del virus restasse nella cellula bersaglio; cio' a cui si miro' allora fu l'identificazione di tale sostanza. L'esito fu chiaro, si trattava di DNA virale che si unisce chimicamente a quello della cellula, diventando parte integrante del suo materiale genetico.

La scoperta fu clamorosa perche' a questo punto fu semplice dedurre che i geni virali definiti "oncogeni" attivassero quelli cellulari necessari alla moltiplicazione cellulare facendola proseguire incessantemente. La scoperta gli frutto' il premio piu' ambito, il Nobel. Gli ultimi decenni sono dedicati al Progetto Genoma: l'obiettivo di identificare tutti i geni delle cellule umane e il loro ruolo, in modo da comprendere e combattere concretamente lo sviluppo del cancro.

Infine, nel 1999, l'ultimo guizzo, con l'ironia e l'inteligenza tipica del grande scienziato: accetta di presentare Sanremo con Fabio Fazio e Laetitia Casta, diventando rapidamente, con il suo sorriso fanciullesco e l'inconfondibile parlata italo-americana un idolo dell'Ariston. 




FONTE: Agi.it Salute
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23 gennaio, 2012

In Lombardia e in Veneto maggiore trasparenza sui costi delle prestazioni sanitarie, obiettivo il combattere gli sprechi

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In tempi di lotta agli sprechi e caccia agli scontrini, anche il mondo della sanità ha deciso di ‘presentare il conto’. Nel senso di esporre al contribuente, in tutte le comunicazioni che lo riguardano – schede di dimissioni comprese – i costi delle prestazioni sanitarie ricevute con la quota sborsata dal Servizio sanitario regionale (Ssr) e quella eventuale pagata dal cittadino. L’obiettivo è far capire che a fronte di un ticket di 60 euro per un intervento di protesi all’anca, il Ssr ne spende in realtà 10mila, ed evitare così esami e interventi inutili. Quello dei malati immaginari e degli esami fatti in modo inappropriato è uno ‘scherzetto’ che, secondo alcune stime del Centro di terapia strategica di Arezzo, costa otto miliardi di euro l’anno, pari al 7 per cento della spesa complessiva del Servizio sanitario nazionale.

Prima ad adottare questa strategia di ‘responsabilizzazione’ è stata la Lombardia, che con le nuove linee guida per il 2012 approvate poco prima di Natale, ha previsto l’obbligo per tutti i medici e gli ospedali di esporre i costi delle prestazioni sanitarie sui referti (per ricoveri e specialistica) con l’eventuale quota a carico del cittadino dal prossimo primo marzo. E questo sia nelle lettere di dimissione che in tutte le comunicazioni con il paziente. E da qualche giorno il percorso è iniziato anche in Piemonte, grazie alla proposta lanciata da Mauro Salizzoni, direttore del Centro Trapianti di fegato delle Molinette di Torino, subito raccolta dal Presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, che si è mostrato entusiasta.

“Bisogna comunicare ai degenti che usufruiscono di strutture ospedaliere pubbliche, il costo economico delle prestazioni – spiega il chirurgo – a partire dagli interventi chirurgici, trapianti compresi, affinché ci sia la massima consapevolezza del valore della sanità pubblica e dell’importanza di difenderla per permettere a tutti, e non solo alle persone più abbienti, di vedersi curare”. Secondo Salizzoni il Servizio sanitario nazionale è sempre più “indifeso e non viene apprezzato per quello che è, ma dato per scontato. Questa mi sembra una misura di buon senso. Io, per esempio – ha aggiunto – con i miei quattro interventi chirurgici, di cui uno molto delicato alla testa, fino ad oggi sono costato allo Stato italiano 130mila euro”.

Lo stesso principio ha ispirato la giunta lombarda, che, secondo le parole dell’assessore alla Sanità Luciano Bresciani, vuole fare “un’operazione di trasparenza e corresponsabilità, per far sapere al cittadino in quale parte la comunità finanzia, con le sue tasse, le prestazioni sanitarie che riceve, e a quanto ammonta il suo contributo specifico”. Così il contribuente lombardo saprà ad esempio che il suo intervento di appendicectomia costa in realtà 1700 euro, che per un bypass coronarico si spendono oltre 22mila euro, 600-800 un giorno di ricovero in ospedale o 3.300 euro per una polmonite. Tuttavia non sono mancate le critiche. Il presidente dell’ordine dei medici di Milano, Roberto Carlo Rossi, ha definito la misura “umiliante perché il cittadino per essere curato dal servizio sanitario paga già la tasse. L’obiettivo è indurlo a risparmiare”. Non tutti però sono stati dello stesso avviso. Parole di apprezzamento sono arrivate da altri ordini medici e dai componenti del comitato centrale della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo). “Mi sembra un segno di trasparenza e responsabilità – rileva Guido Marinoni – Visto che le risorse non sono illimitate è bene che tutti siano responsabilizzati. E comunque mi sembra che in questo momento i problemi importanti siano altri”. Il prossimo passo è capire se mostrare il ‘conto’ delle spese basterà per responsabilizzare e dissuadere il cittadino dal fare esami non sempre necessari.

FONTE: il fatto quotidiano.it
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Ricerche falsate e vino rosso: dubbi sull'effetto benefico del resveratrolo

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Chi non ha mai sentito nominare il resveratrolo? Quel principio attivo antiossidante contenuto per esempio nell’uva e nel vino rosso? Quasi tutti, immaginiamo. E quasi tutti abbiamo sentito decantarne le lodi da più e più parti, tanto che è stato quasi paragonato a un rimedio miracoloso preventivo per una gran miriade di malattie ed elisir di lunga vita. Solo che, forse, non è proprio così.

Fermo restando che il resveratrolo è in ogni caso un antiossidante, le sue proprietà non sarebbero migliori di tante altre sostanze simili che, tuttavia, sono comunque benefiche. A quanto sembra però queste sue fantastiche proprietà sarebbero il risultato di una frode scientifica a opera di un ricercatore, tale dottor Dipak Das, già Direttore del Cardiovascular Research Center dell’Università del Connecticut (Usa) che avrebbe condotto diversi studi in cui si evidenziano ben 145 “inesattezze” o frodi che dir si voglia. L’indagine cha ha portato alla scoperta della vicenda è partita dopo una segnalazione anonima giunta nel 2008 all’agenzia federale Office of Research Integrity. Questa, dopo aver raccolto una gran mole di materiale, ha avvisato i responsabili dell’Università del Connecticut.

I commenti della comunità scientifica non si sono fatti attendere e, per qualcuno, il dottor Das non è un personaggio di gran rilievo, per cui... Qualcun altro ha fatto notare che il dottor Das è detentore di numerosi brevetti e coinvolto in affari proprio con aziende che commercializzano, guarda caso, prodotti a base di resveratrolo. Altri scienziati ancora hanno detto che, per contro, vi sono numerosi studi scientifici seri che hanno evidenziato le proprietà salutari e benefiche del resveratrolo, quindi la sua fama è in qualche modo meritata. Quale che sia la verità, il fatto certo è che quando ci sono di mezzo i soldi c’è sempre qualcuno che non si fa scrupolo di modificare i fatti in modo che ne abbia un tornaconto personale. Certo che, quando si tratta di salute, è ancora più deplorevole.

Dopo aver avvertito le numerose riviste scientifiche che hanno pubblicato i lavori del dottor Das, e averle inviate a pubblicare le smentite, la prima reazione da parte dell’Università è stata l’annuncio della restituzione degli 890mila dollari assegnati dal National Heart, Lung and Blood Institute, del National Institutes of Health, proprio al ricercatore come sovvenzione alle ricerche. Altri fondi sono nel frattempo stati bloccati. Lo stesso dottor Das è stato messo al corrente del suo imminente licenziamento.

Un responsabile dell’Università del Connecticut ha espresso tutto il suo rammarico e delusione per il disprezzo dei codici di condotta, ricordando che tuttavia questo episodio non riflette una mancanza di serietà dell’ateneo e non intacca l’integrità delle ricerche biomediche.
Sebbene non si metta in dubbia la serietà della ricerca scientifica, è purtroppo sconsolante constatare che vi possa essere chi gioca con i dati dimostrando un palese conflitto di interessi. Così come auspicato dall’Università, speriamo che in futuro vi siano maggiori controlli sui risultati degli studi e le affermazioni di certi ricercatori.

