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AFORISMA DEL GIORNO

29 agosto, 2010

Messina, si difende uno dei due medici "Io non aggressore ma aggredito", il ministero intanto manda gli ispettori

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Nuovi dettagli sulla lite tra due medici in sala parto a Messina. "Non ho aggredito nessuno, ma sono stato aggredito. Ho già consegnato un'informativa alla direzione sanitaria del Policlinico per spiegare come sono andati effettivamente i fatti", ha spiegato V. Benedetto, uno dei due ginecologi coinvolti. "Io non l'ho aggredito, né strozzato come lui dichiara", ha aggiunto, riferendosi al dottor A. De Vivo.

"I fatti non sono assolutamente andati come è stato riportato dai media, sto provvedendo con i miei legali per rettificare una versione che non corrisponde a verità", ha precisato il dottor Benedetto, che poi dà la sua versione dei fatti. "Mi trovavo in veste di medico di guardia responsabile e attendevo il cambio del collega alle 8. Sono quindi sceso in sala parto per prendere le cartelle da dare poi al collega, quando in una stanza vedo due ostetriche, un infermiere e il dottor A. De Vivo, che stanno prestando assistenza in maniera concitata alla paziente", spiega il medico.

"Noto il cardio-topografo che rivela in tempo reale il battito cardiaco e le contrazioni uterine e dal tono e dall'intensità rilevo che c'è un battito cardiaco basso - prosegue -. Vado dunque in sala riunioni e telefono in rianimazione, chiedendo urgentemente un anestesista per un cesareo. Di quello che sto dicendo ci sono le registrazioni. Chiamo anche il mio direttore di unità operativa, il prof. Domenico Granese per avvertirlo e lui scende subito giù".  Il medico, che è stato sospeso, continua la sua ricostruzione. "Tra queste due chiamate, il dott. De Vivo entra nella stanza riunioni per chiamare l'anestesista. Gli dico che già l'ho fatto e poi gli chiedo cosa abbia fatto. Per legge lui infatti mi deve mettere al corrente di quel che fa perché io sono il medico responsabile in quel momento dal punto di vista giuridico e ne rispondo".

Secondo il ginecologo a quel punto comincia la lite: "Lui comincia ad insultarmi e mi getta una sedia contro, non mi colpisce perché la sedia sbatte contro la scrivania e cade sul pavimento. Poi prima di andare via dà un pugno alla vetrata e si fa male. Io non l'ho aggredito, né strozzato come lui dichiara, difatti non ha segni né manifestazioni di aggressione se non quelli che si è procurato da solo con il pugno alla vetrata. Uscito dalla stanza, il dott. De Vivo si butta a terra e inizia a urlare che lo volevo strangolare. Chiama i carabinieri e il padre del bambino. Poi arriva il prof. Granese, lo vede e gli chiede cosa è accaduto. Nel frattempo arriva l'anestesista e alle 8.40 si procede con l'intervento. Si è agito con assoluta urgenza, non c'è alcuna correlazione tra la lite e quanto accaduto dopo".

"Abbiamo entrambi un'attività privata, come consentito dalla legge, e nessuno dei due ha mai interferito sui pazienti dell'altro", ha aggiunto il ginecologo V. Benedetto, sospeso dalla direzione del Policlinico di Messina dopo la lite in sala parto con il collega, A. De Vivo, mentre Laura Salpietro, 30 anni, aspettava di partorire. Il medico-ginecologo spiega di non avere "ricevuto alcun avviso di garanzia". "Sono però preoccupato - afferma - su questo caso c'è stata un'esagerazione da parte dei media. Non si enfatizza perché siamo al Sud, ma perché in generale la sanità è sempre sotto l'occhio del ciclone".

"Dico soltanto che io in questa vicenda sono parte lesa e sono stato aggredito. Sono tranquillo". Lo ha detto il ginecologo A. De Vivo, assegnista del Policlinico di Messina, uno dei medici coinvolti nella lite in sala parto. "Ho piena fiducia nella magistratura - prosegue De Vivo - sono convinto che la verità verrà alla luce e sarà fatta chiarezza sulla vicenda".


FONTE: Tgcom.it
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Rivalità fra studi medici alla base della rissa in sala parto a Messina, il ministro Fazio "Indignato"

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C'è alla base una caccia ai pazienti considerati clienti, merce privata, roba propria, dietro i pugni in sala parto con le mani di un ginecologo sul collo di un collega, una vetrina in frantumi, la rissa fra camici bianchi, l'arrivo dei carabinieri, il rischio vita per la partoriente e il futuro incerto per il bimbo che nasce in ritardo, asfissiato, in coma. Brutta, orrenda pagina con cui si supera una nuova soglia della malasanità. Un vincitore di una borsa di studio, A. De Vivo, pretendeva di escludere dal parto cesareo il medico strutturato, un ricercatore, V. Benedetto, titolare del turno di guardia. Per la semplice ragione che la «cliente» l'aveva seguita lui, nel suo studio, il laboratorio nel centro cittadino, ormai famoso nella città del ponte che non c'è per una macchina in 3d d'ultima generazione, «meglio di Avatar», come sussurravano sbeffeggiando alcuni suoi colleghi, indispettiti dalla intraprendenza del giovane collega. A non sopportarlo era anche il dottore coinvolto nella rissa, pure lui con studio privato, ma non «mega» e privo di quel richiamo «tridimensionale» che fra le gestanti di Messina trasformava il giovane De Vivo in uno dei professionisti più gettonati della città.

Perché lì, assicura un certo tam tam di interviste, convegni e conviviali in circoli che contano, si eseguono le cosiddette «morfologiche», si studia l'anatomia fetale, si usa la metodica X-ray, si accerta lo sviluppo morfologico dell'embrione e così via echeggiando. Roba normale. Roba probabilmente comune a tanti laboratori, ma in quello studio a 3d il dr. De Vivo aveva trovato la chiave per comunicare e catturare pazienti. A insinuare che sotto ci fosse un «bluff» ecco le chiacchiere percorrere i corridoi di questa ginecologia trasformata in arena, buco nero del Policlinico, diretta da un primario anche lui con studio privato, M. Granese, non ordinario ma professore associato, pronto a dividersi fra reparto, studenti e laboratorio personale. Adesso giura che l'esito devastante dell'intervento concluso con l'asportazione dell'utero e il bimbo in rianimazione sarebbe stato lo stesso anche se non si fosse persa un'ora e mezza nella rissa: «Nessuna relazione, le complicazioni ci sarebbero state comunque come possono confermare i due aiuti intervenuti...».

Ma proprio su questo punto evitano di pronunciarsi i due colleghi che ha chiamato in soccorso, A. Mancuso e V. Palmara, anche loro titolari di studi privati. No, meglio non parlare delle tensioni accumulate nei mesi precedenti. Meglio escluderle come fa il professore Mancuso: «Non ricordo agitazioni e nervosismi in un reparto dal clima assolutamente normale. Ma essendo intervenuto solo dopo la lite, posso solo dire che resta una cosa difficile da spiegare. Stop». Ma è pronto a essere più chiaro con la commissione istituita dal direttore generale del Policlinico, Giuseppe Pecoraro, stanco di una tendenza elevata a sistema: «Purtroppo anche i ginecologi che frequentano i nostri reparti hanno pazienti personali seguiti fuori dalle mura ospedaliere, gestanti che spesso partoriscono nelle cliniche private, se possono, ovvero che arrivano qui sperando di trovare in sala parto il "loro" medico». È così che l'altra mattina a De Vivo è sembrato scontato accogliere la «sua» paziente, pronto con il gel per l'ecografia, avviando poi la stimolazione per una accelerazione del parto e decidendo infine per il cesareo con una convocazione immediata dell'anestesista per la sala operatoria. Cosa che al piano di sopra ha fatto impazzire il collega arrivato come una furia davanti al giovane famoso per la storiella del tridimensionale: «Ma chi seiii tuuu?».

E giù botte da orbi alla prima reazione. Mani al collo, parolacce, dita insanguinate e inseguimenti conclusi con grida e telefonate accorate per chiamare da una parte e dall'altra i carabinieri. Come ha fatto pure il marito della povera gestante impietrita in quel ring. Con l'effetto di vedere arrivare fra pazienti e infermieri terrorizzati tre diverse pattuglie di militari. Ce n'è voluto per capire cosa stava accadendo, come ha ricostruito una testimone del fatto, 34 anni di servizio nel reparto adesso sotto i riflettori, in pensione dal primo agosto, ovvero come dice lei «rottamata dal ministro Brunetta»: «Mi sono ritrovata lì per caso il giorno dopo, angosciata come tutti perché così diamo un'immagine devastante di una clinica dove adesso sembra diventare reato il rapporto personale con i pazienti. E non è così. Certe frizioni fra di noi non sono però tollerabili. E quando si personalizza troppo il rapporto con la paziente si sbaglia. Perché ci sono delle regole da rispettare». A queste regole si richiama Francesco Tomasello, il rettore tornato in sella dopo una inchiesta giudiziaria e una sospensione, adesso deciso a tuonare invocando «una relazione immediata» a Pecoraro per potere prendere «decisioni immediate». E già aleggia il verdetto della punizione sui due contendenti che avranno qualche difficoltà a difendersi.

"Non deve più accadere, abbiamo già attivato gli ispettori". Lo ha detto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, sulla vicenda della lite avvenuta in sala parto a Messina. "Questo - ha detto Fazio - è chiaramente non solo un episodio di malasanità, ma indecoroso: questo non deve piu' succedere. Queste cose succedono purtroppo, prevalentemente, anche se non unicamente, in regioni in cui c'è, diciamo, un lassismo della sanità. Abbiamo attivato gli ispettori, d'intesa con l'assessore Russo, che ha anche lui attivato un'inchiesta amministrativa".

Riguardo ai due medici "il problema - ha osservato Fazio - non sono queste due persone. Sono, evidentemente, anche queste due persone. Ma il problema reale è mettere in essere dei meccanismi per cui questo non succeda più e quindi dare un sistema alle Regioni che ancora non ce l'hanno e che sono, combinazione, quelle in deficit economico. La sanità cattiva, lo abbiamo detto tante volte - ha concluso - è quella che costa di più.

Fonte: Corriere.it e Tgcom.it
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28 agosto, 2010

Messina, botte da orbi in sala parto: paziente e neonato in prognosi riservata, sospesi i due medici

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Due medici avrebbero litigato furiosamente in sala parto al Policlinico di Messina mentre una donna era in attesa di dare alla luce il suo primo figlio: dopo il parto madre e bebè sono finiti in prognosi riservata. La donna giovedì doveva entrare in sala parto, con lei il ginecologo che l'ha seguita durante la gravidanza. Secondo quanto ricostruito dal marito, all'improvviso sarebbe scoppiata una lite tra due medici che, per cause da chiarire, dalle parole sarebbero passati alle mani.

