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AFORISMA DEL GIORNO

28 giugno, 2010

Mozzarelle blu, primo probabile avvelenato in veneto

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Si moltiplicano le segnalazioni di casi di mozzarelle "blu" sospette in tutta Italia. Mentre procede velocemente il ritiro dal mercato europeo da parte del distributore, i Nas tedeschi sono già al lavoro per verificare le condizioni della fabbrica tedesca produttrice e responsabile di tale caso. I sequestri del prodotto importato dalla Germania arrivano a superare quasi una tonnellata. Intanto nel padovano si registra un primo probabile sospetto di avvelenamento. Un uomo di 32 anni ha riferito al pronto soccorso di avere labbra e gengive infiammate a causa dell'ingestione, qualche settimana prima, di una delle due mozzarelle di una delle sei marche a rischio. Ha quindi mangiato la prima e riposto la seconda in frigo. Il giorno dopo l'ha ritrovata immersa in un liquido azzurro. Sarà l'Istituto zooprofilattico di Legnaro a confermare se c'é relazione tra i sintomi e il cibo consumato. La colorazione blu della mozzarella si verifica dopo alcune ore dall'apertura della confezione e al momento non sono stati segnalati di disturbi fisici particolari da parte di chi le ha consumate. Ma il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, invita le aziende distributrici, qualora non avessero già provveduto al ritiro delle partite, ad adottare tutti i provvedimenti cautelativi necessari alla tutela del consumatore. I sequestri delle mozzarelle riguardano tre marchi: Land, venduto da Eurospin, Lovilio, venduto da Lidl, e Malga Paradiso, venduto da MD discount, tutti prodotti in Germania dalla ditta Milchwerk Jager Gmbh & Co.
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Caso "Talidomide": dopo 50 anni primo risarcimento per un caso di focomelia

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La pratica 48396 dopo mezzo secolo ora può dire ufficialmente di essere nata senza braccia a causa di un medicinale contro l’insonnia preso dalla madre. E’ la prima ad aver ottenuto il diritto ad un risarcimento: 4mila euro al mese esentasse aveva promesso il ministro del Welfare Maurizio Sacconi lo scorso anno. Ma non esistono fondi stanziati e i tempi prima di veder arrivare davvero dei soldi sono ancora lunghi: chi ha aspettato cinquant’anni probabilmente dovrà aspettare ancora. Il governo l’aveva promesso in una norma della Finanziaria: risarciremo chi riuscirà a dimostrare il collegamento tra una madre che assume il talidomide durante la gravidanza e le infermità del figlio se si tratta di nati tra il 1959 3 il 1965. Era il 2008, la norma era stata oggetto di una lunga battaglia politica. Da quel momento è andata avanti un’altrettanto lunga battaglia giudiziaria culminata due anni dopo in una raccomandata arrivata il 15 giugno all’avvocato Marcello Stanca che sta seguendo la vicenda. La raccomandata ha l’intestazione del ministero della Salute e ammette: «Sì, esiste nesso causale tra l’assunzione di talidomide dalla madre in gravidanza e l’infermità» nella pratica 48396.

La pratica 48396 è una signora torinese. Si chiama Antonella Bertana, ha 48 anni ed una vita segnata in modo indelebile da questo farmaco. Alla madre l’avevano prescritto il 3 agosto dell’anno precedente. La donna non sapeva ancora di essere incinta, soffriva d’insonnia e si era rivolta ad un medico. Lui aveva preso carta e penna e aveva scritto su un foglio il nome di un calmante a base di talidomide. Quando Antonella è nata il 5 maggio del 1962 non aveva delle braccia, e nemmeno le avambraccia. Il braccio destro oggi è lungo una venitna di centimetri, il sinistro sembra un dito attaccato alla spalla. Abbozzi anatomici sono definiti in gergo tecnico. In quegli anni ne sono nati tanti di bambini così, focomelici e con abbozzi anatomici al posto delle braccia o delle gambe. Ci fu un’impennata paurosa nelle statistiche dei malati, e un’ondata di proteste contro la casa produttrice del farmaco e poi anche contro il ministero della Salute che allora si chiamava in modo diverso. Nel 1965 finalmente il farmaco fu ritirato dal commercio ma intanto centinaia di bambini se ne andavano in giro per l’Italia - e dieci, venti, trenta volte di più in tutto il mondo - senza poter camminare o muoversi come i loro coetanei.

Si stima che oltre 20 mila bambini nel mondo, di cui 10 mila in Europa, siano nati affetti da focomelia, questo difetto che impedisce la crescita delle ossa lunghe. Ma è una stima probabilmente per difetto. «Molti sono morti, altri non hanno avuto genitori che abbiano partecipato alle richieste di risarcimento», spiega Antonella Bertana. E lo stesso ministero ha risposto che non se ne parlava neppure, quando l’avvocato Marcello Stanca ha chiesto ufficialmente una graduatoria di chi avrebbe avuto diritto al risarcimento.

«Siamo stati lasciati soli dallo Stato», racconta ora Antonella Bertana, che ha avuto la fortuna almeno di sopravvivere mentre 4 feti su 10 di donne che assumevano il talidomide sono morti. Ha studiato, lavora, insegna inglese alle elementari, ed è anche in grado di vivere per lunghi periodi da sola. Riesce infatti a compensare la mancanza di braccia con i piedi. «Capita a molti focomelici - spiega - sviluppare una capacità prensile agli altri arti».

Insieme con lei ad avere fatto richiesta di risarcimento sono un’altra decina di vittime della talidomide. Nessuna notizia ancora. Il ministero ha avviato la procedura di esame delle condizioni per accedere al risarcimento solo dopo una sentenza del Tar del Lazio che ordinava di procedere visto che dopo la norma contenuta in Finanziaria nel 2008 sulla questione era sceso il silenzio.

«Il ministero si è messo finalmente in moto nel 2009 ma ha delegato le Asl di tutt’Italia a effettuare la valutazione. Questo ha ritardato l’esame delle pratiche e anche reso diversi da luogo a luogo i parametri seguiti. Oltretutto ha diritto al risarcimento solo chi abbia una prova in grado di confermare l’assunzione da parte della madre del talidomide». La signora Antonella Bertana aveva ancora dopo tanti anni la copia della prescrizione del medico: ma gli altri?


AUTRICE: Flavia Amabile
FONTE: La stampa.it
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19 giugno, 2010

Forti proteste bipartisan sulle recenti decisioni del governo in merito agli assegni di invalidità

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Sembrerebbe una barzelletta di cattivo gusto, ed invece si tratta dell’ennesima trovata di questo Governo. Stiamo parlando del decreto legge n. 78 del 2010, meglio conosciuto come “manovra finanziaria”, che nel comma 1 dell’articolo 10, cancella l’assegno di invalidità per le persone affette dalla sindrome di Down, oltre che per altre numerose categorie di malati ed invalidi. Questo comma, infatti, innalza la percentuale d’invalidità necessaria all’ottenimento del sussidio – per la cronaca 256 euro al mese – da 74% a 85% escludendo di fatto tutti i down che, secondo le tabelle del Ministero della Sanità, hanno un’invalidità pari al 75%. Incredibile ma vero! Tutte le persone affette dalla sindrome di Down e le loro famiglie, che sino ad oggi hanno contato su questo, pur irrisorio, contributo statale dovranno rinunciarvi, a meno di non essere costretti a farsi riconoscere un’invalidità del 100% (individuata solo a chi, oltre alla sindrome di Down, presenta anche gravi disturbi mentali). Tutto questo però avrà il solo risultato di azzerare tutte le battaglie finora condotte dalle associazioni a tutela dei Down. Con il 100% d’invalidità nessun Down potrà più trovare un posto di lavoro. Non ci sono altre considerazioni da fare. Si tratta di un provvedimento scellerato e crudele, come purtroppo se ne individuano moltissimi in questo testo, mosso da ragioni altrettanto scellerate. Sì, è evidente la necessità di tagliare dei costi per lo Stato, ma partire discriminando le categorie più deboli sembra veramente un controsenso. Ci si sarebbe aspettati un provvedimento finanziario che combattesse in maniera concreta l’evasione fiscale, gli alti costi della politica, i molti falsi invalidi e invece ci ritroviamo con un testo di legge che penalizza chi già è in difficoltà. Lo fa bloccando per tre anni gli stipendi agli statali, non riconoscendo gli indennizzi per chi è stato danneggiato dallo Stato (e stiamo parlando di tutte quelle persone che si sono ammalate a seguito di una trasfusione sbagliata) e da ultimo negando la possibilità di un sussidio mensile ai malati di sindrome di Down. Alcuni rappresentanti del partito IDV hanno già presentato una mozione affinchè tale decisione da parte del governo sia al più presto annullata.


Con una lettera al presidente del Consiglio e ai ministri Fazio e Sacconi, sette parlamentari del Pdl, gli onorevoli Scandroglio, Beccalossi, Vignali, Gottardo, Bocciardo, Abelli e Cassinelli, hanno chiesto al Governo di intervenire per evitare l'esclusione dei portatori della sindrome di down dalla fascia di protezione sociale. "Una esclusione - commenta il primo firmatario Scandroglio - che nascerebbe dal combinato disposto del primo comma dell'art. 10 dell'A.S. 2228 e della circolare 30 del 26 marzo 1997. Infatti, con l'innalzamento da 74 a 85 punti quale tasso minimo di riduzione della capacità lavorativa ai fini dell'assegno di invalidità (256,67 euro nel 2010), i portatori di sindrome Down vengono esclusi, così come altre patologie non soggette ad interpretazione". Nella missiva a Berlusconi, i parlamentari Pdl aggiungono: "Appare evidente l'iniquità della suddetta situazione. La richiesta della società civile, delle comunità della solidarietà e di larga parte dei parlamentari, richiede una revisione o della circolare ministeriale o di un intervento in sede legislativa, tesa a ripristinare la protezione sociale dei portatori di trisomia del 21".

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Il "cuore bionico" di Jing He: due pompe centrifughe in attesa di un cuore...

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Importante operazione di cardiochirurgia al san Camillo di Roma dove un uomo coreano di 44 anni è stato operato di cuore con una tecnica innovativa che prevede la completa sostituzione della struttura cardiaca, ormai inservibile a causa di una grave patologia dilatativa non rispondente a nessuna terapia, con due piccole pompe centrifughe: una fa funzionare il ventricolo sinistro, l'altra quello destro.

"Ho solo un po' di tosse", dice Jing He intervistato poco dopo l'intervento perfettamente riuscito, "ma mi sembra di essere rinato". In Italia, è la prima volta che si sostituiscono con pompe artificiali entrambi i ventricoli. Il cardiochirurgo Francesco Musumeci che con la sua équipe ha eseguito l'intervento spiega alla stampa come "il soggetto soffriva di cardiomiopatia dilatativa con grave scompenso". Nonostante fosse già da tempo in lista d'attesa per ricevere un cuore nuovo le sue condizioni sono precipitate con l'insorgere di insufficienze renale ed epatica. "Per salvarlo", spiega ancora Musumeci, "non restava che escogitare un sistema di pompaggio per entrambi i ventricoli". Ma la corporatura minuta di Jin He non consentiva l'impianto di un tradizionale cuore artificiale di peso e dimensioni notevoli, da cui la decisione dell'équipe cardiochirurgica di impiegare una mini pompa, finora utilizzata per sostituire il ventricolo sinistro, anche per il destro. Il paziente sarà ora sottoposto a un lungo followup in attesa di trovare il cuore necessario per sostituire nuovamente le valvole e quindi restituirgli una completa attività vitale. 
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"Cara, la mozzarella è blu perchè tifa Italia?" - Lo strano caso del latticino tedesco...

