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AFORISMA DEL GIORNO

02 novembre, 2010

Gli alcolici? Più letali delle droghe pesanti, secondo la rivista Lancet...

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Gli alcolici causano molti piu' danni alla salute di eroina, crack e cocaina. E' quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista medica Lancet secondo cui dato 100 come danno massimo di una sostanza dannosa, l'alcol è a quota 72 mentre l'eroina e' a 55 e il crack a 54. Nella classifica (che non mancherà di scatenare polemiche) delle sostanze più dannose seguono alcuni stupefacenti illegali, la cui pericolosità è nota, ed altre sostanze la cui vendita e' si regolamentata e limitata ma legale. Al primo gruppo appartengono le metanfetamine (33) e la cocaina (27). Quest'ultima però è appena un gradino sopra il tabacco (26) sostanza del secondo tipo. A seguire le anfetamine/speed (23), la cannabis (20), il Gamma-idrossibutirrato o Ghb (18), le benzodiazepina (lo sono molti sonniferi e ansiolitici) e la ketamina (15), il metadone (13), le foglie di khat. Sorprendentemente molto in basso nel "decalogo" l'ecstasy, assimilato per pericolosità agli steroidi anabolizzanti (9), e all'Lsd (7). La ricerca è stata curata da un team guidato da David Nutt, ex consigliere del precedente governo laburista per la lotta contro la droga. Fino allo scorso anno presiedeva il gruppo di consiglieri governativi su droghe e sostanze nocive. In una nazione come il Regno Unito, dove l'alcolismo è un problema diffuso ed evidente (basta mettersi fuori da un pub il sabato sera per rendersene conto), l'allarme lanciato dal professor David Nutt, in un articolo per l'autorevole rivisita scientifica Lancet, non dovrebbe rimanere inascoltato. Lo studioso chiede al governo di riclassificare l'alcol tenendo conto della sua maggiore pericolosità sociale, suggerisce di aumentare il costo degli alcolici per dissuadere almeno i più giovani dall'abuso e propone misure per considerare gli effetti dell'alcolismo "passivo", così come è stato già fatto per il "fumo passivo".

Non tutti concorderanno con le sue tesi, perché il professor Nutt è uno scienziato che ha già creato controversie e polemiche nel recente passato. Lo scorso anno fu licenziato dal suo ruolo di capo dei consiglieri governativi sulle droghe dopo avere criticato il governo per la decisione di riclassificare la marijuana da droga di livello C a droga di livello B, ovvero più pericolosa. Secondo Nutt, presentarla come una sostanza più dannosa e potente avrebbe avuto l'effetto di attirare un maggiore consumo, mentre di fatto vari studi la descrivevano come non particolarmente nociva, con l'eccezione di un tipo particolare di erba. In un'altra occasione, lo studioso si era attirato critiche per avere scritto in un articolo che la probabilità di morire di ecstasy era pari a quella di morire per una caduta da cavallo, mettendo sullo stesso piano le dorghe chimiche e l'equitazione. I maligni ironizzarono all'epoca sul suo nome, Nutt, che in inglese suona come la parola "matto".

Le credenziali scientifiche di David Nutt, tuttavia, sono ineccepibili. E all'articolo su Lancet hanno collaborato anche un noto farmacologo, Leslie King, e l'economista Lawrence Philips. Il loro studio afferma che l'alcol è tre volte più dannoso della cocaina o del tabacco e cinque volte più dannoso del mefedrone. Recenti rapporti del National Institute for Health e di altri organismi condividono sostanzialmente questa tesi. Su un massimo di 100 punti, lo studio del professor Nutt ne assegna 72 all'alcol, 55 all'eroina, 54 alla cocaina. In termini di danno individuale, l'alcol è classificato al quarto posto, ma balza al primo quando si tiene conto del danno sociale, ossia non solo del rischio di morte e malattie per chi ne fa uso, ma pure  delle implicazioni sociali come conflitti familiari, costi economici, declino della coesione comunitaria. Crimini e disordini sociali legati all'abuso di alcolici costano al contribuente britannico 13 miliardi di sterline (circa 15 miliardi di euro) ogni anno.

FONTE: Agi.it e Repubblica.it
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Ricreare il fegato umano in laboratorio? Si può, grazie alla medicina "rigenerativa" ...

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Per ora è un fegato “bonsai”, più piccolo di quelli adulti, ma è perfettamente funzionante, e la speranza è che “coltivandolo” ancora, per poi impiantarlo nell'uomo, assuma le proporzioni e le funzionalità normali. Si tratta comunque del primo fegato creato in laboratorio, un passo avanti fondamentale nella storia dei trapianti. C'è riuscito l'Istituto di medicina rigenerativa del Wake Forest University Baptist Medical Center di Winston-Salem, nel North Carolina, che ha creato un fegato in miniatura con tutte le funzionalità del fegato umano, almeno in laboratorio. Ora la scommessa sarà vedere se e come funzionerà l'organo trapiantato in un modello animale. Il fine ultimo della ricerca, che sarà presentata domenica al congresso annuale dell'Associazione americana per lo studio delle Malattie del Fegato a Boston, è quello di fornire una soluzione alla carenza di donatori di fegato disponibili per i pazienti che hanno bisogno di trapianti. Inoltre i “microfegati” creati in laboratorio potrebbero anche venire usati per testare la sicurezza di nuovi farmaci. "Siamo entusiasti delle possibilità che questa ricerca rappresenta, ma sottolineo che siamo in una fase iniziale e ci sono molti ostacoli tecnici da superare prima di poter beneficiare i pazienti", ha precisato Shay Soker, professore di medicina rigenerativa e direttore del progetto. "Non dobbiamo solo imparare come far crescere miliardi di cellule epatiche in una sola volta, al fine di creare fegati abbastanza grandi per i pazienti, ma dobbiamo valutare se questi organi sono sicuri per i pazienti stessi".

In ogni caso, ha spiegato l'autore principale dello studio, Pedro Baptista, è la prima volta che cellule epatiche umane vengono utilizzate per creare in laboratorio, tramite bioingegneria, un fegato completo. "La nostra speranza è che una volta che questi organi verranno trapiantati, conservino le loro funzioni e continuino a svilupparsi", ha detto. Per creare il fegato umano, gli scienziati sono partiti da fegati animali, trattati con un delicato detergente per rimuovere tutte le cellule (un processo chiamato decellularizzazione), lasciando solo il collagene, una sorta di "scheletro" del fegato originario. Hanno poi sostituito le cellule originali con due tipi di cellule umane: le cellule del fegato immaturo, note come progenitrici, e le cellule endoteliali che allineano i vasi sanguigni. Le cellule sono state introdotte nello "scheletro" del fegato animale attraverso un vaso sanguigno di grandi dimensioni che alimenta un sistema di piccoli vasi nel fegato. Questa rete di vasi rimane intatta dopo il processo di decellularizzazione e gli scienziati la hanno utilizzata come una sorta di vuota autostrada su cui far passare i 'Tir' carichi di cellule umane destinate a rimpiazzare quelle animali. Il fegato è stato successivamente posto in un bioreattore, un dispositivo speciale che fornisce un flusso costante di sostanze nutritive e ossigeno in tutto l'organo. Dopo una settimana nel bioreattore, gli scienziati hanno documentato la progressiva formazione di tessuto di fegato umano, così come le funzioni associate. è stata osservata anche una crescita diffusa di cellule all'interno dell'organo 'biotech'. I ricercatori hanno detto che lo studio suggerisce un nuovo approccio alla bioingegneria di organi interi che potrebbe rivelarsi fondamentale non solo per il trattamento di malattie del fegato, ma anche per rene e pancreas. Senza contare i possibili vantaggi nei test di sicurezza per nuovi farmaci: i fegati “bonsai” "potrebbero essere ottimi per simulare il metabolismo dei farmaci nel fegato umano, qualcosa che può essere difficile da riprodurre in modelli animali", ha detto Baptista.

FONTE: Agi.it Salute
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01 novembre, 2010

Celiachia: ulteriori passi avanti nella comprensione dei suoi meccanismi di comparsa

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Sulla rivista Science Translational Medicine è stata pubblicata una ricerca, effettuata da un gruppo di ricercatori australiani e britannici, che ha permesso di individuare le proteine responsabili della celiachia. La celiachia è un'intolleranza immuno-mediata al glutine, proteina presente nell'orzo, segale e frumento e grazie a questa importante scoperta è stato possibile creare un nuovo vaccino che permetterà di diminuire gli effetti collaterali dell'intolleranza. Gli studiosi hanno preso in esame 200 pazienti, hanno fatto mangiare loro pane, orzo bollito e focacce di segale e dopo sei giorni hanno effettuato delle analisi del sangue per controllare come si stava comportando il loro sistema immunitario. Si è visto così che l'organismo dei pazienti ha considerato tossici 90 dei 2700 frammenti della proteina del glutine; tre dei 90 frammenti sono stati ritenuti altamente tossici, "i tre componenti che formano la maggior parte della risposta immunitaria al glutine" ha dichiarato Bob Anderson, ricercatore di Melbourne. Il vaccino, di futuro impiego, è stato prodotto da una società biotech di Melbourne, la Nexpep.

Fonte: Molecularlab.it
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Malasanità: un errore ogni due giorni, Sicilia e Calabria le più colpite

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La Commissione errori ha redatto il rapporto facendo assumere all'allarme malasanità connotati numerici incontestabili e preoccupanti. In Italia, in media, ogni mese, si contano 15 casi di errori in campo sanitario. Uno ogni due giorni. In poco più di un anno, dal primo ufficio di presidenza di fine aprile 2009 a metà settembre 2010, la commissione parlamentare ha esaminato 242 casi.

Episodi di presunta malasanità, di cui 163 hanno fatto registrare la morte del paziente. O per errore diretto del personale medico e sanitario, o per disservizi o carenze strutturali. Su 163, 88 sono vittime di errori che si concentrano in due sole regioni: Calabria (50) e Sicilia (38). Fuori dalla classifica restano solo cinque regioni. In Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria e Marche non si sono registrati casi di malasanità di tipo strutturale.

E' quanto emerge dall'analisi dei casi all'esame della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori in campo sanitario e i disavanzi sanitari regionali, in possesso dell'Adnkronos Salute. Episodi che dopo un esposto, una segnalazione, o magari un articolo di giornale, arrivano sul tavolo del presidente della Commissione Leoluca Orlando. Che interviene. Nel particolare dall'analisi emerge che su 242 casi 'attenzionati', 64 si sono verificati in Calabria, 52 in Sicilia, 24 nel Lazio, 15 in Campania, Puglia e Lombardia, 14 in Veneto, 12 in Toscana, 9 in Emilia Romagna, 8 in Liguria, 6 in Piemonte, 2 in Friuli Venezia Giulia e in Abruzzo, 1 in Trentino Alto Adige, Umbria, Marche e Basilicata.

La Calabria è al primo posto anche per quanto riguarda i decessi. Tra gli episodi all'esame della Commissione errori, i morti legati a presunti (fino all'accertamento della magistratura) casi di malasanità in terra calabrese sono stati 50. Ma la Sicilia, con 38 vittime, non è da meno. Seguono il Lazio con 14 morti, Campania 12, Puglia 9, Liguria 8, Emilia Romagna e Toscana 7, Veneto 6, Lombardia 4, Piemonte 2, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Basilicata 1.

Scorrendo le tabelle della Commissione, su un totale di 242 casi di malasanità, 186 riguardano presunti errori da parte dei medici e del personale sanitario. Errori che potrebbero aver causato 123 decessi. Anche qui, sezionando il dato su base territoriale, si evidenziano le situazioni più critiche in Calabria e Sicilia. Nelle strutture sanitarie calabresi si contano 56 presunti errori all'esame della Commissione, in Sicilia se ne registrano invece 36. Al terzo posto si colloca invece il Lazio con 15 casi di presunti errori.