FONTE: lastampa.it
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20 gennaio, 2012

Lupus, scoperto un interruttore genetico che accelera il decorso della malattia

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Un ‘interruttore genetico’ in grado di rendere ancora più “feroce” il Lupus, la malattia autoimmune che colpisce soprattutto il sesso femminile. A scoprirlo i ricercatori della facoltà di Medicina della Cattolica di Roma. Un risultato che – secondo quanto spiegato Gianfranco Ferraccioli, docente di Reumatologia e responsabile dell’Unità Operativa di Reumatologia e Medicina Interna CIC del Policlinico Gemelli – potrebbe condurre a nuove terapie più mirate ed efficaci contro questa complessa malattia, in particolare contro i casi più gravi e meno gestibili.

L’'interruttore' scoperto si chiama “enhancer HS1.2", agisce come il pedale di accelerazione dell’automobile e iperattiva una serie di geni che amplificano la risposta immunitaria patologica tipica della malattia. Il risultato finale è che le cellule immunitarie impazzite che producono gli anticorpi patologici, attaccano il corpo del paziente invece di difenderlo (autoanticorpi).

Lo studio che Ferraccioli ha realizzato insieme a Domenico Frezza della facoltà di Biologia dell’Università di Roma Tor Vergata e a Raffaella Scorza dell’Università Statale di Milano è stato recentemente pubblicato sulla rivista Annals of the Rheumatic Diseases.

Il Lupus eritematoso sistemico è una malattia autoimmune, cioè una patologia in cui il sistema immunitario del paziente va “in tilt” e comincia ad attaccare il corpo del paziente stesso, invece di difenderlo. È una malattia feroce come l’animale, il lupo, da cui prende il nome, per le caratteristiche chiazze rossastre (simili alle macchie sul pelo del lupo) che compaiono sul viso dei pazienti. Il Lupus colpisce in Italia circa 60.000 persone e la fascia di età più a rischio è quella tra i 15 e i 45 anni, con una netta preferenza per il sesso femminile. Si tratta di una malattia dai tanti volti perché colpisce diversi organi e tessuti e dà una molteplicità di sintomi che ne rendono anche difficile la diagnosi, tra cui dolori alle articolazioni, febbre, manifestazioni cutanee, perdita di capelli, raynaud, anemia, nefrite, cerebrite.

Le terapie oggi in uso contro il Lupus, ha spiegato Ferraccioli, si basano sull’uso oculato del cortisone, di farmaci antimalarici e immunosoppressori (azatioprina, micofenolato, ciclofosfamide) e negli ultimi anni anche di farmaci biologici (Rituximab, Belimumab). Ma ci sono parecchi casi in cui il Lupus si manifesta in modo più aggressivo e finora non era chiara l’origine di questa particolare gravità.

I ricercatori italiani hanno scoperto che il succo del problema risiede nell’interruttore di accelerazione enhancer HS1.2. In generale gli enhancer, potenziatori genetici, sono delle sequenze di dna deputate ad accelerare l'attivazione di geni limitrofi, da cui il nome. HS1.2 porta a un’attivazione potenziata del “fattore di trascrizione Nf-KB” (un fattore di trascrizione è una molecola che “legge” i geni per farli funzionare) che a sua volta aumenta enormemente l’aggressività dei processi infiammatori alla base della malattia.

In particolare, gli studiosi della Cattolica di Roma hanno scoperto che oltre il 30% del totale dei pazienti è portatore sul proprio Dna dell'enhancer HS1.2 e che questo causa una forma più grave di Lupus. Si è potuti giungere a questa scoperta dopo aver dimostrato negli ultimi due anni che l’enhancer HS1.2 favorisce l’insorgere di altre malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide e la sclerodermia, ma soltanto in quest’ultimo studio è stato possibile definire, grazie anche alla cooperazione di ricercatori statunitensi, il meccanismo attraverso il quale l’enhancer genera la maggiore predisposizione alla malattia autoimmune.

«La nostra speranza, prima neppure ipotizzabile – ha spiegato Ferraccioli - è che bloccando l'enhancer HS1.2, o il suo effetto su Nf-KB, con farmaci specifici si possa fermare la malattia senza dover ricorrere a farmaci immunosoppressori o ad altre terapie che presentano non pochi effetti collaterali. Intanto – ha concluso – la scoperta del ruolo di questo enhancer permetterà di classificare in modo più accurato i pazienti e quindi formulare una prognosi più precisa indirizzandosi verso cure più personalizzate».

FONTE: Cattolica News
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Il "sesto senso" della lingua: esiste, ma non per tutti...

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C’è chi si alza da tavola pago e felice, dopo aver goduto di tutti i sapori che ci regalano le papille, compreso il grasso, ultimo arrivato tra i gusti. E c’è chi dei cibi ipercalorici non è mai soddisfatto, ma non sarebbe giusto etichettarlo come semplice goloso. Infatti l’ultimo studio in materia individua nel «fat» il sesto gusto della lingua (oltre al salato, dolce, aspro, amaro e il saporito, recentemente identificato) e parla anche di una variante ipoattiva di un gene che, in chi la possiede, non consente di percepire a sufficienza questo sesto sapore. E fa ingrassare le persone.

Per secoli si è ritenuto che gli esseri umani potessero percepire attraverso la lingua quattro sapori: dolce, salato, aspro e amaro. Poi ne è stato scoperto un quinto chiamato umami (saporito), e ora uno studio della Washington University School of Medicine ne aggiunge un sesto: il grasso. Gli scienziati americani hanno infatti individuato un recettore chimico nelle papille gustative della lingua che riconosce le molecole di grasso. Ma una proteina, che varia da persona a persona e che è incaricata di metabolizzare i lipidi, ne influenza la percezione e, se insufficiente, fa sì che di questo sesto gusto non se ne abbia mai abbastanza. Contribuendo all’obesità.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Lipid Research, ha coinvolto 21 partecipanti sovrappeso invitati a degustare tre tipi di olio, uno dei quali ad alto contenuto di lipidi. L’individuazione dell’olio grasso non è stata facile per tutti i volontari e gli esperti hanno potuto notare diversi livelli di percezione. Inoltre esiste una proteina chiamata CD36 deputata a riconoscere il grasso e, se questa è carente, la sensibilità al grasso è ridotta, il che spiegherebbe il motivo per cui esistono persone che non si saziano mai di cibi ipercalorici. In particolare gli scienziati hanno notato che coloro che producono livelli più alti di CD36, rispetto a chi ne fabbrica la metà, percepiscono con maggior facilità la presenza di grassi negli alimenti e per l’esattezza la avvertono otto volte di più.

La ricercatrice Nada Abumrad, che insieme a M. Yanina Pepino ha guidato lo studio, sottolinea la valenza di questa intuizione: «Così si spiegherebbe l’obesità e quel senso di insoddisfazione perenne di cui soffre circa il 20 per cento della popolazione a tavola». Tra i volontari presi in esame c’erano individui con variante iperattiva del gene, ridotta o intermedia, ma gli studiosi hanno notato che la dieta stessa incoraggia questo meccanismo e un regime alimentare ad alto tasso di lipidi inibisce la produzione della proteina stimolando la fame di grassi e mettendo in moto una spirale. Gli studiosi americani sperano che la loro scoperta possa essere usata per combattere l'obesità.

FONTE: Corriere.it   Autrice: Emanuela di Pasqua
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I 90 anni dell'insulina iniettabile

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Avevano poco piu' di 11 anni quando, nel 1919, cominciarono a soffrire di quella 'strana' malattia la cui diagnosi equivaleva, allora, ad una condanna a morte nel giro di poche settimane: il diabete. Ma a Leonard ed Elizabeth la scienza avrebbe riservato una 'sorpresa' in grado di sconfiggere un destino che pareva ineluttabile. E' la scoperta dell'insulina iniettabile, nel 1921, ed i due bambini furono i primi, nel 1922, a ricevere quel trattamento che avrebbe salvato, dopo le loro, milioni di vite in tutto il mondo.