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La mozzarella è probabilmente uno dei bianchi più nobili in campo alimentari. Ed è, come sappiamo, uno dei prodotti di punta del made in Italy. E' probabilmente per questi motivi che risulta ancora più inquietante la scoperta di mozzarelle che "cambiavano colore": una volta a contato con l'aria tali prodotti, importati dalla Germania, cambiavano colore a causa di un batterio che, fermentando il lattosio contenuto ovviamenet nel prodotto, determinava la comparsa di una colorazione bluastra. Le mozzarelle sono state prodotte in una fabbrica tedesca per conto di un marchio italiano e distribuite da una nota catena di hard discount del nord italia, tuttavia dopo le prime segnalazioni di clienti, con telefonate fra lo sbalordito e il nauseato provenienti da Torino e da Trento, è stata la stessa catena distributiva a ritirarle dal banco. E' alla fine il risultato delle analisi batteriologiche eseguite dall'Istituto Zooprofilattico su campioni prelevati dai Nas a Trento e portato all'attenzione del procuratore di Torino, Guariniello, che ha aperto un'inchiesta, hanno consentito di confermare la presenza di tale batterio e bloccare il prodotto prima che le persone procedessero al consumo. Sono 70mila le mozzarelle sequestrate dai Carabinieri del Nas presso una piattaforma della grande distribuzione. Purtroppo spesso i prodotti del discount nascondono di queste insidie, al fine di vendere prodotti a bassissimo costo spesso si risparmia eccessivamente e si propongono cibi prodotti non in italia, o prodotti con cattive condizioni igiene riguardanti la fabbricazione e la conservazione, o ancora cibi con scarse qualità nutritive (es. troppi grassi, troppi zuccheri semplici, troppi conservanti, ect) che rischiano di inficiare pesantemente sulla salute delle persone se consumate per lunghi periodi di tempo. Non si sa al momento se coloro che hanno consumato ugualmente tal tipo di mozzarelle possano avere dei danni patogeni: in teoria il tutto dovrebbe risolversi con una semplice intossicazione alimentare.
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17 giugno, 2010

Ricevo e pubblico: congresso a Milano il 29 giugno su "Stili alimentari e sostenibilità"

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"" E' ormai diffusa la consapevolezza dell’incidenza degli stili di vita e, in particolare, dell’alimentazione sulla salute delle persone.  Ma siamo davvero consapevoli di quanto le scelte alimentari possano influire anche sulla salute complessiva del pianeta?
Martedì 29 giugno a Milano alle ore 9.00, presso il Museo della Scienza e della Tecnica si svolgerà il convegno del "Barilla Center for Food & Nutrition"

Alimentazione e Ambiente: sano per te, sostenibile per il pianeta

Come alimentarsi al meglio per vivere in un mondo migliore.

Un workshop con istituzioni e associazioni, aziende e studiosi per discutere di stili alimentari e sostenibilità. Una pubblica occasione di confronto, per presentare e approfondire il concetto di "doppia piramide", un unico modello alimentare capace di conciliare l’equilibrio nutrizionale con la tutela e la salvaguardia dell’ambiente.
Tra i relatori l’economista e saggista Jeremy Rifkin e il Presidente del Global Footprint Network, Mathis Wackernagel
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La partecipazione al convegno è libera e gratuita: per intervenire di persona, è sufficiente registrarsi online a questo link dove è pubblicato anche il programma completo dei lavori.
Il convegno sarà trasmesso anche in diretta streaming sul sito http://www.barillacfn.com

Grazie per l’attenzione

Responsabile Ambito 5 per il Barilla Center for Food & Nutrition 


""
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12 giugno, 2010

Lecce: sconfortante errore all'ospedale locale, esame ripetuto per errore informatico

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Si chiama pancolonscopia o esofago gastroduodenoscopia, ma si legge colonscopia: è uno degli esami decisamente più fastidiosi, persino dolorosi e, in genere, chi è costretto ad affrontarlo, sa bene che gli tocca per ragioni molto serie. Nell’immaginario collettivo, l’invasività di quell’esame lo rende di fatto agli occhi dei più un vero incubo. Ma cosa succederebbe se, dopo il fastidio, dovesse arrivare anche la beffa e il malcapitato paziente di turno fosse costretto a ripetere l’esame, per colpa di un errore informatico? Il dubbio è legittimo, ma il problema è che la realtà si spinge oltre l’immaginazione come sempre.

Maria (nome di fantasia, ma non il personaggio in questione), è una donna di 65 anni, madre e vedova da poco più di un quarto di secolo. Soffre di broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), ossia una malattia dell’apparato respiratorio, caratterizzata da un’ostruzione irreversibile delle vie aeree, di entità variabile a seconda della gravità, con azione progressiva, associata ad uno stato di infiammazione cronica del tessuto polmonare, che, a lungo termine, riduce la capacità respiratoria. Come se non bastasse, è colpita da Diabete Mellito di Tipo 2 e patologie collegate alle precedenti, come cuore polmonare ed ipertensione, oltre ad un’osteoporosi di grado severo, che l’ha costretta a sottoporsi, negli anni, all’impianto di cinque protesi, tra cui una artroprotesi al femore e ad entrambe le ginocchia.

In una paziente del genere, obbligata a ingurgitare più farmaci che cibo solido, la colonscopia diventa un atto dovuto per controllare lo stato generale dell’organismo. Maria ha una figlia, Lidia, chiamiamola così, che si occupa di lei e che prenota la visita l’11 marzo, presso il Centro Cup Web della propria farmacia di fiducia. Con un promemoria, si fissa in testa la data: giovedì 13 maggio, ossia due mesi di attesa per un esame che non mette di certo buon umore.

Poi, un paio di settimane prima della colonscopia, Lidia decide di buttare uno sguardo su quelle carte, che recano il titolo “Informazioni per il paziente”: sono contorte da sembrare scritte in ostrogoto antico; una persona di media preparazione probabilmente per comprenderle si affiderà a qualche illuminazione celeste. Per Lidia è ancora peggio, perché i dubbi si moltiplicano: c’è da comprendere come gestire la terapia insulinica nel giorno precedente all’esame, quando, cioè, viene specificato che bisogna bere esclusivamente liquidi: teme, infatti, il rischio di una crisi ipoglicemica.

Nel cartaceo, si leggono elenchi controversi: Selg Esse 1000, Isocolan 34,8 gr., Moviprep. Sembrano parolacce, ma sono farmaci. Non si capisce, però, quale sia la differenza tra uno e l’altro: se poi, si ha a che fare con una paziente diabetica, che usa abitualmente lassativi in dosi elevate, qualche delucidazione in più non guasterebbe. L’unica nota arriva sul Phospholax: “Solo pazienti giovani e senza patologie pregresse”. Significa che c’è un farmaco in meno da considerare. Il medico curante, a cui chiede chiarimenti, le consiglia di rivolgersi al centro diabetico per delucidazioni sulla terapia insulinica; lo stesso le ribadiscono in farmacia, chiarendo tuttavia che le composizioni saline si avvicinino molto a prescindere dal nome della preparazione.

Con la difficoltà tipica di accedere al centro diabetico, dove vagano in cerca di visita centinaia di pazienti al giorno, Lidia aspetta il miracolo: come un pivot che afferra il pallone da basket, aspetta di intercettare un medico nell’unico istante utile, tra l’arrivo dei dati sui prelievi di sangue e l’inizio delle visite. Il terzo giorno, come nei racconti biblici, un dottore si manifesta ai suoi occhi e le fornisce le indicazioni cercate: “Segui la terapia prescritta, cioè, i tre giorni senza scorie e i 4 litri di bevanda, poco importa con che cosa. Sospendi l’insulina a rilascio prolungato la sera prima dell’inizio della dieta liquida, ma continua con le pillole ed il resto della terapia. Tieni a portata di mano una siringa di insulina rapida. Esegui il controllo della glicemia molto spesso e se supera il valore di 250, iniettale cinque unità, controlla che reagisca opportunamente e, se necessario, chiama il 118”.

Semplice a parole, ma Lidia non si sconforta, anzi prepara l’appuntamento del 13 maggio, eliminando i pasti vietati e tenendo d’occhio la madre, affinché non faccia come i tanti diabetici, che mangiano di nascosto. Poi arriva il giorno della dieta liquida e la notte di sospensione dell’insulina a rilascio graduale: ogni due ore si sveglia, goccia di sangue dalle dita per controllare la glicemia. Tutto a posto, anche la pressione. Maria sembra reggere bene, finché non le tocca ingerire nel disgusto dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 quattro litri della composizione salina. E lì qualche imprecazione scappa.

È il giorno fatidico: Maria arriva, con accenni di crisi asmatiche, scortata da Lidia, all’ambulatorio di chirurgia generale di Casarano. All’esame, i medici la fanno entrare con la figlia. Che sia un intervento doloroso, lo si evince subito, ma Maria non sussurra un lamento: li conserva tutti per la figlia al termine del controllo. Ma il colpo di scena arriva al termine della colonscopia, quando il peggio sembra passato, col medico che si avvicina a Lidia e le spiega che l’esame va ripetuto, perché la pulizia dell’intestino non è stata adeguata ad una diagnosi certa.

Lidia vuole capire cosa non ha funzionato: ha seguito con scrupolo e dovizia di particolari ogni indicazione. “Non doveva bere la soluzione ieri mattina dalle 10 alle 12 – afferma il medico -, ma questa mattina dalle 07 alle 08.30!”. Lidia fa presente che sul foglio di prenotazione le indicazioni siano altre: qui interviene l’infermiera, che ammette come da un po’ di tempo capiti di dover ripetere l’esame ai pazienti che hanno seguito quelle indicazioni, perché sbagliate. C’è un errore, insomma. Il dottore controlla le carte e fornisce il foglio con le informazioni corrette per i pazienti: le prescrizioni, in effetti, non coincidono. Decide di telefonare, inviperito, al centro Cup, ma sono tutti a pranzo e dall’altra parte del cavo nessuna risposta.

Lidia si deve segnare un altro appuntamento a distanza di tre settimane: tutto da ripetere, compresi stress fisico alla madre e trattamento invasivo in tempi stretti. Per alcuni giorni, dopo una procedura umiliante e dolorosa, Maria è risultata confusa e non perfettamente lucida, con vuoti di memoria e prese di posizione insensate. Lidia ha capito che si fosse ripresa del tutto solo quando, dal lavoro le aveva telefonato in un giorno di pioggia per chiedere se stava bene e Maria l’aveva presa in giro, rivoltandole la domanda.

Ma potrebbe essere che le indicazioni riportate sulla prenotazione dal Cup Web siano fallaci solo nella zona specifica del Salento, da dove è stata effettuata la prenotazione. Non resta che verificare. Ed è cosi che il viaggio nelle anomalie sanitarie, porta prima in una farmacia del gallipolino e poi in una del magliese, a ripetere la procedura di prenotazione della colonscopia attraverso il Cup Web: lo stampato è esattamente lo stesso, reca le medesime indicazioni sbagliate. Quindi, è probabile che anche in altri ospedali, diversi da Casarano, qualche paziente si sia visto costretto a ripetere l’esame per un errore informatico.

Per essere ancora più certi, l’indagine passa nel mondo dei Cup Web di Asl di altre regioni, per verificare quel che accade altrove: con sorpresa, si trovano informazioni dettagliate sull’esame e sulla preparazione dello stesso; si ritrova un servizio di medico web, con cui interagire. Decido di scambiare qualche battuta sulle controindicazioni dell’esame, spiegandogli che ho paura, perché mi devo personalmente sottoporre ad una colonscopia. Il medico mi rincuora, ma mi avverte che effettivamente qualche pericolo per la salute c’è. Tuttavia una corretta comunicazione con i dottor, nella fase dell’esame, previene ogni possibile rischio.

Non resta che fare un ennesimo tentativo per capire fin dove sia arrivato l’errore informatico: con l’aiuto di persone fidate, fingo di essere incappato nell’errore di due procedure diverse e chiedo direttamente ad operatori dell’Asl di avere le indicazioni che forniscono al paziente, per la colonscopia: arriva un vero e proprio papiro, ma questa volta fin troppo dettagliato. Non manca niente. Trovo informazioni che altrove non c’erano. A proposito, scopro che anche il secondo foglio, quello ricevuto da Lidia a Casarano, più corretto rispetto a quello della prenotazione Cup, presenta qualche incompletezza non di poco conto: non c’è alcun timbro dell’Asl, quindi, tecnicamente è uno stampato che potrebbe scrivere e rilasciare chiunque (dove sta la certificazione per il paziente che sia la procedura giusta?); ma soprattutto, non reca un’indicazione fondamentale, ossia, che, viste le numerose controindicazioni per i pazienti sottoposti a colonscopia, sia necessario essere accompagnati agli ambulatori da persone adulte, idonee alle guida.

Quello che sconforta, al termine di un viaggio lungo un paio di settimane, è come il lavoro quotidiano di molti medici sia messo in discussione da un dettaglio burocratico, che non trova una palese responsabilità. Ma, soprattutto, come raccontava in una mail, Lidia “la difficoltà e l’umiliazione di un paziente travolto da un copia/incolla fatto male”: anche chi come lei se la cava, ha una buona conoscenza degli ambienti ospedalieri, è rimasta coinvolta in questa situazione.