I casi di malasanità non sempre però hanno a che fare con l'errore diretto del medico. Spesso nascono da disservizi, carenze, strutture inadeguate. Tutte lacune del Servizio sanitario nazionale che la Commissione cataloga come 'altro'. Su 56 casi totali registrati in tutto il Paese - che hanno portato a 40 vittime -, 16 riguardano gli ospedali siciliani, 9 le strutture del Lazio, 8 quelle della Calabria.

Intervenuti sul rapporto della Commissione parlamentare, i sindacati medici, ammettono che soprattutto in Calabria ci sarebbe bisogno di una riorganizzazione globale del sistema sanitario regionale. "I dati relativi alla Calabria e alla Sicilia colpiscono e fanno riflettere", ha detto il segretario nazionale dell'Anaao Assomed Costantino Troise, mentre Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil medici, ha invitato le Istituzioni a "riorganizzare in fretta il Ssr di alcuni regioni, Calabria in testa".

"In Italia - ha spiegato Troise - ogni anno si ricoverano 7,5 milioni di persone, per un totale di circa 50 milioni l'anno di giorni di degenza complessivi in ospedale. Si fanno inoltre 300 milioni di visite specialistiche e circa 1 miliardo di esami di laboratorio: numeri importanti. Questo per dire - ha precisato - che i dati sui presunti casi di malasanità vanno sempre rapportati al volume delle prestazioni erogate".

FONTE: Repubblica.it


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14 ottobre, 2010

Sclerosi multipla: scalpore per un servizio delle "Iene"

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Ha destato scalpore un recente servizio delle "Iene" (il famoso programma di giornalismo d'assalto di Italia1) in merito all'esistenza di una tecnica chirurgica che avrebbe risolto numerosi casi di Sclerosi Multipla in pazienti italiani diagnosticati nelle fasi iniziali della malattia e sottoposti ad intervento chirurgico. La complessa procedura, non permessa in Italia perchè come spiegato dal ministro stesso intervistato dal programma "non vi sono ancora delle certezze assolute in merito ai risultati", avrebbe il suo concetto fondamentale nel determinare un incremento del volume dei condotti venosi che drenano il sangue dal tessuto cerebrale (principalmente le giugulari) che per motivi genetici sarebbero predisposte ad andare incontro a restringimento (questo riguarda una patologia chiamata "CCSVI", malattia delle giugulari ostruite, mentre la sclerosi multipla è una malattia neurodegenerativa. Il Professor Zamboni sostiene che intervenendo su una si potrebbe risolvere anche l'altra, ma la sperimentazione per poterlo dimostrare non parte). L'allargamento favorirebbe una leggera diminuizione della pressione, aumenterebbe il ritorno venoso e questo diminuirebbe i possibili danni scaturenti dall'aumento di pressione e che sarebbero responasbili della comparsa dei sintomi della sclerosi. L'intervista condotta dai giornalisti a pazienti che si dichiarano "notevolmente migliorati se non addirittura guariti" ha fatto scoppiare una grande controversia sull'argomento. Come spesso accade per patologie gravi e di cui si sa poco dal punto di vista fisiopatologico e terapeutico si infonde subito il sospetto che l'esistenza di eventuali cure definitive possano essere oscurate oppure ostacolate e persino accantonate in relazione alla necessità da parte delle società che "supportano" il malato (per esempio tramite la produzione e la vendita di presidi) di riuscire ad ottenere, tramite i contratti con le ASL e quindi con lo Stato, un elevato e duraturo guadagno economico.

Per chi volesse saperne di più, e per capire in modo più preciso in cosa consiste tale tecnica e quale sia la sua efficacia, consiglio la visione di questi due servizi andati in onda nella trasmissione Le Iene:

Le Iene, Video Mediaset - La scoperta del Prof. Zamboni

Le Iene, Video Mediaset - La tecnica del Prof. Zamboni e intervista al ministro Fazio

Per approfondire:  AISM
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13 ottobre, 2010

Le iscritte di Facebook scendono in campo accanto alla LILT

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Migliaia di donne italiane in queste ore stanno modificando il loro stato su Facebook con un messaggio personale dai toni maliziosi che incuriosisce molti, soprattutto uomini: "Mi piace… lì". E al posto del lì, la fantasia si sbizzarrisce a elencare quei luoghi in cui le donne coinvolte in questo progetto lasciano... la loro borsa. Il motivo di tanto successo virale per questa operazione su Facebook è presto detto e per nulla ludico: è il supporto che le donne italiane stanno dando, volontariamente, alla promozione del mese (ottobre) della prevenzione del cancro al seno, grazie alla campagna "Nastro Rosa" voluta dalla Lilt, Lega italiana per la lotta contro i tumori.

Il mese di prevenzione è arrivato alla sua diciassettesima edizione: in questi giorni, contattando le sedi provinciali della Lilt, è possibile prenotare la visita gratuita di controllo in uno dei quasi 400 ambulatori presenti sul territorio nazionale. Sensibilizzare l’universo femminile sui controlli e sul come sconfiggere la malattia attraverso le visite e l’autoanalisi è un passo fondamentale in un Paese in cui ogni anno viene diagnosticato il cancro al seno a 40mila donne e dove una donna su 33 muore per un carcinoma mammario. Ancor più grave, una proiezione sul 2010 dice che a fine anno i nuovi casi di tumori saranno stati 42mila. Nastro Rosa, attraverso la sua campagna, ricorda che di tumore al seno si può guarire, almeno nel 90 per cento dei casi, sia attraverso operazioni di prevenzione primaria (mangiare bene, fare movimento, non fumare ecc) che secondaria (le visite di controllo che variano a seconda dell’età e dei singoli casi, in modo da riuscire ad arginare l’eventuale tumore nella sua fase iniziale, quando questo è curabile). La lega che combatte i tumori insiste particolarmente sulla mammografia, esame che a partire dai 40 anni di età dovrebbe essere svolto da tutte le donne una volta all’anno.

Per ricordare a tutte l’importanza della prevenzione, la Lilt ha organizzato una serie di eventi collaterali, come l’illuminazione di color rosa di alcuni dei monumenti delle città italiane, operazione che avviene anche all’estero su edifici imponenti come l’Opera House di Sydney, o su meraviglie della natura come le cascate del Niagara, tra Stati Uniti e Canada. L’uso di Facebook e della potenza dei fenomeni virali online non è una novità per Nastro Rosa. Già lo scorso anno infatti le donne del social network si mobilitarono per ricordare a tutte la prevenzione del cancro alla mammella. Nel 2009 il tema con cui aggiornare il proprio status era il colore del reggiseno che si indossava in quel momento.

FONTE: Corriere.it
Autore: Eva Perasso
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01 ottobre, 2010

Messina, Giampilieri: un anno dopo...

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Alluvione, un anno dopo. Dalle «new town» di Berlusconi alla «mazzata» di Bertolaso: un "bestiario" lungo dodici mesi. Le dichiarazioni "impossibili" ascoltate dal 2 ottobre fino a pochi giorni fa: la favola dell’abusivismo, la ricostruzione, i fondi promessi e “troppo” altro.

L’alluvione? Colpa dell’abusivismo. Il dopo alluvione? La soluzione sta nelle “new town”. Il Ponte? Ci fosse stato, il disastro non sarebbe accaduto. I fondi dello Stato? Arriveranno, in gran quantità. L’abusivismo? Ora non c’è più, la “mazzata” è servita a qualcosa. Di frasi del genere, di cui tanti, per non dire tutti, avrebbero fatto volentieri a meno, ne abbiamo sentite fin troppe in questo lungo anno iniziato la tragica notte del 1. ottobre 2009. Un “bestiario” che ci offre un campionario fitto di frasi “celebri” finite, inevitabilmente, nel libro nero delle parole in libertà rilasciate senza pensare né al dolore e alla rabbia che potevano provocare, né al ruolo istituzionale e di responsabilità di chi le pronunciava. Lasciate così, in preda al vento. Generando ulteriore fango laddove non ce n’era proprio bisogno. Ecco una carrellata di queste dichiarazioni impossibili. E scusate se ce ne siamo dimenticata qualcuna. 0 Forse l’ha portata via il vento. Grazie a Dio.

«Io non faccio polemiche ma cerco di risolvere i problemi, è però evidente che non può essere la Protezione Civile a risolvere i problemi di dissesto idrogeologico creati dall'abusivismo». Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, 2 ottobre 2009, durante la prima conferenza stampa tenuta in Prefettura, a poche ore dalla tragedia.

«Meno sagre, più prevenzione sul territorio». Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, 3 ottobre 2009.

«Faremo come l’Aquila. Dobbiamo individuare delle zone e trasferire le comunità. I Comuni ci segnaleranno dei terreni sui quali costruiremo dei quartieri con case di solo 3 piani, vivibili, con giardini. Dentro ogni casa, arredata, ci sarà tutto quello che serve per vivere, come all'Aquila. Penseremo anche ai negozianti, costruiremo piccoli centri commerciali dove potranno continuare le loro attività». Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, 4 ottobre 2009.

«La gente si deve anche rendere conto che finché ci sarà abusivismo, nessuno potrà risolvere i problemi. Non c'è dubbio che si è tollerato fin troppo. E se i cittadini non prenderanno consapevolezza che le case non si possono costruire nelle fiumare o a ridosso delle montagne, sarà una battaglia persa». Raffaele Lombardo, presidente della Regione, 4 ottobre 2009.


«Ho prodotto 1191 richieste di demolizione di manufatti abusivi in meno di tre anni, dal gennaio 2007 ad oggi, per violazione delle leggi urbanistiche ed apposizione di sigilli. E nessuna demolizione, neanche una. Mi piacerebbe sapere il perché di tanta ignavia». Calogero Ferlisi, comandante della Polizia municipale di Messina, in un’intervista a Repubblica, 5 ottobre 2009. Ferlisi, poi, smentirà tutto.

«Dobbiamo comunque trovare una casa per circa 1600 persone». Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, 6 ottobre 2009.

«Se ad un sindaco arriva un’allerta ordinaria allora è meglio che stia attento…». Bruno Vespa, durante la puntata speciale di “Porta a Porta” del 6 ottobre 2009.

«Alcuni esperti mi dicono in questi giorni che se il Ponte e altre opere infrastrutturali collegate ad esso fossero state già eseguite, l'emergenza messinese sarebbe stata vissuta in modo più attenuato». Altero Matteoli, ministro alle Infrastrutture, 7 ottobre 2009.

«Quello di Messina è l’ultimo di una lunga serie di disastri da dissesto idrogeologico. E i casi di abusivismo edilizio sono i primi a provocare i disastri annunciati». Dalla relazione della commissione parlamentare Ambiente della Camera, relatore Francesco Nucara del Pri, 4 novembre 2009.

«Lo stanziamento è nella disponibilità del Ministero dell’Ambiente, Messina avrà i soldi necessari, e non saranno un'elemosina, ma come documentato dalle relazioni e dalle perizie delle strutture competenti, un congruo finanziamento che dovrebbe essere quantificato in circa 400 milioni di euro». Domenico Nania, vicepresidente del Senato, e Vincenzo Garofalo, deputato del Pdl, 17 novembre 2009.

«Sento strane voci sulle risorse: posso dire che il problema non esiste. 56 giorni fa, quando sono venuta qui per la prima volta, avevo garantito che mi sarei battuta per questo e l'impegno del presidente Berlusconi è stato chiaro: i fondi arriveranno». Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, 27 novembre 2009.

«A Giampilieri è stata già individuata un'area dove sarà possibile realizzare nuove strutture abitative. Saranno realizzate nel più breve tempo possibile e si faranno gare e appalti con procedure accelerate, ma con garanzie legali ineccepibili». Raffaele Lombardo, presidente della Regione, 8 dicembre 2009.

«Sono pronto a fare battaglia se le istituzioni al di sopra di noi non ci daranno un segno. Per la mia città sono disposto a qualsiasi cosa, persino a riconsegnare la fascia». Giuseppe Buzzanca, sindaco di Messina, 19 aprile 2010.