È successo al Policlinico di Messina dove il diverbio tra due ginecologi, mentre la paziente era sul lettino per partorire, avrebbe ritardato l'intervento sanitario con la conseguenza che la puerpera, 30 anni, adesso è in gravi condizioni, insieme al proprio bambino che avrebbe subito due arresti cardiaci e danni cerebrali.
Il fatto è accaduto giovedì scorso quando la donna è entrata nel reparto dove avrebbe dovuto partorire in modo naturale. In base alla ricostruzione fatta ai carabinieri dal marito, i due medici-ginecologi avrebbero cominciato a litigare per gelosie professionali durante il parto. Dopo uno scambio di frasi ingiuriose, la lite è sfociata in uno scontro fisico, uno dei due avrebbe preso il collega per il collo, sbattendolo al muro. L'altro ginecologo avrebbe reagito dando un pugno a una vetrata, andata in frantumi, e riportando ferite alla mano.
Sempre secondo quanto sostenuto dal marito, mentre i due litigavano la donna avrebbe avuto delle complicazioni. I sanitari a quel punto avrebbero deciso di operare con taglio cesareo, ma il bambino, durante, l'intervento ha subito arresti cardiaci. Dopo il parto la paziente ha avuto una emorragia ed è stata nuovamente operata: i medici le hanno asportato l'utero. Il bimbo è ricoverato nel reparto di terapia intensiva; entrambi sono in prognosi riservata, anche se le condizioni della donna sarebbero in miglioramento.

"I medici dicono che è avvenuto tutto per cause naturali, ma il tracciato era perfetto e prima della lite mia moglie stava bene" sostiene il marito, Matteo Molonia, 37enne di Messina. "Adesso voglio che venga fatta giustizia - dice all'AdnKronos - mia moglie ha avuto una emorragia perché i due medici hanno tardato l'intervento litigando. Successivamente le hanno dovuto asportare l'utero e ora è ricoverata in prognosi riservata. Mio figlio ha avuto due arresti cardiaci e ora è in coma farmacologico". Il marito della paziente ha presentato una denuncia ai carabinieri e la Procura ha già aperto un'inchiesta. I medici sono stati sospesi, anche se il direttore del reparto di ostetricia e ginecologia del policlinico esclude un nesso tra quanto accaduto e le condizioni della paziente e del neonato. Il sostituto procuratore di Messina, Francesca Rende, sta ascoltando il personale del policlinico per ricostruire i fatti. Intanto i due medici sono stati sospesi, come ha spiegato il professor Domenico Granese, direttore dell'unità operativa di ostetricia e ginecologia del Policlinico di Messina, che si è detto "rammaricato" per quanto è accaduto. "Ho inviato una lettera alla direzione sanitaria - dichiara Granese - per comunicare la sospensione dei medici che torneranno al lavoro solo quando la direzione lo riterrà opportuno". "Quello che hanno fatto è grave - ha aggiunto - ma ci tengo a precisare che la donna è stata male non per la lite o per un eventuale ritardo negli interventi da parte dei medici. Tutto si è svolto regolarmente - assicura il direttore del reparto di ginecologia - l'intervento dei sanitari visto le complicazioni della donna è stato tempestivo. Non c'è alcun rapporto tra la lite e le complicazioni della donna che sono sorte a prescindere da quello che è accaduto".
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22 agosto, 2010

Test di Medicina superblindati, proibite anche le penne portafortuna...

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Dopo lo scandalo del 2007, con la scoperta di una vera e propria centrale operativa che con mail e sms comunicava agli studenti le risposte ai quiz, anche quest'anno l'università ha deciso di correre ai ripari, approntando misure di sicurezza all'insegna dell'alta tecnologia o ricorrendo a escamotage più semplici ma comunque efficienti. Quest'anno gli studenti che parteciperanno ai test di ingresso dei corsi di laurea della facoltà di medicina, in aula, non potranno portare con loro neanche le penne. Utilizzeranno quelle che saranno consegnate dai funzionari dell'università. Il comitato di alta sorveglianza, composto dal prorettore Augusto Garuccio, dal docente Leonardo Spagnoletti, da due professori della facoltà di medicina e da una funzionaria amministrativa, definirà gli ultimi dettagli in una riunione convocata per martedì prossimo, ma le linee guida di quella che appare come "un'operazione sicurezza" sono state già definite. Le misure, in parte, ricalcano quelle già sperimentate anche se quest'anno c'è una novità ed è il numero di studenti che ha chiesto di partecipare ai test di ingresso. Il caso più eclatante è quello del corso di laurea in scienze infermieristiche. Le domande sono state più di 3500. I posti sono soltanto 650. L'ateneo, quindi, dovrà gestire un grande numero di partecipanti e soprattutto dovrà evitare i trucchetti, i tentativi di superare le prove con aiuti ricevuti con mail o via sms. Nelle aule (alcune sono a medicina, altre nel Campus o in altre facoltà) saranno vietati telefonini, palmari o comunque strumenti elettronici: per questo l'università oltre ai sei metal detector che già possiede ha deciso di prenderne in affitto almeno altri trenta.

Quest'anno è aumentato anche il numero dei disturbatori di comunicazione. Sono più di 45 quelli che l'ateneo ha dovuto reperire con una media di due apparecchi per ogni aula. Ma l'università ha messo in campo anche un esercito di propri dipendenti. Duecento quelli selezionati per l'incarico di vigilanti all'interno e fuori dalle aule. I primi avranno un tesserino identificativo di un colore diverso da quello che invece indosseranno i secondi. E questo perché sarà impossibile entrare o uscire dalle aule e chi lo farà dovrà subito essere riconosciuto. Agli studenti, che occuperanno un posto assegnato loro con sorteggio (i rappresentanti degli studenti, uno per ogni aula, saranno garanti della procedura), saranno distribuite anche le penne.

I test cominceranno il 3 settembre con la prova per accedere alla facoltà di medicina. E si continuerà con le selezioni per gli altri corsi di laurea (da odontoiatria a scienze infermieristiche, passando per quella in logopedia) sino al 15 settembre. I plichi, contenenti le domande, saranno prelevati da Roma qualche ora prima l'inizio della selezione e sino alla fine delle prove saranno custoditi in un furgone dell'università, parcheggiato in una caserma delle forze di polizia.

FONTE: Repubblica.it
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17 agosto, 2010

Medicina: undici anni per uno stipendio da... precario...

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Giuseppe è pediatra oncologo, vive e lavora a Perugia: "Arrivo a circa 52 mila euro scarsi l'anno, ho 36 anni, ho due figli e moglie a carico. E sono precario. Sono specialista in oncologia, lavoro come pediatra oncologo, ho un dottorato di ricerca in ematologia e diversi altri post-it nel mio curriculum. Perché dico questo? Perché della smania e della voglia di essere "medico" non me ne resta più traccia. Della passione iniziale adesso solo routine. In reparto siamo in quattro e facciamo turni massacranti, un week end libero al mese. Non abbiamo diritto a ferie scientifiche o di aggiornamento. Non ci viene pagato lo straordinario che facciamo e ci viene
imposto di ridurre le ore di accesso notturno. L'assistenza ai malati del nostro reparto è lasciata al nostro buon cuore e al rimorso che un giorno in più di ferie possa essere troppo per loro. Ed oggi leggo di illustri colleghi che prendono fino a 600 mila l'euro l'anno. Io che non ho tempo per me ed i miei figli, che devo pregare la banca per un fido di 3000 euro, cos'altro devo aspettarmi da questa Italietta? E loro come fanno ad arrivare a tali retribuzioni? Che tristezza ed amarezza".

Maura ha cinquant'anni. E' neurologa. "La mia carriera di dipendente a tempo indeterminato è iniziata solo 12 anni fa. Prima ero dottore di ricerca in neuroscienze, successivamente Fellow negli USA e poi borsista CNR. Il mio reddito non supera i 55mila euro lordi e la mia pensione (se mai la prenderò) sarà inferiore al 50 per cento di quanto oggi guadagno. Forse non avrei limitato al penultimo rigo la descrizione delle reali condizioni economiche della "truppa", ed avrei invece marcato meglio che con tale remunerazione i medici fanno turni massacranti, non hanno il tempo di recuperare, vengono letteralmente aggrediti da tutti, schiacciati tra la riduzione delle risorse economiche e le scelte da fare per la salute del paziente, senza un riconoscimento adeguato e non solo in termini economici".

"Sono un medico ospedaliero - scrive Salvatore, da Brescia - e ho diligentemente messo sul sito del mio ospedale sia il curriculum che lo stipendio. Dopo di che io, infettivologo, mi sono trovato ad avere entrate pari o anche superiori a colleghi cardiologi, ginecologi, chirurghi, ortopedici. Dov'è il trucco? Semplice, i proventi della libera professione non vengono inclusi e quindi non sono conteggiati, così io, che non raggiungo mai i 1000 euro al mese lordi per tale voce, mi trovo come colleghi che in realtà guadagnano 10 volte tanto! E poi ho anche scoperto che i colleghi universitari non pubblicano il loro stipendio, compresi i direttori di struttura".

Luciano, ospedale di Carbonia. "Ho 45 anni ed ho iniziato a lavorare come medico ospedaliero a 35 anni. Tra la maturità scientifica, regolarmente conseguita a 18 anni, ed i 35 anni ci metta 6 anni di corso di Laurea, 4 anni di Specializzazione, il servizio militare e diversi anni di lavoro sottopagato effettuato ovunque capitasse. Ho lavorato in cliniche private per 10.000 lire all'ora. Meno di quanto davano a chi effettuava le pulizie!
Attualmente lavoro in una Divisione di Medicina svolgendo esclusivamente attività di corsia compresi i turni di guardia notturni e festivi. Noi siamo aperti 24 ore su 24 per tutti i giorni dell'anno. Sa cosa vuol dire?
Sa cosa vuol dire sentire alla radio domande del tipo: siete stati oggetto o pensate di essere stati oggetto di malasanità? Venite da noi, facciamo la denuncia e solo se la si vince ci pagate! I denunciati, siamo noi! Sa quanto dura una causa nel nostro paese? Sa quanto costa? Sa chi anticipa? E non oso pensare di fare qualche errore. Eppure sono un essere umano".

"Io - accusa Enzo - sono "costretto" , per garantire le urgenze della Unità Operativa dell'ospedale ove lavoro, a più di dieci turni di pronta disponibilità notturna e festiva (quindi almeno due domeniche al mese) al modico prezzo di 20,66 euro. Forse si dirà che moltiplicato per 12, le ore del turno di reperibilità (dalle ore 20 alle ore 8 del giorno successivo), non è male... Ma c'è un equivoco. Le 20,66 euro sono per tutte e dodici le ore del turno, e sono lorde... Per cui, sottraendo il 40% circa dell'Irpef, al netto sono 1 (uno) euro l'ora! Quindi 1 euro l'ora per essere disponibile a raggiungere in massimo 20 minuti-mezz'ora l'ospedale (ogni ritardo è punibile anche in sede penale) ed essere in grado di affrontare un'urgenza - che sia un intervento chirurgico per rottura di milza a causa di un incidente stradale oppure una consulenza per un paziente in pronto soccorso o ricoverato nei vari reparti ospedalieri. Certo, in un periodo di crisi e disoccupazione parlare di soldi da parte di chi è "priivlegiato" e guadagna come me intorno agli 80mila euro lordi l'anno stona un poco, ma bisognerebbe bussare ad altre porte, non accusare chi fa andare avanti la baracca...".

"Lavorare per più di dieci ore al giorno in ambiente ospedaliero - racconta Pierangelo, medico in Piemonte - è molto duro e si perde la concentrazione, ma in sanità ormai questo monte ore è la norma, ci si lamenta solo quando le ore diventano 13 -15... Per un giovane vecchio di 61 anni come me le mie otto ore giornaliere + 2/4 ore aggiuntive quotidiane pesano".