L'insulina e' un ormone prodotto dal pancreas, la cui funzione fondamentale e' quella di regolare il livello di glucosio nel sangue. Se la sua quantita' o funzione nell'organismo e' alterata, oppure se l'ormone e' totalmente mancante, la conseguenza e' il diabete, malattia cronica caratterizzata appunto dalla presenza di elevati livelli di glucosio nel circolo sanguigno (iperglicemia). Una malattia incurabile, fino al fatidico anno 1921, quando due medici canadesi - Fredrick Banting e Charles Best - riuscirono per la prima volta a isolare e produrre insulina estraendola dal pancreas del maiale o altri animali. L'anno successivo, l'11 gennaio 1922, l'insulina viene usata per la prima volta per curare il diabete in un essere umano. Il primo paziente fu proprio Leonard Thompson, e pochi mesi dopo, in agosto, anche Elizabeth inizio' il trattamento. Entrambi sono sopravvissuti anni grazie alla cura 'rivoluzionaria', per la quale nel 1923 Banting ricevette il Premio Nobel per la Medicina. Nel tempo gli studi proseguirono, fino ad arrivare alla messa a punto di insulina di derivazione sintetica. Oggi, a 90 anni dal primo trattamento con insulina sull'uomo, si sono fatti passi enormi nella cura di quella che si potrebbe definire una 'ex malattia incurabile'. E nuove formulazioni di 'insulina di nuova generazione' sono disponibili sul mercato, garantendo una maggiore efficacia e minori effetti collaterali.

Il diabete, pero', complice anche un peggioramento degli stili di vita, continua a diffondersi vertiginosamente. Gli esperti mettono in guardia: Sono 366 mln i malati nel mondo nel 2011 ma, secondo le previsioni, raggiungeranno il picco di 552 mln nel 2030. Si parla dunque di una 'epidemia globale' che sta interessando sempre di piu' anche i paesi dell'Asia e dell'Africa e che pone un grave problema di sostenibilita' economica: nell'arco di 10 anni, i vari sistemi sanitari nazionali non saranno infatti piu' in grado di 'reggere' i costi della 'emergenza diabete'. Anche il numero dei decessi resta alto - circa 3 mln ogni anno - perche', nonostante le migliori cure disponibili, pesano aggravanti come l'obesita' (sempre piu' diffusa nel mondo) e complicanze cardiovascolari. Oggi dunque la sfida contro il diabete sta, soprattutto, nella prevenzione, a partire dai corretti stili alimentari per ridurre i tassi di obesita', fattore strettamente collegato al diabete.

Ma di certo, la messa a punto della terapia insulinica ha segnato una svolta storica alla lotta contro questa malattia, aprendo la strada a nuove, possibili armi terapeutiche - dalle cellule staminali, ai trapianti di isole pancreatiche ai vaccini - che potrebbero portare, in futuro, ad una cura definitiva.


FONTE: Ansa.it
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Torino, i casi di TBC fra gli studenti di medicina colpa di un ceppo "nuovo"

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Sono di un ceppo molecolare che non figura negli archivi medici internazionali i quattro casi di Tbc che si sono verificati negli ultimi mesi dello scorso anno fra i tirocinanti di medicina a Torino. È quanto risulta alla Procura, che sta conducendo un’indagine e che, di recente, ha ipotizzato il reato di epidemia colposa. Il ceppo, identico per ciascuno dei quattro soggetti, è stato confrontato con i circa seimila raccolti nei database sanitari internazionali e non è simile a nessuno di essi.

Per questo filone di indagine il pm Raffaele Guariniello si è avvalso della collaborazione di un esperto di Milano. Ad ammalarsi sono stati i tirocinanti che hanno frequentato vari reparti dell’ospedale Molinette. Due responsabili - i professori Ezio Ghigo e Rossana Cavallo, rispettivamente preside della facoltà di Medicina e chirurgia e presidente del corso di laurea - sono stati iscritti nel registro degli indagati. Gli inquirenti hanno sollevato dei dubbi anche sulla salubrità dei locali adibiti ad aule universitarie per gli studenti.

FONTE:  La Stampa.it

Di seguito l'articolo uscito giorno 2 gennaio 2011 sul sito del Corriere (autore Marco Pappagallo):


Corso di laurea in medicina a Torino. Studenti del IV anno, canale A, tirocinanti nei reparti ospedalieri delle Molinette. Centosessantatre studenti in tutto. Tra di loro cinque malati di tubercolosi e al momento 25 positivi (18,12%) al batterio della tbc, pur non avendo contratto la malattia, test su circa 137 studenti controllati. In tutto, compresi i malati, quasi un terzo i contagiati. Numeri da Terzo Mondo. Il quinto caso è stato scoperto ora, una giovane malata asintomatica. E senza l’apertura di un’inchiesta, forse questi numeri sarebbero rimasti nell’ombra con il rischio di allargare contagio e malattia tra studenti e studenti, studenti e malati ricoverati, medici e infermieri delle Molinette. Sotto controllo ora anche gli studenti del canale B e, per ordine della Procura, sono state acquisite tutte le cartelle cliniche dei pazienti con cui sono venuti a contatto i tirocinanti. Il preside della Facoltà di medicina, Ezio Ghigo, e la presidente del corso di laurea, Rossana Cavallo, sono stati iscritti nel registro degli indagati per tre ipotesi di reato: disastro colposo (che significa mettere in pericolo l’incolumità di un numero indeterminato di persone), lesione personale e colposa, epidemia colposa. Almeno due di questi reati prevedono fino a 5 anni di reclusione.

L’inchiesta era partita dopo che lo scorso ottobre una studentessa del canale A del corso di medicina interna che svolgeva il tirocinio all’ospedale Molinette era stata ricoverata all’Amedeo di Savoia per aver contratto la tubercolosi. La giovane ventiduenne era arrivata a tossire sangue, come avveniva nei secoli scorsi quando il “mal sottile” mieteva vittime in Europa. Un passo indietro nelle storia. La Procura di Torino aveva poi scoperto altri quattro casi che si erano verificati nell'ultimo anno e mezzo tra i compagni di corso della ragazza. Il primo nel 2010. Nei giorni scorsi il procuratore Raffaele Guariniello ha, inoltre, ricevuto la querela congiunta della studentessa ricoverata all’Amedeo di Savoia, dei suoi familiari e del fidanzato. Tutti costretti a sottoporsi alla profilassi con antibiotici per evitare il contagio. Almeno sei mesi. Mentre per i malati la cura deve andare avanti anche per 18-24 mesi. Con il rischio, seppur raro, di complicazioni al fegato. L’ultima studentessa ammalata, scoperta solo grazie all’inchiesta, ha una tubercolosi per ora asintomatica, ma già infettiva, ed ha avuto un altro tipo di complicazione: è allergica ai farmaci. Su 4 malati è stato possibile individuare il profilo del ceppo. Lo stesso per tutti: Miru-Vntr 24. E ciò fa pensare ad un contagio di gruppo, del quale la Procura sta cercando l’origine.

Intanto continuano i test sui 163 studenti del canale A di medicina interna: fino a oggi ne sono stati controllati 137, ne mancano 26 all’appello. Ed è partito uno screening anche sugli aspiranti medici del canale B, quelli senza casi di malattia: su 89 sottoposti a test, due sono risultati positivi (il 2,25 per cento, dato considerato nella norma). Quali le responsabilità? La prima è che l’università ha «chiuso due occhi» nonostante le segnalazioni di studenti ammalatisi arrivate dalle Molinette. Grave. Gli studenti che frequentano le corsie sono da considerare lavoratori e come tali da sottoporre a controlli prima e durante il tirocinio. La seconda è che c’è un Dpr del 2001 che prevede la vaccinazione anti-Tbc per tutti gli studenti di medicina. Di questo Dpr l’università di Torino non ha mai tenuto conto. Terza responsabilità: l’obbligo di segnalare all’Asl i casi di malattie infettive. Senza l’inchiesta di questi casi di tubercolosi non si sarebbe mai saputo nulla. Anche per la “vergogna” di far sapere in giro di aver preso la Tbc. Roba da immigrati. La prima studentessa (di Cuneo) colpita nel 2010 si è infatti curata a Genova, quasi di nascosto. Quarta responsabilità: il corso è stato sospeso soltanto il 14 novembre, nonostante la segnalazione della Asl di fine ottobre, e dopo che su Facebook si parlava da tempo della studentessa ricoverata e di altri 2-3 contagiati in precedenza.