«Non credo ci sia ora abusivismo nelle zone colpite dall'alluvione dell'ottobre 2009 a Messina. La mazzata che hanno ricevuto è servita per fermare lo scempio del territorio. Meglio tardi che mai». Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, 22 settembre 2010.


FONTE: Tempostretto.it
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27 settembre, 2010

Fra il 2015 e il 2025 circa 25mila medici di base andranno in pensione: non saranno rimpiazzati...

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Dice che, in fondo, non di solo pane vive l'uomo. "Qui l'aria è buona e le donne e gli uomini non sono solo "pazienti" ma persone. A volte si diventa anche amici. Visito G., gli faccio la ricetta, e poi magari andiamo a prendere un caffè insieme. Sono il medico di base negli otto Comuni della valle Maira ormai da 25 anni e posso dire di essere entrato nelle case di tutti". Carlo Ponte, 53 anni, è un mmg - medico di medicina generale - con 850 assistiti sparsi nella valle e sulle montagne cuneesi. "Fossi a Torino, mi basterebbero gli abitanti di tre palazzoni. E invece vado su e giù per la valle ad aprire i miei tre ambulatori e poi comincio con le visite a domicilio. La mia Golf ha 300 mila chilometri, tutti fatti a mie spese. Ci sono tanti colleghi che lavorano meno e guadagnano di più, ma non sono invidioso. Tornassi indietro, sceglierei ancora questo lavoro".

C'era una volta il medico condotto, scomparso (sulla carta) nei primi mesi del 1980, con la realizzazione del Sistema sanitario nazionale deciso nel 1978. "Ma i medici di campagna e delle zone emarginate della montagna - dice Salvio Sigismondi, presidente dell'Ordine dei medici di Cuneo - somigliano molto a quelli che avevano la condotta. E continuano a lavorare in condizioni pesantissime. Orari che non finiscono mai, spese continue. Se stacchi il cellulare, ti chiamano a casa. Ma senza di loro, una fetta d'Italia sarebbe abbandonata". Anche il presidente dell'Ordine è un mmg, con tre ambulatori a Fossano e in due frazioni. "Che tu lavori in centro a Milano o sotto il Monviso, lo "stipendio" è uguale per tutti: 38,62 euro all'anno per ogni assistito, che presto diventeranno 40,05. Ma per avere 850 pazienti in montagna devi "occupare" un'intera valle. Non mi piace usare paroloni, ma credo che quelli che continuano a lavorare in certi territori siano eroi, o quanto meno missionari. Certo, non si potrà resistere a lungo.

Come Federazione nazionale ordini medici chirurghi e odontoiatri abbiamo studiato la curva anagrafica dei medici di medicina generale. Abbiamo scoperto che fra il 2015 ed il 2025 - per chi si occupa di programmazione sanitaria è già domani - circa 25 mila mmg andranno in pensione e non saranno rimpiazzati perché mancheranno i laureati. Circa 11 milioni di italiani resteranno dunque senza medico di base, e saranno quelli che abitano in campagna o in montagna, dove già i servizi sono al minimo. Se hai la broncopolmonite a Torino, puoi andare direttamente al pronto soccorso. In montagna l'ospedalizzazione è più difficile, bisogna fare arrivare l'ambulanza su strade quasi impossibili o fare atterrare, quando ci si riesce, l'elicottero. Se non cambiano molte cose, presto avremo solo medici di città".

Fino al 2006 il dottor Carlo Ponte aveva otto ambulatori. Ora ne ha tre, ad Acceglio, Prazzo e Stroppo. "Non ce la facevo più a essere presente ovunque. Anche perché il lavoro è cambiato con l'informatizzazione. Mi spiego. Già prima, negli otto ambulatori, tenevo le cartelle cliniche di tutti i pazienti, con tutti i referti, gli esami, le diagnosi... Migliaia e migliaia di pezzi di carta che, con la nuova normativa, io devo inserire al computer per conoscere il passato di ogni paziente. Ma questo porta via un sacco di tempo e ho dovuto chiudere i cinque ambulatori, anche per non dovere comprare, oltre al pc, anche otto stampanti. Chi decide in alto, forse non è mai stato nelle nostre vallate. Computer e stampanti, con il gelo a meno 15, si bloccano, e tanti nostri ambulatori vengono riscaldati solo quando sono aperti. Presto, secondo il ministro Brunetta, dovremo mandare i certificati di malattia Inps via computer, ma qui internet non funziona. Per mandare un certificato dovrei correre a casa mia a Prazzo dove, ovviamente a mie spese, ho il collegamento alla rete. Ma resisto. In servizio dal lunedì al venerdì dalle 8 del mattino alle 8 di sera, quando scatta la guardia medica che era in valle ed ora, per risparmiare, è stata portata a Dronero. Al sabato sono reperibile fino alle 10. Ma conosco tutte le famiglie e tutte le persone, qualcuno mi cerca sempre". Uno degli ambulatori chiusi era a Elva, dentro al municipio. Dieci chilometri su una strada a strapiombo, per arrivare in un paese bellissimo e ormai abbandonato. "Ci sono stato anche di notte - dice il dottor Ponte - e ho dovuto cercare la casa di chi mi aveva chiamato con la pila". Oggi i residenti sono 100, ma gli abitanti sono appena 24, divisi in 29 borgate, 13 delle quali completamente abbandonate. "Quando è stato chiuso l'ambulatorio - racconta Edo Loria, arrivato anni fa da Cuneo per aprire il ristorante San Pancrazio - il paese si è sentito orfano, come quando hanno chiuso la posta, la parrocchia, la scuola. Se nasce un bambino, qui non trova nemmeno un'altalena per giocare. Non siamo ancora riusciti a costruire una pista di atterraggio per l'elicottero di soccorso".

Anche gli ultimi medici condotti, che hanno ricevuto l'incarico alla fine degli anni '70, sono ormai andati in pensione. "Arte più misera, arte più rotta - ha scritto il poeta Arnando Fusinato nel 1845 - non c'è del medico che va in condotta". L'uomo con lo stetoscopio era l'ultima ruota del carro. "Lo stipendio annuo di un medico agli inizi del '900 - ha scritto Maurizio Benato, vice presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici - che esercita in una condotta per soli poveri è di lire 1.719, mentre il sanitario che esercita in una condotta piena (con anche pazienti abbienti, ndr) percepisce lire 2.337. Il paragone con altre professioni è impietoso: un pretore guadagna 8.000 lire, una maresciallo dei carabinieri 4.500 con in più l'alloggio".
I versi di Arnaldo Fusinato sono ben noti a Silvio Ricca, classe 1932, prima medico ospedaliero a Mondovì poi, dal 1963, medico condotto a Caraglio e val Grana, su fino a Castelmagno. "Ho avuto - racconta - fino a 3.900 mutuati. Ho lavorato tanto ma ho avuto tante soddisfazioni. Per tutti ero il dutur, sapevano di potermi chiamare a ogni ora". Ventiquattro ore di servizio al giorno, dieci giorni di ferie solo se pagavi il sostituto. Gli ambulatori erano forniti dai Comuni. "D'inverno, a Pradleves e Castelmagno e in tutte le frazioni, non veniva spalata la neve. Per arrivare da un malato, a piedi sui sentieri, fra andata e ritorno ci mettevi un giorno - ricorda Ricca-. Il dutur era stimato perché cercava di dare una risposta a ogni problema. Ho fatto nascere bambini con il forcipe, con una grande paura addosso perché, se sbagli, il bimbo resterà disgraziato per sempre. Ho ricucito tendini, ho saturato ferite. Ero anche ufficiale sanitario, e non ho mai firmato un certificato di morte senza vedere e controllare il defunto. Ho dovuto mandare gente in manicomio. Certo, i tempi erano diversi".

Tutto è cambiato, anche la morte. "Si moriva in casa, un tempo. I vecchi erano assistiti fino all'ultimo. Poi la Fiat e la Michelin hanno spopolato le montagne e gli anziani sono rimasti soli. La morte è cambiata perché è cambiata la famiglia. Si lavora tutti come matti, non puoi perdere tempo nell'assistenza. A piedi, in auto, in elicottero: ho conosciuto ogni angolo della mia montagna. Se salvi una vita, o almeno porti un aiuto, sei contento. E tanti hanno fatto capire di volermi bene. Mi regalavano le uova, per ringraziamento. E chi poteva anche un coniglio, una gallina, un pane di burro". Qualcuno arriva anche adesso, nella casa del dutur. "Ogni tanto, qualche visita la faccio ancora. Così, per un consulto. Una certa esperienza me la sono fatta. Senza farmi pagare, naturalmente. Resto sempre un medico condotto".



FONTE: Repubblica.it
AUTORE: JENNER MELETTI
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Google dice stop agli inserzionisti che truffano sulla salute di chi "naviga"

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Google è intervenuta con decisione nei confronti di quegli inserzionisti che si rivolgono alla sua piattaforma di advertising per proporre annunci che offrono (nello specifico) materiali farmaceutici ma che risultano nascondere spam, truffe o vendita di medicinali pur non disponendo della debita autorizzazione.

Per quanto sia chiaro già nelle disposizioni poste nel contratto di servizio fatto sottoscrivere dai clienti, e per quanto Google affermi di essersi impegnata negli ultimi anni per cercare di individuare e stanare gli irregolari annidati tra i suoi inserzionisti, il problema sarebbe "in forte crescita": non solo perché su numeri così grandi è difficile un controllo a tappeto, ma anche perché i malintenzionati sono sempre pronti a trovare nuovi modi per aggirare i controlli che Mountain View ritiene avere, almeno in alcuni casi, la responsabilità di effettuare.

Per questo Mountain View ha deciso di ricorrere contro questi inserzionisti che deliberatamente hanno infranto il codice di condotta previsto dal contratto di AdWords: già in passato Google era intervenuta per combattere la diffusione di malware e pubblicità ingannevole, come per esempio quando aveva sanzionato gli scammer che promettevano importanti vincite alla fine dell'arcobaleno del link proposto, ma nel caso dei prodotti farmaceutici l'urgenza (visto la delicatezza e pericolosità intrinseca della materia) renderebbe ancora più pressante un intervento deciso. La causa, infatti, dovrebbe servire da deterrente nei confronti di coloro che intendono adottare azioni simili, facendo così una sorta di scrematura ex ante dei post da controllare.

Fonte: Punto-informatico.it
Autore: Claudio Tamburrino


NOTA: questo blog era già intervenuto da tempo in tal senso bloccando parte degli url che vengono mostrati nei riquadri di google, in particolar modo intervenendo (quando possibile, visto che gli strumenti offerti da google adsense per "bannare" gli url di certi inserzionisti non sono molto efficaci) contro la pubblicità di quei siti che offrono servizi medici oscuri o controversi, al fine di migliorare quanto più possibile il servizio di ricerca siti che google offre quando si digitano certe "chiavi" di navigazione sul web.
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06 settembre, 2010

Sbocco professionale: quale facoltà offre più garanzie?

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Interessante reportage di "Repubblica" che nelle pagine di uno speciale dedicato al mondo universitario discute in merito alla possibilità di trovare lavoro subito dopo il diploma e la laurea. Scartabellando i dati ufficiali riassunti in tale articolo, si nota come i laureati in professioni medico-sanitarie hanno possibilità di nuove assunzioni di poco superiori ai laureati in campo formativo-istruttivo, e di gran lunga inferiori rispetto al lavoro prospettato in economia (a quanto pare panacea di tutti i mali) e ingegneristico-matematico. Se tuttavia è più probabile che un insegnante trovi lavoro più rapidamente di un medico, consola il fatto che sempre secondo i dati riportati da repubblica i laureati in professioni medico-sanitarie hanno la più elevata percentuale di possibilità di assunzione con posto fisso (cioè a tempo indeterminato). Di seguito l'articolo spiega in dettaglio quanto riassunto sopra.