Marco, ospedale Brotzu di Cagliari, prende in mano il suo Cud 2010: "A riga 1 compare 66.059.85 (lordi, tenga conto che il mio scaglione è, se non sbaglio, del 43%...). Sono uno degli italiani più ricchi! Faccia un po' lei i calcoli: quanto porto a casa ogni mese dopo vent'anni di servizio?"

"La mia dichiarazione dei redditi - dice Fabio, un chirurgo di Milano - è di circa 65.000 euro senza "l'altro" (che per noi chirurghi non esiste se non per anestesisti e radiologi che per ridurre liste d'attesa lavorano in libera professione per l'azienda stessa, che paga profumatamente) dopo 20 anni di lavoro. L'impressione è che nell'ultimo decennio vi sia stata una contrazione insostenibile delle risorse umane e materiali con il solito proposito di favorire il privato convenzionato a discapito della qualità del servizio pubblico. Infatti, quel che si è ottenuto nella mia divisione di chirurgia generale, è stato di prorogare le liste d'attesa sino a due anni (ovviamente per ciò che non è urgenza e neoplasie), cioè sino a quando il paziente decide di utilizzare un'altra struttura. Nel corso dell'ultimo anno, per esempio, il turn over di pensionamento della mia divisione non è stato rispettato per gravi carenze di organico, e però non ha intaccato alcun servizio per i cittadini. Evidentemente ciò è potuto accadere grazie al nostro impegno. Da circa 12 mesi infatti non vengono rispettate le regole basilari del contratto di lavoro determinando un conseguente carico di servizi tale da rendere rischiosa la nostra opera. Non esistono riposi compensativi (un giorno di riposo dopo il week end di lavoro cumulato a tutta la settimana precedente), oltre 20 giorni di lavoro consecutivi con otto reperibilità all day and night long, più inframmezzate notti in pronto soccorso , sale operatorie cinque giorni alla settimana e via dicendo. Il mio pensiero è che le strutture ospedaliere non sono aziende. Non si può pensare di avere profitti su un costo sociale, se non sfruttando il lavoro altrui e la salute della comunità".

Da Roma, Carmen: "Io invece sono un medico ospedaliero, specialista assunta a tempi indeterminato. Vinto regolare concorso pubblico, espletato il quale ho atteso altri due anni circa per l'assunzione definitiva, causa il solito blocco. Ho una figlia minore, pago un mutuo di circa mille euro il mese, lavoro a 40 km da Roma e non svolgo attività privata. Il mio reddito imponibile arriva a 58 mila euro, ho un prestito mensile Inpdap di 300 euro, le grosse spese non posso farle in contanti, quest'anno vacanze sì, ma a casa. Lavoro bene, i pazienti mi cercano , ma l'unico modo che ho per arrotondare il mio stipendio, sono gli straordinari, e i miei colleghi sono ben felici di cedere notti che concentro quando mia figlia sta dal padre, per non darle disagio e per non pagare baby sitter... Mi infastidisce il tono insinuante che noi medici ospedalieri siamo una lobby intoccabile, che accumuliamo denaro ai danni della collettività, che non arriva invece a fine mese. Ma la quarta settimana del mese, lo so benissimo anch'io, sulla mia pelle, cosa significa... So di svolgere un lavoro che spesso fa la differenza, sul crinale della vita e la morte (sono cardiologa). Posso affermare, anche dal confronto con le retribuzioni europee, che da cardiologo turnista sono sottopagata. A proposito, scrivo dal computer di casa. Stasera, notte di ferragosto, sarò di guardia".

"Io sono un anestesista rianimatore ospedaliero di La Spezia - scrive Marco - ho letto con molto interesse e ancor più stupore il suo articolo in merito agli stipendi di alcuni medici. Sono sbigottito, perché io percepisco dopo 14 anni di servizio 70000 euro lordi annui (cud 2009) e non riesco a capire attraverso quale meccanismo si possa raggiungere certe cifre".

Gregorio si è trasferito a Honolulu, e spiega il perché: "Faccio il chirurgo negli Stati Uniti dopo aver lasciato l'Italia disgustato dalle schifezze del paese e del mondo ospedaliero. Mi sono specializzato in chirurgia dei trapianti di fegato ed intestino. Ho eseguito il primo trapianto mutiviscerale totale pediatrico mai fatto in Italia (ospedale di Bergamo). I miei anni all'estero non sono valsi a nulla. nessun incarico dirigenziale. concorsi da primario vinti dai raccomandati. Per i trapianti all'inizio il chirurgo operatore riceveva la mostruosa cifra di 600 euro lordi (poi abolita dai sindacati). Nell'ultimo anno 2006/7 per un trapianto effettuato di notte percepivo l'enormità di 20 euro l'ora!".

Donatella, di Brescia, primario, è sconsolata: "Personalmente faccio le guardie diurne e notturne e le reperibilità, i giorni festivi e in media il doppio delle ore settimanali dei miei collaboratori. L'Italia oggi soprattutto è piene di malandrini ad ogni livello. Ma si pensi anche a tutti noi che cerchiamo tra le mille difficoltà della sanità pubblica di fare onestamente il nostro lavoro, senza privilegi di casta".



FONTE: Repubblica.it
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16 agosto, 2010

Diabete: addio Humulin R, la Eli Lilly ha deciso di tagliare le cartucce

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La Eli Lilly ha deciso di cessare la produzione dell’insulina umana Humulin R in cartucce. Dal primo ottobre la Humulin R verrà prodotta unicamente in flaconi da 10 ml. Tale decisione sarebbe stata presa per “razionalizzare l’offerta” questa la spiegazione che dà il customer care Eli Lilly Italia.

Difficile non pensare che l’azienda voglia traghettare i diabetici che utilizzano la Humulin R (€ 33,42 la confezione da 5 cartucce) verso l’insulina analoga Humalog (€ 52,36 la confezione da 5 cartucce o penne).
Il pensiero diventa un sospetto se a molti diabetici viene detto dai loro diabetologi che, dato la prossima indisponibilità, devono cambiare la terapia ed utilizzare la Humalog in sostituzione.

Questo non fa certo piacere a quanti hanno raggiunto una buona gestione della glicemia oppure non vogliono fare uso di insulina analoga e preferiscono quella umana. I diabetologi dovrebbero fare presente ai loro pazienti che sono disponibili prodotti equivalenti con insulina umana.

C'è l''Actrapid della Novo Nordisk, disponibile unicamente in penne monouso Novolet per una discutibile decisione dell’azienda. C'è la Insuman Rapid della Sanofi Aventis, disponibile unicamente in cartucce da usare con la penna Opticlik. La Insuman Rapid è prodotta con la stessa tecnica della Humulin R e quindi va bene per chi avesse intolleranza ai lieviti (utilizzati dalla Novo). E’ opportuno diffondere queste informazioni in quanto non dobbiamo consentire che le terapie vengano decise dalle aziende seguendo i loro interessi.
L’unica strada che abbiamo per tutelarci è boicottare le aziende che vogliono restringere le possibilità di scelta terapeutica a loro favore. Le terapie le devono determinare i diabetici guidati dai loro diabetologi di fiducia, non le aziende. I diabetologi hanno il dovere, per onorare la fiducia, di informare i pazienti di tutte possibilità terapeutiche.

AUTORE: F. Anedda
FONTE: Gruppo Facebook "Tutti i diabetici riuniti in rete"
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Nick Jonas, Miley Cyrus e la loro esperienza con il diabete...

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E' il 3 Marzo del 2007 e su di un palco di un affollato concerto californiano il giovanissimo cantante Nick Jonas, del gruppo dei Jonas Brothers quell'anno divenuto rapidamente molto popolare grazie alla collaborazione con la Disney, dichiara davanti alla festante platea di giovanissimi di voler cantare la canzone "A little bit longer", introducendola con una lunga e coraggiosa confessione: "Ok molto rapidamente, quanti di voi giovani ragazzi hanno il diabete, alzi la mano, quanti di voi sono li fuori forza alzi la mano.". Il 16 novembre 2005, all’età di tredici anni, mentre era in tour con i suoi fratelli, gli è stato diagnosticato il diabete di tipo 1. Dopo una breve pausa in cui il cantante stesso alza la mano, Nick prosegue nella sua introduzione "Era il 2005 quando stavo girando con i ragazzi per il nostro tour, iniziai a soffrire di sensazioni strane, cominciai a perdere peso, a bere molta acqua per un sacco di tempo, sentivo di stare molto male e non ero io, mio padre mi portò dai dottori i quali mi diagnosticarono di soffrire di diabete, tipo 1, avevo la glicemia a 700 quando sarebbe dovuta essere da 70 a 120, chiesi se sarei morto ma i medici mi rassicurarono che sarei stato bene ma avrebbero dovuto trattenermi qualche altro giorno in più nell'ospedale per ricevere le giuste cure, ed è in quell'ospedale che ho potuto capire cosa fosse il diabete, durante quel trattamento intensivo ho potuto imparare a tenerla sotto controllo, furono giorni pazzeschi. Tornammo in tour con le "Veronicas" (un gruppo musicale americano) e dovevo iniettarmi l'insulina 4 volte al giorno, controllare la mia glicemia quattro volte al giorno, era difficile seguire la terapia multiniettiva cosi sentii di un nuovo prodotto chiamato microinfusore Omnipod e questo oggetto mi ha cambiato la vita, è un oggetto grande quanto un pacco di caramelle controlla il mio glucosio e mi inietta insulina (il cantante si toglie la giacca e lo mostra ai fan, è localizzato sotto il braccio) tenendomi nel giusto range cosicche io possa essere qui fra di voi. E' pazzesco come durante l'esordio io abbia perso 7 chili in appena due settimane, è pazzesco." Il video prosegue con il cantante che ringrazia la sua famiglia per essergli stato vicino e l'istituto di ricerca per il diabete.

Dalla sua condizione di salute è nata anche l'idea di una canzone, "A little bit longer", dove Nick Jonas parla della sua esperienza di ricovero ospedaliero. Il ragazzo è stato recentemente intervistato dal magazine “Diabetes Forecast” per un articolo sulla sua vita e la lotta alla malattia.

L'esempio forse più eclatante di come le persone legate affettivamente a una persona diabetica possano trarre un'utile esperienza dalla malattia del proprio patner viene dalla giovanissima cantante Miley Cyrus, oramai star della musica pop di hollywood e legata sentimentalmente (strano a dirsi per una under18 n.d.r.) per qualche anno proprio con il cantante Nick Jonas (nota di gossip: che nel 2010 ha invece iniziato una relazione con un'altra cantante pop, Selena Gomez n.d.r.).