Si può immaginare che cosa può avvenire ad un paziente che riceve una grave diagnosi in ritardo, perché i reparti sono intasati dalle colonscopie da rifare per un errore di battitura. Ripetere l’esame, con controindicazioni terribili (tanto che si firma un’informativa sui rischi), è un disservizio grave e pericoloso. E c’è un costo che si ripercuote sulla pelle di chi l’esame lo subisce e su tutti quelli che pagano le tasse e che sono costretti ad effettuarlo col ticket. “Agli ospedali d’Italia – scrive Lidia - devo la fortuna di avere ancora una madre. Le ho sacrificato tutto per proteggerla e curarla. Ma non accetto che un banale errore di stampa ponga a rischio la sua salute e quella di chiunque altro”.

AUTORE: Mauro Bortone
FONTE: LeccePrima.it
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Briciole di Medicina (14° Puntata) – Patologie da metalli pesanti

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Qualunque elemento della tavola periodica può essere dannoso per difetto o per eccesso. Possono dar luogo a patologie acute o croniche in base alla modalità di avvelenamento.

AVVELENAMENTO DA PIOMBO

Il piombo agisce bloccando i gruppi sulfidrici degli enzimi o sostituendosi ai metalli che li compongono. L’avvelenamento acuto per ingestione di Sali di piombo si manifesta con diarrea, vomito, crampi addominali e feci nere. Il piombo è eliminato per lo più per via renale, quindi se a livello renale arriva una maggiore quantità di piombo esso si depositerà sugli epiteli e porterà ad un’ insufficienza renale e quindi a morte per collasso cardiocircolatorio. L’avvelenamento cronico porta a una patologia denominata “Saturnismo” che è tipica per esempio dei lavoratori delle tipografie. La via di ingresso è rappresentata dal cavo orale o dalle vie respiratorie. La patologia inizia con sintomatologia vaga (stipsi, pallore, dimagrimento) e poi mostra segni caratteristici quali la comparsa di un orletto gengivale bluastro per deposizione di solfuro di piombo, prosegue con delle emazie con puntini basofili nel nucleo, colica saturnina con addome a barca (simile ad un addome acuto), paralisi muscolari, encefalopatia per costrizione statica dei vasi cerebrali, perdita di conoscenza, sopore, coma e morte in un terzo dei casi. La dose letale è superiore ai 10 grammi di composti solubili oppure a 50 grammi di composti poco solubili. Questo metallo è responsabile di fenomeni di embriotossicità e soprattutto di tossicità cronica professionale, definito saturnismo, in seguito a lenta e cronica penetrazione nell' organismo per via orale o per via respiratoria da inalazione di vapori in cui è sospeso. Ciò avviene nel corso di varie attività lavorative (pittori che adoperano vernici, metallo, fonditori, saldatori ceramisti, ed in passato anche tipografi che componevano la stampa con caratteri di piombo). L'inquinamento ambientale da piombo è derivato negli anni più recenti dalla diffusione del piombo tetraetile come additivo della benzina, che viene eliminato tra i prodotti di scarico che si generano nella combustione del carburante. Il piombo assunto dall' organismo si accumula nei vari organi, soprattutto nel fegato, nel rene e nello scheletro, dai quali viene eliminato con estrema lentezza e dove, di conseguenza, permane per moltissimi anni essendo la sua emivita molto lunga. Nelle cellule esso si deposita preferenzialmente nel nucleo. Gli antichi Romani, e prima ancora di essi i Greci, erano usi a conservare gli alimenti in recipienti di rame o di bronzo con rivestimento interno di piombo, al fine di non fare assumere ad essi il verderame, che dà fenomeni di tossicità acuta ed adoperavano tubature di piombo per gli impianti idrici. Inoltre essi facevano grande uso come dolcificante della sapa,cioè di mosto cotto in recipienti con rivestimento interno di piombo, la quale, come si è compreso successivamente, risultava arricchita di apprezzabili quantità di acetato e di citrato di piombo, per il fatto che i componenti acidi del succo d'uva sono in grado di interagire col metallo formando i suddetti composti, responsabili di marcata attività tossica. In moltissimi reperti ossei rinvenuti nelle tombe di epoca romana sono stati trovati sali di piombo tanto che non mancano gli autori che sostengono che il saturnismo abbia rappresentato una della cause della decadenza romana. Il saturnismo si manifesta con disturbi dell'apparato digerente, che determinano la comparsa della cosiddetta "colica saturnina", con alterazioni del midollo osseo responsabili di anemia, con alterazioni dell'apparato riproduttivo, che causano sterilità e con osteoporosi causata dal fatto che nelle ossa i sali di piombo finiscono gradualmente con sostituire quelli di calcio. Tuttavia, le conseguenze più gravi sono a carico del sistema nervoso centrale e periferico.

AVVELENAMENTO DA MERCURIO

Il mercurio viene assunto sia per inalazione perché tende facilmente ad evaporare oppure per penetrazione attraverso la cute. Sono tossici anche i suoi composti come il cloruro mercurio o sublimato corrosivo che ha azione come dice il nome corrosiva sugli epiteli gastrici; si può avere anche avvelenamento cronico con la comparsa di una patologia chiamata Idrargirismo. Comporta stomatiti, anoressia, stintomi neurologici, insonnia, sintomi renali. Il mercurio è eliminato attraverso l’emuntorio renale quindi dosi massive comportano la stessa patologia del piombo. La dose letale è superiore a 0,1 grammi. Il mercurio viene estratto dai minerali che lo contengono sotto forma di sali, soprattutto di solfuro, dai quali viene ricavato l'elemento puro, che viene utilizzato in moltissime industrie con processi lavorativi responsabili di una imponente discarica nell' ambiente di una serie di composti contenenti 1'elemento. La maggior parte raggiunge direttamente o indirettamente, attraverso i fiumi, il mare. Responsabile di inquinamento, sia pure in misura ridotta in confronto a quella di origine industriale, è l'eliminazione di prodotti di diffusa utilizzazione (ad. es. vernici, medicinali, vari pesticidi, termometri rotti). La tossicità del mercurio metallico consegue all'inalazione dei suoi vapori, che si formano molto lentamente e si manifesta essenzialmente in seguito ad esposizione professionale con danni a carico dei parenchimi renale ed epatico e del sistema nervoso centrale, in quanto attraversa la membrana ematoencefalica. I composti inorganici solubili, soprattutto il cloruro mercuroso (HgCl2) provocano, in seguito ad ingestione accidentale o a scopo suicida, avvelenamenti quasi sempre mortali a causa di una grave insufficienza renale, che interviene perché l'elemento si deposita, oltre che nelle cellule del tratto gastroenterico, anche nel rene. La membrana ematoencefalica non è permeabile ai composti inorganici del mercurio; tuttavia, nei casi di esposizione cronica professionale a composti inorganici, il sistema nervoso è danneggiato dal mercurio metallico che si libera dai depositi presenti negli organi parenchimali.
L'esposizione cronica ai composti inorganici insolubili del mercurio sembra causare, in confronto a quella dei composti solubili, danni meno imponenti. I composti organici sono responsabili (in particolare il metilmercurio) di embriotossicità perché attraversano la placenta e di patologie molto gravi caratterizzate da imponenti disturbi neurologici perché anch'essi, come il mercurio metallico,
attraversano la membrana ematoencefalica. La malattia di Minimata (una città della costa occidentale di un'isola del Giappone) si presentò in forma epidemica, individuata nel 1956, per i casi di avvelenamento acuto letale subiti da diversi suoi abitanti e poi per oltre tremila casi di avvelenamento cronico, che si manifestarono nell' arco di una trentina d'anni, gli uni e gli altri caratterizzati essenzialmente da gravi danni neurologici. I casi iniziali acuti furono tutti letali.
L'eziologia della malattia apparve legata alla continua discarica nel mare di rifiuti contenenti mercurio da parte di un'industria chimica situata nelle immediate vicinanze della città; la patogenesi al fatto che il metilmercurio (ed anche altri derivati organici del metallo) inquinante l'acqua del mare si concentra nelle carni dei pesci e dei crostacei, che rappresentano la più significativa fonte alimentare per i giapponesi.

AVVELENAMENTO DA FERRO

Il ferro se introdotto in difetto può determinare la comparsa di anemia sideropenica mentre se introdotto in eccesso può causare la comparsa di una patologia chiamata Emocromatosi; in quest’ultimo caso si avrà cirrosi, diabete, pigmentazione cutanea. Il diabete emocromatosico si sviluppa perché il ferro in eccesso ha un’azione lesiva sulle cellule endocrine del pancreas.

Il ferro è l'elemento chimico di numero atomico 26. E' il metallo più abbondante all'interno della Terra. Il ferro è il metallo in assoluto più usato dall'umanità, rappresenta da solo il 95% della produzione di metalli del mondo. Il suo basso costo e la sua resistenza (nella forma detta acciaio) ne fanno un materiale da costruzione indispensabile, in particolare se combinato a formare leghe come la ghisa di prima o seconda costruzione, l'acciaio, e molti altri.

Del ferro introdotto con la dieta circa un 20 % è assorbito come Fe legato al gruppo eme (non è influente lo stato di ossidazione); il restante 80 % è assorbito come ferro non emico, che deve essere necessariamente nella forma ridotta. La riduzione avviene facilmente a pH acido, quindi nello stomaco o in presenza di sostanze riducenti, come la vitamina C. Il ferro viene assorbito a livello del duodeno. Nelle cellule e nei fluidi corporei (sangue e linfa) il ferro non è mai libero, ma legato a specifiche proteine di trasporto. All'interno delle cellula della mucosa intestinale, il ferro si lega alla apoferritina; il complesso neoformato si chiama ferritina. Dopodiché il ferro viene liberato e ossidato per raggiungere il circolo sanguigno. Nel sangue il ferro viene nuovamente ridotto e si lega alla transferrina. Come tale viene trasportato al fegato, dove si deposita come ferritina ed emosiderina. Dal fegato, a seconda delle necessità dell'organismo, il ferro viene trasportato ai vari organi, ad esempio al tessuto muscolare, dove è fondamentale per la sintesi della mioglobina o a livello del midollo osseo rosso dove è impiegato per la sintesi dell'emoglobina.

Un apporto eccessivo di ferro tramite l'alimentazione è tossico perché l'eccesso di ioni ferro(II) reagisce con i perossidi nel corpo formando radicali liberi[senza fonte]. Finché il ferro rimane a livelli normali, i meccanismi anti-ossidanti del corpo riescono a mantenere il livello di radicali liberi sotto controllo.

La dose quotidiana di ferro consigliata per un adulto è 45 milligrammi al giorno, 40 milligrammi al giorno per bambini fino a 14 anni. Una eccessiva assunzione o un innaturale accumulo determinano la comparsa di emocromatosi. L'emocromatosi (greco hàima sangue, e chroma, -atos colore), in passato chiamato anche diabete bronzino, è una malattia metabolica rara dovuta all'accumulo di notevoli quantità di ferro in diversi organi e tessuti quali: fegato, pancreas, cute, cuore ed alcune ghiandole endocrine. L'assorbimento intestinale del ferro negli alimenti è aumentato. Ciò è causato, nella maggior parte dei casi, dalla mutazione genetica del gene HFE, localizzato sul cromosoma 6 e strettamente associato al locus genico del complesso maggiore di istocompatibilità.
Nell'emocromatosi il ferro assorbito è in eccesso rispetto alle necessità fisiologiche. Pertanto dapprima aumenta il ferro plasmatico, con saturazione della transferrina e conseguente aumento della ferritina; in seguito il ferro in eccesso si accumula negli organi parenchimatosi, soprattutto fegato, pancreas e cuore. Il sovraccarico di ferro a livello epatico causa cirrosi, nel pancreas può indurre distruzione delle isole di Langerhans con conseguente insorgenza di diabete mellito, mentre nel cuore è responsabile della comparsa di cardiopatia e aritmie. Altre alterazioni sono a carico dell'ipofisi, delle articolazioni e della cute. La causa dell'emocromatosi ereditaria o primaria è genetica. La forma più comune è causata da una mutazione del gene HFE che codifica per una proteina che regola l'assorbimento del ferro alimentare. Le mutazioni più frequenti sono il polimorfismo C282Y e H63D. È stata pure ritrovata una forma più rara di emocromatosi causata da una mutazione del gene che codifica per l'epcidina, una proteina di fase acuta sintetizzata dal fegato che svolge un ruolo chiave nell'omeostasi del ferro. Normalmente l'epcidina inibisce l'assorbimento del ferro a livello intestinale e il rilascio di ferro dai depositi (macrofagi e fegato). Quando è mutata si realizza un incontrollato assorbimento intestinale del ferro che si accumula arrecando gravi danni.