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La formazione aiuta. In questi anni difficili, la caduta dell'occupazione ha toccato, per molti, livelli drammatici. A pagare il conto più salato sono stati soprattutto gli italiani e le italiane con un'istruzione inferiore. Per loro, l'occupazione si è ridotta di quasi cinque punti percentuali. In termini assoluti questo ha voluto dire una perdita di quasi 400mila posti di lavoro in un solo anno. Hanno resistito meglio, anche se in uno scenario sempre più difficile, le figure che erano in possesso di un livello di istruzione superiore. Il numero di occupati con un diploma di scuola superiore secondaria è cresciuto dello 0,4 per cento, mentre l'occupazione dei laureati, seppure invertendo l'andamento di anni di crescita, è diminuita in misura modesta (-0,3 per cento).
In questo contesto, la probabilità di trovare un impiego, anche se per tutti si è ridotta in maniera significativa, soprattutto per i più giovani, resta decisamente più alta per le persone in possesso di un titolo di studio elevato. La quota, anche in piena crisi, è pari a oltre 3,5 volte la probabilità di ingresso chi è ha un basso livello di istruzione (al massimo la licenza media inferiore). Nel 2009, secondo le elaborazioni messe a punto nel Rapporto del Cnel presentato a luglio, chi aveva un livello di istruzione elevato è riuscito a passare di status (da disoccupato a occupato) in più del 20 per cento dei casi. A confronto, è riuscito a fare lo stesso solo il 10 per cento di chi aveva un livello di istruzione media e solo il 5 per cento nei casi di un'istruzione inferiore.

Ma cosa succederà adesso? Alla fine del tormentato 2010, secondo Unioncamere, saranno poco più di mezzo milione le assunzioni, non stagionali, che le imprese avranno fatto. Per la metà di questi posti, il titolo di studio è molto importante. Chi non ha un titolo di studio adeguato avrà pochissime chance di occupare un posto da dirigente, da specialista o anche da contabile o informatico. Ma un titolo di studio sarà importante anche per i cuochi o per il personale di segreteria. Inciderà meno invece per le professioni nelle attività commerciali e ancora meno per gli operai specializzati seppure anche per alcuni di loro il titolo di studio avrà lo stesso un certo peso.

Il gran numero dei nuovi impieghi andrà ai diplomati. In tutto saranno 243 mila, una cifra di poco superiore a quella dell'anno scorso (222 mila). Di queste selezioni, il 30 per cento (70 mila) è destinata a chi è uscito da un indirizzo amministrativo e commerciale. Tra i diplomati più richiesti ci sono anche quelli dell'indirizzo meccanico (circa 23 mila), del turistico e alberghiero (14 mila) e dell'elettrotecnico (10 mila).

Poco meno di 70 mila posti andranno invece a chi è in possesso di un titolo di laurea, non si tratta solo di neolaureati, ma di tutto l'universo composto da chi è uscito, prima o dopo, da un ateneo italiano. In questo caso i direttori del personale guardano soprattutto ai laureati in economia (20 mila posti), in ingegneria elettronica e dell'informazione (7,3 mila), indirizzi sanitari e paramedici (6,4 mila) e nell'insegnamento e formazione (5,2 mila). È bene ribadire, sopratutto in quest'ultimo caso, che si tratta di assunzioni nel settore privato.

Altre 176 mila nuovi impieghi riguarderanno figure con un titolo della scuola dell'obbligo mentre saranno 65 mila quelle destinate a chi ha una qualifica regionale di istruzione (soprattutto indirizzo socio-sanitario, edile, amministrativo-commerciale e turistico-alberghiero).
 

Ma, ovviamente, le imprese non prevedono solo assunzioni, quelle con un contratto a tempo indeterminato o a termine, ma  anche contratti di collaborazione. Tra quelli a progetto (in tutto saranno 181 mila) che le imprese offriranno ai candidati, la metà andranno ai diplomati (93 mila). Ai laureati ne andranno circa 65 mila mentre i rimanenti 22 mila se li assicureranno quelli che hanno fatto la scuola dell'obbligo, hanno una qualifica regionale di istruzione o sono in possesso di un titolo di formazione professionale. Quanto al tipo di figure, i contratti di collaborazione riguarderanno soprattutto professioni tecniche (82 mila) e impiegati (31 mila). Dà da pensare, in questo casso, l'elevato numero di contratti di questo tipo (29mila) che coinvolgeranno un gruppo professionale molto strategico come quello delle professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione.

Il peso di chi ha un titolo di laurea si sentirà soprattutto nelle assunzioni che le imprese faranno nelle aree tecniche e della progettazione. In questo caso, dei 15 mila posti previsti, il 63 per cento andrà a chi ha un livello di istruzione universitario così come accadrà al 43,4 per cento delle circa 2,6 mila figure che verranno assunte nella certificazione e nel controllo della qualità. I direttori del personale guarderanno con interesse a figure in possesso di una laurea anche per le assunzioni nell'area commerciale e della comunicazione: a chi ha un curriculum universitario andrà la metà delle 10 mila assunzioni.

I diplomati verranno presi in considerazione soprattutto per l'area amministrativa: a loro andranno più dell'80 per cento delle 34 mila assunzioni previste. Quote elevate anche per le posizioni di segreteria, staff e servizi generali di assistenza alla direzione: ai diplomati il 73 per cento dei 13,4 mila nuovi impieghi. Anche la logistica sarà uno sbocco concreto per chi è in possesso di un livello di istruzione secondario: a loro andrà quasi il 60 per cento dei 12 mila nuovi posti.

Le assunzioni per i laureati si concentreranno in particolare nel nord ovest dove nel 16,3 per cento dei casi (rispetto a una media del 12,5 per cento) i responsabili delle risorse umane preferiscono chi ha un livello di formazione universitario. Anche nelle imprese del centro la quota per laureati è superiore alla media (13,8 per cento). La città con la più alta "propensione" per candidati laureati è Milano (il 24,1 per cento). Dietro il capoluogo lombardo vengono Torino (19,9 per cento) e Roma (18,8 per cento).

In media i datori di lavoro offriranno un contratto a tempo indeterminato solo nel 46,3 dei casi. Molto meno di quanto non accadeva cinque o sei anni fa. Ad ogni modo, le figure in possesso di un titolo universitario riusciranno a strapparne una percentuale leggermente più elevata (il 53 per cento). In questo scenario, le posizioni che le imprese andranno a coprire riservate ai professionisti con un titolo di laurea nell'indirizzo geo-biologico e nelle biotecnologie saranno quasi per il 70 per cento con un contratto a tempo indeterminato. Va detto che questi posti sono relativamente pochi: solo 470 nel 2010.

Prevarrà il posto fisso anche per quelle figure con una formazione universitaria legata agli indirizzi di ingegneria (tra il 61,9 e il 63,3 per cento), medico e odontoiatrico (64,4 per cento), scientifico, matematico e fisico (65,7 per cento). Quanto a chi ha un percorso di livello secondario e post-secondario, quelli che hanno maggiori possibilità di trovare un posto fisso sono quelli dell'indirizzo edile e quelli dell'indirizzo informatico

Tra i professionisti con un titolo universitario, hanno meno probabilità di avere un contratto stabile quelli dell'indirizzo insegnamento e formazione (il 29,6 per cento), in ingegneria civile e ambientale (34,5 per cento), linguistico, traduttori e interpreti (solo il 33,1 per cento), agrario, agroalimentare e zootecnico (il 35,9), letterario, filosofico, storico e artistico (43,9) e psicologico (45 per cento).


FONTE: Repubblica.it
AUTORE: Federico Pace
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29 agosto, 2010

[IN EVIDENZA]: Test di Ingresso 2010: come sempre SdM è con voi

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Con l'estate torna la ricerca di informazioni per i test di ingresso di settembre e ancora una volta SdM si schiera a fianco di tutti gli studenti neodiplomati d'Italia. Per chi si fosse perso gli articoli precedenti è disponibile un link che riassume il tutto, basta cliccare sulla barra in alto a sinistra sopra la scritta "Test di Ingresso", il medesimo link è scritto nella "TAGCLOUD" del nostro sito.

Di seguito invece una breve rassegna di articoli sempre tratti dal vostro sito e che spero possano interessarvi. Nel corso delle prossime settimane avremo cura di aggiungere nuovi articoli con informazioni sempre più precise e aggiornate quindi tenete d'occhio questa pagina e tornate spesso a trovarci (CTRL+D per aggiungerci alla vostra barra dei preferiti):



Test di Medicina superblindati, proibite anche le penne portafortuna...


Sanità e retribuzioni: per i giovani laureati quale futuro?

Medicina: undici anni per uno stipendio da... precario...

Messina, boom di candidati per l'ammissione a Medicina e Veterinaria: quasi 2000 in più...

Test di Ingresso: simulazioni online in questi giorni su Ammissione.it

Ricevo e pubblico: breve vademecum contro le irregolarità nei test di ingresso

Speciale "Test di Ingresso" (2° Puntata) - Siti utili

Speciale "Test di Ingresso" (1° Puntata) - Cosa studiare

Test di ingresso a medicina: ecco il compito dell'anno 2007/08

Test di Ingresso: per molti è domani il grande giorno?

Messina: in aumento i preiscritti per i Test di Ingresso in ambito sanitario

Test di ingresso: anche "Striscia la notizia" se ne occupa

Test di Ingresso: copia del decreto Ministeriale del 18 giugno 2008

TEST DI INGRESSO: video informativo per prove di ammissione a corsi a numero programmato

TEST DI INGRESSO: domande frequenti

TEST DI INGRESSO: i test degli anni passati

TEST DI INGRESSO A MEDICINA: le 10 cose che gli aspiranti medici devono sapere

MESSINA: slittano le preiscrizioni ai corsi di laurea in Medicina e Odontoiatria

PREPARARSI AI TEST DI INGRESSO DI MEDICINA: 1° PUNTATA – LA BIOLOGIA

Corsi di preparazione a Medicina e Chirurgia: una raccolta utile di link

Date ufficiali test di ammissione 2008/09 a Medicina e Chirurgia

Punteggi test ingresso nei corsi di laurea in medicina e chirurgia

Niente punti bonus per i diplomati che vogliono accedere a Medicina

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Messina, si difende uno dei due medici "Io non aggressore ma aggredito", il ministero intanto manda gli ispettori

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Nuovi dettagli sulla lite tra due medici in sala parto a Messina. "Non ho aggredito nessuno, ma sono stato aggredito. Ho già consegnato un'informativa alla direzione sanitaria del Policlinico per spiegare come sono andati effettivamente i fatti", ha spiegato V. Benedetto, uno dei due ginecologi coinvolti. "Io non l'ho aggredito, né strozzato come lui dichiara", ha aggiunto, riferendosi al dottor A. De Vivo.

"I fatti non sono assolutamente andati come è stato riportato dai media, sto provvedendo con i miei legali per rettificare una versione che non corrisponde a verità", ha precisato il dottor Benedetto, che poi dà la sua versione dei fatti. "Mi trovavo in veste di medico di guardia responsabile e attendevo il cambio del collega alle 8. Sono quindi sceso in sala parto per prendere le cartelle da dare poi al collega, quando in una stanza vedo due ostetriche, un infermiere e il dottor A. De Vivo, che stanno prestando assistenza in maniera concitata alla paziente", spiega il medico.

"Noto il cardio-topografo che rivela in tempo reale il battito cardiaco e le contrazioni uterine e dal tono e dall'intensità rilevo che c'è un battito cardiaco basso - prosegue -. Vado dunque in sala riunioni e telefono in rianimazione, chiedendo urgentemente un anestesista per un cesareo. Di quello che sto dicendo ci sono le registrazioni. Chiamo anche il mio direttore di unità operativa, il prof. Domenico Granese per avvertirlo e lui scende subito giù".  Il medico, che è stato sospeso, continua la sua ricostruzione. "Tra queste due chiamate, il dott. De Vivo entra nella stanza riunioni per chiamare l'anestesista. Gli dico che già l'ho fatto e poi gli chiedo cosa abbia fatto. Per legge lui infatti mi deve mettere al corrente di quel che fa perché io sono il medico responsabile in quel momento dal punto di vista giuridico e ne rispondo".