E' piuttosto emozionata Miley Cyrus nel rivelare al magazine "Emme" che il suo fidanzato Nick Jonas, e la sua lotta con il diabete, possono averle salvato la vita. Ed è per una forma di riconoscenza che nel video "7 Things about you" la cantante ha baciato una targhetta regalata proprio dal suo ragazzo. Miley ha infatti raccontato come "l'anno scorso mi trovavo in tour con i Jonas Brothers e continuavo a sentirmi senza forze. Una notte Nick si è fermato un pò nella mia stanza e stavo davvero male. E' stata quella sera che Nick mi ha suggerito di fare un controllo glicemico come lui era solito fare per controllare il suo diabete. Cosi armandomi di coraggio l'ho fatto, una puntura e via, e il mio contenuto di zuccheri nel sangue era davvero basso in modo molto critico (era 61 n.d.r.), cosi dopo quel test i miei impresari mi hanno subito mandata dal dottore per una visita dove mi è stata diagnosticata una forma di ipoglicemia cronica di origine ereditaria, questo significa che il contenuto di zucchero nel mio sangue era sempre basso e quindi era per tal motivo che sentivo di non riuscire neppure a stare in piedi". La cantante ha inoltre raccontato ai media americani come Nick Jonas l'ha aiutata a cambiare il suo stile di vita e le sue abitudini alimentari non salutari. "Sono diventata molto più consapevole del cibo che mangio, perchè quel che mangiavo prima era davvero dannoso per la mia salute. Quando sono in tour non posso stare male, e mi esercito cosi tanto sullo stage nell'attività fisica per ballare, cantare, che la quantità di energie che consumo mi portano a essere molto magra, sottopeso. A volte mi sento come sopraffatta dal peso della fatica e ciò può essere molto dannoso per le mie prospettive di salute. Il mio corpo brucia molto rapidamente il cibo che introduco, per cui devo scegliere con grande attenzione quel che mi può dare l'effettiva energia di cui ho bisogno quando sono in esercizio. Guardare Nick che controlla il suo diabete nel corso di quest'anno mi ha aiutata molto e ispirata a seguire una dieta più sicura. Mi fa sentire come se avessi un paragone sempre accanto: se lui riesce a tenere controllata la sua dieta senza avere problemi di salute (ipoglicemie e iperglicemie n.d.r.), allora posso farcela anche io. Devo solo tener duro e mettere in campo tutto il mio coraggio".


Di seguito: il video in cui Nick Jonas confessa di avere il diabete.

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15 agosto, 2010

Sanità e retribuzioni: per i giovani laureati quale futuro?

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Tu hai uno stipendio, e poi un altro. Altro è la formula con cui alcune aziende sanitarie raccontano le retribuzioni integrative dei propri medici. Altro non significa altro che il monte di ore straordinarie pagate ad alcuni per sopperire le carenze di personale, i vuoti in corsia e in laboratorio, in radiologia e in anestesia. Altro non è che un modo per illustrare quanto siano a volte iniqui i tagli, quanto spreco produca l'azzeramento di ogni ingresso negli organici della sanità. Altro non è che il fondale contro cui periscono i professionisti giovani e disoccupati, perennemente poveri. A fronte della ricchezza ulteriore di chi già gode di ottimi stipendi. La parola altro, in questo caso, conferma definitivamente che l'Italia è destinato a rimanere un Paese per vecchi. Non c'è speranza né futuro per chi sia all'inizio della carriera e non sia figlio di papà. Porte sbarrate. La legge Brunetta avrebbe imposto di mettere on line i redditi, ma un viaggio tra varie Asl rivela che su questo fronte ben poco è stato fatto. E quel che si può sapere suscita brutti pensieri: le prestazioni straordinarie gonfiano le retribuzioni.

Il dottor Gaetano P. (ospedale di Vallo della Lucania) gode di uno stipendio di circa 84mila euro lordi l'anno. Decente, quindi. Ma fa anche altro. Sopperisce ai vuoti di organico presso gli altri enti ospedalieri. Divide i giorni per tre, la settimana per cinque, corre qui e corre lì. L'altro gli rende 109mila euro in più all'anno. Totale lordo ai fini Irpef: 213mila euro. Il dottor Domenico P. (ospedale di Sapri) ha uno stipendio di 100 mila euro l'anno. Ma con l'altro che gli vale 250 mila euro, raggiunge la cifra di 364 mila euro. Ottimo e super abbondante. Inarrivabile, e qui ci vuole nome e cognome, il caso di Michele V., direttore del laboratorio di anatomia patologica di un ospedale di Eboli: ha guadagnato 1700 euro lordi al giorno. Per i 365 giorni dell'anno scorso. Per un totale stratosferico di 657mila euro (107 mila di stipendio e 550 mila di altro). "Lavoro per dieci e non vado in ferie da tre anni", ha detto al quotidiano Terra. I sindacati hanno ribattuto: "Nemmeno se un giorno avesse 72 ore!".

Ancora troppo poco traspare dalle norme sulla trasparenza. E' un bel guaio e un sicuro dispiacere per il ministro Brunetta, autore della legge che avrebbe dovuto garantire luce invece che buio sul giro vorticoso delle retribuzioni pubbliche. I medici ospedalieri, per esempio. Quanti sono e quanto guadagnano? Vivono bene o male? Si arricchiscono o sono costretti a turni massacranti e a stipendi di fame? Il loro lavoro è rispettato o oltraggiato?

Piacerebbe saperlo. S'era convenuto  -  anzi ordinato - di mettere on line stipendi e curricula di dirigenti amministrativi e medici. Rendere pubblico tutto ciò che è al servizio del pubblico e pagato dallo Stato. Chi sei, cosa hai fatto, quanto guadagni. Scovare i dati, nell'acqua profonda delle decine di aziende sanitarie locali, è opera non semplice. E questo breve viaggio dimostra che la nebbia è fitta e la muraglia alta, quel che viene allo scoperto è un atto di resistenza, a volte di renitenza.

Avvertenza per chi prosegue la lettura: lo stipendio medio di un medico d'ospedale si ferma spesso sulla soglia degli ottantamila euro lordi. L'età, alcune indennità di risultato lo fanno puntare verso i centomila (lordi), senza che questo tetto sia spesso toccato. E questa è la norma, la generalità delle retribuzioni. Ma tutti i sistemi complessi esibiscono anomalie di funzionamento, favoritismi, iniquità, attribuzioni di competenze superiori al giusto e al possibile. E qui l'operazione trasparenza avrebbe dovuto mitigare le sperequazioni illuminando le zone grigie, scoperchiando le amicizie riservate, i cachet ad personam.

Forse ci siamo sbagliati e abbiamo cliccato dove non avremmo dovuto, ma l'Asl di Reggio Calabria, nella sua home page, non conduce esattamente il visitatore al centro del problema. "Spiacente, nessun risultato", comunica anche l'Asl Napoli 1. Anche qui sarà colpa del cattivo puntamento del mouse. E' come una caccia al tesoro ed è indubitabile che il tesoro sia ben nascosto. Occhi di aquila ci vogliono e nervi saldi. Ad Ancona l'Asl sembra offrire i curricula ma non le retribuzioni. A Firenze anche quelli scarseggiano. In tre su parecchie decine di medici hanno depositato il corso personale degli studi e delle esperienze lavorative.

Sarà che ciascuno tiene famiglia e sarà anche che l'obbligo alla trasparenza  -  se maneggiato con eccessivo scrupolo  -  produce imbarazzi e qualche piccolo guaio. Il dirigente della sanità cilentana che raccoglie cinque piccoli ospedali della provincia di Salerno (Polla, Roccadaspide, Vallo della Lucania, Agropoli, Sapri), non propriamente il cuore dell'eccellenza italiana, ha voluto fare le cose in grande e segnalare, con implacabile determinazione, voci e sviluppi delle locali carriere.  Ne è venuto fuori un quadro fosforescente, stipendi ineguagliabili. Sono decine i medici locali che scavalcano il tornante dei centomila euro annui. A fronte di uno stipendio che si situa tra i settanta e gli ottanta mila euro, la voce "altro" per le prestazioni straordinarie rese in convenzione presso gli altri ospedali della zona, innalza in modo mostruoso i redditi. Come abbiamo visto. Con il paradosso che una sanità al collasso come quella campana sforna premi a gogò.

Ad Alessandria le punte massime toccano i 171 mila euro. Di Milano non si sa, quel che traspare è nebbia fitta. Magari un navigatore più esperto saprà scovare quel che non appare neanche a Campobasso, ma che è chiaro a Bari. Dove i redditi, senza la pignoleria del commissario della Asl Sa3, sono bene in vista e in via decrescente. Si parte dal dottor Michele B. (315 mila euro) si scende a 223 mila (la dottoressa Antonietta A.) e poi via via si cala: 200, 190, 170, 140. Non male. Il grosso della truppa è fermo ai sessantacinquemila, la retroguardia non giunge a 45mila. Traspare poco dalla trasparenza, come detto. Ma quel po' svelato già basta e mette brutti pensieri.

FONTE: Repubblica.it

AUTORE: A. Caporale (email)
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Retinite Pigmentosa: una nuova speranza dalla alorodopsina archeobatterica

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Alcuni scienziati finanziati dall'UE sono riusciti a risvegliare coni visivi inattivi, un traguardo che potrebbe aiutare a salvare milioni di persone dal diventare ciechi. I coni inattivi, che normalmente rimangono nell'occhio anche dopo che è sopravvenuta la cecità, sono stati riattivati con successo da un team internazionale di scienziati sotto la guida dell'Istituto Friedrich Miescher in Svizzera e dell'Institut de la vision in Francia. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science.

Lo studio è stato in parte finanziato da due progetti dell'UE: RETICIRC ("Circuit specific approaches to retinal diseases"), finanziato con 2,25 milioni di euro nell'ambito del tema "Salute" del Settimo programma quadro (7° PQ) e NEURAL CIRCUIT ("Combining genetic, physiological and viral tracing methods to understand the structure and function of neural circuits"), sovvenzionato con un Contributo di eccellenza Marie Curie nell'ambito del Sesto programma quadro (6° PQ).

Oltre 2 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di un gruppo di malattie molto vario denominato retinite pigmentosa. La retinite pigmentosa è una forma ereditaria di degenerazione della retina, caratterizzata da una progressiva perdita della vista che porta alla cecità. La malattia colpisce i fotorecettori, cellule che trasformano la luce in impulsi. Questi impulsi vengono elaborati dalla retina e inviati al cervello attraverso fibre nervose. Ci sono due tipi di fotorecettori: bastoncelli e coni. I bastoncelli ci permettono di vedere di notte. Con l'avanzare della malattia, i bastoncelli sono i primi a essere colpiti e, alla fine, distrutti. I coni sono responsabili della percezione dei colori e dell'alta acuità visiva durante il giorno. Sono i secondi organi a essere colpiti dalla malattia ma, al contrario dei bastoncelli, i coni rimangono nell'organismo anche quando smettono di funzionare. Anche se non possono più rispondere agli stimoli luminosi, i coni mantengono comunque alcune proprietà elettriche e legami con alcuni neuroni della retina che mandano informazioni visive al cervello. Fino ad ora non era chiaro se questi coni fossero accessibili per gli interventi terapeutici.

Il dott. Botond Roska dell'Istituto Friedrich Miescher e il suo team di neurobiologi hanno sperimentato una terapia genetica usando alorodopsina archeobatterica, una proteina fotosensibile che recupera la funzionalità delle cellule coni danneggiate. Il loro studio ha mostrato che la rete di cellule esistente era in grado di riprodurre molte delle complicate funzioni che trasformano la luce in un segnale neuronale. Secondo il team, le cellule inattive rappresentano un'importante via per l'intervento terapeutico in quelle malattie nelle quali si perde la funzione dei fotorecettori. "Crediamo di aver trovato un metodo terapeutico valido che potrebbe in definitiva contribuire a far scendere il numero di pazienti di retinite pigmentosa," ha detto il dott. Roska. Ha aggiunto che il team sta attualmente esaminando i pazienti per selezionare quelli che potrebbero trarre maggior beneficio dalla nuova terapia.
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At least it happens: allarme nel mondo per il batterio "superresistente" agli antibiotici...