Se nell'organismo normale il peso totale di ferro è di 2-5 grammi, in un adulto con HHC si può raggiungere i 40 grammi. Nel fegato i livelli normali di ferro sono inferiori a 1.000 microgrammi per grammo di peso secco, mentre nel fegato di un adulto con HHC si superano i 10.000μg/g.
Le manifestazioni cliniche dell'emocromatosi compaiono in genere tra i 40 ed i 60 anni di età, i maschi ne sono colpiti con un'incidenza dalle 5 alle 10 volte superiore alle donne.
La classica triade clinica comprendere cirrosi con epatomegalia, iperpigmetazione della pelle e diabete mellito. Altri sintomi sono dolore addominale, astenia, perdita di peso, perdita della libido e amenorrea. La malattia conclamata causa epatomegalia, iperpigmentazione, diabete mellito, angiomi a ragno, splenomegalia, ascite, aritmie, atrofia testicolare, ittero, insufficienza cardiaca congestizia. I pazienti affetti da emocromatosi, qualora la malattia non sia stata diagnosticata e trattata prima che siano avvenuti danni tissutali, presentano un rischio di sviluppare il carcinoma epatocellulare 200 volte superiore rispetto alla popolazione normale.

Durante l'anamnesi è bene valutare, oltre ai precedenti familiari, l'uso di alcol, di ferro, di acido ascorbico. La diagnosi è suggerita dalla presenza di:
- epatomegalia
- iperpigmentazione cutanea
- diabete mellito
- cardiopatia
- artrite
- ipogonadismo

Per valutare le riserve di ferro corporeo si usano:
- il dosaggio del ferro sierico e la percentuale di saturazione della transferrina
- la concentrazione sierica della ferritina
- la biopsia epatica con calcolo dell'indice di ferro epatico
- la TC e/o la RMN del fegato

La terapia prevede la rimozione del ferro in eccesso che avviene in modo ottimale tramite salasso settimanale o bisettimanale di 500 ml per 1-2 anni, poi, una volta ottenuti parametri normali, ogni 3 mesi e tramite la somministrazione di chelanti del ferro.

AVVELENAMENTO DA RAME

Il rame è l'elemento chimico di numero atomico 29. Il suo simbolo è Cu dal termine greco “Cuprum”. E' il metallo che l'umanità usa da più tempo, è un metallo di colore rosato o rossastro, di conducibilità elettrica e termica elevatissime, superate solo da quelle dell'argento; è molto resistente alla corrosione (per via di una patina aderente che si forma spontaneamente sulla superficie, prima di colore brino e poi di colore verde o verde-azzurro) e non è magnetico. È facilmente lavorabile, estremamente duttile e malleabile, ma non è idoneo a lavorazioni con asportazione di truciolo, perché ha una consistenza piuttosto pastosa; può essere facilmente riciclato e i suoi rottami hanno un alto valore di recupero; si combina con altri metalli a formare numerose leghe metalliche (si calcola che se ne usino almeno 400), le più comuni sono il bronzo e l'ottone; Inoltre il rame è batteriostatico, cioè combatte la proliferazione dei batteri sulla sua superficie. Il rame, anche se presente in tracce, è un metallo essenziale per la crescita e lo sviluppo del corpo umano. Una volta assunto attraverso il cibo e l'acqua, viene assorbito dallo stomaco e dal primo tratto dell'intestino; da qua passa nel sangue, legandosi ad una proteina, la ceruloplasmina e quindi portato verso il fegato e da qui distribuito ai vari organi. Gioca un ruolo importante all'interno del metabolismo: dalla normale attività del cervello, del sistema nervoso e cardiovascolare al trasporto del ferro e alla protezione delle cellule contro l'ossidazione. C'è bisogno del rame anche per rafforzare le ossa e assicurare il funzionamento del sistema immunitario.

Si noti che non esistono malattie professionali legate al rame. Esistono invece solo due malattie genetiche, la malattia di Wilson e la sindrome di Menkes. Per Malattia di Wilson si intende una patologia autosomica recessiva metabolica collegata ad un accumulo nei tessuti del rame dovuto ad un difetto nel gene della ATPasi che interviene nel trasporto e nell'escrezione biliare del rame attraverso l'incorporazione nella ceruloplasmina. Si ha quindi carenza di ceruloplasmina e il trasporto avviene ad opera dell’albumina. I sintomi e segni clinici presentano disfagia, cirrosi, movimenti spastici, disturbi a livello della psiche. Il rame si accumula soprattutto nell'encefalo e nel fegato. Si mostra anche l'anello di Kayser-Fleischer ossia un anello di color rame intorno alla cornea. La causa è genetica, il gene coinvolto nella mutazione è il ATP7B, che è stato identificato e clonato nel 1993. La ceruloplasmina è chiamata anche ferrossidasi I, è il principale enzima a base rame che si trova nel sangue; possiede anche funzioni antiossidanti, prevenendo il danneggiamento dei tessuti associato alla ossidazione degli ioni ferrosi. Si stima che la frazione di ceruloplasmina nel sangue vari dal 60 al 90%. La ceruloplasmina aiuta a regolare l'efflusso dei ferro immagazzinato dai tessuti ai siti di produzione dell'emoglobina. Il morbo di Menkes invece rappresenta l'incapacità del rame di essere assorbito dall'intestino, provocando una forte carenza all'interno del corpo.

Funzioni fondamentali del rame a livello fisiologico:

1) Il rame si trova negli enzimi, che sono quelle proteine che aumentano la velocità di reazione delle reazioni chimiche all'interno delle cellule. Sono circa una trentina gli enzimi (e i co-enzimi che sono altre proteine che aiutano gli enzimi) contenenti rame.

2) E’ richiesto per la formazione e il mantenimento della mielina, lo strato protettivo che copre i neuroni; enzimi a base di rame intervengono nella sintesi dei neurotrasmettitori, i messaggeri chimici che permettono le comunicazioni attraverso le cellule nervose.

3) Per mezzo della sua presenza come ione nell’enzima superossido dismutasi, il rame permette alla cellula la neutralizzazione dei radicali liberi che altrimenti causerebbero danni alle cellule stesse.

4) Questo minerale è importante anche per la pelle e lo scheletro. Infatti attraverso l'enzima “tirosinasi” catalizza la formazione della melanina e attraverso l’enzima “lisilossidasi” ha un ruolo importante nella formazione del collagene, proteina pressoché ubiquitaria nel nostro organismo: da qui alterazioni a carico dello scheletro e cutanee in caso di carenza nell’assunzione di tale minerale. Alcune ricerche evidenziano che fratture, anomalie scheletriche e osteoporosi sono più frequenti se vi è carenza di rame.

5) Oltre che per il collagene, la “lisilossidasi” entra in gioco anche per l'elastina ed entrambe le proteine sono importanti per il cuore e i vasi sanguigni. Tra gli effetti collaterali dovuti alla carenza di rame si registrano anche l'ingrossamento cardiaco, le arterie con muscolatura liscia degenerata e aneurismi alle arterie ventricolari e coronariche.

6) La carenza di rame ha notevoli ripercussioni su certi tipi di cellule, come i macrofagi e i neutrofili del sistema immunitario. La funzionalità del sistema immunitario è stata studiata in bambini carenti di rame, prima e dopo la cura. È stato rilevato che la attività dei fagociti (cellule che inglobano materiale estraneo) è aumentata dopo l'assimilazione di rame.

7) Il rame influenza anche il metabolismo del colesterolo: adulti sottoposti ad una dieta povera di rame hanno registrato un aumento dei livelli del colesterolo LDL (Low Density Lipoprotein quello 'cattivo') e una diminuzione del colesterolo HDL (High density Lipoprotein quello 'buono'). Basse assunzioni di rame influenzano negativamente il corretto metabolismo del glucosio e la pressione sanguigna.

8) Il rame è necessario anche durante la gravidanza. Il feto dipende completamente dalla madre per il suo fabbisogno di rame. Il feto accumula rame alla velocità di 0,05 mg/giorno (soprattutto nell'ultimo trimestre) e alla nascita ha mediamente 15 mg di rame, di cui più della metà immagazzinata nel fegato. Queste riserve sono importanti nella primissima infanzia, quando l'assunzione di rame è relativamente bassa. Gran parte del restante rame si trova nel cervello. Per i neonati, il rame si trova nel latte materno. La concentrazione media di rame nel latte materno è 0,32 mg/litro; sebbene questa concentrazione sia più bassa rispetto al latte artificiale, il rame del latte materno viene assorbito meglio essendo maggiormente biodisponibile. A dimostrazione dell'importanza del rame, il latte artificiale per i neonati prematuri arriva a contenere fino a 1-2 mg/litro: questo è necessario poiché hanno avuto meno tempo per accumulare rame durante la gestazione.

AVVELENAMENTO DA PLATINO

Il platino è un composto metallico puro che si presenta simile all'argento, è duttile, malleabile e resistente alla corrosione. Come gli altri metalli della sua famiglia, possiede notevoli capacità catalitiche (una miscela di idrogeno e ossigeno gassosi in presenza di platino esplode). La sua resistenza alla corrosione e all'ossidazione lo rende adatto per produzioni di gioielleria. Altri suoi tratti distintivi sono la resistenza alla corrosione chimica, buone proprietà reologiche alle alte temperature e proprietà elettriche stabili. Tutte queste proprietà sono state sfruttate per applicazioni industriali. Il platino non si ossida all'aria nemmeno ad alta temperatura, può però venire corroso dai cianuri, dagli alogeni, dallo zolfo e dagli alcali caustici. Il platino in natura è una miscela di cinque isotopi stabili e di uno radioattivo, 190Pt, la cui emivita è lunghissima, circa 650 miliardi di anni.
Il platino metallico non è generalmente causa di problemi, data la sua inerzia chimica. I suoi composti sono tuttavia da considerarsi altamente tossici. Agisce a livello del DNA legando i filamenti e impedendo la replicazione cellulare; difatti è usato come agente antineoplastico ma è comunque tossico. Tutti i metalli dello stesso gruppo hanno effetti analoghi.

AVVELENAMENTO DA ARSENICO

L’arsenico (il cui simbolo chimico è As) è un semimetallo che risulta molto più tossico in ogni suo stato combinato rispetto allo stato elementare. È usato in molte leghe metalliche e nella lavorazione del vetro. È un comune inquinante del carbone, pertanto le maggiori fonti di inquinamento industriale da arsenico sono le centrali elettriche a carbone e le fonderie. Essendo il carbone utilizzato molto nei cementifici è molto probabile trovarlo come inquinante dell'aria anche nelle zone di ricadute di questi impianti, insieme al nichel. Viene utilizzato anche nella produzione di pesticidi e nell'industria dei semiconduttori. Le forme chimiche che procurano intossicazione sono l'arsenico elementare e l'As-inorganico, gli arsenicali organici e l'arsina (AsH3).
I composti di arsenicali organici sono generalmente considerati poco assorbibili e il loro assorbimento è relativo alla loro idrosolubilità. Inoltre tali composti, una volta assorbiti, vengono facilmente eliminati con le feci e le urine; infatti sono soggetti a biometilazione epatica detossificante, pertanto gli arsenicali organici sono meno tossici e più facilmente escreti.

L'arsenico inorganico viene ben assorbito dall'apparato gastrointestinale e a livello polmonare generalmente oltre il 50% della dose assunta. Può passare la placenta e determinare un danno fetale, inoltre è considerato cancerogeno per: polmoni, cute, reni e fegato, soprattutto nell'intossicazione cronica, inoltre l'esposizione all'arsenico è un fattore di rischio per il tumore della pelle. I maggiori effetti tossicologici sono determinati dall'arsenico inorganico, in fattispecie:
l'arsenico pentavalente è un disaccoppiante della fosforilazione ossidativa, cioè è capace di sostituirsi al fosfato inorganico (Pi+ADP = ATP) e pertanto il processo di formazione di ATP è bloccato (As+ADP = arseniato instabile che si decompone nuovamente in ADP+As).
arsenico trivalente reagisce con i radicali sulfidrilici (R-SH) dei composti cellulari inattivando enzimi come la piruvato deidrogenasi.