Secondo il ginecologo a quel punto comincia la lite: "Lui comincia ad insultarmi e mi getta una sedia contro, non mi colpisce perché la sedia sbatte contro la scrivania e cade sul pavimento. Poi prima di andare via dà un pugno alla vetrata e si fa male. Io non l'ho aggredito, né strozzato come lui dichiara, difatti non ha segni né manifestazioni di aggressione se non quelli che si è procurato da solo con il pugno alla vetrata. Uscito dalla stanza, il dott. De Vivo si butta a terra e inizia a urlare che lo volevo strangolare. Chiama i carabinieri e il padre del bambino. Poi arriva il prof. Granese, lo vede e gli chiede cosa è accaduto. Nel frattempo arriva l'anestesista e alle 8.40 si procede con l'intervento. Si è agito con assoluta urgenza, non c'è alcuna correlazione tra la lite e quanto accaduto dopo".

"Abbiamo entrambi un'attività privata, come consentito dalla legge, e nessuno dei due ha mai interferito sui pazienti dell'altro", ha aggiunto il ginecologo V. Benedetto, sospeso dalla direzione del Policlinico di Messina dopo la lite in sala parto con il collega, A. De Vivo, mentre Laura Salpietro, 30 anni, aspettava di partorire. Il medico-ginecologo spiega di non avere "ricevuto alcun avviso di garanzia". "Sono però preoccupato - afferma - su questo caso c'è stata un'esagerazione da parte dei media. Non si enfatizza perché siamo al Sud, ma perché in generale la sanità è sempre sotto l'occhio del ciclone".

"Dico soltanto che io in questa vicenda sono parte lesa e sono stato aggredito. Sono tranquillo". Lo ha detto il ginecologo A. De Vivo, assegnista del Policlinico di Messina, uno dei medici coinvolti nella lite in sala parto. "Ho piena fiducia nella magistratura - prosegue De Vivo - sono convinto che la verità verrà alla luce e sarà fatta chiarezza sulla vicenda".


FONTE: Tgcom.it
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Rivalità fra studi medici alla base della rissa in sala parto a Messina, il ministro Fazio "Indignato"

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C'è alla base una caccia ai pazienti considerati clienti, merce privata, roba propria, dietro i pugni in sala parto con le mani di un ginecologo sul collo di un collega, una vetrina in frantumi, la rissa fra camici bianchi, l'arrivo dei carabinieri, il rischio vita per la partoriente e il futuro incerto per il bimbo che nasce in ritardo, asfissiato, in coma. Brutta, orrenda pagina con cui si supera una nuova soglia della malasanità. Un vincitore di una borsa di studio, A. De Vivo, pretendeva di escludere dal parto cesareo il medico strutturato, un ricercatore, V. Benedetto, titolare del turno di guardia. Per la semplice ragione che la «cliente» l'aveva seguita lui, nel suo studio, il laboratorio nel centro cittadino, ormai famoso nella città del ponte che non c'è per una macchina in 3d d'ultima generazione, «meglio di Avatar», come sussurravano sbeffeggiando alcuni suoi colleghi, indispettiti dalla intraprendenza del giovane collega. A non sopportarlo era anche il dottore coinvolto nella rissa, pure lui con studio privato, ma non «mega» e privo di quel richiamo «tridimensionale» che fra le gestanti di Messina trasformava il giovane De Vivo in uno dei professionisti più gettonati della città.

Perché lì, assicura un certo tam tam di interviste, convegni e conviviali in circoli che contano, si eseguono le cosiddette «morfologiche», si studia l'anatomia fetale, si usa la metodica X-ray, si accerta lo sviluppo morfologico dell'embrione e così via echeggiando. Roba normale. Roba probabilmente comune a tanti laboratori, ma in quello studio a 3d il dr. De Vivo aveva trovato la chiave per comunicare e catturare pazienti. A insinuare che sotto ci fosse un «bluff» ecco le chiacchiere percorrere i corridoi di questa ginecologia trasformata in arena, buco nero del Policlinico, diretta da un primario anche lui con studio privato, M. Granese, non ordinario ma professore associato, pronto a dividersi fra reparto, studenti e laboratorio personale. Adesso giura che l'esito devastante dell'intervento concluso con l'asportazione dell'utero e il bimbo in rianimazione sarebbe stato lo stesso anche se non si fosse persa un'ora e mezza nella rissa: «Nessuna relazione, le complicazioni ci sarebbero state comunque come possono confermare i due aiuti intervenuti...».

Ma proprio su questo punto evitano di pronunciarsi i due colleghi che ha chiamato in soccorso, A. Mancuso e V. Palmara, anche loro titolari di studi privati. No, meglio non parlare delle tensioni accumulate nei mesi precedenti. Meglio escluderle come fa il professore Mancuso: «Non ricordo agitazioni e nervosismi in un reparto dal clima assolutamente normale. Ma essendo intervenuto solo dopo la lite, posso solo dire che resta una cosa difficile da spiegare. Stop». Ma è pronto a essere più chiaro con la commissione istituita dal direttore generale del Policlinico, Giuseppe Pecoraro, stanco di una tendenza elevata a sistema: «Purtroppo anche i ginecologi che frequentano i nostri reparti hanno pazienti personali seguiti fuori dalle mura ospedaliere, gestanti che spesso partoriscono nelle cliniche private, se possono, ovvero che arrivano qui sperando di trovare in sala parto il "loro" medico». È così che l'altra mattina a De Vivo è sembrato scontato accogliere la «sua» paziente, pronto con il gel per l'ecografia, avviando poi la stimolazione per una accelerazione del parto e decidendo infine per il cesareo con una convocazione immediata dell'anestesista per la sala operatoria. Cosa che al piano di sopra ha fatto impazzire il collega arrivato come una furia davanti al giovane famoso per la storiella del tridimensionale: «Ma chi seiii tuuu?».

E giù botte da orbi alla prima reazione. Mani al collo, parolacce, dita insanguinate e inseguimenti conclusi con grida e telefonate accorate per chiamare da una parte e dall'altra i carabinieri. Come ha fatto pure il marito della povera gestante impietrita in quel ring. Con l'effetto di vedere arrivare fra pazienti e infermieri terrorizzati tre diverse pattuglie di militari. Ce n'è voluto per capire cosa stava accadendo, come ha ricostruito una testimone del fatto, 34 anni di servizio nel reparto adesso sotto i riflettori, in pensione dal primo agosto, ovvero come dice lei «rottamata dal ministro Brunetta»: «Mi sono ritrovata lì per caso il giorno dopo, angosciata come tutti perché così diamo un'immagine devastante di una clinica dove adesso sembra diventare reato il rapporto personale con i pazienti. E non è così. Certe frizioni fra di noi non sono però tollerabili. E quando si personalizza troppo il rapporto con la paziente si sbaglia. Perché ci sono delle regole da rispettare». A queste regole si richiama Francesco Tomasello, il rettore tornato in sella dopo una inchiesta giudiziaria e una sospensione, adesso deciso a tuonare invocando «una relazione immediata» a Pecoraro per potere prendere «decisioni immediate». E già aleggia il verdetto della punizione sui due contendenti che avranno qualche difficoltà a difendersi.

"Non deve più accadere, abbiamo già attivato gli ispettori". Lo ha detto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, sulla vicenda della lite avvenuta in sala parto a Messina. "Questo - ha detto Fazio - è chiaramente non solo un episodio di malasanità, ma indecoroso: questo non deve piu' succedere. Queste cose succedono purtroppo, prevalentemente, anche se non unicamente, in regioni in cui c'è, diciamo, un lassismo della sanità. Abbiamo attivato gli ispettori, d'intesa con l'assessore Russo, che ha anche lui attivato un'inchiesta amministrativa".

Riguardo ai due medici "il problema - ha osservato Fazio - non sono queste due persone. Sono, evidentemente, anche queste due persone. Ma il problema reale è mettere in essere dei meccanismi per cui questo non succeda più e quindi dare un sistema alle Regioni che ancora non ce l'hanno e che sono, combinazione, quelle in deficit economico. La sanità cattiva, lo abbiamo detto tante volte - ha concluso - è quella che costa di più.

Fonte: Corriere.it e Tgcom.it
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28 agosto, 2010

Messina, botte da orbi in sala parto: paziente e neonato in prognosi riservata, sospesi i due medici

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Due medici avrebbero litigato furiosamente in sala parto al Policlinico di Messina mentre una donna era in attesa di dare alla luce il suo primo figlio: dopo il parto madre e bebè sono finiti in prognosi riservata. La donna giovedì doveva entrare in sala parto, con lei il ginecologo che l'ha seguita durante la gravidanza. Secondo quanto ricostruito dal marito, all'improvviso sarebbe scoppiata una lite tra due medici che, per cause da chiarire, dalle parole sarebbero passati alle mani.

È successo al Policlinico di Messina dove il diverbio tra due ginecologi, mentre la paziente era sul lettino per partorire, avrebbe ritardato l'intervento sanitario con la conseguenza che la puerpera, 30 anni, adesso è in gravi condizioni, insieme al proprio bambino che avrebbe subito due arresti cardiaci e danni cerebrali.
Il fatto è accaduto giovedì scorso quando la donna è entrata nel reparto dove avrebbe dovuto partorire in modo naturale. In base alla ricostruzione fatta ai carabinieri dal marito, i due medici-ginecologi avrebbero cominciato a litigare per gelosie professionali durante il parto. Dopo uno scambio di frasi ingiuriose, la lite è sfociata in uno scontro fisico, uno dei due avrebbe preso il collega per il collo, sbattendolo al muro. L'altro ginecologo avrebbe reagito dando un pugno a una vetrata, andata in frantumi, e riportando ferite alla mano.
Sempre secondo quanto sostenuto dal marito, mentre i due litigavano la donna avrebbe avuto delle complicazioni. I sanitari a quel punto avrebbero deciso di operare con taglio cesareo, ma il bambino, durante, l'intervento ha subito arresti cardiaci. Dopo il parto la paziente ha avuto una emorragia ed è stata nuovamente operata: i medici le hanno asportato l'utero. Il bimbo è ricoverato nel reparto di terapia intensiva; entrambi sono in prognosi riservata, anche se le condizioni della donna sarebbero in miglioramento.

"I medici dicono che è avvenuto tutto per cause naturali, ma il tracciato era perfetto e prima della lite mia moglie stava bene" sostiene il marito, Matteo Molonia, 37enne di Messina. "Adesso voglio che venga fatta giustizia - dice all'AdnKronos - mia moglie ha avuto una emorragia perché i due medici hanno tardato l'intervento litigando. Successivamente le hanno dovuto asportare l'utero e ora è ricoverata in prognosi riservata. Mio figlio ha avuto due arresti cardiaci e ora è in coma farmacologico". Il marito della paziente ha presentato una denuncia ai carabinieri e la Procura ha già aperto un'inchiesta. I medici sono stati sospesi, anche se il direttore del reparto di ostetricia e ginecologia del policlinico esclude un nesso tra quanto accaduto e le condizioni della paziente e del neonato. Il sostituto procuratore di Messina, Francesca Rende, sta ascoltando il personale del policlinico per ricostruire i fatti. Intanto i due medici sono stati sospesi, come ha spiegato il professor Domenico Granese, direttore dell'unità operativa di ostetricia e ginecologia del Policlinico di Messina, che si è detto "rammaricato" per quanto è accaduto. "Ho inviato una lettera alla direzione sanitaria - dichiara Granese - per comunicare la sospensione dei medici che torneranno al lavoro solo quando la direzione lo riterrà opportuno". "Quello che hanno fatto è grave - ha aggiunto - ma ci tengo a precisare che la donna è stata male non per la lite o per un eventuale ritardo negli interventi da parte dei medici. Tutto si è svolto regolarmente - assicura il direttore del reparto di ginecologia - l'intervento dei sanitari visto le complicazioni della donna è stato tempestivo. Non c'è alcun rapporto tra la lite e le complicazioni della donna che sono sorte a prescindere da quello che è accaduto".
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22 agosto, 2010

Test di Medicina superblindati, proibite anche le penne portafortuna...