Guariniello ha informato della situazione il ministero della Salute ed ha subito attivato un Osservatorio sulle malattie infettive. In pochi giorni sono stati individuati casi anche in due scuole materne, in un liceo, e alle Molinette stesse. Due dipendenti di una ditta che svolge pulizie all’interno dell’ospedale risultate positive. Non solo. Il tre dicembre è stato reso noto il caso di un infermiere del day hospital dell’Amedeo di Savoia colpito da una forma contagiosa della malattia. E’ bene ricordare che il periodo di incubazione della tubercolosi può essere molto lungo: anche trent’anni. Il 5 per cento di chi è contagiato sviluppa la malattia entro due anni, un altro 5 per cento è destinato ad ammalarsi nel resto della vita. Dopo la trasmissione della malattia tra i tirocinanti di Medicina, era risultato positivo anche un medico dell’Endoscopia diagnostica del Maria Vittoria. Insomma basta indagare che i casi fioccano.

C’è anche un altro problema. Possono degli studenti di medicina frequentare i reparti senza essere stati prima sottoposti a controlli per verificare la positività alla tbc o se si sono vaccinati per le principali malattie infettive? Assolutamente no. Negli Stati Uniti e nel resto d’Europa vengono vaccinati anche gli stranieri che frequentano per pochi mesi. A tutela loro e dei malati con i quali vengono in contatto. In Italia invece non si fa. E se gli aspiranti camici bianchi vengono formati così… quali medici diventeranno domani?




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Diabete e morbo di Alzheimer, una relazione "pericolosa"

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L’Alzheimer come il diabete? A lanciare questa ipotesi ci ha pensato un gruppo di ricercatori del Cnr e dell’Università di Palermo, dopo aver condotto uno studio relativo ai meccanismi  di collegamento tra questa malattia celebrale e la riduzione del livello di insulina  nel sangue. La ricerca, pubblicata su Aging Cell potrebbe aprire le porte alla messa a punto di nuovi farmaci.

La ricerca ha messo in luce i meccanismi molecolari in comune tra la patologia di Alzheimer ed il diabete di tipo due. Il tutto è nato dalla collaborazione tra gli Istituti di biomedicina e immunologia molecolare (Ibim) e di biofisica (Ibf) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Palermo e il dipartimento di Fisica dell’Università di Palermo.  Gli scienziati hanno voluto verificare gli effetti della somministrazione di insulina su un modello di cellule neuronali, trattate in precedenza con dei “piccoli aggregati” di proteina beta-amiloide, coinvolta come risaputo nello sviluppo dell’Alzheimer.

Spiega la dott. Daniela Giacomazza del Cnr: "uno studio statunitense aveva evidenziato come pazienti con valori elevati di glicemia avessero una probabilità dell’85% di ammalarsi di Alzheimer, allungando così l’elenco delle patologie associate al diabete, che già include disturbi cardiaci, renali, visivi e neurologici. In seguito è stato osservato che i pazienti affetti da Alzheimer presentavano una riduzione di insulina (ormone responsabile dell’assorbimento del glucosio a livello cellulare) tanto che si sarebbe potuto definire tale morbo un “diabete di tipo III”.

E’ stato questo a far scattare la curiosità degli scienziati. Lo studio, non solo ha mostrato una correlazione tra le due malattie, ma ha portato all’osservazione di un particolare fenomeno in seguito alla somministrazione dell’insulina nelle cellule in vitro. Spiegano gli scienziati del Cnr per voce della dott. Marta Di Carlo:


"Dopo essersi legata al suo recettore sulla membrana dei neuroni, l’insulina provoca una serie di reazioni biochimiche che hanno come molecola chiave Akt.[…]In pratica, dopo il trattamento con l’insulina, i neuroni danneggiati sono capaci di riprendere la loro morfologia e ripristinare le funzioni compromesse."


FONTE: Medicinalive.com
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27 dicembre, 2011

Quale è stata la più importante ricerca scientifica del 2011? Secondo la rivista "Science" è...

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Per la prestigiosa rivista "Science" la più importante scoperta scientifica dell'anno che sta per finire riguarda il campo della medicina e precisamente le terapie antiretrovirali per combattere l'HIV. Si tratta dello studio "HPTN 052", pubblicato lo scorso agosto sulla rivista "The New Journal of Medicine". Condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, tale progetto di ricerca ha permesso di scoprire che il trattamento antiretrovirale riduce del 96% il rischio di contagio nelle coppie in cui uno dei due partner è stato infettato dall'HIV. Iniziato nel 2007,  I ricercatori hanno arruolato 1.763 coppie sierodiscordanti (ovvero con solo uno dei due partner sieropositivo) di 9 paesi (Brasile, India, Tailandia, Usa, Botswana, Kenya, Malawi, Sud Africa e Zimbabwe). Metà dei sieropositivi ha ricevuto immediatamente il trattamento, gli altri invece avrebbero dovuto aspettare il raggiungimento dei parametri clinici richiesti dalle linee guida. I risultati erano attesi per il 2015, ma quando, lo scorso aprile, Myron Cohen della University of North Carolina di Chapel Hill ha cominciato ad analizzare i primi dati per il trial HPTN 052 - di cui era a capo - non ha potuto tenere per sé quanto scoperto, tra 28 nuovi casi di trasmissione dell’infezione uno solo proveniva dal gruppo che aveva cominciato la terapia precocemente, cosi l'organismo di controllo della ricerca ha deciso, 4 anni prima della fine del trial, che tutti i partecipanti dovevano ricevere al più presto il trattamento antiretrovirale. ''Mentre sono ovviamente entusiasta che questa ricerca sia stata riconosciuta come la scoperta dell'anno - ha detto Myron Cohen, scienziato che ha coordinato lo studio - è la sua trasposizione su scala globale la migliore ricompensa. Dobbiamo dimenticare l’idea di una tensione tra trattamento e prevenzione e mettercela alle spalle, perché il trattamento è prevenzione”.

Al secondo posto della speciale classifica di "Science" si colloca l'astronomia e la scoperta che le meteoriti arrivano dagli asteroidi. Completa il podio le ricerche antropologiche condotte sulla complessità del genoma umano primordiale, nato da scambi genetici a quanto pare molto più complessi di quanto finora ipotizzato.

Al sesto posto torna la biologia, con gli studi made in Deutschland condotti sugli Enterobatteri buoni del nostro intestino. Che come sappiamo sono "buoni" in quanto producono vitamine, influenzano il metabolismo energetico e il sistema immunitario. Ce ne sono a miliardi nel nostro intestino, in una composizione così particolare da essere diversi persino nei gemelli. Quest'anno però i ricercatori dello "European Molecular Biology Laboratory" di Heidelberg, in Germania, ha scoperto che nonostante la loro diversità, è possibile dividerli in comunità a seconda del tipo più presente in ogni individuo, indipendentemente da nazione, sesso o età. Una sorta di "gruppi sanguigni dell’intestino", come li definisce il famoso giornale "New York Times". Oltre a quella tedesca, sui microbi intestinali si è concentrata buona parte di tutta la ricerca scientifica dell’ultimo anno, dimostrando per esempio che ogni enterotipo è legato alla dieta (i Bacteroides abbondano quando si mangiano grandi quantità di carne, mentre i Prevotella dominano nei vegetariani), e che la composizione del nostro microbioma intestinale dipende dalla nostra alimentazione sul lungo termine e non da variazioni su piccoli periodi.

Al settimo posto torna prepotentemente la medicina, con la ricerca condotta sul vaccino contro la malaria. Non dà protezione nel 100% dei casi e anche dove sembra funzionare non si sa ancora per quanto garantirà protezione. Eppure aver trovato un vaccino capace di contrastare la diffusione della malaria, anche se solo in parte, rappresenta un traguardo fondamentale nella lotta alla malattia. Il vaccino RTSS, che nei risultati preliminari del trial clinico di fase III - riferiti all’immunizzazione di oltre seimila bambini tra 5 e 17 mesi in sette paesi africani - si è mostrato capace di dimezzare il rischio di malaria, potrebbe presto affiancarsi agli strumenti già disponibili. Per conoscere meglio l’efficacia del vaccino bisognerà comunque attendere il prossimo anno.