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Qualche decennio fa sembrava quasi conclusa la lotta alle malattie infettive: dopo lo sviluppo di diverse famiglie di farmaci, era opinione diffusa che per i batteri non ci fosse più scampo. Adesso invece è chiaro che non è così. Come in una guerra, i microrganismi si sono armati di scudi potenti e sono tornati a far paura come un tempo. Il motivo principale di questa loro evoluzione è la pressione selettiva a resistere agli antibiotici, vale a dire l’estremo tentativo di non farsi uccidere da nuove classi di farmaci. I cosiddetti “superbatteri” appartengono soprattutto alla categoria dei Gram-negativi, i cui ceppi più resistenti sono da varie parti considerati una minaccia per la salute pubblica globale. L’ultimo allarme arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases, una delle voci più autorevoli nel campo delle malattie infettive. La ricerca, dal titolo “Emergenza di un nuovo meccanismo di resistenza agli antibiotici in India, Pakistan e Regno Unito”, riporta dell’isolamento di ceppi di enterobatteri (microrganismi che popolano l’apparato digerente) resi resistenti a gran parte dei farmaci “grazie” – si fa per dire – all’opera di un gene di origine indiana.

Clicca qui per proseguire nella lettura dell'articolo - Fonte: La Repubblica (riproduzione riservata)
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13 agosto, 2010

Messina, anziana muore dopo un piatto di pasta: gastroenterite acuta?

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Disidratazione in seguito a una violenta dissenteria causata da una gastroenterite acuta. Sarebbero questi i primi esiti dell'autopsia sul corpo di Grazia Marino, la donna di 74 anni morta nell'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) dopo aver consumato una porzione di pasta al forno acquistata in una rosticceria di Falcone (ma il prodotto sarebbe stato preparato a Brolo e poi trasportato in loco). Sulla perizia necroscopica, eseguita nel pomeriggio di giovedì dal medico legale Giulio Cardia, filtra solo qualche scarna indiscrezione. Il perito, incaricato dal pm Rosanna Casabona che sta indagando per omicidio colposo, si è riservato di consegnare il referto dell'autopsia entro 60 giorni, anche perché non sono ancora disponibili i risultati degli esami tossicologici.

In attesa di capire cosa abbia determinato l'intossicazione alimentare che ha portato anche al ricovero di altre sei persone, sembra tuttavia abbastanza chiaro il quadro clinico che ha causato il decesso della donna: una forte disidratazione da gastroenterite acuta e che avrebbe avuto effetti letali sull'anziana paziente, provocando l'arresto cardiocircolatorio. Sembra probabile a questo punto ipotizzare come agente eziologico la Salmonella, la paziente potrebbe essere stata colpita da una violenta salmonellosi che ha arrecato disturbi anche ad altre quattro persone (due componenti familiari e una coppia di ragazzi del luogo che avevano acquistato un primo piatto in quei giorni).


Il fatto accaduto, sebbene in un certo senso può rappresentare un fatto "una tantum" legato al cattivo stato di conservazione dei cibi a causa del forte caldo di questi giorni (con temperature diurne quasi sempre sopra i 30 gradi), dall'altro lato rappresenta un duro colpo per l'economia locale sempre più duramente provata dalla crisi. Non è infatti la prima volta che i Nas devono intervenire nella provincia per intossicazioni o per il mancato rispetto delle norme igieniche nelle cucine dei locali. Nel messinese e a messina in particolare la gastronomia è uno dei settori più curati, con un numero impressionante di pizzerie rosticcerie e pub che d'estate vengono prese d'assalto da tanti turisti arrivati in zona ma anche dai cittadini residenti. La "pasta al forno" rappresenta solo uno dei piatti più consumati, insieme a prodotti quali pizze piane, focaccia, arancini e pidoni. Rimane ancora famosa in città il caso del bar "maria, la scala", chiuso dopo che la gdf in un sopralluogo rinvenne una condizione igienica disastrosa dei locali dove venivano conservate e preparate le merci avviate alla successiva consumazione.            
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29 luglio, 2010

Primi due trapianti di trachea al mondo, ma il chirurgo che ha operato sbatte la porta: "In Italia non c'è meritocrazia"

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L'equipe guidata dal chirurgo Paolo Macchiarini, dell'azienda ospedaliera universitaria Careggi di Firenze, ha eseguito con successo i primi due trapianti di trachea  in persone affette da tumore maligno tracheale, unici al mondo per una particolare tecnica utilizzata. Le due pazienti, una di circa 30 anni di nazionalità Ceca, l'altra di circa 20 anni inglese, sono in fase di dimissione dall'ospedale in condizioni "soddisfacenti". Circa 35 persone dell'equipe hanno lavorato per il successo dell´operazione.

Nel secondo intervento sulla paziente inglese è stata eseguita, per la prima volta in Italia, una radioterapia intraoperatoria in corso di trapianto di trachea, coordinata dal professor Giampaolo Biti, per ridurre al minimo il rischio di recidive tumorali. La prima paziente operata, viene spiegato, era stata sottoposta a chemioterapia, per una preventiva riduzione della lesione neoplastica.

Fra le particolari innovazioni utilizzate in questi interventi è l'inserimento all'interno delle trachee trapiantate di protesi innovative. Sono cilindri fatti su misura con una sorta di maglia riassorbibile in circa tre mesi dall'operazione. Le protesi sono necessarie a sorreggere dall'interno le trachee favorendo il processo di rigenerazione della mucosa.

Le nuove tecniche di chirurgia rigenerativa e le possibilità terapeutiche per la cura del tumore della trachea saranno illustrate dal professor Paolo Macchiarini nel corso di una conferenza stampa in programma domani, venerdi' 30 luglio alle 12.30 nell'Aula magna del Nuovo ingresso dell'Azienda ospedaliero universitaria Careggi di Firenze, in Largo Brambilla 3.

Secondo il sito Repubblica, il chirurgo Macchiarini, rientrato da poco in italia dopo una lunga esperienza professionale all'estero, avrebbe eseguito gli interventi ma avrebbe anche rassegnato le dimissioni in aperta polemica con la sua azienda ospedaliera.

Come dichiarato al giornale: "Avevo dato la parola a questi due pazienti e quindi li opero, poi basta. L´azienda doveva adempiere a vari impegni ma non lo ha fatto. Non posso nemmeno firmare la lettera di dimissioni per un malato. Non ho una stanza mia in reparto". Macchiarini è un personaggio complesso. Realizza interventi unici, in tanti gli riconoscono grandi capacità ma spesso non incontra la simpatia di chi lavora con lui. A Careggi l´hanno osteggiato per primi gli universitari, bloccando il tentativo del preside Gensini di farlo diventare ordinario.

Sempre secondo il recente articolo della Repubblica, Macchiarini attacca anche l´Università, che non l´ha voluto. "Ero andato via trent´anni fa, ho ritrovato una situazione peggiore. I bravi restano indietro. Figurarsi che il professore ordinario di Careggi nella mia materia vieta agli specializzandi di venire a imparare da me. Così non vanno in sala operatoria. A me ormai non mi fanno più ordinario a Firenze, mi spiace per i miei collaboratori, che non potranno avere una carriera accademica. Penso alle famiglie che fanno di tutto per far studiare i figli e poi li vedono sorpassati perché non c´è meritocrazia. Mi dispiace andare via, anche perché sono toscano ma contro certi muri, soprattutto accademici non si può fare nulla". Parole amare del primo dottore medico chirurgo ad eseguire una operazione di tale complessità in Italia.
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"Tantum what"? Molte donne intossicate per uno "scambio di colori" ...

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Bevono lavanda vaginale per errore, a volte finendo al pronto soccorso. I Centri antiveleni italiani, tra cui quelli di Milano-Niguarda e Pavia, hanno avuto 50 segnalazioni in un mese, tra dicembre e gennaio. E le due strutture hanno deciso di sollevare la questione all'Agenzia italiana del farmaco, che si è messa subito al lavoro. A destare l'allarme il Tantum rosa, diventato farmaco da banco dopo un passato da Sop, medicinale senza obbligo di ricetta per cui non si può fare pubblicità. Sdoganato il bando, il Tantum rosa diventa protagonista di uno spot «che sembra aver tratto in inganno le consumatrici. Se prima di dicembre - fanno notare dal centro pavese - rilevavamo 0,5 casi al mese per uso errato accidentale, dopo l'arrivo dello spot sul piccolo schermo e la classificazione del medicinale come farmaco da banco l'incidenza è salita a ben 16 casi in un mese solo nel nostro centro». L'azienda produttrice corre ai ripari e modifica lo spot, sottolineando a più riprese «l'uso esterno» del medicinale. I casi a questo punto diminuiscono, stando ai dati forniti dal centro di Pavia, ma mantenendo comunque una media più alta rispetto al passato: 9 in 20 giorni, tra il 9 gennaio e il 29 gennaio 2010, contro i 16 casi registrati in precedenza dal Cav pavese. Comunque ben al di sopra dell'incidenza pre-spot di 0,5 al mese.

Sulla questione la commissione di farmacovigilanza dell'Aifa ha presentato una relazione al Comitato tecnico-scientifico, che ha approvato il documento. La strada indicata consisterebbe nella modifica del colore della confezione del medicinale, che passerebbe da rosa a nera o blu, evitando così di confondere e indurre in errore le donne. Il timore è che alcune di loro acquistino e assumano il Tantum rosa confondendolo con altri farmaci da banco che hanno la confezione del medesimo colore e che vanno assunti oralmente. A quelle che hanno finito per berlo, come fosse uno sciroppo, la lavanda vaginale ha causato «qualche problema, ma conseguenze certo non drammatiche», precisa Marcello Ferruzzi, del Cav del Niguarda: sintomi gastroenterici e stordimento, ma anche vertigini, parestesie agli arti e allucinazioni. Il sospetto di alcuni addetti ai lavori è che il Tantum rosa venga usato in alcuni casi per "sballarsi", magari associato all'alcol. La benzidamina avrebbe infatti anche un effetto euforizzante

Fonte: Adnkronos
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26 luglio, 2010

Il microinfusore: un'arma in più per combattere il diabete

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Il paziente con diabete di tipo 1, insulinodipendente, puo' ridurre del 40% il rischio di complicanze assumendo l'insulina attraverso un microinfusore integrato con il controllo continuo della glicemia. Lo dimostra lo studio clinico STAR 3, presentato al Congresso della American Diabetes Association e pubblicato sul New England Journal of Medicine. Il diabete di tipo I e' una patologia cronica che in Italia interessa oltre 200.000 persone. Lo studio STAR 3 ha dimostrato in particolare che utilizzando il sistema integrato per l'infusione di insulina e il controllo continuo della glicemia si ha una riduzione di 4 volte superiore del livello di emoglobina glicata, rispetto alla terapia multiniettiva. Nello studio, che ha coinvolto 485 pazienti (329 adulti e 156 bambini-adolescenti) la terapia con microinfusore ha permesso una riduzione dello 0.8% del livello di glicata contro lo 0,2% della multiniettiva (da 8.3% a 7.5% anziche' da 8.3% a 8.1%). ''La terapia con il sistema integrato rappresenta la soluzione tecnologicamente piu' evoluta per la gestione del diabete di tipo I - dice Sandro Gentile, Presidente dell' Associazione Medici Diabetologi (AMD) - e questo studio, che rappresenta la pietra miliare della terapia con microinfusore e controllo in continuo del glucosio, combinati in un unico sistema, puo' ridefinire lo standard terapeutico di riferimento. Ma in Italia - aggiunge il diabetologo - l'utilizzo dei microinfusori e dei sistemi integrati e' relativamente basso rispetto agli altri Paesi: da noi vengono riservati ai casi piu' impegnativi, altrove vengono impiegati di routine''.