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Dopo lo scandalo del 2007, con la scoperta di una vera e propria centrale operativa che con mail e sms comunicava agli studenti le risposte ai quiz, anche quest'anno l'università ha deciso di correre ai ripari, approntando misure di sicurezza all'insegna dell'alta tecnologia o ricorrendo a escamotage più semplici ma comunque efficienti. Quest'anno gli studenti che parteciperanno ai test di ingresso dei corsi di laurea della facoltà di medicina, in aula, non potranno portare con loro neanche le penne. Utilizzeranno quelle che saranno consegnate dai funzionari dell'università. Il comitato di alta sorveglianza, composto dal prorettore Augusto Garuccio, dal docente Leonardo Spagnoletti, da due professori della facoltà di medicina e da una funzionaria amministrativa, definirà gli ultimi dettagli in una riunione convocata per martedì prossimo, ma le linee guida di quella che appare come "un'operazione sicurezza" sono state già definite. Le misure, in parte, ricalcano quelle già sperimentate anche se quest'anno c'è una novità ed è il numero di studenti che ha chiesto di partecipare ai test di ingresso. Il caso più eclatante è quello del corso di laurea in scienze infermieristiche. Le domande sono state più di 3500. I posti sono soltanto 650. L'ateneo, quindi, dovrà gestire un grande numero di partecipanti e soprattutto dovrà evitare i trucchetti, i tentativi di superare le prove con aiuti ricevuti con mail o via sms. Nelle aule (alcune sono a medicina, altre nel Campus o in altre facoltà) saranno vietati telefonini, palmari o comunque strumenti elettronici: per questo l'università oltre ai sei metal detector che già possiede ha deciso di prenderne in affitto almeno altri trenta.

Quest'anno è aumentato anche il numero dei disturbatori di comunicazione. Sono più di 45 quelli che l'ateneo ha dovuto reperire con una media di due apparecchi per ogni aula. Ma l'università ha messo in campo anche un esercito di propri dipendenti. Duecento quelli selezionati per l'incarico di vigilanti all'interno e fuori dalle aule. I primi avranno un tesserino identificativo di un colore diverso da quello che invece indosseranno i secondi. E questo perché sarà impossibile entrare o uscire dalle aule e chi lo farà dovrà subito essere riconosciuto. Agli studenti, che occuperanno un posto assegnato loro con sorteggio (i rappresentanti degli studenti, uno per ogni aula, saranno garanti della procedura), saranno distribuite anche le penne.

I test cominceranno il 3 settembre con la prova per accedere alla facoltà di medicina. E si continuerà con le selezioni per gli altri corsi di laurea (da odontoiatria a scienze infermieristiche, passando per quella in logopedia) sino al 15 settembre. I plichi, contenenti le domande, saranno prelevati da Roma qualche ora prima l'inizio della selezione e sino alla fine delle prove saranno custoditi in un furgone dell'università, parcheggiato in una caserma delle forze di polizia.

FONTE: Repubblica.it
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17 agosto, 2010

Medicina: undici anni per uno stipendio da... precario...

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Giuseppe è pediatra oncologo, vive e lavora a Perugia: "Arrivo a circa 52 mila euro scarsi l'anno, ho 36 anni, ho due figli e moglie a carico. E sono precario. Sono specialista in oncologia, lavoro come pediatra oncologo, ho un dottorato di ricerca in ematologia e diversi altri post-it nel mio curriculum. Perché dico questo? Perché della smania e della voglia di essere "medico" non me ne resta più traccia. Della passione iniziale adesso solo routine. In reparto siamo in quattro e facciamo turni massacranti, un week end libero al mese. Non abbiamo diritto a ferie scientifiche o di aggiornamento. Non ci viene pagato lo straordinario che facciamo e ci viene
imposto di ridurre le ore di accesso notturno. L'assistenza ai malati del nostro reparto è lasciata al nostro buon cuore e al rimorso che un giorno in più di ferie possa essere troppo per loro. Ed oggi leggo di illustri colleghi che prendono fino a 600 mila l'euro l'anno. Io che non ho tempo per me ed i miei figli, che devo pregare la banca per un fido di 3000 euro, cos'altro devo aspettarmi da questa Italietta? E loro come fanno ad arrivare a tali retribuzioni? Che tristezza ed amarezza".

Maura ha cinquant'anni. E' neurologa. "La mia carriera di dipendente a tempo indeterminato è iniziata solo 12 anni fa. Prima ero dottore di ricerca in neuroscienze, successivamente Fellow negli USA e poi borsista CNR. Il mio reddito non supera i 55mila euro lordi e la mia pensione (se mai la prenderò) sarà inferiore al 50 per cento di quanto oggi guadagno. Forse non avrei limitato al penultimo rigo la descrizione delle reali condizioni economiche della "truppa", ed avrei invece marcato meglio che con tale remunerazione i medici fanno turni massacranti, non hanno il tempo di recuperare, vengono letteralmente aggrediti da tutti, schiacciati tra la riduzione delle risorse economiche e le scelte da fare per la salute del paziente, senza un riconoscimento adeguato e non solo in termini economici".

"Sono un medico ospedaliero - scrive Salvatore, da Brescia - e ho diligentemente messo sul sito del mio ospedale sia il curriculum che lo stipendio. Dopo di che io, infettivologo, mi sono trovato ad avere entrate pari o anche superiori a colleghi cardiologi, ginecologi, chirurghi, ortopedici. Dov'è il trucco? Semplice, i proventi della libera professione non vengono inclusi e quindi non sono conteggiati, così io, che non raggiungo mai i 1000 euro al mese lordi per tale voce, mi trovo come colleghi che in realtà guadagnano 10 volte tanto! E poi ho anche scoperto che i colleghi universitari non pubblicano il loro stipendio, compresi i direttori di struttura".

Luciano, ospedale di Carbonia. "Ho 45 anni ed ho iniziato a lavorare come medico ospedaliero a 35 anni. Tra la maturità scientifica, regolarmente conseguita a 18 anni, ed i 35 anni ci metta 6 anni di corso di Laurea, 4 anni di Specializzazione, il servizio militare e diversi anni di lavoro sottopagato effettuato ovunque capitasse. Ho lavorato in cliniche private per 10.000 lire all'ora. Meno di quanto davano a chi effettuava le pulizie!
Attualmente lavoro in una Divisione di Medicina svolgendo esclusivamente attività di corsia compresi i turni di guardia notturni e festivi. Noi siamo aperti 24 ore su 24 per tutti i giorni dell'anno. Sa cosa vuol dire?
Sa cosa vuol dire sentire alla radio domande del tipo: siete stati oggetto o pensate di essere stati oggetto di malasanità? Venite da noi, facciamo la denuncia e solo se la si vince ci pagate! I denunciati, siamo noi! Sa quanto dura una causa nel nostro paese? Sa quanto costa? Sa chi anticipa? E non oso pensare di fare qualche errore. Eppure sono un essere umano".

"Io - accusa Enzo - sono "costretto" , per garantire le urgenze della Unità Operativa dell'ospedale ove lavoro, a più di dieci turni di pronta disponibilità notturna e festiva (quindi almeno due domeniche al mese) al modico prezzo di 20,66 euro. Forse si dirà che moltiplicato per 12, le ore del turno di reperibilità (dalle ore 20 alle ore 8 del giorno successivo), non è male... Ma c'è un equivoco. Le 20,66 euro sono per tutte e dodici le ore del turno, e sono lorde... Per cui, sottraendo il 40% circa dell'Irpef, al netto sono 1 (uno) euro l'ora! Quindi 1 euro l'ora per essere disponibile a raggiungere in massimo 20 minuti-mezz'ora l'ospedale (ogni ritardo è punibile anche in sede penale) ed essere in grado di affrontare un'urgenza - che sia un intervento chirurgico per rottura di milza a causa di un incidente stradale oppure una consulenza per un paziente in pronto soccorso o ricoverato nei vari reparti ospedalieri. Certo, in un periodo di crisi e disoccupazione parlare di soldi da parte di chi è "priivlegiato" e guadagna come me intorno agli 80mila euro lordi l'anno stona un poco, ma bisognerebbe bussare ad altre porte, non accusare chi fa andare avanti la baracca...".

"Lavorare per più di dieci ore al giorno in ambiente ospedaliero - racconta Pierangelo, medico in Piemonte - è molto duro e si perde la concentrazione, ma in sanità ormai questo monte ore è la norma, ci si lamenta solo quando le ore diventano 13 -15... Per un giovane vecchio di 61 anni come me le mie otto ore giornaliere + 2/4 ore aggiuntive quotidiane pesano".

Marco, ospedale Brotzu di Cagliari, prende in mano il suo Cud 2010: "A riga 1 compare 66.059.85 (lordi, tenga conto che il mio scaglione è, se non sbaglio, del 43%...). Sono uno degli italiani più ricchi! Faccia un po' lei i calcoli: quanto porto a casa ogni mese dopo vent'anni di servizio?"

"La mia dichiarazione dei redditi - dice Fabio, un chirurgo di Milano - è di circa 65.000 euro senza "l'altro" (che per noi chirurghi non esiste se non per anestesisti e radiologi che per ridurre liste d'attesa lavorano in libera professione per l'azienda stessa, che paga profumatamente) dopo 20 anni di lavoro. L'impressione è che nell'ultimo decennio vi sia stata una contrazione insostenibile delle risorse umane e materiali con il solito proposito di favorire il privato convenzionato a discapito della qualità del servizio pubblico. Infatti, quel che si è ottenuto nella mia divisione di chirurgia generale, è stato di prorogare le liste d'attesa sino a due anni (ovviamente per ciò che non è urgenza e neoplasie), cioè sino a quando il paziente decide di utilizzare un'altra struttura. Nel corso dell'ultimo anno, per esempio, il turn over di pensionamento della mia divisione non è stato rispettato per gravi carenze di organico, e però non ha intaccato alcun servizio per i cittadini. Evidentemente ciò è potuto accadere grazie al nostro impegno. Da circa 12 mesi infatti non vengono rispettate le regole basilari del contratto di lavoro determinando un conseguente carico di servizi tale da rendere rischiosa la nostra opera. Non esistono riposi compensativi (un giorno di riposo dopo il week end di lavoro cumulato a tutta la settimana precedente), oltre 20 giorni di lavoro consecutivi con otto reperibilità all day and night long, più inframmezzate notti in pronto soccorso , sale operatorie cinque giorni alla settimana e via dicendo. Il mio pensiero è che le strutture ospedaliere non sono aziende. Non si può pensare di avere profitti su un costo sociale, se non sfruttando il lavoro altrui e la salute della comunità".

Da Roma, Carmen: "Io invece sono un medico ospedaliero, specialista assunta a tempi indeterminato. Vinto regolare concorso pubblico, espletato il quale ho atteso altri due anni circa per l'assunzione definitiva, causa il solito blocco. Ho una figlia minore, pago un mutuo di circa mille euro il mese, lavoro a 40 km da Roma e non svolgo attività privata. Il mio reddito imponibile arriva a 58 mila euro, ho un prestito mensile Inpdap di 300 euro, le grosse spese non posso farle in contanti, quest'anno vacanze sì, ma a casa. Lavoro bene, i pazienti mi cercano , ma l'unico modo che ho per arrotondare il mio stipendio, sono gli straordinari, e i miei colleghi sono ben felici di cedere notti che concentro quando mia figlia sta dal padre, per non darle disagio e per non pagare baby sitter... Mi infastidisce il tono insinuante che noi medici ospedalieri siamo una lobby intoccabile, che accumuliamo denaro ai danni della collettività, che non arriva invece a fine mese. Ma la quarta settimana del mese, lo so benissimo anch'io, sulla mia pelle, cosa significa... So di svolgere un lavoro che spesso fa la differenza, sul crinale della vita e la morte (sono cardiologa). Posso affermare, anche dal confronto con le retribuzioni europee, che da cardiologo turnista sono sottopagata. A proposito, scrivo dal computer di casa. Stasera, notte di ferragosto, sarò di guardia".