E dopo lo studio sui sistemi solari alieni (ottavo posto) e i cristalli zeoliti (nono posto), conclude la Top Ten la ricerca sulle cellule senescenti. Le chiamano cellule senescenti, perché dopo aver vissuto per un periodo di tempo (dividendosi un determinato numero di volte) invecchiano e smettono di lavorare (ovvero di dividersi). Ma lungi dal rimanere completamente quiescenti continuano a svolgere ruoli importanti, come sostenitori, per esempio, dello stato infiammatorio (una condizione legata all’invecchiamento). Per capire se la loro eliminazione aiutasse o meno l’organismo a rimanere giovane più a lungo, un gruppo di ricercatori ha trattato alcuni topi predisposti all’ invecchiamento precoce con un farmaco in grado di eliminare selettivamente le cellule senescenti (colpendo come bersaglio una loro proteina, la p16 Ink4a). Analizzando i risultati gli scienziati hanno scoperto che sopprimere le cellule “vecchie” aiuta i topi a vivere meglio, mantenendoli più in salute.

FONTE: Galileo
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Tumore al seno: trovato possibile legame con terapia ormonale sostituitiva

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Un gruppo di ricercatori della "McMaster University" ha trovato prove di veridicità a favore alla teoria sul collegamento tra il possibile sviluppo di neoplasie al seno e l'ausilio di terapia ormonale sostitutiva (HRT) attuata principalmente in età avanzata per controllare i sintomi connessi all'insorgenza della menopausa. Già in uno studio condotto nel 2002 la "Women Health Initiative" statunitense (WHI) aveva trovato una maggiore incidenza di cancro al seno, di infarto e ictus tra le donne che ricorrono alla HRT. In seguito allo studio c'è stato un rapido declino della terapia ormonale sostitutiva con conseguente riduzione dell'incidenza di cancro al seno in molti paesi. Tuttavia, l'HRT viene oggi proposto alle donne in piccole dosi e per un periodo di tempo piu' breve. Con questo studio ora i ricercatori della McMaster hanno trovato ''prove convincenti'' per una diretta associazione tra l'uso di terapia ormonale sostitutiva a dosi elevate e l'aumento dell'incidenza della malattia, incrementando la preoccupazione e la ovvia necessità di compiere studi più approfonditi sui limiti di dosaggio terapeutico di HRT (attualmente in pratica clinica somministrati normalmente in un quantitativo ben al di sotto della soglia di rischio per tali neoplasie). I risultati della ricerca saranno pubblicati nel gennaio 2012 sul "Journal of Epidemiology e Community Health".

''Le prove sono convincenti circa il fatto che l'uso di TOS aumenta il rischio di cancro al seno, e inoltre circa il fatto che la sua cessazione riduce questo rischio'', hanno detto i ricercatori.  Kevin Zbuk, professore di oncologia presso il Michael G. DeGroote School of Medicine della McMaster e autore principale dello studio, ha affermato: ''Nel nostro studio abbiamo esaminato tutti i piani epidemiologici precedenti in merito all'associazione fra HRT e neoplasie mammarie. Ci sono prove molto chiare a favore della dimostrazione che   una diminuzione dell'uso di terapia ormonale sostitutiva si accompagni ad una diminuzione dei tassi di incidenza''. Tuttavia, lo stesso Zbuk precisa che ''se è ritenuto come necessaria, questa terapia deve essere ugualmente usata, possibilmente per il minor tempo possibile e alla dose più bassa necessaria per alleviare i sintomi''.

FONTE: Agi Salute
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La grande sfida di una riparazione più efficiente del tessuto cardiaca passa per le molecole Cardionogen?

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Dai risultati di una ricerca pubblicata dalla rivista "Chemistry & Biology" si apprendono nuove speranze per trovare una cura biologica per le lesioni a carico del tessuto cardiaco. Un team di ricercatori dell'Università di Shanghai ha scoperto alcune molecole in grado di spingere le staminali a trasformarsi in cardiomiociti, cioè in cellule del muscolo cardiaco.  Gli "infarti da ischemia" del tessuto miocardico rappresentano una delle cause più diffuse di morte in cardiologia, e provocano quasi sempre un notevole accorciamento delle prospettive future a causa dell'inefficiente meccanismo di riparazione del tessuto leso da parte dei meccanismi fisiologici di recupero dell'organismo. Una volta leso, il tessuto va incontro a riparazione rimpiazzando le cellule lese con tessuto fibrotico, il che danneggia ulteriormente la resistenza della parete nonchè la meccanica del cuore. Il tessuto infatti può essere stirato più facilmente; si ha una perdita di efficienza nella contrazione dovuta sia allo stiramento della massa inattiva, sia alla perdita di miociti inotropicamente attivi. Tramite l'uso di cellule "programmate dall'esterno" si potrebbe appunto rigenerare, tramite staminali, le cellule componenti il tessuto in modo fisiologico e dunque ottenere un processo di guarigione più efficiente. 

Questo lavoro potrebbe aprire la strada verso nuovi approcci terapeutici per la rigenerazione e la riparazione cardiaca. ''Nonostante i progressi della medicina moderna - ha detto Tao P. Zhong, coordinatore dello studio - la gestione dell'infarto del miocardio e dello scompenso cardiaco rimane una grande sfida. C'è un forte interesse per gli agenti di sviluppo che possono influenzare le cellule staminali a differenziarsi in cellule cardiache e potenziare le capacità intrinseche di rigenerazione del cuore. Lo sviluppo di terapie in grado di stimolare la rigenerazione del muscolo cardiaco in aree infartuate avrebbe un enorme impatto medico”.

Per scoprire nuove molecole coinvolte nello sviluppo del cuore, i ricercatori hanno effettuato lo screening di una piccola molecola utilizzando come modello il pesce "zebra". Grazie ad una serie di approcci genetici, gli studiosi sono stati in grado di analizzare la crescita e lo sviluppo di un cuore vedendolo battere all'interno di embrioni trasparenti. Dopo aver analizzato ben 4mila composti, gli scienziati hanno scoperto tre molecole strutturalmente correlate che potrebbero ingrandire le dimensioni del cuore embrionale.

I composti - chiamati cardionogen-1, -2, -3 - potrebbero promuovere o inibire la formazione del cuore, a secondo di quando vengono somministrati nello sviluppo. Un trattamento a base di queste molecole stimolerebbe la produzione di nuove cellule muscolari cardiache a partire da cellule staminali. Gli scienziati lo hanno dimostrato anche utilizzando un modello murino. Il passo successivo è quello di verificare la possibilità di utilizzare queste molecole negli esseri umani.

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13 dicembre, 2011

Briciole di Medicina (17° Puntata) - Il trapianto cardiaco

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La fase sperimentale del trapianto di cuore inizia nel 1905 con Carrel Guthrie, che operò un trapianto cardiaco eterotopico da cane a cane. Nel 1960 Lower e Shumway descrivono il primo trapianto cardiaco ortotopico nell'animale. Il primo trapianto di cuore al mondo fu eseguito il 3 dicembre 1967 dal chirurgo sudafricano Christiaan Barnard all'ospedale Groote Schuur di Città del Capo, su Louis Washkansky, di 55 anni, che morì 18 giorni dopo. Nel 1972 è l'introduzione della biopsia endocardica per la monitorizzazione del rigetto acuto. Il 1975 è l'anno del primo ritrapianto di cuore. Nel 1980 viene introdotta la ciclosporina come farmaco anti-rigetto. Il primo intervento di trapianto cardiaco in Italia fu eseguito il 14 novembre 1985 a Padova, dall'équipe del professor Vincenzo Gallucci. Il 2 ottobre 2010 il professor Antonio Amodeo all'ospedale Bambino Gesù di Roma riesce nel primo impianto di cuore artificiale permanente su un ragazzo di 15 anni, affetto da una malattia rara che impediva il trapianto di cuore, lasciandogli pochi mesi di vita. Il cuore artificiale è una pompa idraulica in titanio attivata elettricamente lunga 4 cm e 400 grammi di peso, collegata all'arteria aorta, con due novità significative: è impiantata interamente nel ventricolo sinistro all'interno della cavità toracica, per ridurre al minimo i rischi di infezione, e l'alimentazione elettrica è posta dietro l'orecchio sinistro, collegata a una batteria che il paziente porta alla cintura.