FONTE: Ansa.it
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24 luglio, 2010

Falluja, allarme tumori: la città bombardata dagli Usa nel 2004 ora è come Hiroshima

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Il tasso di mortalità infantile, di tumori e di leucemie nella città irachena di Falluja, bombardata nel 2004 dalle forze armate statunitensi in merito all'attacco compiuto per la deposizione del dittatore Saddam Hussein, è negli ultimi anni statisticamente superiore a quanto osservato negli anni successivi allo scoppio della bomba nucleare su Hiroshima. A sostenerlo è una ricerca compiuta dall'Università dell'Ulster. La mortalità infantile nella città è quattro volte più elevata rispetto a quanto osservato nelle statistiche da una regione geograficamente vicina come la Giordania, e ben otto volte più elevata rispetto al vicino benestante paese Kuwait. Il tasso di comparsa di tumori nei bambini al di sotto dei 14 anni è praticamente quadruplicato, cosi come da diversi anni imperversano sul web i servizi e le immagini dei bambini colpiti da gravi mutazioni: sotto accusa numerosi agenti chimici rilasciati durante i bombardamenti, fra cui le temibili bombe all'uranio impoverito, nonchè le bombe "al fosforo", che sarebbero state lanciate in modo indiscriminato sui civili per costringere la città alla resa. Infine, interessante è il servizio pubblicato qualche anno fa da "Rai News 24"  e poi ritrasmesso da raitre in merito ad un'inchiesta condotta sull'uso durante il bombardamento di un nuovo tipo di napalm, chiamato MK77. Qui il servizio => http://www.uonna.it/fosforo-su-falluja.htm
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15 luglio, 2010

La Colgate lancia il suo nuovo "Sensitive Pro-sollievo": prove e valutazioni

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Con l’arrivo del caldo si moltiplicano le occasioni di consumo di pasti molto freddi. L’estate in Italia equivale alla stagione dei gelati, dei prodotti freschi consumati all’ombra come pausa presa dopo una giornata di sole intenso. Indiscutibile è il valore nutritivo dei gelati artigianali, che consente un apporto energetico adeguato e oramai reso dai produttori sempre più in linea con le richieste di prodotti quanto meno possibile calorici. Spesso però un pasto troppo freddo o troppo caldo può provocare dei problemi dentari: quante volte abbiamo visto persone al bar fare tipiche smorfie poco dopo aver assaggiato troppo velocemente una dolcissima granita?

Anche una abituale igiene orale può portare lo smalto e le gengive a diventare col tempo particolarmente sensibili agli sbalzi di temperatura, provocando dei fastidi molto intensi. Alcune aree dentarie particolarmente sensibili possono portare a dei veri e propri ostacoli psicologici al consumo di prodotti eccessivamente freddi, limitando in tal modo la libertà alimentare del soggetto. La ricerca in campo odontologico ha permesso la creazione di nuovi prodotti che possono attenuare tali fastidi e favorire la risoluzione definitiva. Quindi, dentifrici che siano in grado di restituire la tollerabilità dentaria agli sbalzi termici. Da qualche giorno ho avuto personalmente la fortuna di valutare in anteprima uno dei nuovi e futuri prodotti di punta della famosa società Colgate. La "Colgate-Palmolive" è attualmente una delle più famose multinazionali americane impegnate nella produzione e della distribuzione di prodotti per la cura del corpo e per l'igiene orale (dentifrici, collutori, spazzolini). Origini antichissime (la prima fabbrica artigianale di saponi fu fondata nel 1806 da Henry W. Colgate), rappresenta una delle società più famose e serie in campo di igiene dentale, si suppone quindi che gli ottimi risultati da loro pubblicizzati nella ricerca odontologica siano effettivamente di aiuto alla cura della propria igiene dentale.


Il prodotto inviatomi è il loro nuovo “Colgate sensitive pro-sollievo”, la formula prevede l’utilizzo del Pro-Argin per “tappare” le falle che si aprono sulla superficie dello smalto e che causano l’esposizione di migliaia di microscopici tubuli che conducono alle terminazioni nervose del dente. Quando i denti entrano in contatto con materiale eccessivamente freddo, quale appunto un gelato o una bibita, si generano degli stimoli che raggiungono dei recettori posti sulla polpa dentaria, e questi inviano segnali attraverso le terminazioni nervose del trigemino, uno dei nervi più sensibili del nostro corpo, causando la fastidiosa sensazione di “ghiacciamento” e quindi di dolore. Anche se la mia igiene orale è già di per se ben curata lo sto ugualmente provando da qualche giorno e il dentifricio pare svolgere al meglio il suo dovere: certo, non esistono dentifrici miracolosi per cui non si può sperare che l’uso di questo prodotto equivalga ad uno “scudo termico”, ma le sensazioni descritte dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua fredda (non gelata!) sono ottime, il Pro-Argin (praticamente l’8% del prodotto è a base di Arginina, amminoacido fondamentale per la riparazione delle fibre connettivali dello smalto) sembra essere d’aiuto per la riparazione delle piccole microfratture dentarie. L’associazione di questo dentifricio ad un alto prodotto Colgate incentrato sulla prevenzione della formazione del tartaro (per impedire lo sviluppo di carie), cosi come dovrebbe essere di abitudine per una corretta igiene orale nei tipici “tre lavaggi al giorno, dopo i pasti”,  può portare all’eliminazione del fastidio degli sbalzi termici. Con buona pace di chi ha voglia di mangiarsi una granita senza smorfie.


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13 luglio, 2010

Il 4 settembre torna in mare Monica Priore: da Capri a Sorrento la sua nuova sfida al DM1

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La trentaquattrenne nuotatrice diabetica pugliese, che il 21 luglio del 2007 attraversò a nuoto lo stretto di Messina, torna a far parlare di se lanciando una nuova sfida al suo più fedele compagno di vita (appunto il diabete) tentando di attraversare a nuoto il tratto di mare che separa Capri e da Sorrento. Monica Priore nasce a Mesagne (BR) il 04/02/1976 ed all'età di 5 anni le viene diagnosticato il diabete mellito di tipo I. Prima bimba ad approdare al centro anti diabetico di Brindisi, Monica viene proiettata in una realtà che, fino a quel momento, apparteneva quasi esclusivamente a gente adulta o addirittura anziana. Con il passare degli anni vede crescere con se anche l’incidenza percentuale del diabete sulla popolazione e matura, pian piano, la ferma convinzione di non dover assistere passivamente ai progressi medico scientifici che ruotano attorno alla sua patologia ed alle “restrizioni” sociali imposte dal vivere la condizione di diabetico. Sceglie lo sport come strumento di comunicazione e, nuotando, inizia a dimostrare che anche scendendo in vasca assieme al proprio diabete si può gareggiare e vincere contro chi in acqua si tuffa senza il timore che il valore glicemico possa compromettere la prestazione. Una serie di medaglie vinte sono state un gran bel messaggio di forza e di speranza per tanta altra gente diabetica ma, purtroppo, gli echi di queste vittorie non potevano raggiungere tutti coloro che avrebbero dovuto ascoltarli. Così Monica decide di alzare il tiro per gridare ancora più forte a tutti “ sono diabetica e questo non è un limite”. Per ampliare il bacino degli auditori del proprio messaggio di speranza nel 2007 Monica diventa la prima atleta diabetica ad aver attraversato a nuoto lo stretto di Messina, riscuotendo consensi e apprezzamento da parte di tanti ragazzi diabetici che hanno riconosciuto in lei un esempio da seguire. Il 4 Settembre di quest’anno, Monica tenterà di fare arrivare un messaggio ancora più forte e significativo a tutti i suo “colleghi diabetici” (come li chiama lei), tentando di portare a spasso il suo diabete per le acque del tirreno da Capri a Sorrento (circa 20km). Tra gli obiettivi che si prefigge nel tentare quest’impresa ci sono quello di dare coraggio e speranza a tutti quelli che vivono male la propria condizione di diabetici e quello di unire in un’unica grande festa diabetici, diabetologi, case farmaceutiche, infermieri, associazioni e chiunque altro militi, per un motivo o per un altro, nel settore diabetologico perché, come dice lei, l’unione fa la forza e tutti insieme contro il diabete qualche risultato lo portiamo a casa.


FONTE: Comunicato stampa
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06 luglio, 2010

Una legge che vieti di fumare in auto: siete favorevoli o contrari?

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La sigaretta accesa in macchina espone ai rischi del fumo passivo, con danni gravi per chi ne è esposto (che sia o non sia fumatore) e con potenziali danni immediati per asmatici e cardiopatici. È ancora un'abitudine diffusa, anche mentre si guida e anche con altre persone a bordo, bambini compresi. Inoltre, niente alibi: viaggiare con il finestrino abbassato serve a poco. Ecco perché molti esperti vedono di buon occhio una legge che vieti di fumare in auto.

Cosa succede nell'abitacolo di un'auto all'accensione di una sigaretta? C'è un'impennata immediata di polveri sottili (PM2,5 e PM10 soprattutto) di composti organici volatili (il benzene, ad esempio) e di monossido di carbonio. Misurazioni precise sono state effettuate da un gruppo di ricerca che ha coinvolto il Laboratorio per la ricerca sul fumo passivo (Istituto nazionale dei tumori di Milano e Simg, Società italiana di medicina generale), la Regione Veneto, le aziende sanitarie di Treviso e di Adria. I dati, apparsi sull'ultimo numero della rivista "Epidemiologia e prevenzione", evidenziano livelli altissimi di inquinanti: le polveri sottili aumentano di 100 volte, le particelle di 10 volte e i composti organici e il monossido di carbonio di tre volte. Per capirsi, sottolineano gli autori, la concentrazione di PM 10 è risultata di oltre 500 microgrammi al metro cubo, più di 10 volte il limite giornaliero fissato dalle normative europee che (in teoria) dovrebbe far scattare il blocco delle auto. E dopo 10 minuti dall'accensione della sigaretta i livelli di polveri sottili erano ancora tali (300 microgrammi al metro cubo) da poter indurre danni seri a chi soffre d'asma o di disturbi cardiaci.

Viaggiare col finestrino abbassato aiuta a tenere bassi i livelli di alcuni inquinanti prodotti dalla sigaretta, ma non tutti: si respira ancora un'aria viziata da milioni di particelle submicrometriche (200 al metro cubo). Il messaggio è chiaro: "Non esistono attualmente possibilità di difendersi dal fumo passivo se si fuma in auto" afferma Giovanni Invernizzi, esperto dell'area pneumologica Simg che ha coordinato il lavoro. "E questo vale anche per chi fuma – precisa – dato che il fumo passivo è un fattore di rischio aggiuntivo che si somma al danno dell'esposizione alle sigarette durante tutta la giornata".

In Italia, il 60 per cento dei fumatori afferma di fumare in auto. "Ci sono valide ragioni per auspicare una legge che vieti il fumo in macchina" scrivono in un editoriale di commento Giovanni Invernizzi, Roberto Mazza, del Centro antifumo dell'Istituto nazionale tumori, e Luca Sbrogiò del Dipartimento di prevenzione dell'Ulss 19 di Adria. "Oltre al danno da fumo passivo, la sigaretta è fonte di distrazione e causa accertata di incidenti" precisano gli autori, ricordando che per queste stesse ragioni il divieto è attivo nella piccola Repubblica di San Marino ed è in discussione in molti Paesi.