"Io sono un anestesista rianimatore ospedaliero di La Spezia - scrive Marco - ho letto con molto interesse e ancor più stupore il suo articolo in merito agli stipendi di alcuni medici. Sono sbigottito, perché io percepisco dopo 14 anni di servizio 70000 euro lordi annui (cud 2009) e non riesco a capire attraverso quale meccanismo si possa raggiungere certe cifre".

Gregorio si è trasferito a Honolulu, e spiega il perché: "Faccio il chirurgo negli Stati Uniti dopo aver lasciato l'Italia disgustato dalle schifezze del paese e del mondo ospedaliero. Mi sono specializzato in chirurgia dei trapianti di fegato ed intestino. Ho eseguito il primo trapianto mutiviscerale totale pediatrico mai fatto in Italia (ospedale di Bergamo). I miei anni all'estero non sono valsi a nulla. nessun incarico dirigenziale. concorsi da primario vinti dai raccomandati. Per i trapianti all'inizio il chirurgo operatore riceveva la mostruosa cifra di 600 euro lordi (poi abolita dai sindacati). Nell'ultimo anno 2006/7 per un trapianto effettuato di notte percepivo l'enormità di 20 euro l'ora!".

Donatella, di Brescia, primario, è sconsolata: "Personalmente faccio le guardie diurne e notturne e le reperibilità, i giorni festivi e in media il doppio delle ore settimanali dei miei collaboratori. L'Italia oggi soprattutto è piene di malandrini ad ogni livello. Ma si pensi anche a tutti noi che cerchiamo tra le mille difficoltà della sanità pubblica di fare onestamente il nostro lavoro, senza privilegi di casta".



FONTE: Repubblica.it
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16 agosto, 2010

Diabete: addio Humulin R, la Eli Lilly ha deciso di tagliare le cartucce

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La Eli Lilly ha deciso di cessare la produzione dell’insulina umana Humulin R in cartucce. Dal primo ottobre la Humulin R verrà prodotta unicamente in flaconi da 10 ml. Tale decisione sarebbe stata presa per “razionalizzare l’offerta” questa la spiegazione che dà il customer care Eli Lilly Italia.

Difficile non pensare che l’azienda voglia traghettare i diabetici che utilizzano la Humulin R (€ 33,42 la confezione da 5 cartucce) verso l’insulina analoga Humalog (€ 52,36 la confezione da 5 cartucce o penne).
Il pensiero diventa un sospetto se a molti diabetici viene detto dai loro diabetologi che, dato la prossima indisponibilità, devono cambiare la terapia ed utilizzare la Humalog in sostituzione.

Questo non fa certo piacere a quanti hanno raggiunto una buona gestione della glicemia oppure non vogliono fare uso di insulina analoga e preferiscono quella umana. I diabetologi dovrebbero fare presente ai loro pazienti che sono disponibili prodotti equivalenti con insulina umana.

C'è l''Actrapid della Novo Nordisk, disponibile unicamente in penne monouso Novolet per una discutibile decisione dell’azienda. C'è la Insuman Rapid della Sanofi Aventis, disponibile unicamente in cartucce da usare con la penna Opticlik. La Insuman Rapid è prodotta con la stessa tecnica della Humulin R e quindi va bene per chi avesse intolleranza ai lieviti (utilizzati dalla Novo). E’ opportuno diffondere queste informazioni in quanto non dobbiamo consentire che le terapie vengano decise dalle aziende seguendo i loro interessi.
L’unica strada che abbiamo per tutelarci è boicottare le aziende che vogliono restringere le possibilità di scelta terapeutica a loro favore. Le terapie le devono determinare i diabetici guidati dai loro diabetologi di fiducia, non le aziende. I diabetologi hanno il dovere, per onorare la fiducia, di informare i pazienti di tutte possibilità terapeutiche.

AUTORE: F. Anedda
FONTE: Gruppo Facebook "Tutti i diabetici riuniti in rete"
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Nick Jonas, Miley Cyrus e la loro esperienza con il diabete...

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E' il 3 Marzo del 2007 e su di un palco di un affollato concerto californiano il giovanissimo cantante Nick Jonas, del gruppo dei Jonas Brothers quell'anno divenuto rapidamente molto popolare grazie alla collaborazione con la Disney, dichiara davanti alla festante platea di giovanissimi di voler cantare la canzone "A little bit longer", introducendola con una lunga e coraggiosa confessione: "Ok molto rapidamente, quanti di voi giovani ragazzi hanno il diabete, alzi la mano, quanti di voi sono li fuori forza alzi la mano.". Il 16 novembre 2005, all’età di tredici anni, mentre era in tour con i suoi fratelli, gli è stato diagnosticato il diabete di tipo 1. Dopo una breve pausa in cui il cantante stesso alza la mano, Nick prosegue nella sua introduzione "Era il 2005 quando stavo girando con i ragazzi per il nostro tour, iniziai a soffrire di sensazioni strane, cominciai a perdere peso, a bere molta acqua per un sacco di tempo, sentivo di stare molto male e non ero io, mio padre mi portò dai dottori i quali mi diagnosticarono di soffrire di diabete, tipo 1, avevo la glicemia a 700 quando sarebbe dovuta essere da 70 a 120, chiesi se sarei morto ma i medici mi rassicurarono che sarei stato bene ma avrebbero dovuto trattenermi qualche altro giorno in più nell'ospedale per ricevere le giuste cure, ed è in quell'ospedale che ho potuto capire cosa fosse il diabete, durante quel trattamento intensivo ho potuto imparare a tenerla sotto controllo, furono giorni pazzeschi. Tornammo in tour con le "Veronicas" (un gruppo musicale americano) e dovevo iniettarmi l'insulina 4 volte al giorno, controllare la mia glicemia quattro volte al giorno, era difficile seguire la terapia multiniettiva cosi sentii di un nuovo prodotto chiamato microinfusore Omnipod e questo oggetto mi ha cambiato la vita, è un oggetto grande quanto un pacco di caramelle controlla il mio glucosio e mi inietta insulina (il cantante si toglie la giacca e lo mostra ai fan, è localizzato sotto il braccio) tenendomi nel giusto range cosicche io possa essere qui fra di voi. E' pazzesco come durante l'esordio io abbia perso 7 chili in appena due settimane, è pazzesco." Il video prosegue con il cantante che ringrazia la sua famiglia per essergli stato vicino e l'istituto di ricerca per il diabete.

Dalla sua condizione di salute è nata anche l'idea di una canzone, "A little bit longer", dove Nick Jonas parla della sua esperienza di ricovero ospedaliero. Il ragazzo è stato recentemente intervistato dal magazine “Diabetes Forecast” per un articolo sulla sua vita e la lotta alla malattia.

L'esempio forse più eclatante di come le persone legate affettivamente a una persona diabetica possano trarre un'utile esperienza dalla malattia del proprio patner viene dalla giovanissima cantante Miley Cyrus, oramai star della musica pop di hollywood e legata sentimentalmente (strano a dirsi per una under18 n.d.r.) per qualche anno proprio con il cantante Nick Jonas (nota di gossip: che nel 2010 ha invece iniziato una relazione con un'altra cantante pop, Selena Gomez n.d.r.).

E' piuttosto emozionata Miley Cyrus nel rivelare al magazine "Emme" che il suo fidanzato Nick Jonas, e la sua lotta con il diabete, possono averle salvato la vita. Ed è per una forma di riconoscenza che nel video "7 Things about you" la cantante ha baciato una targhetta regalata proprio dal suo ragazzo. Miley ha infatti raccontato come "l'anno scorso mi trovavo in tour con i Jonas Brothers e continuavo a sentirmi senza forze. Una notte Nick si è fermato un pò nella mia stanza e stavo davvero male. E' stata quella sera che Nick mi ha suggerito di fare un controllo glicemico come lui era solito fare per controllare il suo diabete. Cosi armandomi di coraggio l'ho fatto, una puntura e via, e il mio contenuto di zuccheri nel sangue era davvero basso in modo molto critico (era 61 n.d.r.), cosi dopo quel test i miei impresari mi hanno subito mandata dal dottore per una visita dove mi è stata diagnosticata una forma di ipoglicemia cronica di origine ereditaria, questo significa che il contenuto di zucchero nel mio sangue era sempre basso e quindi era per tal motivo che sentivo di non riuscire neppure a stare in piedi". La cantante ha inoltre raccontato ai media americani come Nick Jonas l'ha aiutata a cambiare il suo stile di vita e le sue abitudini alimentari non salutari. "Sono diventata molto più consapevole del cibo che mangio, perchè quel che mangiavo prima era davvero dannoso per la mia salute. Quando sono in tour non posso stare male, e mi esercito cosi tanto sullo stage nell'attività fisica per ballare, cantare, che la quantità di energie che consumo mi portano a essere molto magra, sottopeso. A volte mi sento come sopraffatta dal peso della fatica e ciò può essere molto dannoso per le mie prospettive di salute. Il mio corpo brucia molto rapidamente il cibo che introduco, per cui devo scegliere con grande attenzione quel che mi può dare l'effettiva energia di cui ho bisogno quando sono in esercizio. Guardare Nick che controlla il suo diabete nel corso di quest'anno mi ha aiutata molto e ispirata a seguire una dieta più sicura. Mi fa sentire come se avessi un paragone sempre accanto: se lui riesce a tenere controllata la sua dieta senza avere problemi di salute (ipoglicemie e iperglicemie n.d.r.), allora posso farcela anche io. Devo solo tener duro e mettere in campo tutto il mio coraggio".


Di seguito: il video in cui Nick Jonas confessa di avere il diabete.

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15 agosto, 2010

Sanità e retribuzioni: per i giovani laureati quale futuro?

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Tu hai uno stipendio, e poi un altro. Altro è la formula con cui alcune aziende sanitarie raccontano le retribuzioni integrative dei propri medici. Altro non significa altro che il monte di ore straordinarie pagate ad alcuni per sopperire le carenze di personale, i vuoti in corsia e in laboratorio, in radiologia e in anestesia. Altro non è che un modo per illustrare quanto siano a volte iniqui i tagli, quanto spreco produca l'azzeramento di ogni ingresso negli organici della sanità. Altro non è che il fondale contro cui periscono i professionisti giovani e disoccupati, perennemente poveri. A fronte della ricchezza ulteriore di chi già gode di ottimi stipendi. La parola altro, in questo caso, conferma definitivamente che l'Italia è destinato a rimanere un Paese per vecchi. Non c'è speranza né futuro per chi sia all'inizio della carriera e non sia figlio di papà. Porte sbarrate. La legge Brunetta avrebbe imposto di mettere on line i redditi, ma un viaggio tra varie Asl rivela che su questo fronte ben poco è stato fatto. E quel che si può sapere suscita brutti pensieri: le prestazioni straordinarie gonfiano le retribuzioni.

Il dottor Gaetano P. (ospedale di Vallo della Lucania) gode di uno stipendio di circa 84mila euro lordi l'anno. Decente, quindi. Ma fa anche altro. Sopperisce ai vuoti di organico presso gli altri enti ospedalieri. Divide i giorni per tre, la settimana per cinque, corre qui e corre lì. L'altro gli rende 109mila euro in più all'anno. Totale lordo ai fini Irpef: 213mila euro. Il dottor Domenico P. (ospedale di Sapri) ha uno stipendio di 100 mila euro l'anno. Ma con l'altro che gli vale 250 mila euro, raggiunge la cifra di 364 mila euro. Ottimo e super abbondante. Inarrivabile, e qui ci vuole nome e cognome, il caso di Michele V., direttore del laboratorio di anatomia patologica di un ospedale di Eboli: ha guadagnato 1700 euro lordi al giorno. Per i 365 giorni dell'anno scorso. Per un totale stratosferico di 657mila euro (107 mila di stipendio e 550 mila di altro). "Lavoro per dieci e non vado in ferie da tre anni", ha detto al quotidiano Terra. I sindacati hanno ribattuto: "Nemmeno se un giorno avesse 72 ore!".