Il trapianto cardiaco è oggi praticato frequentemente in caso di insufficienza cardiaca grave, refrattaria al trattamento, qualunque ne sia la causa. Le due patologie che più frequentemente richiedono il trapianto sono la cardiomiopatia dilatativa e la cardiopatia ischemica. Tre principali fattori hanno contribuito al miglioramento dei risultati del trapianto cardiaco dal primo trapianto da uomo a uomo nel 1967: (1) una più efficace terapia immunosoppressiva (incluso impiego di ciclosporina A, glucocorticoidi e altri farmaci), 2) un'accurata selezione dei candidati e (3) la precoce diagnosi

Istopatologica del rigetto acuto dell'allotrapianto tramite biopsia endomìocardìca. Tra le complicanze maggiori, il rigetto dell'allotrapianto è il principale problema e richiede un'attenta sorveglianza; la biopsia endomiocardica programmata è l'unico mezzo affidabile per diagnosticare un rigetto cardiaco acuto prima che si verifichi un danno miocardico significativo e a uno stadio che sia reversibile nella maggior parte dei casi. Il rigetto acuto è caratterizzato da un infiltrato infiammatorio linfocitario interstiziale che, negli stadi più avanzati, danneggia i miociti a esso adiacenti; il quadro istologico è simile alla miocardite. Quando il danno miocardico non è ancora esteso, l'episodio di "rigetto" è in genere autolimitato o può essere risolto aumentando la terapia immunosoppressiva. Il rigetto avanzato può essere irreversibile e fatale se non trattato tempestivamente.

Il principale limite attuale al successo a lungo termine del trapianto cardiaco è la diffusa proliferazione intimale stenosante delle arterie coronarie, che può interessare in forma estesa i vasi intramurali (arteriopatia da trapianto). Poiché il cuore trapiantato è spesso denervato, i pazienti con questa patologia possono non percepire il dolore toracico ischemico e questo grave problema può dare luogo a infarti miocardici clinicamente silenti; in caso di grave arteriopatia da trapianto, l'esito usuale è un'ICC o la morte improvvisa del paziente. La patogenesi di questa arteriopatia non è chiara. Reazioni di rigetto cronico, di basso livello, possono stimolare le cellule infiammatorie e le cellule della parete vascolare a secernere fattori di crescita che promuovono il reclutamento e la proliferazione di cellule muscolari lisce e la sintesi di matrice extracellulare, espandendo in tal modo l'intima, Altri problemi postoperatori includono infezioni e tumori, in particolare il linfoma a cellule B associato al virus di Epstein-Barr che insorge nel contesto dell'immunosoppressione T cellulare a cui i pazienti sono sottoposti per controllare un possibile rigetto. Malgrado questi problemi, la prognosi globale è buona; la sopravvivenza a I anno è del 70-80% e quella a 5 anni è superiore al 60%.

TRAPIANTO ORTOTOPICO

Si devono considerare 4 momenti: • cardiectomia del donatore • modalità di protezione dell'organo durante il trasporto • cardiectomia del ricevente • trapianto vero e proprio

Cardiectomia del donatore: si inizia con una sternotomia mediana longitudinale con pericardiectomia con lo scopo di esporre il cuore ed eseguire l'esplorazione così da valutare la contrattilità ventricolare e le condizioni delle coronarie. Segue la rimozione del catetere venoso centrale (dalla vena giugulare esterna) e l'isolamento tramite clampaggio della vena cava superiore, che viene anche sezionata. Vengono poi clampate la vena cava inferiore, il tronco venoso brachiocefalico, le vene azygos, l'aorta ascendente, l'arco aortico e le vene polmonari (in corrispondenza delle biforcazioni). Alla chiusura dell'aorta, inizia l'infusione della soluzione cardioplegica fredda di conservazione (1500-2000 cc) dall'aorta ascendente, che si accumula nel circolo coronarico. L'organo è quindi raffreddato topicamente con ghiaccio.È sezionata l'aorta prima dell'origine del tronco brachio-cefalico e dopo l'insorgenza della succlavia. Sono sezionate le arterie polmonari destre e sinistre (a livello della biforcazione) per avere la massima lunghezza del tronco comune e dell'arteria polmonare. È sezionata completamente la vena cava inferiore. È lussato il massiccio ventricolare verso l'alto e sezionate le vene polmonari all'emergenza del pericardio. Si prosegue con l'asportazione dell'organo previo isolamento di rene, pancreas e fegato. La fase di preparazione dell'organo donato prima del trapianto prevede la preparazione della cuffia atriale sinistra mediante le sezione allo sbocco delle vene polmonari in atrio sinistro (margine di sutura unico), la separazione della vena cava superiore e delle arterie polmonari, la separazione delle arterie polmonari e dell'aorta ascendente, la biopsia endomiocardica del ventricolo sinistro.
Trasporto dell'organo: il trasporto dell'organo non può durare più di 4-5 ore (dal clampaggio dell'aorta ascendente) ed il cuore da trapiantare va raffreddato con ghiaccio ed immerso in una sostanza cardioplegica, ipotermica e iperpotassica. Appena prelevato, è messo in un sacchetto sterile con 1000 cc di ringer acetato a 4 °C, posto dentro ad un altro sacchetto identico, ad un ulteriore sacchetto sterile di fisiologica a 4° ed infine in una borsa termica non sterile con ghiaccio. In questo modo si mantiene la temperatura dell'organo a 4-10 °C. Gli obiettivi della procedura sono l'ottimale preservazione dell'organo in difesa dall'ischemia e la minimizzazione dei rischi infettivi.

Cardiectomia del ricevente: sul ricevente si esegue una sternotomia mediana. Dopo esposizione del cuore, si installa la circolazione extracorporea inserendo le cannule nelle vene cave e nella aorta discendente. Si inizia sezionando l'atrio destro presso la giunzione atrioventricolare destra. Si prosegue con la resezione dell'aorta ascendente, con la resezione dell'arteria polmonare, con la resezione dell'atrio sinistro a livello del solco atrio-ventricolare sinistro e con la resezione del setto interatriale. Dopo questi procedimenti rimane la radice dell'aorta ascendente, la radice dell'arteria polmonare, la parete posteriore dell'atrio sinistro con gli orifizi delle quattro vene polmonari, la porzione postero-laterale dell'atrio destro con gli sbocchi nelle vene cave e l'impianto del setto interatriale.

Impianto del cuore nuovo: il trapianto vero e proprio inizia suturando il margine auricolare dell'atrio sinistro fino a raggiungere il setto interatriale inferiore. Per l'impianto dell'atrio destro bisogna eseguire un accorgimento creando una cuffia di fissaggio incidendo la vena cava inferiore in direzione dell'auricola dell'atrio destro. A questo punto si può chiudere l'atrio: si fissa il moncone dell'arteria polmonare, si fissa infine il moncone aortico. Infine, si esce dalla CEC e si provvede alla debullazione e al declampaggio aortico. La ripresa funzionale è spontanea oppure artificiale tramite defibrillazione.

Trapianto eterotopico Si può ricorrere al trapianto eterotopico (organo da trapiantare in parallelo al cuore malato) ad esempio quando l'organo del donatore è troppo piccolo. Tuttavia, questa rappresenta una eventualità rara. Si bypassa il ventricolo sinistro del donatore con il ventricolo sinistro del ricevente. Poi, sono anastomizzati gli atri sinistri, le vene cave superiori, l'aorta e le arterie polmonari tramite protesi. Il cuore è collocato nell'emitorace destro appoggiato direttamente su emidiaframmi.
COMPLICANZE NEL TRAPIANTO CARDIACO
Possono essere di natura immunologica, con rigetto, ma anche emodinamica, neoplastica, infettive, renali, endocrinologiche, vascolari.
Il rigetto è la risposta biologica dell'organismo quando l'organo trapiantato viene riconosciuto come estraneo. Distinguiamo diverse forme di rigetto in base alla cronologia di comparsa e la gravità:
1) Rigetto iperacuto: si presenta a poche ore dal trapianto ed è espressione di una precedente immunizzazione del ricevente nei confronti dell'organo trapiantato: unico trattamento è il ritrapianto. Vengono rilasciati anticorpi IgM e IgG contro Ag-MHC presenti sulle membrane delle cellule dell'endotelio del graft. Istologicamente si verifica quel fenomeno detto "graft necrosis" caratterizzato da necrosi della parete endoteliale con trombosi del microcircolo coronarico, ischemia ed edema diffuso, infiltrato mononucleato, emorragia dei capillari e delle arteriole entro poche ore dal decesso.