A Mosca, durante il summit mondiale sulla sicurezza stradale dello scorso novembre si è dibattuta l'opportunità di vietare le sigarette come principale causa di distrazione al volante insieme a usare telefonini, guardare al di fuori della carreggiata, mangiare e bere. Nel Regno Unito la proibizione della sigaretta al volante è in vigore per i veicoli che sono luogo di lavoro (camion, furgoni, bus e minibus, ad esempio). Il Royal College of Physicians, che riunisce i medici britannici, ha recentemente chiesto di estendere il divieto a tutti gli autoveicoli, allegando pesanti prove degli effetti del fumo passivo sui bambini.

Negli anni si sono succedute varie proposte legislative in materia. Oltre a medici e ricercatori, restano sul piede di guerra anche importanti associazioni come l'Aci e il Codacons. L'ultimo documento, un emendamento proposto in Commissione parlamentare alla Lega Nord alla fine del 2009, che prevedeva multa di 250 euro, cinque punti in meno dalla patente, tutto raddoppiato se ci sono bimbi a bordo, non è per ora rientrato nella riforma del Codice della Strada.

FONTE: Molecularlab.it
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Confermato: le cellule staminali pluripotenti indotte (iPS) non hanno le stesse potenzialità d'uso delle staminali embrionali

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Nel 2007, alcuni scienziati hanno scoperto cellule staminali pluripotenti indotte umane (cellule iPS). Proprio come le cellule staminali embrionali (cellule ES), le cellule staminali pluripotenti indotte si autorinnovano e si trasformano in qualsiasi tipo di cellula o tessuto. Il vantaggio è che non comportano quasi nessuno dei limiti pratici ed etici che ostacolano la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Un nuovo studio ha però scoperto che le cellule staminali pluripotenti indotte non hanno le stesse potenzialità d'uso in alcune applicazioni. Queste scoperte sono state presentate a un evento tenuto dal progetto ESTOOLS ("Platforms for biomedical discovery with human ES cells"), che ha ricevuto una sovvenzione di 12 milioni di euro nell'ambito dell'area tematica "Scienze della vita, genomica e biotecnologia per la salute" del Sesto programma quadro (6PQ) dell'UE.

Questa importantissima scoperta delle cellule staminali pluripotenti indotte è segno di una nuova speranza per la scienza. La differenza principale rispetto alle cellule staminali embrionali è che queste cellule si ottengono riprogrammando geneticamente le cellule somatiche di un individuo. Eliminando le preoccupazioni che circondano l'uso delle cellule staminali embrionali, le cellule staminali pluripotenti indotte possono essere usate nella ricerca e nella medicina rigenerativa e come modelli per malattie difficili da studiare negli esseri umani. Rimane però la questione se le cellule staminali pluripotenti indotte hanno in effetti le stesse possibilità di applicazione delle cellule staminali embrionali.

I risultati di uno studio condotto dall'Università ebraica di Gerusalemme in Israele (uno dei partner di ESTOOLS) e dall'Ospedale pediatrico di Boston negli Stati Uniti suggeriscono che queste cellule non possono sostituire completamente le cellule staminali embrionali in alcune applicazioni basilari cliniche e di ricerca.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati nel numero di maggio della rivista Cell Stem Cell e sono stati presentati a Lisbona, in Portogallo, durante il simposio internazionale "Stem Cells in Biology and Disease" che si è tenuto a maggio 2010. Il simposio è stato organizzato da ESTOOLS, che rappresenta il più grande consorzio europeo di ricercatori impegnati nello studio delle cellule staminali embrionali umane (22 partner in tutto; 19 istituti di ricerca accademici e 3 aziende).

In questo studio, il team ha confrontato le proprietà delle cellule staminali pluripotenti indotte ottenute da cellule della pelle di persone affette dalla sidrome dell'X fragile (la forma più comune di ritardo mentale ereditario tra i maschi), con quelle delle cellule staminali embrionali dello stesso difetto genetico (isolate da embrioni). Hanno scoperto che il FMRI (il gene X fragile) era attivo nelle cellule staminali embrionali ma non in quelle staminali pluripotenti indotte.

L'autore principale dello studio, il dott. Nissim Benvenisty dell'Università ebraica di Gerusalemme, ha detto: "Abbiamo notato una differenza tra le cellule staminali pluripotenti indotte e le cellule staminali embrionali, sebbene avessero la stessa mutazione." Ha spiegato che i risultati potrebbero suggerire un fenomeno più generale di differenze epigenetiche tra le due.

"Finchè non capiamo meglio le differenze tra questi due tipi di cellule, la soluzione ottimale potrebbe essere costruire modelli per i disturbi genetici umani usando entrambi i sistemi, se possibile," ha aggiunto il dott. Benvenisty.

Il professor Peter Andrews dell'Università di Sheffield nel Regno Unito ha convenuto che le scoperte del dott. Benvenisty mostrano che le cellule staminali embrionali e le cellule staminali pluripotenti indotte sono strumenti complementari che in alcuni casi possono fornire informazioni diverse sui processi fondamentali delle malattie. "Sottolineano l'importanza di continuare la ricerca con entrambi i tipi di cellule staminali pluripotenti umane. I risultati confermano inoltre il valore e l'importanza del finanziamento europeo dei consorzi di ricerca come l'ESTOOL," ha spiegato il professor Andrews.





FONTE: Molecularlab.it e Cordis
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La Akuel lancia il suo nuovo prodotto per un sesso più sicuro

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L'arrivo dell'estate moltiplica le occasioni di nuovi incontri e nuove relazioni. Nel 2010 tutti oramai sanno quanto sia determinante proteggere la propria integrità fisica in momenti particolarmente infuocati al fine di prevenire patologie fastidiose (esempio: Herpes Simplex 2), complicate (esempiO: Clamidia), temibili (esempio: Gonorrea) e purtroppo anche terribili (esempio: Hiv) e anche e soprattutto per evitare gravidanze indesiderate (n.b. sebbene in quest'ultimo caso è scientificamente provato che l'uso della pillola anticoncezionale risulta essere di gran lunga più efficace). E' la protezione della propria salute che ha portato negli anni a superare ogni forma di "inibizione morale" in merito all'uso dei preservativi, e spesso anzi si invita a parlarne sia in pubblico sia attraverso i media. In particolare si vuole superare quella forma di retenzione di tale argomento che domina nella fascia di età postadolescenziale, laddove i giovani agiscono spesso con ignoranza e incoscienza. Numerose società hanno lavorato, nei mass media attraverso pubblicità articoli e quant'altro, per diffondere il concetto dell'uso di una protezione nei rapporti con i primi patner, sia per un ovvio ritorno economico, sia per supplire alla carenza di cultura in tal senso in ambito giovanile.

Una delle immagini del videogioco della Akuel
Importante è la campagna pubblicitaria svolta dalla Akuel, società da sempre in prima fascia riguardo la vendita di condom. In particolare, utilizzando i più comuni social network (es. Facebook) la società francese sta pubblicando un videogioco (in formato Flash) dove si porta ad avvicinare in modo divertente il tema del sesso. Per accedere al gioco bisogna ovviamente essere maggiorenni. Rifacendosi ai vecchi platform dei primi anni '90, è possibile giocare a "Mr Skin", un videogioco in cui bisogna "correre contro il tempo per le strade cittadine per incontrare finalmente il tuo lui/lei che ti aspetta in un locale, raccogliendo durante il tragitto quanti più prodotti marchiati Akuel possibili. Sei proprio tu Willy o Gina: il protagonista di Mr Skyn in Goldon City il nuovo game on-line di Akuel". Il gioco è stato creato anche e soprattutto per pubblicizzare la vendita della nuova linea di condom "Akuel Skyn", che tramite una nuova composizione ha la caratteristica di "conferire maggiori sensazioni", eliminando uno dei motivi che spesso portano le prime volte all'inibizione all'uso del condom. Ho fatto una prova, in basso a lato potete vedere il mio punteggio:


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Ovviamente oltre al videogioco dal sito è possibile accedere alle presentazioni dei vari prodotti, fra cui appunto questa linea definita "innovativa".


Articolo sponsorizzato
Partage propulsé par Wikio
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Sotto stress? La colpa è di un gene...

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Un gruppo di ricercatori del Donders Institute for Brain, Cognition and Behaviour di Nimega (Paesi Bassi) ha identificato in uno studio presentato al Forum Europeo di Neuroscienze ad Amsterdam un gene che sarebbe responsabile della maggiore propensione allo "stress" in soggetti posti sotto forte pressione psicofisica. In pratica gli scienziati hanno utilizzato lo scanner cerebrale per analizzare come il cervello di un gruppo di persone reagisce allo stress. Per indurre la condizione i soggetti sono stati invitati a vedere una scena violenta in un film, seguita da una serie di immagini raffiguranti volti arrabbiati e spaventati. Ebbene, i ricercatori hanno osservato che l'amigdala, una "regione primitiva" del cervello che aiuta a generare e a tenere sotto controllo le nostre emozioni, è piu' attiva in coloro che hanno ereditato il gene dello stress. Secondo gli scienziati, circa la metà di tutte le persone hanno questo gene che li rende più cauti nell'affrontare i problemi, ma anche più vulnerabili alle pressioni. "Questa differenza genetica individuale" - ha spiegato Guillen Fernandez , ricercatore che ha coordinato lo studio - "si manifesta solo quando le persone sono sottoposte a stress. Questa è la prima volta che è stata trovata una variazione genetica responsabile di una risposta diversa agli stimoli emotivi solo quando gli individui sono stressati". Attualmente "stiamo valutando - ha concluso Guillen - se queste persone sono anche più inclini a sviluppare disturbi da stress post-traumatico dopo aver vissuto un vero trauma".


FONTE: Agi.it Salute
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04 luglio, 2010

Muore per meningite la figlia di Niccolò Fabi

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Il mondo della musica viene scosso dalla notizia della morte avvenuta della giornata di ieri della figlia del cantautore romano Niccolò Fabi, scomparsa all'età di due anni per meningite. E' lo stesso artista, uno dei poeti più conosciuti in campo musicale italiano e autore di tante canzoni straordinarie ( "Capelli", "Dica", "Rosso", "Vento d'estate", "Lasciarsi un giorno a Roma" tanto per citarne alcuni), a comunicarlo ai propri fan usando il proprio profilo sul famoso sito Facebook. Di seguito il messaggio postato dall'artista:

"" amici.....vi sto
per scrivere quello che non avrei mai voluto scrivere.........questa
notte una sepsi meningococcica fulminante ha portato via nostra figlia
Olivia, Lulùbella per chi l'ha conosciuta e amata, il dolore devastante
che mi attanaglia la gola è la conseguenza dell'esperienza più
...inaccetabile orrida ingiusta e innaturale che un essere umano può
vivere...inutile dirvi che fino a quando non avrò trovato un modo per
trasformare questo dolore e dare un senso costruttivo a questo incubo,
il palcoscenico sarà l'ultimo posto in cui desidererò stare...so di
poter contare sulla vostra sensiblità e sull'amore che mai come adesso
è l'unico strumento che merita di essere suonato.....un abbraccio che
contiene tutto..nicc""


Il messaggio si conclude con un link al video della canzone composta dallo stesso per parlare del tragico tema della morte (e dedicata in questo caso al tragico destino della figlia) e con dei messaggi che annunciano il ritiro dalle scene in modo indefinito. 