Ancora troppo poco traspare dalle norme sulla trasparenza. E' un bel guaio e un sicuro dispiacere per il ministro Brunetta, autore della legge che avrebbe dovuto garantire luce invece che buio sul giro vorticoso delle retribuzioni pubbliche. I medici ospedalieri, per esempio. Quanti sono e quanto guadagnano? Vivono bene o male? Si arricchiscono o sono costretti a turni massacranti e a stipendi di fame? Il loro lavoro è rispettato o oltraggiato?

Piacerebbe saperlo. S'era convenuto  -  anzi ordinato - di mettere on line stipendi e curricula di dirigenti amministrativi e medici. Rendere pubblico tutto ciò che è al servizio del pubblico e pagato dallo Stato. Chi sei, cosa hai fatto, quanto guadagni. Scovare i dati, nell'acqua profonda delle decine di aziende sanitarie locali, è opera non semplice. E questo breve viaggio dimostra che la nebbia è fitta e la muraglia alta, quel che viene allo scoperto è un atto di resistenza, a volte di renitenza.

Avvertenza per chi prosegue la lettura: lo stipendio medio di un medico d'ospedale si ferma spesso sulla soglia degli ottantamila euro lordi. L'età, alcune indennità di risultato lo fanno puntare verso i centomila (lordi), senza che questo tetto sia spesso toccato. E questa è la norma, la generalità delle retribuzioni. Ma tutti i sistemi complessi esibiscono anomalie di funzionamento, favoritismi, iniquità, attribuzioni di competenze superiori al giusto e al possibile. E qui l'operazione trasparenza avrebbe dovuto mitigare le sperequazioni illuminando le zone grigie, scoperchiando le amicizie riservate, i cachet ad personam.

Forse ci siamo sbagliati e abbiamo cliccato dove non avremmo dovuto, ma l'Asl di Reggio Calabria, nella sua home page, non conduce esattamente il visitatore al centro del problema. "Spiacente, nessun risultato", comunica anche l'Asl Napoli 1. Anche qui sarà colpa del cattivo puntamento del mouse. E' come una caccia al tesoro ed è indubitabile che il tesoro sia ben nascosto. Occhi di aquila ci vogliono e nervi saldi. Ad Ancona l'Asl sembra offrire i curricula ma non le retribuzioni. A Firenze anche quelli scarseggiano. In tre su parecchie decine di medici hanno depositato il corso personale degli studi e delle esperienze lavorative.

Sarà che ciascuno tiene famiglia e sarà anche che l'obbligo alla trasparenza  -  se maneggiato con eccessivo scrupolo  -  produce imbarazzi e qualche piccolo guaio. Il dirigente della sanità cilentana che raccoglie cinque piccoli ospedali della provincia di Salerno (Polla, Roccadaspide, Vallo della Lucania, Agropoli, Sapri), non propriamente il cuore dell'eccellenza italiana, ha voluto fare le cose in grande e segnalare, con implacabile determinazione, voci e sviluppi delle locali carriere.  Ne è venuto fuori un quadro fosforescente, stipendi ineguagliabili. Sono decine i medici locali che scavalcano il tornante dei centomila euro annui. A fronte di uno stipendio che si situa tra i settanta e gli ottanta mila euro, la voce "altro" per le prestazioni straordinarie rese in convenzione presso gli altri ospedali della zona, innalza in modo mostruoso i redditi. Come abbiamo visto. Con il paradosso che una sanità al collasso come quella campana sforna premi a gogò.

Ad Alessandria le punte massime toccano i 171 mila euro. Di Milano non si sa, quel che traspare è nebbia fitta. Magari un navigatore più esperto saprà scovare quel che non appare neanche a Campobasso, ma che è chiaro a Bari. Dove i redditi, senza la pignoleria del commissario della Asl Sa3, sono bene in vista e in via decrescente. Si parte dal dottor Michele B. (315 mila euro) si scende a 223 mila (la dottoressa Antonietta A.) e poi via via si cala: 200, 190, 170, 140. Non male. Il grosso della truppa è fermo ai sessantacinquemila, la retroguardia non giunge a 45mila. Traspare poco dalla trasparenza, come detto. Ma quel po' svelato già basta e mette brutti pensieri.

FONTE: Repubblica.it

AUTORE: A. Caporale (email)
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Retinite Pigmentosa: una nuova speranza dalla alorodopsina archeobatterica

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Alcuni scienziati finanziati dall'UE sono riusciti a risvegliare coni visivi inattivi, un traguardo che potrebbe aiutare a salvare milioni di persone dal diventare ciechi. I coni inattivi, che normalmente rimangono nell'occhio anche dopo che è sopravvenuta la cecità, sono stati riattivati con successo da un team internazionale di scienziati sotto la guida dell'Istituto Friedrich Miescher in Svizzera e dell'Institut de la vision in Francia. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science.

Lo studio è stato in parte finanziato da due progetti dell'UE: RETICIRC ("Circuit specific approaches to retinal diseases"), finanziato con 2,25 milioni di euro nell'ambito del tema "Salute" del Settimo programma quadro (7° PQ) e NEURAL CIRCUIT ("Combining genetic, physiological and viral tracing methods to understand the structure and function of neural circuits"), sovvenzionato con un Contributo di eccellenza Marie Curie nell'ambito del Sesto programma quadro (6° PQ).

Oltre 2 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di un gruppo di malattie molto vario denominato retinite pigmentosa. La retinite pigmentosa è una forma ereditaria di degenerazione della retina, caratterizzata da una progressiva perdita della vista che porta alla cecità. La malattia colpisce i fotorecettori, cellule che trasformano la luce in impulsi. Questi impulsi vengono elaborati dalla retina e inviati al cervello attraverso fibre nervose. Ci sono due tipi di fotorecettori: bastoncelli e coni. I bastoncelli ci permettono di vedere di notte. Con l'avanzare della malattia, i bastoncelli sono i primi a essere colpiti e, alla fine, distrutti. I coni sono responsabili della percezione dei colori e dell'alta acuità visiva durante il giorno. Sono i secondi organi a essere colpiti dalla malattia ma, al contrario dei bastoncelli, i coni rimangono nell'organismo anche quando smettono di funzionare. Anche se non possono più rispondere agli stimoli luminosi, i coni mantengono comunque alcune proprietà elettriche e legami con alcuni neuroni della retina che mandano informazioni visive al cervello. Fino ad ora non era chiaro se questi coni fossero accessibili per gli interventi terapeutici.

Il dott. Botond Roska dell'Istituto Friedrich Miescher e il suo team di neurobiologi hanno sperimentato una terapia genetica usando alorodopsina archeobatterica, una proteina fotosensibile che recupera la funzionalità delle cellule coni danneggiate. Il loro studio ha mostrato che la rete di cellule esistente era in grado di riprodurre molte delle complicate funzioni che trasformano la luce in un segnale neuronale. Secondo il team, le cellule inattive rappresentano un'importante via per l'intervento terapeutico in quelle malattie nelle quali si perde la funzione dei fotorecettori. "Crediamo di aver trovato un metodo terapeutico valido che potrebbe in definitiva contribuire a far scendere il numero di pazienti di retinite pigmentosa," ha detto il dott. Roska. Ha aggiunto che il team sta attualmente esaminando i pazienti per selezionare quelli che potrebbero trarre maggior beneficio dalla nuova terapia.
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At least it happens: allarme nel mondo per il batterio "superresistente" agli antibiotici...

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Qualche decennio fa sembrava quasi conclusa la lotta alle malattie infettive: dopo lo sviluppo di diverse famiglie di farmaci, era opinione diffusa che per i batteri non ci fosse più scampo. Adesso invece è chiaro che non è così. Come in una guerra, i microrganismi si sono armati di scudi potenti e sono tornati a far paura come un tempo. Il motivo principale di questa loro evoluzione è la pressione selettiva a resistere agli antibiotici, vale a dire l’estremo tentativo di non farsi uccidere da nuove classi di farmaci. I cosiddetti “superbatteri” appartengono soprattutto alla categoria dei Gram-negativi, i cui ceppi più resistenti sono da varie parti considerati una minaccia per la salute pubblica globale. L’ultimo allarme arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases, una delle voci più autorevoli nel campo delle malattie infettive. La ricerca, dal titolo “Emergenza di un nuovo meccanismo di resistenza agli antibiotici in India, Pakistan e Regno Unito”, riporta dell’isolamento di ceppi di enterobatteri (microrganismi che popolano l’apparato digerente) resi resistenti a gran parte dei farmaci “grazie” – si fa per dire – all’opera di un gene di origine indiana.

Clicca qui per proseguire nella lettura dell'articolo - Fonte: La Repubblica (riproduzione riservata)
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13 agosto, 2010

Messina, anziana muore dopo un piatto di pasta: gastroenterite acuta?

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Disidratazione in seguito a una violenta dissenteria causata da una gastroenterite acuta. Sarebbero questi i primi esiti dell'autopsia sul corpo di Grazia Marino, la donna di 74 anni morta nell'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) dopo aver consumato una porzione di pasta al forno acquistata in una rosticceria di Falcone (ma il prodotto sarebbe stato preparato a Brolo e poi trasportato in loco). Sulla perizia necroscopica, eseguita nel pomeriggio di giovedì dal medico legale Giulio Cardia, filtra solo qualche scarna indiscrezione. Il perito, incaricato dal pm Rosanna Casabona che sta indagando per omicidio colposo, si è riservato di consegnare il referto dell'autopsia entro 60 giorni, anche perché non sono ancora disponibili i risultati degli esami tossicologici.

In attesa di capire cosa abbia determinato l'intossicazione alimentare che ha portato anche al ricovero di altre sei persone, sembra tuttavia abbastanza chiaro il quadro clinico che ha causato il decesso della donna: una forte disidratazione da gastroenterite acuta e che avrebbe avuto effetti letali sull'anziana paziente, provocando l'arresto cardiocircolatorio. Sembra probabile a questo punto ipotizzare come agente eziologico la Salmonella, la paziente potrebbe essere stata colpita da una violenta salmonellosi che ha arrecato disturbi anche ad altre quattro persone (due componenti familiari e una coppia di ragazzi del luogo che avevano acquistato un primo piatto in quei giorni).


Il fatto accaduto, sebbene in un certo senso può rappresentare un fatto "una tantum" legato al cattivo stato di conservazione dei cibi a causa del forte caldo di questi giorni (con temperature diurne quasi sempre sopra i 30 gradi), dall'altro lato rappresenta un duro colpo per l'economia locale sempre più duramente provata dalla crisi. Non è infatti la prima volta che i Nas devono intervenire nella provincia per intossicazioni o per il mancato rispetto delle norme igieniche nelle cucine dei locali. Nel messinese e a messina in particolare la gastronomia è uno dei settori più curati, con un numero impressionante di pizzerie rosticcerie e pub che d'estate vengono prese d'assalto da tanti turisti arrivati in zona ma anche dai cittadini residenti. La "pasta al forno" rappresenta solo uno dei piatti più consumati, insieme a prodotti quali pizze piane, focaccia, arancini e pidoni. Rimane ancora famosa in città il caso del bar "maria, la scala", chiuso dopo che la gdf in un sopralluogo rinvenne una condizione igienica disastrosa dei locali dove venivano conservate e preparate le merci avviate alla successiva consumazione.            
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SENTIERI DELLA MEDICINA

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