2) Rigetto acuto: si presenta da pochi giorni fino ad un anno dal trapianto dovuto ad una reazione immunitaria cellulo-mediata T-dipendente. Istologicamente, si mostra con una infiltrazione di cellule mononucleate sia a livello interstiziale sia a livello vascolare. Nel graft si manifestano edema, miocitolisi, trombosi ed emorragia. Il trattamento è effettuato con steroidi e terapia linfolitica. Il rigetto acuto umorale si presenta entro i primi 15 giorni dal trapianto. È dovuto ad una eccessiva attivazione dei linfociti B e vengono rilasciati anticorpi IgM ed IgG di produzione plasmacellulare. Il trattamento prevede plasmaferesi per eliminare gli anticorpi dal plasma, la somministrazione di ciclofosfamide e nei casi gravi il ritrapianto. Nel graft si manifestano necrosi endoteliale, edema e miocitolisi. Dal punto di vista clinico si osserva un severo risentimento emodinamico con segni costituzionali, segni di irritabilità cardiaca (frequenza cardiaca maggiore di 120 bpm, flutter e fibrillazione atriale, versamento pericardico, nonché segni e sintomi di disfunzione cardiaca (affaticamento, dispnea da sforzo, ortopnea, epatomegalia, edemi declivi).
Rigetto cronico: si presenta a partire dal sesto mese dal trapianto e la sua incidenza aumenta col passare del tempo. È ad inizio subdolo e grave: nonostante si manifesti come coronaropatia, il dolore anginoso non è presente nel trapiantato poiché il cuore trapiantato è completamente denervato. Contribuiscono alla eziopatogenesi del rigetto cronico sia fattori immunologici, sia la coesistenza di infezione da CMV, iperlipidemia, età del donatore, ischemia miocardica e patologie cardiache del cuore donato. In questo tipo di rigetto si verifica un danno intimale vascolare coronarico consistente in un quadro di aterosclerosi coronarica accelerata con attivazione dei fattori di coagulazione sulla parete endoteliale, attivazione del complemento, aggregazione piastrinica, migrazione e proliferazione dei miociti. La lesione è mediata da endoteliociti. È una lesione diffusa e spesso riguarda l'aorta del donatore, l'arteria polmonare e i loro vasa vasorum. Dal punto di vista miocardico, è privilegiato il danno in posizione intramurale. Il rigetto cronico è responsabile del 36% di morte al primo anno e causa il 60% dei ritrapianti. Migliore è il matching HLA tra donatore e ricevente, minore è la mortalità precoce e tardiva. I pazienti che non manifestano coronaropatie hanno alte probabilità di sopravvivenza rispetto ai coronaropatici. Nei casi di coronaropatia post-rigetto cronico difficilmente trattabili con il cambio della terapia immunosoppressiva, si può attuare una PCI (rivascolarizzazione percutanea) oppure un intervento di by-pass aortocoronarico. Se c'è disponibilità, il ritrapianto cardiaco è considerata una opzione ottimale.
Grading del rigetto cardiaco Esiste una stadiazione internazionale del rigetto che tiene conto dei gradi di intensità. La stadiazione viene stabilita eseguendo delle biopsie endomiocardiche seriate. Pertanto riconosciamo: • rigetto lieve. È quasi costantemente presente, è fisiologico e non prevede trattamento. Si manifesta con presenza di infiltrati focali perivascolari ed interstiziali di linfociti senza danno cellulare. • rigetto moderato. Si manifesta con presenza di infiltrati focali di linfociti di taglia maggiore senza danno cellulare (di tipo A) oppure con infiltrato plurifocale di linfociti di taglia maggiore (eosinofili) con danno cellulare (di tipo B). • rigetto severo. Si manifesta con presenza di infiltrato di eosinofili e di polimorfonucleati, con edema interstiziale, con emorragia da rottura dei vasi del microcircolo ed infine necrosi miocitaria e danno cellulare. • rigetto riparativo. Rigetto in cui è presente un quadro istologico più favorevole dopo la biopsia successiva ad un rigetto.

Monitorizzazione del rigetto: nell'era della profilassi con ciclosporina, i segni clinici sono rari e tardivi, per cui è importante effettuare una monitorizzazione accurata:
• ECG: fornisce scarsi dati. Al limite è segnalabile la fibrillazione atriale o un abbassamento dei voltaggi.
• Ecodoppler: mette in evidenza un possibile versamento pericardico, la riduzione della contrattilità, l'inspessimento della parete, il rilasciamento ventricolare sinistro e la misura dei flussi.
• Rx torace: mostra l'ingrandimento dell'ombra cardiaca.
• Esame citoimmunologico: studia le popolazioni linfocitarie, in particolare il rapporto T4/t8 che potrebbe risultare aumentato.
• Biopsia endomiocardica: Si esegue tramite inserimento dalla vena giugulare interna fino al ventricolo destro.
• Emodinamica: la diminuita sensibilità e il minore valore predittivo di esami diagnostici tradizionali (ECG, ecostress) fanno dell'ecografia intravascolare e della coronarografia i principali strumenti di diagnosi.
Complicanze neoplastiche L'incidenza dei tumori è del 9,8% nei pazienti trapiantati (rispetto allo 0,6 nella popolazione generale) a causa della terapia immunosoppressiva. • 56% tumori solidi • 26% tumori linfoproliferativi (PTLD) • 9% tumori cutanei • 9% sarcoma di Kaposi. HHV8 ed EBV sono legati al sarcoma di Kaposi e alle PTLD.

Complicanze emodinamiche Le complicanze emodinamiche comprendono la vasculopatia polmonare con scompenso destro e l'insufficienza cardiaca.
Complicanze infettive Le infezioni sono una complicanza legata alla terapia immunosoppressiva e sono più frequenti nei primi 6 mesi (con picco al primo mese). Frequentemente coinvolti sono i batteri nosocomiali (stafilococchi), i miceti, il CMV ed i germi opportunistici quali lo Pneumocistis Carinii. Il Toxoplasma Gondii rappresenta un grave problema nei mismatch negativi con donatori positivi. A un anno dal trapianto il 40% dei pazienti ha subito almeno una infezione maggiore e più dell'80% almeno una infezione minore.
Complicanze renali L'insufficienza renale che può comparire è legata al trattamento con inibitori della calcineurina. I pazienti più suscettibili sono quelli che presentano fattori di rischio aggiuntivi, quali l'ipertensione e il diabete. È bene sostituire i farmaci nel momento in cui la situazione renale va peggiorando.
Complicanze endocrinologiche A causa della terapia immunosoppressiva con steroidi e inibitori della calcineurina, si può sviluppare una intolleranza al glucosio che esita in diabete mellito. È più frequente se il paziente ha più di 40 anni, è obeso, ha una sottostante intolleranza al glucosio ed è sieropositivo per CMV.
Complicanze vascolari L'ipertensione arteriosa compare nel 40-90% dei pazienti ed è causata dagli inibitori della calcineurina per stimolazione simpatica, effetti neuroormonali ed effetti vascolari diretti sul circolo renale.
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21 novembre, 2011

La drammatica situazione degli ospedali napoletani: 3 posti letto ogni 1000 abitanti

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Neanche la protesta, l’ennesima, organizzata dal comitato popolare, né le migliaia di firme raccolte riusciranno a fargli cambiare idea. Stefano Caldoro, governatore della Campania e Commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro del disavanzo sanitario regionale (la Regione da un anno e mezzo non ha un assessore regionale alla sanità), non sembra voler tornare sui suoi passi: il pronto soccorso del San Gennaro, ospedale di frontiera nel rione Sanità di Napoli, tra pochi giorni chiuderà i battenti. E allora di sanità, nel dedalo di vicoli del centro, resterà davvero poco.

