AFORISMA DEL GIORNO

10 settembre, 2009

La sfida di Obama: una sanità americana finalmente "per tutti"

E' la grande sfida delle sue elezioni presidenziali. Estendere il diritto di sanità a tutte le classi della popolazione, comprese le più deboli, eliminando i "buchi" relativi alla mancata assistenza in caso di assenza o impossibilità a provvedere autonomamente alla propria assicurazione sanitaria. E garantendo una maggiore sicurezza a favore di chi invece risulta già coperto. Torna a chiederlo a gran voce il presidente americano Barack Obama, presentando il suo piano di riforma sanitaria, al Congresso, imponendo di agire immediatamente per garantire passaggi politici rapidi verso il completamento della riforma. 

In un discorso di 45 minuti Obama ha lanciato un ultimatum al Congresso ricordando ai Repubblicani, che si oppongono fermamente al passaggio della riforma, che il loro ostruzionismo può costare vite umane e dunque bisogna ridurre al minimo le settimane che precederanno l'approvazione. Ma anche molti democratici dello stesso partito di Obama sono dubbiosi e non lo nascondono e lo stesso Obama si è rassegnato ad attuare delle "concessioni".

La via del "compromesso" risulta infatti al momento l'unica via politica percorribile. ''Non sono il primo presidente che si batte per questa causa, ma sono determinato ad essere l'ultimo'', ha dichiarato Obama davanti alle camere congiunte del Congresso nel corso di una seduta straordinaria in quella che rappresenta la battaglia piu' dura da quando si e' insediato alla Casa Bianca. Un conflitto con l'opposizione che ha portato già a una parziale perdita di consensi: nei sondaggi ben il 52% della popolazione ha bocciato il suo piano e numerose sono state le proteste pubbliche con manifesti "ad effetto" quali un Obama versione "clown".

A molti americani non piace la intromissione dello stato in uno degli aspetti più importanti della vita pubblica delle persone, e tacciono la politica di Obama come "di bieco stampo socialista", il Presidente ha però ribadito con forza che ''il tempo delle polemiche è finito, il nostro fallimento collettivo nel far a questa sfida, anno dopo anno e decennio dopo decennio, ci ha portato ad un punto di rottura'', ha ammesso Obama precisando che, nonostante l'aumento degli investimenti, la riforma della sanità pubblica ''costerà meno di quanto abbiamo speso per le guerre in Iraq e in Afghanistan o agli sgravi fiscali per i ricchi decisi da chi mi ha preceduto", ha detto il presidente.

Particolarmente ad effetto una delle frasi conclusive: ''Nessuno dovrebbe finire in bancarotta solo perchè sta male''. Il presidente ritrova la determinazione dei toni ispirati della campagna elettorale, denuncia lo scandalo di un sistema di assistenza medica che "esclude perfino molti appartenenti al ceto medio" e critica il suo Paese con rara asprezza: "L'America è l'unica democrazia avanzata, è l'unica nazione ricca, che si trova in condizioni così penose. Dove le assicurazioni ti possono revocare ogni assistenza col pretesto di una malattia pre-esistente o perché hai perso il lavoro". Racconta storie tragiche, come quella di una donna abbandonata dall'assicurazione nel bel mezzo della chemioterapia per il tumore al seno. "Dobbiamo offrire un'assistenza sanitaria alla portata dei 46 milioni di americani che non ce l'hanno. Nessuno dovrebbe finire in bancarotta solo perché si è ammalato. Siamo a un punto di rottura, il tempo dei giochi politici è finito".
Come riassunto dal sito Repubblica.it, la partita politica sanitaria di Obama si basa su 3 cardini fondamentali.
Il primo rassicura i moderati: "Non un centesimo di deficit pubblico in più". Questa riforma da 900 miliardi di dollari "deve autofinanziarsi", attraverso risparmi, tasse sulle assicurazioni private e i contribuenti ricchi. Ma ricorda che il costo di questa riforma è molto inferiore a quello delle guerre in Iraq e in Afghanistan, o agli sgravi fiscali per i ricchi varati da George Bush.