I sintomi immediati di un avvelenamento acuto da arsenico prevedono la comparsa di nausea, vomito, dolori addominali, irritazione cutanea, laringite, bronchite. Dopo un'ora compaiono tutta una serie di segni e sintomi facenti parte di una sindrome da avvelenamento da arsenico:
apparato circolatorio: vasodilatazione, aumento della permeabilità capillare, edema generalizzato, disidratazione, shock mortale
apparato gastroenterico: diarrea acquosa, diarrea sanguinolenta per distacco dell'epitelio enterico, conseguente a imbizione plasmatica (edema) e formazione di vescicole al di sotto della mucosa; tali vescicole tendono a rompersi e a ledere e distaccare il tessuto
reni: danno glomerulare e tubulare, proteinuria
cute: effetto vescicante
sistema nervoso periferico: neuropatia periferica sensitiva e motoria
sistema nervoso centrale: encefalopatia da danno organico, delirio, coma
midollo rosso: pancitopenia
fegato: steatosi, necrosi, cirrosi

Nella intossicazione cronica da arsenico inorganico appaiono una serie di segni e sintomi quali alito agliaceo, epatotossicità, ematotossicità, neurotossicità, debolezza muscolare, irritazione cutanea (sulla cute possono evidenziarsi segni di vasodilatazione e di pallore per anemia dando luogo all'aspetto caratteristico "latte e rose" della pelle), strie biancastre ungueali, ipercheratosi palmare e plantare.

Nella intossicazione cronica da arsenico organico è molto rara e si tratta di una neurotossicità in cui si verifica un danno organico per inibizione degli enzimi sulfidrilici soprattutto a livello della sostanza bianca e grigia.
Nella rara intossicazione da arsina, dovuta ad assorbimento per via inalatoria, gli effetti sono: crisi emolitiche; l'arsina si combina con l'emoglobina in un composto emolitico (anemia +++). Quindi segue una elevata emoglobinuria con urine scure, ittero, astenia e cefalea. In più si determina: danno tubulare progressivo, insufficienza renale acuta.

La terapia da intossicazione prevede lavanda gastrica, exanguinotrasfusione ed emodialisi, i chelanti come il dimercaprolo o la penicillamina sono poco efficienti.

AVVELENAMENTO DA CADMIO

Il cadmio, utilizzato in molte industrie metallurgiche, è dotato di grave tossicità anche perché, avendo un lungo periodo di dimezzamento, si concentra nell'apparato digerente, nei reni, nei muscoli e nelle ossa dando luogo ad una sintomatologia molto pleomorfa nei soggetti cronicamente esposti a questo metallo nell' ambiente di lavoro. Smaltito nell'ambiente dalle industrie che ne eseguono la lavorazione (il cadmio è anche un prodotto di scarto nella lavorazione dello zinco e del
tungsteno ai quali si trova associato), esso viene concentrato dai vegetali di cui una parte è utilizzata per 1'alimentazione, con conseguente sua penetrazione nell' organismo. Una grave intossicazione cronica per via alimentare colpì, in forma epidemica, in Cina gli abitanti di villaggi situati in prossimità di una fabbrica adibita alla lavorazione di minerali contenenti cadmio, che scaricava i prodotti di scarto in un fiume, le cui acque venivano utilizzate per l'irrigazione dei campi. Altri casi di avvelenamento cronico da ingestione hanno interessato gli operai addetti alla lavorazione di questo metallo ed occasionalmente soggetti che hanno ingerito per lungo tempo l2.evande contenute in lattine saldate con cadmio. Sembra interessante notare che un' apprezzabile quantità di cadmio, presente come contaminante nelle foglie di tabacco, penetra costantemente per inalazione nell' organismo dei fumatori.
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Frutta in abbondanza per difendersi dal caldo e... abbronzarsi!

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Carote, spinaci e albicocche salgono sul podio degli abbronzanti naturali in grado di "catturare" i raggi del sole e garantire una tintarella della salute che rende "belli dentro e fuori". è la Coldiretti a stilare la speciale classifica del cibo che abbronza nell'ambito di "BIO sotto casa" dove sono scesi in campo contro i colpi di calore anche gli assaggiatori della frutta, a Roma all'Auditorium Parco della Musica per un weekend dedicato ai temi dell'agricoltura biologica con la presenza di quasi cento produttori di Campagna Amica grazie all'iniziativa promossa da Aiab, Amab e Coldiretti con il contributo dell'Unione Europea e dell'Italia - Ministero delle Politiche Alimentari e Forestali.

Anche chi è ancora costretto a rimanere in città può difendersi dal caldo e prepararsi la tintarella estiva con una dieta adeguata che si fonda sul consumo di cibi ricchi in Vitamina A che - sottolinea la Coldiretti - favorisce la produzione nell'epidermide del pigmento melanina per donare il classico colore ambrato alla pelle. Con il grande caldo, consumare carote, insalate, cicoria, lattughe, meloni, peperoni, pomodori, albicocche, fragole o ciliegie serve a difendersi dai colpi di calore, ma anche - sottolinea la Coldiretti - a preparare l'abbronzatura estiva. Il primo posto è conquistato indiscutibilmente dalle carote che contengono ben 1200 microgrammi di Vitamina A o quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile. Al posto d'onore - continua la Coldiretti - salgono gli spinaci che ne hanno circa la metà, a pari merito con il radicchio mentre al terzo si posizionano le albicocche seguite da cicoria, lattuga, melone giallo e sedano, peperoni, pomodori, pesche gialle, cocomeri, fragole e ciliege che presentano comunque contenuti elevati di vitamina A o caroteni.Con l'arrivo del caldo estivo è importante consumare frutta e verdura fresca, fonte di vitamine, sali minerali e liquidi preziosi per mantenere l'organismo in efficienza e per combattere i radicali liberi prodotti come conseguenza dell'esposizione solare.

 Antiossidanti "naturali" sono infatti le vitamine A, C ed E che - sottolinea la Coldiretti - sono contenute in abbondanza in frutta e verdura fresca. Questi vegetali - conclude la Coldiretti - sono dunque alimenti che soddisfano molteplici esigenze del corpo: nutrono, dissetano, reintegrano i sali minerali persi con il sudore, riforniscono di vitamine, mantengono in efficienza l'apparato intestinale con il loro apporto di fibre e si oppongono all'azione dei radicali liberi prodotti nell'organismo dall'esposizione al sole, nel modo più naturale ed appetitoso possibile. Per consentire a tutti di poter acquistare frutta e verdura italiana al giusto prezzo la Coldiretti ha aperto in tutta Italia quasi 600 mercati di Campagna amica dove è possibile acquistare direttamente dagli agricoltori, tagliando intermediazioni e speculazioni. Peraltro in vista dell'estate il Ministero della Salute ha pienamente promosso l'ortofrutta italiana con addirittura il record del 98,8 per cento dei controlli regolari, con una presenza di residui chimici al di sotto dei limiti di legge, secondo le anticipazioni dei risultati dell'ultimo rapporto ufficiale annuale del Ministero della Salute sul "Controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti di origine vegetale" in via di definizione per essere trasmesso all'Autorità Europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Un rapporto che - conclude la Coldiretti - certifica il primato italiano nella qualità e sicurezza alimentare con una percentuale di regolarità del 98,85 per cento per la frutta, dello 98,76 per cento per le verdure, e 99,4 per cento per cereali, vino e olio. Ecco la top ten della salute: 1- Carote 1200 in microgrammi di Vitamina A o in quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile 2 - Spinaci e radicchi 500-600; 3 - Albicocche 350-500; 4- Cicorie e lattughe 220-260 ; 5 - Meloni gialli 200; 6-Sedano 200; 7- Peperoni 100-150; 8- Pomodori 50-100; 9- Pesche 100; 10 - Cocomeri e ciliegie 20-40.
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Sindrome cognitiva amnesica (MCI) nei soggetti di mezza età e diabete

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Una recente ricerca americana condotta dallo staff del dottor David Knopman della "Mayo Clinic" di Rochester, in Minnesota, ha sottolineato come il diabete mal controllato può determinare, nei soggetti di mezza età, un peggioramento delle proprie facoltà mentali e una minore flessibilità di ideazione. Il dottor Knopman ha sottolineato come l'eccesso cronico di glucosio e le possibili complicanze microvascolari potrebbero scaricare il loro effetto ledendo quelle facoltà non ancora pienamente in uso, rappresentando le cosiddette "riserve cerebrali". Una recente ricerca olandese, però, ha per fortuna confermato com questi effetti possono essere scongiurati tenendo quanto più possibile sotto controllo il livello degli zuccheri nel sangue. Questo studio fa da eco ad un ulteriore recente studio aveva sostenuto che il diabete è un importante fattore di rischio per la “sindrome cognitiva amnesica (MCI)”, un problema della memoria a medio termine. Mentre l’occasionale dimenticanza di nomi o collocazione di oggetti è segno di normale sbadataggine, la dimenticanza continua può essere segno della sindrome cognitiva amnesica, una condizione molto più grave. Si ritiene che questa sindrome rappresenti una fase transitoria tra la normale memoria e capacità di pensiero ed il suo deterioramento osservato nel morbo d’Alzheimer, afferma il Dr. Luchsinger, della Columbia University di New York. Il diabete, presente nel 24% dei soggetti arruolati nello studio è stato associato ad un aumento del rischio di sviluppare una MCI amnesica pari a 1.5 volte. Questi risultati forniscono ulteriore supporto al ruolo potenzialmente importante del diabete nello sviluppo del morbo d’Alzheimer.

Fonti. Agi.it e Progettodiabete.org
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31 maggio, 2010

Allarme fumo per le donne: se ne parla al "World No Tobacco Day 2010"

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L'abitudine al fumo non ha piu' sesso; il divario tra uomini e donne, un tempo ben definito, e' sempre piu' ridotto. Addirittura, se la percentuale dei fumatori e' in calo, le donne sono piu' restie ad abbandonare le sigarette e proprio per questo motivo l'Organizzazione Mondiale della Sanita' punta sulle fumatrici per celebrare la World No-Tobacco Day che si celebra nella giornata di oggi.

Le donne costituiscono circa il 20% di oltre un miliardo di fumatori nel mondo, una cifra tuttavia destinata ad aumentare. In Italia le fumatrici sfiorano i 5,2 milioni (19,7%); gli uomini 5,9 milioni (23,9%). "E' la prima volta che i due sessi fumano quasi allo stesso modo e purtroppo non e' un bel risultato", ha dichiarato Enrico Garaci, Presidente dell'Istituto Superiore di Sanita' inaugurando presso l'ISS il XII Convegno Nazionale Tabagismo e Servizio Sanitario Nazionale, occasione per presentare i risultati del Rapporto sul fumo in Italia 2010, realizzato da dall'Osservatorio Fumo Alcol e Droghe dell'ISS.

"Particolarmente preoccupante poi, e' la crescente incidenza del consumo di tabacco tra le ragazze: il nuovo rapporto dell'OMS 'Donne e Salute' prova infatti che la pubblicita' del tabacco e' sempre piu' indirizzata alle giovani donne e i dati provenienti da 151 paesi mostrano che circa il 7% delle ragazze adolescenti fuma sigarette rispetto al 12% dei ragazzini, - continua Garaci - ma che in alcuni Paesi il numero e' quasi pari". "Le donne che fumano si ammalano e muoiono di tumore del polmone e altre malattie legate al fumo come gli uomini - afferma Carlo La Vecchia, Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano - In termini di rischio assoluto vi e' identita' tra i due sessi.

Per evitare in Italia un'epidemia di malattie legate al fumo analoga a quella osservata negli Stati Uniti e in altri paesi nordeuropei, e' prioritario che le generazioni di italiane che hanno oggi tra i 40 e i 60 anni smettono di fumare - raccomanda l'esperto - E' infatti tra queste generazioni di donne, nate tra il 1950 e il 1970, che il fumo si e' diffuso e nelle stesse generazioni cominciano ora a diffondersi le malattie e le morti associate al fumo". Chi dice addio alle 'bionde'? Le donne che sono riuscite a smettere di fumare sono 2,6 milioni (il 9,8% di ex fumatrici) contro 3,9 milioni di uomini (il 15,7%). In totale si fuma di piu' nella fascia d'eta' tra i 45 e i 64 anni e l'eta' media della prima sigaretta e' 17 anni.