Nella Regione dove l’assistenza pubblica costa più che altrove, con un’accisa regionale altissima e Irpef e Irap ai massimi livelli consentiti dalla legge. Ma tant’è, il Piano sanitario regionale approvato lo scorso anno per sanare il deficit sanitario è molto più che lacrime e sangue. È un vero e proprio stillicidio fatto di dismissioni, riconversioni e riduzioni di presidi e posti letto, il prezzo da pagare per convincere Giulio Tremonti a dare il via libera a circa un miliardo di euro destinati alla Campania. Risorse promesse da tempo e ferme a Roma da oltre due mesi. “Sono bloccate per alcuni adempimenti da fare”, diceva Caldoro, pochi giorni prima che Silvio Berlusconi lasciasse Palazzo Chigi.

Ora la speranza è che intervenga Mario Monti. Anche perché se i soldi sono fermi, il piano va avanti senza intoppi e i pronti soccorsi continuano a chiudere. Finora sono tre, entro la fine dell’anno saranno cinque, tutti al centro della città. Da gennaio a chi avrà bisogno di assistenza immediata non resterà allora che accodarsi a quanti già affollano gli ultimi due presidi rimasti in centro, il Cardarelli e il Loreto Mare, la cui gestione quotidiana già oggi è drammatica. Perché dove non arriva direttamente il piano di austerity regionale sono le sue conseguenze a farsi sentire, con risultati non meno drammatici. È cronaca di questi giorni: i lavoratori delle aziende di pulizia incrociano le braccia a causa dei ritardi nei pagamenti da parte della Regione, il livello igienico del Loreto Mare crolla a livelli del terzo mondo, e i pazienti si vedono costretti incredibilmente a firmare liberatorie che sollevano i medici da ogni responsabilità su possibili infezioni causate dallo stato di sporcizia in cui versano le sale operatorie. Anche per questo la direzione sanitaria ha deciso di sospendere le attività ordinarie del presidio ospedaliero fino a che non saranno ripristinate le condizioni di sicurezza per i pazienti e per il personale medico.

Eppure per il governatore nella sanità campana tutto va per il verso giusto: “Siamo riusciti a dimostrare e garantire una migliore organizzazione del settore – ha detto soddisfatto – Nessuno ha avuto il nostro stesso sblocco da Roma e questo significa che noi abbiamo lavorato bene”. Sarà, ma il difficile verrà quando il piano andrà a regime e i napoletani si troveranno con 795 posti letto in meno (più della metà dei tagli regionali complessivi) e una media di tre posti letto per mille abitanti. Uno in meno rispetto a Milano e, comunque, troppo poco per la terza città d’Italia.

A maggior ragione se la struttura che dovrebbe sostituire gli ospedali che chiudono e che chiuderanno, e garantire da subito 450 posti letto, il mastodontico Ospedale del Mare, è ancora un sogno. O meglio, uno scheletro alle falde del Vesuvio. La più grande struttura ospedaliera del sud, che comprende un albergo per i familiari dei pazienti, una palazzina amministrativa, un parcheggio multipiano e un centro commerciale, tutti firmati Renzo Piano, viaggia con almeno 3 anni di ritardo rispetto ai tempi di consegna previsti. E le gru sono ferme da mesi. L’ultimo intoppo è stato l’aumento dei costi per 44 milioni di euro dopo che la struttura è stata promossa da presidio ospedaliero ad Azienda di rilievo nazionale. Un altro ostacolo sulla strada della consegna del cantiere, che neppure il commissario ad acta nominato nel 2009 per accelerare i lavori, Ciro Verdoliva, è riuscito ad evitare, tanto che oggi i più ottimisti prevedono che la struttura sarà inaugurata solo nel 2014. Fino ad allora, chi a Napoli starà male non potrà che votarsi a San Gennaro. Al santo però, non all’ospedale. Quello sarà già chiuso da tempo.

FONTE: Ilfattoquotidiano.it
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La crisi economica blocca in USA le ricerche sulle cellule staminali

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La crisi non risparmia neanche i sogni. Come quello di Christopher Reeve, l’attore di Superman, rimasto paralizzato dopo una caduta da cavallo e poi deceduto nel 2004, e di tutte le persone paralizzate costrette a vivere sulla sedia a rotelle. La prima società che ha iniziato a sperimentare sugli esseri umani una terapia a base di cellule staminali embrionali – la Geron Corporation  – ha bloccato questo progetto di ricerca per ragioni economiche. La decisione dell’azienda californiana è un duro colpo per i pazienti, per la Fondazione di Reeve e per tutti coloro che credevano che le staminali embrionali avrebbero regalato una speranza a quanti non possono più camminare.

Le condizioni economiche difficili, fa sapere la società, hanno reso praticamente impossibile riuscire a raccogliere i fondi necessari per continuare con la sperimentazione. La crisi infatti è stata devastante anche per la Geron: il market share della società è crollato di un 20% e la società dovrà licenziare 66 dipendenti, pari al 38% della sua forza lavoro. E continuare a investire nella sperimentazione sulle staminali embrionali sarebbe stato troppo. Secondo le previsioni, per continuare il programma la Geron avrebbe dovuto spendere ben 25 milioni dollari all’anno.

Poi i risultati preliminari della sperimentazione con le staminali non sono stati così incoraggianti. Malgrado il trattamento si sia rivelato sicuro, quindi senza effetti collaterali significativi, la Geron ha riconosciuto di non aver osservato alcun miglioramento sui pazienti. Eppure, i test di laboratorio sui topolini erano molto promettenti. Dopo le iniezioni di staminali, le cavie paralizzate avevano iniziato a muovere le zampe posteriori e da qui la speranza di aver trovato la cura per le lesioni al midollo spinale. Ma per risultati così rivoluzionari ci vuole tempo. Necessità, questa, che si scontra con la fredda e dura logica dei numeri: troppo costoso continuare a cercare di replicare gli stessi risultati ottenuti sugli animali anche sugli esseri umani.

Da qui la decisione di cambiare la rotta e di puntare tutte le risorse finanziare disponibili, senza la necessità quindi di trovare capitali aggiuntivi, allo sviluppo di farmaci antitumorali sperimentali, come imetelstat e GRN1005, che si prospettano essere molto più proficui. “Questi due nuovi promettenti farmaci oncologici candidati hanno come obiettivo principale rispondere a esigenze mediche non soddisfatte e hanno importanti traguardi di sviluppo clinico che potrebbero essere raggiunti nei prossimi 20 mesi”, ha riferito John A Scarlett, amministratore delegato della Geron. La società al momento è in grado di supportare lo sviluppo di questi farmaci senza bisogno di raccogliere capitali aggiuntivi. “Questo non sarebbe possibile se continueremo a finanziare i programmi sulle cellule staminali ai livelli attuali”, ha aggiunto Scarlett. L’unica speranza per riprendere la sperimentazione è trovare un partner che si impegni a sostenerla.

Alcuni scienziati hanno espresso un forte rammarico per la decisione della Geron, altri ancora hanno ammesso di non aver mai creduto in quel progetto.“Riuscire a far camminare Superman sarebbe stato un ottimo affare, ma è un obiettivo ambizioso per un problema serio e forse non il miglior inizio, scientifcamente o clinicamente, per le terapie con cellule staminali”, ha commentato Alison Murdoch, docente di medicina riproduttiva alla Newcastle University, in un articolo pubblicato dal quotidiano britannico Guardian.

Convinto fin dall’inizio che la sperimentazione non avrebbe portato da nessuna parte è John Martin, docente di medicina cardiovascolare della University College London. “Ho detto pubblicamente che il trial della Geron non aveva reali possibilità di successo a causa del disegno e della malattia mirata. E’ stato uno studio intrinsecamente imperfetto. E per questa ragione non dovremmo descrivere questo come un passo indietro”.

Deluso della decisione della società americana di fermare la sperimentazione è Ben Sykes, direttore esecutivo dell’UK National Stem Cell Network. “La ricerca sulle staminali – ha detto – continua a essere una grande promessa per aiutare molte persone attualmente affette da malattie o lesioni incurabili. E’ deludente che la Geron abbia preso la decisione di interrompere il suo trial per le lesiono del midollo spinale, ma ci auguriamo che la società sia in grado di trovare nuovi partner che possano sostenere i lavoro e fornire i finanziamenti necessari”.




AUTRICE: Valentina Arcovio
FONTE: www.ilfattoquotidiano.it
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