Il secondo principio: "Migliorare l'assistenza per chi l'ha già; offrirla a quelli che finora non possono permettersela". E' un dosaggio di giustizia sociale per affrontare una delle piaghe più gravi dell'America e di stabilità. Guai a spaventare gli americani che lavorano nelle grandi aziende, hanno polizze assicurative soddisfacenti, e perciò temono "la mutua di Stato". Su questo punto controverso - il varo di un'assicurazione pubblica - Obama resta prudente e non pone pregiudiziali. Non è vera riforma, dice, senza "un'autentica possibilità di scegliere, una concorrenza che offra agli americani diverse opzioni". 
Il terzo cardine è basato sul sottrarre il controllo della salute delle persone alle forze di mercato, recentemente turbate dalla crisi economica che proprio dagli Stati Uniti ha trovato il suo punto di partenza determinando un impoverimento generale dall'est all'ovest. "Oggi la sanità lasciata alle forze di mercato non funziona" ricorda il presidente. Il costo delle polizze attualmente è alle stelle, è proibitivo per piccole aziende, autonomi, disoccupati. La folle "inflazione medica" costringe gli Usa a spendere il 16% del Pil per la sanità, molto più degli altri Paesi sviluppati e con risultati inferiori. Offrire un'assicurazione pubblica in concorrenza con le private, secondo Obama "aiuterebbe a migliorare la qualità delle cure e a ridurre i costi".  Le compagnie assicurative si riservano di negare le polizze ai soggetti a rischio, e perfino di cancellarle per chi viene colpito da malattie gravi. Questo "sarà vietato per legge".
 
Il presidente fa un gesto gradito alla sinistra del suo partito, che vuole l'opzione pubblica come garanzia di equità. Sul fronte opposto c'è la furiosa resistenza dei repubblicani e delle lobby del capitalismo sanitario. Obama non si spinge fino alle estreme conseguenze. Non minaccia il veto presidenziale se la riforma non conterrà l'opzione pubblica. Può accettare una fase transitoria in cui si sperimenta la creazione di cooperative per far concorrenza alle assicurazioni private.

Preannuncia una "Borsa delle polizze" in cui cittadini e datori di lavoro possano selezionare le offerte più competitive. "Sono aperto a idee nuove, non ho rigidità ideologiche", insiste il presidente. Condanna tuttavia la campagna di "calunnie" organizzata dalla destra repubblicana con il potente appoggio della lobby assicurativa durante l'estate: la riforma sanitaria è stata accusata perfino di imporre l'eutanasìa obbligatoria, negando le cure agli anziani per ridurre le spese. Smentisce anche l'accusa di voler estendere gratis l'assistenza agli immigrati clandestini. "La Casa Bianca ha cercato di mantenere un tono civile. Gli avversari hanno usato tattiche del terrore. Spero che il partito repubblicano riscopra la voce della ragione.
Troveranno un partner disponibile". Riserva strali acuminati alle compagnie assicurative, che "guardano solo ai profitti da esibire a Wall Street, e strapagano i loro top manager".

"Sull'80% delle misure c'è ormai un accordo", dice, ma nonostante l'ottimismo Obama non ha fatto breccia nell'opposizione. Il partito repubblicano è convinto che sulla sanità potrà affondare questo presidente, come fece con Bill Clinton nel 1993. Questa legge è uno snodo decisivo: se Obama non la porta a casa entro l'anno, tutta l'agenda delle riforme è a rischio. Ma se sui repubblicani non ci sono più illusioni, le aperture al dialogo di Obama in realtà hanno altri obiettivi. Vuole ricompattare il suo partito democratico, divaricato tra l'ala progressista che vuole una riforma audace, e i moderati che temono un'ulteriore esplosione di spesa pubblica. Soprattutto Obama si rivolge alla nazione, per spazzare via miti e leggende sul "socialismo sanitario" che hanno seminato l'ansia. Quattro dei cinque disegni di legge in esame al Congresso soddisfano i suoi "principi essenziali": assicurazione obbligatoria per tutti, sussidi pubblici per chi non può permettersela, controlli sulle tariffe assicurative, e divieto di escludere i pazienti.

Il presidente tira fuori, nel finale a sorpresa, una lettera che Ted Kennedy gli scrisse prima di morire. E' il momento più alto del suo discorso. "Siamo di fronte a una sfida morale, che riguarda i principi fondamentali di giustizia sociale. E' in gioco il carattere stesso della nostra nazione. Non possiamo accettare rinvii, non possiamo fallire questo appuntamento con la storia".
Fonte: vari giornali nazionali e repubblica.it

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