FONTE: Agi.it Salute
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Anche gli astrociti giocano un ruolo importante nella genesi dell'epilessia

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Nell'epilessia la colpa non è soltanto dei neuroni: anche altre cellule del cervello hanno un ruolo importante nella genesi delle scariche tipiche di questa malattia neurologica. A rivelarlo è uno studio finanziato da Telethon e dalla Commissione europea, pubblicato sulle pagine di PloS Biology. Il lavoro è il risultato di un'intensa collaborazione tra tre diversi gruppi di ricerca afferenti all'Istituto di neuroscienze del Cnr di Padova e Pisa e all'Istituto neurologico Besta di Milano, coordinati da Giorgio Carmignoto (nella foto al centro con il suo team), Gian Michele Ratto e Marco de Curtis.

In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come gli astrociti contribuiscano attivamente alla nascita delle scariche epilettiche. Gli astrociti non sono cellule neuronali ma gliali, sono molto numerose nel cervello dei mammiferi, e oggi sappiamo come esse dialoghino continuamente con i neuroni.

Per chi studia l'epilessia, chiarire i meccanismi biologici, tuttora ben poco conosciuti, che portano allo scatenarsi delle crisi epilettiche è fondamentale per poter sviluppare un approccio terapeutico. L'epilessia è infatti una patologia cerebrale che può avere basi genetiche oppure essere la conseguenza di malformazioni del cervello, traumi, infezioni, ictus o tumori.
Altre volte la causa è addirittura sconosciuta.

Qualsiasi sia l'origine, la manifestazione tipica della patologia epilettica è rappresentata sempre da crisi convulsive, più o meno frequenti, che se non opportunamente trattate possono mettere a rischio la sopravvivenza del paziente. Queste crisi sono la conseguenza di un'anomalia nell'attività elettrica dei neuroni, che raggiungono una sorta di ipereccitazione diffusa ed esageratamente sincrona.

Ad oggi non esiste una cura risolutiva: l'unico trattamento disponibile è a base di farmaci capaci di arrestare le convulsioni, ma non di eliminare i meccanismi anomali che sono la causa dell'equilibrio alterato del tessuto nervoso. Inoltre, questi farmaci sono inefficaci in circa un terzo dei pazienti che tendono a sviluppare un'epilessia cronica, spesso accompagnata da gravi problemi neurologici e relazionali.

Lo studio pubblicato su PloS Biology dimostra come l'interazione tra neuroni e astrociti sia uno dei meccanismi che contribuisce alla generazione delle scariche epilettiche. Ritenuti in passato dei semplici "aiutanti" dei neuroni, gli astrociti si sono rivelati nel corso del tempo cellule che esercitano nel cervello un ruolo decisamente più attivo. Questo vale evidentemente anche per la genesi delle crisi epilettiche: monitorando in laboratorio l'attività di neuroni e astrociti, in diversi modelli sperimentali, Carmignoto e colleghi hanno infatti scoperto che nella zona di generazione delle scariche epilettiche gli astrociti sono in grado di amplificare nei neuroni circostanti lo stato di ipereccitabilità, che può poi tradursi nella scarica epilettica. A riprova di questo, i ricercatori hanno constatato che inibendo l'attività degli astrociti si riducono le scariche epilettiche, e viceversa.

Questo studio rappresenta dunque un significativo passo in avanti nella comprensione dei meccanismi cellulari alla base della patologia epilettica e potrebbe aiutare a delineare una nuova strategia terapeutica per l'epilessia che abbia nell'attività degli astrociti il bersaglio principale. Gli astrociti, queste piccole cellule un tempo considerate poco rilevanti per il buon funzionamento del cervello, continuano dunque a sorprenderci.


Fonte: Molecularlab.it
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Un vaccino contro il cancro al seno che funziona sui topi, test sull'uomo dal prossimo anno

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Una proteina può vincere il tumore della mammella. Lo studio pubblicato su Nature Medicine ha dimostrato che la somministrazione della 'alfa-lattoalbumina' è in grado di attivare la risposta immunitaria contro le cellule cancerose. Fino ad adesso gli unici vaccini antitumorali funzionavano contro virus esterni al corpo e non contro la malattia vera e propria

Il siero sperimentato dalla Cleveland Clinic Learner Research Institute ha evitato lo sviluppo della malattia alle cavie, nonostante queste avessero una predisposizione genetica al carcinoma della mammella. Ottimista l’autore dello studio Vincent Tuohy: “Crediamo che questo vaccino un giorno si userà per prevenire il cancro al seno nelle donne adulte. Ma va detto che bisognerà aspettare anni, il tempo insomma che la sperimentazione venga condotta anche sull’uomo”.

Per arrivare alle conclusioni pubblicate su Nature medicine, gli studiosi hanno testato il siero vaccinale su un gruppo di topi da laboratorio modificati geneticamente per sviluppare il cancro. A una metà del campione è stato inoculato un vaccino contente la alfa-lattoalbumina, vale a dire una proteina caratteristica della malattia, l’altra metà invece riceveva un siero privo di principio attivo. I risultati hanno dimostrato che questa proteina, generalmente assente nelle donne sane se non nel periodo dell’allattamento, è in grado di stimolare la risposta immunitaria contro le cellule tumorali risparmiando quelle sane.

E ancora, oltre a arrestare lo sviluppo della malattia è anche in grado di impedirne la comparsa. Quindi potrebbe essere una strategia alternativa a misure drastiche come la mastectomia preventiva anche per le donne più giovani ad altissimo rischio.

Proprio per verificare il vaccino, a partire dal 2011 partiranno i test. Secondo Vincent Tuohy, l'immunologo del Lerner Research Center di Cleveland, le candidate ideali saranno le donne con più di 40 anni, quelle con più rischio di ammalarsi ma anche con meno possibilità di restare incinta, dato che il vaccino interferisce con la produzione di latte materno.

Fino ad adesso, scrivono i ricercatori, la scienza è riuscita a mettere a punto vaccini efficaci contro i tumori causati da un agente estraneo all’organismo come un virus. È il caso della profilassi contro il Papilloma, in grado di causare il tumore al collo dell’utero, e dell'epatite B.

“Tuttavia – ricordano gli studiosi – prima di aspettare il vaccino le donne possono iniziare a proteggersi dalla malattia adottando uno stile di vita corretto. Limitando l’alcool e evitando il fumo”. Il tumore del seno infattu colpisce ancora una donna su dieci, 35mila all'anno. È il più frequente nel sesso femminile e rappresenta il 25 per cento di tutti i tumori che colpiscono le donne.


FONTE : Kataweb.it
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21 maggio, 2010

Interessante dibattito sull'incidenza tumorale domani al Palacongressi del poli di messina

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Sabato 22, cioè domani mattina alle 9 e 30 al Palacongressi del policlinico universitario di Messina si terrà un incontro dibattito dal titolo "L'incidenza della malattia tumorale oggi.dalla prevenzione alla comunicazione. Tale incontro è stato promosso dall'associazione universitaria "Atreju - La compagnia degli studenti" e organizzato col patrocinio dell'Universita' degli studi di Messina. L'invito a partecipare ad un momento di intenso e sensibile confronto legato ad una tematica di forte impatto sociale e' esteso a tutta la comunita' universitaria e a tutta la cittadinanza. A tutti gli studenti di medicina e chirurgia si ricorda che tale incontro vale anche come didattica elettiva e la firma sul libretto permetterà di ottenere 1/2 cfu valido per il proprio curriculum.

Di seguito il programma previsto:

PROGRAMMA

Saluti Autorità Accademiche:

Prof. Francesco Tomasello (Rettore Università Degli Studi Di Messina);

Prof. Emanuele Scribano (Preside Facoltà Di Medicina e Chirurgia);

Prof. Alfredo Carducci (Coordinatore Corso Di Laurea Medicina e Chirurgia);

Prof. Concetta Epasto (Vicepreside Facoltà Scienze Della Formazione);

Prof. Antonio Michelin Salomon (Coordinatore Corso Di Laurea Scienze Pedagogiche);

INTERVENTI:

Prof. Vincenzo Adamo (Prof. Associato di Oncologia Università di Messina) sul tema: "La Prevenzione Dei Tumori... dove stiamo andando?"

Prof. Anna Murdaca (Delegata Del Rettore Alle Problematiche Studentesche) sul tema: "La Cura Relazionale nella Malattia Oncologica"

Graziano Giuffrida (Componente direttivo Ass. "Atreju") sul tema: "I giovani e la prevenzione";

Seguirà il dibattito aperto a tutti i presenti

Moderatore:
Giuseppe Alberto Signorino (Cons. Facoltà di Medicina e componente direttivo "Atreju").
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20 maggio, 2010

Mycoplasma mycoides JCVI-syn1.0: la prima cellula artificiale che si riproduce...

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 Annuncio clamoroso di Craig Venter, l'autore della prima mappa completa del Dna umano e del primo cromosoma sintetico. Secondo quanto riportato dalla rivista "Science", nei laboratori di Rockville si sarebbe ottenuta la prima cellula batterica artificiale, in grado di replicarsi autonomamente. L'esperimento sarebbe stato compiuto assemblando due tipi di batteri che erano già stati utilizzati dal genetista americano in suoi precedenti studi a riguardo: il Mycoplasma mycoides e il Mycoplasma capricolum. L'esperimento riguardava la possibilità di trapiantare Dna sintetico in una cellula batterica privata del suo Dna. La cellula viva e scaturente da tal processo è stata chiamata "Mycoplasma mycoides JCVI-syn1.0" ed è stata creata nei laboratori del Craig Venter institute di Rockville dal team coordinato da Daniel Gibson, partendo da una cellula naturale che però è completamente controllata da un Dna artificiale.

"Pensiamo che sia davvero un risultato importante, sia dal punto di vista scientifico sia da quello filosofico. Di sicuro ha cambiato il punto di vista sulla definizione della vita", ha detto Venter. Il punto di arrivo sarà molto probabilmente una forma vivente interamente costruita in laboratorio e programmata per una funzione precisa. "La cellula artificiale - ha detto ancora Venter - è uno strumento davvero potente per progettare tutto quello che vogliamo far fare alla biologia. Abbiamo in mente un grandissimo numero di possibili applicazioni".

Sempre dalle pagine della rivisa Science e dai media americani, il ricercatore Venier riporta come il Mycoplasma mycoides JCVI-syn1.0 "E' la prima cellula sintetica mai costruita". "La chiamiamo sintetica - ha aggiunto - perché è stata ottenuta a partire da un cromosoma artificiale, costruito utilizzando informazioni elaborate in un computer, composti chimici e un sintetizzatore di Dna". Il Dna artificiale è composto da circa un milione di lettere contro i 3,2 miliardi di quello naturale, ma per il resto è del tutto simile, tanto che solo una sorta di "marker molecolare" consente di riconoscerne l'origine artificiale.

"Si tratta di un traguardo fondamentale dell'ingegneria genetica, non solo per possibili risvolti applicativi, ma anche perché segna la tappa iniziale dell'era post-genomica". E' il commento che il genetista Giuseppe Novelli, preside della facoltà di Medicina dell'Università di Tor Vergata di Roma, ha rilasciato al sito Repubblica all'annuncio della scoperta di Craig Venter e del suo team: "Di fatto Venter ha creato qualcosa che prima non c'era - dice Novelli - un batterio prima inesistente, perché il genoma artificiale che ha costruito con una macchina in laboratorio contiene dei pezzetti di Dna che non esistono nel genoma del batterio presente in natura".
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14 maggio, 2010

Farmaci scaduti: possono ancora essere utili?

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La rivista americana "The Medical Letter on Drugs and Therapeutics", nel numero uscito lo scorso 15 febbraio, ha riportato una serie di norme che possono aiutare a definire il destino dei farmaci che hanno raggiunto la loro data di scadenza. Proprio in merito a questo delicato argomento sono tante le domande a cui i professionisti del settore, quali principalmente medici e farmacisti, sono chiamati a rispondere da cittadini e pazienti spesso alle prese con un numero molto elevato di scatole di medicinali acquistate, frequentemente impiegate per curare un malanno passeggero, e poi riposte nel cassetto e riscoperte alla data di scadenza: 

- i farmaci scaduti sono tossici per l'organismo?
- in che modo viene calcolata la data di scadenza?
- come influiscono le modalità di conservazione sulla durata di alcuni prodotti?
- i farmaci in formulazione liquida sono stabili quanto quelli solidi?