I batteri che sono più frequente causa di meningite sono tre: il Neisseria meningitidis (meningococco) che è un ospite frequente delle prime vie respiratorie, esistono 13 diversi sierogruppi di meningococco, ma solo 6 (denominati A, B, C, W135, X e Y) causano meningite e altre malattie gravi. In Italia e in Europa i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata. Lo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) è, dopo il meningococco, uno degli agenti più comuni della meningite. E il Haemophilus influenzae tipo b che era la causa più comune di meningite nei bambini fino a 5 anni fino alla fine degli anni Novanta quando l’introduzione della vaccinazione ha ridotto di molto i casi patologici. Il meningococco è purtroppo uno dei batteri più letali in campo infantile: sono rari i casi di infezioni letali, dovuti principalmente all'emersione di ceppi "sporadici" e a rapida crescita che trovano nell'infante una mancata risposta immunitaria o una risposta troppo rallentata rispetto alla sua velocità di crescita, portando quindi ad una compromissione generale del sistema immunitario. Spesso la rapidità delle cure antibiotiche non è sufficiente, l'unica strada percorribile è una prevenzione che si basi sui vaccini ma la variabilità di tali ceppi rende appunto conto delle difficoltà.
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28 giugno, 2010

Mozzarelle blu, primo probabile avvelenato in veneto

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Si moltiplicano le segnalazioni di casi di mozzarelle "blu" sospette in tutta Italia. Mentre procede velocemente il ritiro dal mercato europeo da parte del distributore, i Nas tedeschi sono già al lavoro per verificare le condizioni della fabbrica tedesca produttrice e responsabile di tale caso. I sequestri del prodotto importato dalla Germania arrivano a superare quasi una tonnellata. Intanto nel padovano si registra un primo probabile sospetto di avvelenamento. Un uomo di 32 anni ha riferito al pronto soccorso di avere labbra e gengive infiammate a causa dell'ingestione, qualche settimana prima, di una delle due mozzarelle di una delle sei marche a rischio. Ha quindi mangiato la prima e riposto la seconda in frigo. Il giorno dopo l'ha ritrovata immersa in un liquido azzurro. Sarà l'Istituto zooprofilattico di Legnaro a confermare se c'é relazione tra i sintomi e il cibo consumato. La colorazione blu della mozzarella si verifica dopo alcune ore dall'apertura della confezione e al momento non sono stati segnalati di disturbi fisici particolari da parte di chi le ha consumate. Ma il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, invita le aziende distributrici, qualora non avessero già provveduto al ritiro delle partite, ad adottare tutti i provvedimenti cautelativi necessari alla tutela del consumatore. I sequestri delle mozzarelle riguardano tre marchi: Land, venduto da Eurospin, Lovilio, venduto da Lidl, e Malga Paradiso, venduto da MD discount, tutti prodotti in Germania dalla ditta Milchwerk Jager Gmbh & Co.
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Caso "Talidomide": dopo 50 anni primo risarcimento per un caso di focomelia

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La pratica 48396 dopo mezzo secolo ora può dire ufficialmente di essere nata senza braccia a causa di un medicinale contro l’insonnia preso dalla madre. E’ la prima ad aver ottenuto il diritto ad un risarcimento: 4mila euro al mese esentasse aveva promesso il ministro del Welfare Maurizio Sacconi lo scorso anno. Ma non esistono fondi stanziati e i tempi prima di veder arrivare davvero dei soldi sono ancora lunghi: chi ha aspettato cinquant’anni probabilmente dovrà aspettare ancora. Il governo l’aveva promesso in una norma della Finanziaria: risarciremo chi riuscirà a dimostrare il collegamento tra una madre che assume il talidomide durante la gravidanza e le infermità del figlio se si tratta di nati tra il 1959 3 il 1965. Era il 2008, la norma era stata oggetto di una lunga battaglia politica. Da quel momento è andata avanti un’altrettanto lunga battaglia giudiziaria culminata due anni dopo in una raccomandata arrivata il 15 giugno all’avvocato Marcello Stanca che sta seguendo la vicenda. La raccomandata ha l’intestazione del ministero della Salute e ammette: «Sì, esiste nesso causale tra l’assunzione di talidomide dalla madre in gravidanza e l’infermità» nella pratica 48396.

La pratica 48396 è una signora torinese. Si chiama Antonella Bertana, ha 48 anni ed una vita segnata in modo indelebile da questo farmaco. Alla madre l’avevano prescritto il 3 agosto dell’anno precedente. La donna non sapeva ancora di essere incinta, soffriva d’insonnia e si era rivolta ad un medico. Lui aveva preso carta e penna e aveva scritto su un foglio il nome di un calmante a base di talidomide. Quando Antonella è nata il 5 maggio del 1962 non aveva delle braccia, e nemmeno le avambraccia. Il braccio destro oggi è lungo una venitna di centimetri, il sinistro sembra un dito attaccato alla spalla. Abbozzi anatomici sono definiti in gergo tecnico. In quegli anni ne sono nati tanti di bambini così, focomelici e con abbozzi anatomici al posto delle braccia o delle gambe. Ci fu un’impennata paurosa nelle statistiche dei malati, e un’ondata di proteste contro la casa produttrice del farmaco e poi anche contro il ministero della Salute che allora si chiamava in modo diverso. Nel 1965 finalmente il farmaco fu ritirato dal commercio ma intanto centinaia di bambini se ne andavano in giro per l’Italia - e dieci, venti, trenta volte di più in tutto il mondo - senza poter camminare o muoversi come i loro coetanei.

Si stima che oltre 20 mila bambini nel mondo, di cui 10 mila in Europa, siano nati affetti da focomelia, questo difetto che impedisce la crescita delle ossa lunghe. Ma è una stima probabilmente per difetto. «Molti sono morti, altri non hanno avuto genitori che abbiano partecipato alle richieste di risarcimento», spiega Antonella Bertana. E lo stesso ministero ha risposto che non se ne parlava neppure, quando l’avvocato Marcello Stanca ha chiesto ufficialmente una graduatoria di chi avrebbe avuto diritto al risarcimento.

«Siamo stati lasciati soli dallo Stato», racconta ora Antonella Bertana, che ha avuto la fortuna almeno di sopravvivere mentre 4 feti su 10 di donne che assumevano il talidomide sono morti. Ha studiato, lavora, insegna inglese alle elementari, ed è anche in grado di vivere per lunghi periodi da sola. Riesce infatti a compensare la mancanza di braccia con i piedi. «Capita a molti focomelici - spiega - sviluppare una capacità prensile agli altri arti».

Insieme con lei ad avere fatto richiesta di risarcimento sono un’altra decina di vittime della talidomide. Nessuna notizia ancora. Il ministero ha avviato la procedura di esame delle condizioni per accedere al risarcimento solo dopo una sentenza del Tar del Lazio che ordinava di procedere visto che dopo la norma contenuta in Finanziaria nel 2008 sulla questione era sceso il silenzio.

«Il ministero si è messo finalmente in moto nel 2009 ma ha delegato le Asl di tutt’Italia a effettuare la valutazione. Questo ha ritardato l’esame delle pratiche e anche reso diversi da luogo a luogo i parametri seguiti. Oltretutto ha diritto al risarcimento solo chi abbia una prova in grado di confermare l’assunzione da parte della madre del talidomide». La signora Antonella Bertana aveva ancora dopo tanti anni la copia della prescrizione del medico: ma gli altri?


AUTRICE: Flavia Amabile
FONTE: La stampa.it
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19 giugno, 2010

Forti proteste bipartisan sulle recenti decisioni del governo in merito agli assegni di invalidità

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Sembrerebbe una barzelletta di cattivo gusto, ed invece si tratta dell’ennesima trovata di questo Governo. Stiamo parlando del decreto legge n. 78 del 2010, meglio conosciuto come “manovra finanziaria”, che nel comma 1 dell’articolo 10, cancella l’assegno di invalidità per le persone affette dalla sindrome di Down, oltre che per altre numerose categorie di malati ed invalidi. Questo comma, infatti, innalza la percentuale d’invalidità necessaria all’ottenimento del sussidio – per la cronaca 256 euro al mese – da 74% a 85% escludendo di fatto tutti i down che, secondo le tabelle del Ministero della Sanità, hanno un’invalidità pari al 75%. Incredibile ma vero! Tutte le persone affette dalla sindrome di Down e le loro famiglie, che sino ad oggi hanno contato su questo, pur irrisorio, contributo statale dovranno rinunciarvi, a meno di non essere costretti a farsi riconoscere un’invalidità del 100% (individuata solo a chi, oltre alla sindrome di Down, presenta anche gravi disturbi mentali). Tutto questo però avrà il solo risultato di azzerare tutte le battaglie finora condotte dalle associazioni a tutela dei Down. Con il 100% d’invalidità nessun Down potrà più trovare un posto di lavoro. Non ci sono altre considerazioni da fare. Si tratta di un provvedimento scellerato e crudele, come purtroppo se ne individuano moltissimi in questo testo, mosso da ragioni altrettanto scellerate. Sì, è evidente la necessità di tagliare dei costi per lo Stato, ma partire discriminando le categorie più deboli sembra veramente un controsenso. Ci si sarebbe aspettati un provvedimento finanziario che combattesse in maniera concreta l’evasione fiscale, gli alti costi della politica, i molti falsi invalidi e invece ci ritroviamo con un testo di legge che penalizza chi già è in difficoltà. Lo fa bloccando per tre anni gli stipendi agli statali, non riconoscendo gli indennizzi per chi è stato danneggiato dallo Stato (e stiamo parlando di tutte quelle persone che si sono ammalate a seguito di una trasfusione sbagliata) e da ultimo negando la possibilità di un sussidio mensile ai malati di sindrome di Down. Alcuni rappresentanti del partito IDV hanno già presentato una mozione affinchè tale decisione da parte del governo sia al più presto annullata.


Con una lettera al presidente del Consiglio e ai ministri Fazio e Sacconi, sette parlamentari del Pdl, gli onorevoli Scandroglio, Beccalossi, Vignali, Gottardo, Bocciardo, Abelli e Cassinelli, hanno chiesto al Governo di intervenire per evitare l'esclusione dei portatori della sindrome di down dalla fascia di protezione sociale. "Una esclusione - commenta il primo firmatario Scandroglio - che nascerebbe dal combinato disposto del primo comma dell'art. 10 dell'A.S. 2228 e della circolare 30 del 26 marzo 1997. Infatti, con l'innalzamento da 74 a 85 punti quale tasso minimo di riduzione della capacità lavorativa ai fini dell'assegno di invalidità (256,67 euro nel 2010), i portatori di sindrome Down vengono esclusi, così come altre patologie non soggette ad interpretazione". Nella missiva a Berlusconi, i parlamentari Pdl aggiungono: "Appare evidente l'iniquità della suddetta situazione. La richiesta della società civile, delle comunità della solidarietà e di larga parte dei parlamentari, richiede una revisione o della circolare ministeriale o di un intervento in sede legislativa, tesa a ripristinare la protezione sociale dei portatori di trisomia del 21".

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SENTIERI DELLA MEDICINA

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