Dati alla mano, gli autori della rivista rispondono alla prima domanda nel dichiarare che non esistono il letteratura segnalazioni di tossicità nell'uomo causata dall'utilizzo di farmaci scaduti attualmente in commercio. Questo vale non solo per i prodotti somministrati per via orale, ma anche per quelli iniettati o applicati localmente. 


Per quanto riguarda invece la data di scadenza, questa viene determinata dal produttore in base alla stabilità del farmaco conservato nel suo contenitore originale sigillato. Questo non significa che, una volta superata la data di scadenza, il farmaco diventa instabile: semplicemente il farmaco, se conservato nel suo contenitore chiuso, sarà ancora stabile a quella data. Ma cosa accade dopo?

Dai dati del Department of Defense / FDA Shelf Life Extension Program, che valuta la stabilità dei prodotti medicinale dopo la data di scadenza, è emerso che l'88% dei lotti di oltre 120 diversi farmaci conservati nelle loro confezioni originali ha mantenuto la stabilità per un periodo medio di cinque anni e mezzo dopo la data di scadenza. Anche i farmaci più “sensibili” compresi in questa percentuale hanno comunque conservato la loro stabilità per almeno un anno.


Cosa accade se mutano le condizioni di conservazione? Anche se è vero talune condizioni di calore e/o umidità elevati possono abbreviare la durata di alcuni medicinali, uno studio pubblicato nel 1997 dal team di G. Stark sul Pharmaceutical Journal mostra che esistono numerose eccezioni. Ad esempio alcuni farmaci a base di captopril, cefoxitina sodica e teofillina conservati a 40°C e umidità del 75% hanno mantenuto la stabilità per 1,5 - 9 anni dopo le rispettive date di scadenza.

Arriviamo alla risposta all'ultima domanda: in genere le soluzioni e le sospensioni non sono stabili come le formulazioni solide (le sospensioni ad esempio, sono molto sensibili al congelamento). Pertanto i farmaci in soluzione, specialmente quelli iniettabili, non dovrebbero essere utilizzati se appaiono torbidi, se hanno un'alterazione di colore o se mostrano segni di precipitazione. L'adrenalina iniettabile, in particolare, perde la sua potenza molto rapidamente dopo la data di scadenza, mentre per i farmaci oftalmici il fattore limitante è la capacità del conservante presente al loro interno di inibire nel tempo la crescita dei batteri. 


Riassumendo e in chiusura, è opportuno sottolineare come l'assunzione di un farmaco scaduto è un qualcosa da evitare per quanto possibile (perchè il tempo comporta una diminuizione dell'efficacia e della neutralità patogeno, in pratica il medicinale perde di qualità) e dovrebbe essere attuata solo in caso di emergenze, per lo più gravi, e di carenza di reperibilità immediata del farmaco di cui si ha effettivo bisogno. 






Fonte: www.diabetelibero.net e "The Medical Letter of Drugs and Therapeutics - No. 4, 15/02/2010"
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10 maggio, 2010

Dal 31° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Estetica arriva un decalogo importante...

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 Dal  XXXI Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Estetica (SIME) in corso a Roma (7-8-9 maggio 2010) presso l’Hotel Rome Cavalieri è emersa una sorta di guida  per chi, scontento del proprio aspetto, vuole rivolgersi al medico estetico e trovare un rimedio ad imperfezioni, difetti, senza tuttavia correre rischi e mettere a repentaglio la propria salute. Tra i problemi più comuni i pazienti incappano spesso in una scorretta informazione sulle modalità e le complicazioni possibili dell’intervento, si affidano a mani non sempre esperte, e si limitano a consultare un solo specialista, venendo così a mancare quel secondo parere fondamentale quando si tratta di mettere mano alla modifica del proprio aspetto fisico.

Per chiarire eventuali dubbi spieghiamo qual è il campo di azione della medicina estetica. La medicina estetica ha per obiettivo la soluzione degli inestetismi, con il fine ultimo di creare armonia tra l’aspetto del proprio corpo e l’interiorità, aiutando a sentirsi bene a qualsiasi età. Nella fase preventiva i medici insegnano come accettare le strutture fisiche ereditate e a valorizzare il proprio corpo tramite regole alimentari, fisiche, psicologiche e comportamentali, cosmetologiche. Nella fase curativa la medicina estetica impiega metodologie e tecniche ufficiali: mediche, fisiochinesiterapiche, termali, cosmetiche.

Il decalogo per il paziente messo a punto dai medici membri della SIME costituisce uno strumento importante per evitare di incorrere in brutte sorprese:

1.Consultare più di un professionista.
2.Chiedere al medico il “Consenso informato“, interrogandolo su modalità di svolgimento degli interventi e possibili complicazioni. Non fidarsi dei medici che non effettuano una visita diagnostica completa.
3.Il medico deve aver svolto la Scuola Quadriennale di Medicina Estetica.
4.Se c’è più di una possibilità di intervento, scegliere la tecnica meno invasiva.
5.Diffidare delle promesse di miracoli in breve tempo.
6.Farsi rilasciare dal medico la certificazione dei farmaci e dei presidi utilizzati.
7.Non dare il risultato per scontato e non rivolgersi con leggerezza al medico estetico.
8.Spiegare bene al medico qual è il risultato che vogliamo ottenere e soppesare i limiti della medicina estetica: non è detto che ciò che desideriamo sia sempre fattibile.
9.Ricorrere alla medicina estetica preventiva. Non aspettare di invecchiare per intervenire, certi difetti dell’invecchiamento sono perfettamente prevenibili. Farsi indicare dal medico come prevenirli.
10.Non puntare a modelli di bellezza irraggiungibili, ricordando che veline, modelle e attrici sono truccatissime e il trucco, si sa, fa miracoli

FONTE: Asca.it
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Passi avanti nella ricerca sui cambiamenti del DNA nelle cellule staminali embrionali umane

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Scienziati in Europa hanno scoperto che la coltura prolungata di cellule staminali embrionali umane (hESC) può innescare modifiche che risultano in anomalie cromosomiche. Pubblicate sulla rivista "Nature Biotechnology", le conclusioni sono il risultato del progetto ESTOOLS ("Platforms for biomedical discovery with human ES cells"), che ha ricevuto 12 milioni di euro attraverso l'area tematica "Scienze della vita, genomica e biotecnologie per la salute" del Sesto programma quadro (6° PQ). ESTOOLS è stato avviato per sviluppare le competenze, gli strumenti e le tecniche necessarie per applicazioni mediche, farmaceutiche e bioindustriale per la ricerca sulle cellule staminali embrionali (ES) e staminali pluripotenti indotte (IPS).

Gli scienziati che cercano di determinare il modo migliore per prevenire le modifiche dannose nelle hESC coltivate trarranno beneficio dai risultati di questo recente studio, in quanto i risultati contribuiranno a garantire un'applicazioni più affidabile dei trattamenti rigenerativi basati sulle cellule staminali. Il team di ricerca ha fatto sapere che i risultati sosterranno inoltre l'ulteriore analisi del cosiddetto processo di adattamento delle colture, nel quale le hESC coltivate mimano l'accumulo di mutazioni genetiche tipiche della trasformazione maligna. Ciò potrebbe potenzialmente offrire indizi su alcuni meccanismi genetici responsabili dello sviluppo del cancro.

"La coltura prolungata delle hESC può portare a un adattamento e all'acquisizione di anomalie cromosomiche, rendendo necessaria una rigorosa analisi genetica di queste cellule", si legge nell'articolo.

I ricercatori stanno attualmente studiando le cellule staminali embrionali per determinarne il potenziale utilizzo nelle terapie rigenerative basate sulla sostituzione cellulare, perché hanno la capacità di auto-rinnovarsi e svilupparsi in una varietà di tipi di cellule e tessuti come ad esempio le cellule ematiche, i neuroni, le ossa e i muscoli.

Gli scienziati riconoscere tuttavia che i cambiamenti genetici si verificano in un certo numero di linee di hESC quando si moltiplicano in laboratorio, e questi cambiamenti possono assomigliare alle anomalie del DNA (acido desossiribonucleico) spesso presenti nelle cellule tumorali. Le hESC potrebbero inoltre subire altri cambiamenti genetici che i metodi tradizionali non riescono a rilevare. Ne risulta che nel mondo della medicina permangono gravi preoccupazioni riguardo al loro impiego.

Il team ha utilizzato l'analisi del DNA ad alta risoluzione per mappare le modifiche genetiche in 17 linee di hESC coltivate per molte generazioni e conservate in laboratori diversi. La loro analisi ha individuato 843 variazioni del numero di copie (CNV), e "in media, il 24% dei siti con perdita di eterozigosi (LOH) e il 66% delle CNV cambiavano durante la coltura, tra il passaggio precoce e tardivo della stessa linea", hanno scritto gli autori. Le CNV e LOH sono variazioni genetiche che potrebbero essere legate alla trasformazione tumorale. I ricercatori hanno scoperto che il 30% dei geni con siti CNV aveva "un'espressione alterata rispetto ai campioni con un numero di copie normale, di cui oltre il 44% erano funzionalmente collegate al cancro".

"Quando sapremo quali geni sono coinvolti, sarà più facile respingere le linee di hESC in cui tali geni sono più propensi a mutare", ha spiegato il co-autore Peter Andrews, professore del Centro di biologia delle cellule staminali presso l'Università di Sheffield nel Regno Unito e capo del consorzio ESTOOLS.

La squadra ESTOOLS è composta da 21 partner (18 istituti di ricerca universitari e 3 aziende) della Repubblica ceca, Finlandia, Germania, Italia, Israele, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. I partner del progetto ritengono che le attività di formazione e di divulgazione contribuiranno a massimizzare l'impatto della loro ricerca e a sviluppare una forte base competitiva europea per la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane.

FONTE: Molecularlab.it e Cordis
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Distrofia muscolare: un antinfiammatorio non steroideo e un farmaco della famiglia dei nitrati potrebbero aiutare clinicamente i pazienti affetti

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Un gruppo di ricercatori dell'Irccs "E. Medea" – La Nostra Famiglia, in collaborazione con ricercatori dell'Università di Milano, dell'Azienda Ospedaliera L. Sacco e dell'Irccs San Raffaele e coordinati da Emilio Clementi, ha dimostrato che una combinazione di farmaci già utilizzati singolarmente nell'uomo, un antinfiammatorio non steroideo e un farmaco della famiglia dei nitrati, ha efficacia terapeutica in un modello animale di distrofia muscolare, il topo privo del gene alfa-sarcoglicano. Lo studio, finanziato da Telethon Italia e Association Francaise contre les Myopathies è stato pubblicato dalla rivista "British Journal of Pharmacology".

La sperimentazione è durata un anno e ha riguardato un campione murino affetto da una forma di distrofia muscolare severa con aspetti patologici simili alla distrofia muscolare di Duchenne umana.
Alla fine del trattamento i topi, ai quali era stata somministrata una combinazione di farmaci con proprietà antiinfiammatoria e capaci di rilasciare nitrossido, hanno manifestato un aumento della resistenza allo sforzo muscolare, un miglioramento della struttura muscolare con riduzione delle componenti fibrotica e infiammatoria e un rallentamento del decorso della patologia murina in assenza di effetti collaterali. Il fatto che gli effetti benefici si siano mantenuti per tutto il periodo di studio è un indicatore importante di potenziale efficacia per una patologia a decorso cronico e progressivo come è la distrofia muscolare umana.

L'approccio farmacologico non è certamente risolutivo di patologie su base genetica, come le distrofie, tuttavia il rallentamento del decorso clinico e il fatto che il trattamento possa essere utilizzato in tutte le forme di distrofia muscolare è certamente un risultato importante, anche se la sua validità nelle distrofie umane necessita ancora di una prova clinica.

"Il nostro intento è quello di identificare approcci farmacologici innovativi capaci in se stessi di rallentare il decorso della malattia ma che possano anche fornire sostegno adeguato alla terapia cellulare – spiega Clementi – abbiamo riscontrato in questa combinazione proprietà farmacologiche importanti, che possono migliorare il quadro patologico ed agire in sinergia terapeutica con le cellule staminali".

Grazie al sostegno economico di Parent Project onlus Italia e dell'Irccs "E Medea", la tollerabilità e sicurezza del trattamento combinato con questi farmaci sono ora in studio clinico – il cui reclutamento si è chiuso - in un gruppo di pazienti distrofici adulti presso l'Irccs Medea stesso.

FONTE: Molecularlab.it
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Tra influenza e allergia: almeno 60.000 italiani a letto con tosse e raffreddore...

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Colpo di coda dell'influenza che, approfittando di questa fredda e nuvolosa primavera, è tornato a colpire. Sono infatti almeno 60.000 gli italiani a letto per forme simil-influenzali e quindi alle prese con raffreddore, febbre, mal di gola. Lo riferisce all'Agi il dottor Fabrizio Pregliasco, virologo all'Universita' di Milano, secondo cui questo vero e proprio "boom" dell'influenza di maggio è "un inatteso colpo di coda dell'influenza invernale, che quest'anno proprio non vuole finire". Non si tratta del virus dell'influenza stagionale, ne' dell'influenza A, ma di forme virali simil-influenzali "risvegliate" dal freddo. Il periodo primaverile e la comparsa tipica degli allergeni che portano a un'esarcebazione delle secrezioni crea un terreno favorevole all'impianto di questi virus che quindi possono in tal modo arrecare fastidi: "Le prime settimane di primavera, con i primi caldi - spiega Pregliasco - hanno risvegliato come ogni anno le allergie. Ora per molti si crea un ibrido tra gli effetti nefasti dell'inverno (cioe' l'influenza) e quelli della primavera, cioè il classico attacco allergico. Ed è difficile distinguere tra l'uno e l'altro". E proprio tale mancata distinzione favorisce il trascurare dei sintomi che in seguito, associandosi alla fatica, si fanno sentire con maggiore intensità. C'è poco da fare, insomma: "Dobbiamo solo aspettare che il maltempo passi e che finalmente la primavera faccia la primavera, col caldo e il bel tempo".

FONTE: Agi.it Salute
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29 aprile, 2010

Giorno 6 e 7 Maggio alla Rassegna di Orientamento Universitario

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Come gli scorsi anni anche in questo 2010 in occasione della 15° Rassegna di Orientamento Universitario l'autore di questo blog sarà allo stand di Medicina a rispondere a tutte o quasi le possibili domande in merito a tale corso di laurea . L’obiettivo di tale rassegna è quello di documentare i giovani sull’istruzione universitaria, sul percorso post-università e sul mondo del lavoro. Quest'anno tale appuntamento si terrà alla Cittadella Sportiva Universitaria dell'Annunziata (ritorna in tal sito dopo che lo scorso anno era stata svolta negli stand della Fiera). Sempre nei giorni 6 e 7 maggio l'università ha emanato un comunicato per dichiarare la sospensione dell’attività didattica. Ci vediamo alla cittadella!
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24 aprile, 2010

Pagamento conguaglio 2009, è il caos: pagare ad Aprile o a Luglio?

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Troppa confusione in merito al pagamento del conguaglio 2009 per tutti gli studenti iscritti all'Università di Messina. Qualche settimana fa era stata pubblicata dal sito Unime.it la notizia della necessità di dover procedere a un pagamento rateizzato in tre scaglioni del conguaglio 2009, con una suddivisione della cifra dovuta (tranne per chi era in prima e in seconda fascia cioè tranne coloro che pagavano la quota minima di 60 euro e che avrebbero pagato per intero a fine agosto) in queste modalità: 33% entro il 30 aprile, 33% entro il 30 giugno e 34% entro il 31 Agosto. Di seguito riportiamo la copia del sunto del comunicato stampa di Unime.it:


FONTE: Pagamento prima rata conguaglio tasse per l'anno accademico 2009/2010

Si comunica che è possibile scaricare, a far data dal 10 Aprile c.a., il Bollettino Freccia per il pagamento della prima rata del conguaglio delle tasse per l'anno accademico 2009/10, in scadenza in data 30 Aprile 2010.

Gli studenti, muniti di utenza (codice fiscale) e password, potranno accedere tramite il sito web dedicato ai Servizi Online, al proprio account e alla voce Pagamenti visualizzare e stampare il relativo Bollettino Freccia da pagare in banca, secondo le modalità già note.

L'indirizzo internet è lo stesso utilizzato per le Immatricolazioni/iscrizioni online, http://unimesse3.unime.it/esse3, oppure dalla Home Pge dell'Università andando alla voce Studenti, Stampa moduli conguaglio tasse.


La notizia ha destato fra gli studenti grande perplessità perchè si sarebbe proceduto per la prima volta ad un pagamento "anticipato" delle tasse universitarie rispetto al tipico periodo estivo luglio-settembre e sopratutto veniva introdotto un principio inquietante: qualora non si fosse proceduto a pagare la rata di Aprile non si sarebbe potuto avere rilasciati gli "statini" per procedere poi a far esami negli appelli successivi a quella data e fino all'avvenuto pagamento del dovuto. Prese d'assalto, le segreterie di Facoltà sono sembrate per lo più prese "contropiede", dato che sono spesso mancate risposte chiare a tanti studenti che si sono avviati a chiedere informazioni sul come e quando pagare, se pagare per intero o a rate, se portare la ricevuta entro la data di scadenza del pagamento o all'atto di iscrizione all'anno successivo, se e come questa rateizzazione poteva influire sulle cifre da pagare.

La novità è che stamane la gazzetta del sud online pubblica questo articolo, in cui si riferisce invece di un "errore materiale" compiuto dall'Ateneo di Messina e dell'intervento del Rettore per correggere tramite decreto quanto era stato precedentemente avvisato. Riporto di seguito l'articolo:


FONTE: Il pagamento del conguaglio delle tasse universitarie, in un'unica soluzione, sarà dovuto a giugno. È quanto stabilisce un decreto del rettore Franco Tomasello firmato ieri dopo il grande caos creatosi in queste settimane per un errore materiale dell'Ateneo che ha fatto sobbalzare tantissimi studenti.
Ma un passo indietro è dovuto. Il tutto ha origine quando, nelle scorse settimane, le segreterie di quasi tutte le facoltà dell'Ateneo peloritano – allertate da una nota degli uffici amministrativi – diffondono la data del 30 aprile come termine ultimo per il pagamento non rateizzato della tassa di conguaglio. Una segnalazione totalmente errata e in totale contrasto con quanto approvato dalla Commissione Tasse che lo scorso 21 luglio aveva deciso di accogliere la possibilità di rateizzazione del conguaglio in tre date (aprile, giugno e agosto), mantenendo la possibilità per lo studente di optare per l'unica soluzione di pagamento, individuando la data nel giugno 2010. Lo si legge nel verbale alla terza pagina: «Gli studenti chiedono che la tassa di conguaglio – è scritto – per il prossimo anno accademico sia suddivisa in tre rate: aprile, giugno e agosto, oppure in un'unica soluzione nel mese di giugno. La suddetta proposta viene approvata all'unanimità».
La decisione della Commissione Tasse è stata approvata dal CdA dell'Ateneo il 28 luglio e dal Senato Accademico l'1 agosto.
Sino a ieri, dunque, moltissimi messinesi sono stati invitati dalle segreterie a pagare la rata unica di conguaglio ben due mesi prima di ciò che in realtà prevedevano le regole (e in molti lo hanno fatto). Un errore che ha fatto finire nelle casse dell'Ateneo parecchio denaro contante, facendo storcere il muso ai rappresentanti degli studenti Ivan Cutè del CdA dell'Ateneo, Danilo Merlo e Mauro Prestipino, entrambi del Senato Accademico. Che nelle settimane scorse hanno più volte evidenziato verbalmente disfunzione palese, scrivendo martedì scorso ufficialmente una nota al rettore Tomasello, al direttore amministrativo Giuseppe Cardile e alla delegata per le tematiche studentesche Anna Murdaca. Ottenendo ieri pomeriggio la risposta da parte dell'Ateneo. Il decreto rettoriale sarà adesso approvato dal CdA e dal Senato. «È vero – conferma il direttore amministrativo Giuseppe Cardile – c'è stato un errore materiale e di interpretazione per cui le segreterie hanno indicato la scadenza ad aprile. Mi dispiace, abbiamo posto rimedio con il decreto del rettore». Ma nel complesso rimangono anche altri problemi. Non sono pochi gli studenti universitari che avendo scelto di pagare il conguaglio in tre rate si sono sentiti dare risposte diverse dalle varie segreterie. In alcuni casi non si è riusciti, infatti, a definire le somme da versare nelle tre diverse rate, tra lo stupore di chi si era recato agli sportelli per pagare.


Quindi, riassumendo brevemente l'articolo: in attesa di un comunicato ufficiale dell'Ateneo, la scadenza della rata unica di pagamento del conguaglio (cioè il corrispettivo intero), che era stata fissata per il 30 Aprile, in realtà la scadenza è al 30 Giugno. Per quanto riguarda il pagamento rateale invece non ci sarebbero novità di scadenze, per cui valgono le scadenze di aprile, giugno e agosto. In entrambi i casi gli statini dovrebbero essere rilasciati, con buona pace di chi ripone grande fiducia nella sessione estiva.

Avanzo un'ipotesi: probabilmente quel che è stato definito "errore materiale" è in realtà nato dalla necessità dell'Ateneo di recuperare parte dei fondi che sono stati tolti dal Decreto Gelmini attraverso un pagamento rateizzato e anticipato, affinchè cosi si abbiano già a disposizione dei soldi da impiegare per coprire il disavanzo e che possano teoricamente generare utili in quanto a interessi. Ma è puramente un'ipotesi e per fortuna si è ritenuto giusto permettere agli studenti di decidere come gestire autonomamente il pagamento del proprio dovuto senza inferire con il meccanismo di rilascio degli statini e quindi il loro fare esami.

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Distrofia di Duchenne: nuove speranze da una ricerca della IRCCS "E. Medea"

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Nuove speranze arrivano da un cocktail di farmaci per la cura della distrofia muscolare di Duchenne. Per il momento si tratta di uno studio effettuato sui topi, ma ha dato buoni risultati permettendo di rallentare la progressione della malattia. La ricerca, guidata dall'IRCCS "E. Medea" in collaborazione con ricercatori dell'Università di Milano, dell'Azienda Ospedaliera L. Sacco e dell'IRCCS San Raffaele passa ora alla fase clinica con il reclutamento, appena conclusosi, di un gruppo di pazienti distrofici adulti presso l'IRCCS Medea stesso.

Secondo tale equipe di scienziati, praticando una terapia medica a base di un FANS combinato con un altro farmaco in grado di rilasciare nitrossido, si sarebbe osservato un miglioramento del paziente nei confronti dello sforzo muscolare. Parliamo chiaramente di studi sperimentali, per lo più effettuati su topi, ma sicuramente molto promettenti perché probabilmente prossimi ad essere applicati su una forma di distrofia muscolare quale di fatto è la distrofia muscolare di Duchenne umana. Lo studio è stato finanziato da Telethon Italia e Association Francaise contre les Myopathies ed e’ stato pubblicato dalla rivista British Journal of Pharmacology. La sperimentazione e’ durata un anno e ha riguardato un campione murino affetto da una forma di distrofia muscolare severa.

Ma c’è un altro dato promettente in tale studio e riguarda il fatto che si sarebbe potuto dimostrare che utilizzando i due farmaci in combinazione l’effetto terapeutico si è mantenuto costante per tutta la durata del trattamento, facendo rallentare il decorso clinico che è correlato con la malattia cronica su base genetica quale si ascrive la distrofia muscolare. Non manca anche quel minimo di scetticismo da parte degli scienziati quando considerano che, affinché si possa discutere di brillanti risultati, la metodica terapeutica dovrà essere applicata prima in umana.

“Il nostro intento è quello di identificare approcci farmacologici innovativi capaci in se stessi di rallentare il decorso della malattia ma che possano anche fornire sostegno adeguato alla terapia cellulare - spiega Clementi - abbiamo riscontrato in questa combinazione proprietà farmacologiche importanti, che possono migliorare il quadro patologico e agire in sinergia terapeutica con le cellule staminali”. Grazie al sostegno economico di Parent Project onlus Italia e dell’Irccs "E Medea", la tollerabilità e sicurezza del trattamento combinato con questi farmaci sono ora in studio clinico - il cui reclutamento si è chiuso - in un gruppo di pazienti distrofici adulti presso l’Irccs Medea stesso".

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SENTIERI DELLA MEDICINA

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