AFORISMA DEL GIORNO

30 maggio, 2014

Wikipedia e il sapere medico: utile risorsa o fonte di errori?

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Duro attacco dagli Stati Uniti a Wikipedia, l'enciclopedia universale gratuita e open source. Secondo uno studio condotto dal professor Robert Hasty della Cambell University del North Carolina, la percentuale di errore dell’enciclopedia online per le voci mediche è del 90%.

Gli studiosi hanno preso in esame 10 problemi di salute tra i più costosi per il sistema sanitario statunitense: problemi al cuore, cancro ai polmoni, depressione, osteoartrite, problemi polmonari cronici, ipertensione, diabete mellito, mal di schiena, iperlipidemia. Ogni voce dell’enciclopedia è stata confrontata con la letteratura medica ufficiale ed è emerso che in 9 voci su 10 ci sono errori e imprecisioni.

Sin dalla sua nascita, nel 2011, Wikipedia è diventata il sito più popolare per trovare informazioni su salute e malattie. Lo studio rivela che persino il 70% dei medici e degli studenti di medicina la utilizzano come fonte per le loro diagnosi. Lo studio pone però seri dubbi sull’autorità dell’enciclopedia online in campo medico. Gli errori sarebbero in gran parte legati alla stessa filosofia di Wikipedia che consente agli utenti di creare, cancellare e modificare le voci. Questo, secondo gli esperti, aumenterebbe le probabilita' di errore.

Tra gli errori ritrovati sul sito, ci sarebbe quello che riguarda la diagnosi della pressione sanguigna elevata (la voce di Wikipedia dice che la pressione può essere considerata tale se si ottengono valori alti in tre occasioni) e quello che sostiene che gli antidepressivi sui bambini sono inefficaci. Due affermazioni che sono "dannose – ha spiegato il dottor Hasty - perché potrebbero portare a un rischioso ritardo nel trattamento delle patologie nel caso dell’ipertensione, come pure spingere i genitori a non permettere che i figli vengano curati coi farmaci quando affetti da depressione".

"Non bisognerebbe usare Wikipedia come fonte primaria di ricerca – ha continuato Hasty - perché gli articoli in essa contenuti non passano attraverso lo stesso processo di revisione che avviene per quelli delle riviste mediche. Ecco perché, quando serve una diagnosi, il modo migliore resta quello di rivolgersi al proprio medico che, conoscendo la personale storia clinica di ogni paziente, sa quindi individuare la cura più adeguata".

Wikipedia ha replicato in breve difendendosi dai risultati dello studio e sottolineando "la piccola dimensione del campione utilizzato dall'analisi, che dunque non è rappresentativo".

Fonte: Rainews
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21 maggio, 2014

Test di Ingresso addio? Il Ministro vuole un modello "alla francese", scoppia la polemica sui social...

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Entro fine luglio cambiano i test di Medicina. Un sistema di selezione che il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, intende rivisitare “prendendo a modello il sistema francese” o un “suo adattamento al contesto italiano”, che include “accesso al primo anno libero e selezione alla fine di esso su base meritocratica”. Giannini lo ha annunciato sulla pagina Facebook di Scelta Civica in occasione di un botta e risposta con gli internauti e ha anche affrontato la questione delle scuole di specializzazione. “Il Miur ha trovato una quota di fondi per arrivare a un aumento che però non è sufficiente al ripristino delle quote dello scorso anno. Abbiamo chiesto al Mef di aggiungere i fondi mancanti”.

In un’intervista a Radio Capital il ministro ha poi ribadito la volontà di cambiare le modalità di accesso alla facoltà di Medicina: “Anche i miei predecessori avevano espresso dubbi motivati sulla qualità dei test, ci sono state rivisitazioni continue. Non bastano due ore per decidere il futuro della vita di una persona. Vogliamo una selezione che sia la migliore possibile e per questo c’è l’ipotesi di lasciare libera l’iscrizione al primo anno e poi avere una selezione durissima per poter accedere al secondo anno. Così si iscriverebbero i più motivati“.

Una “vittoria indiscussa” per chi “da sempre combatte contro questo sistema iniquo”, hanno commentato Udu e Rete degli studenti secondo cui, tuttavia, il ministro “deve garantire un tavolo di confronto affinché il cambiamento di sistema sia positivo e non peggiorativo“. “Le nostre battaglie e i nostri ricorsi negli anni hanno dimostrato – ha dichiarato Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Unione degli Universitari – la necessità di rivedere un sistema al collasso e questa ne è la prova”.

“Per anni – ha proseguito Alberto Irone, portavoce di Rete Studenti Medi – migliaia di studentesse e studenti si sono visti privare dei propri sogni: rivedere il sistema è un passo importante che non può prescindere da noi studenti, o qualsiasi modifica o ipotesi di modifica sarà uno dei tanti spot elettorali che non andrà a migliorare veramente il sistema”. Sulla stessa lunghezza d’onda Studicentro. “E’ giusto – ha dichiarato il portavoce Virgilio Falco – che le modalità con le quali si giudicano decine di migliaia di studenti ogni anno siano al centro dell’interesse del ministro e del governo. Solo non vorremmo correre il rischio di dare delle risposte parziali e insufficienti alle esigenze delle aspiranti matricole, che chiedono solo di avere trasparenza e meritocrazia prima di essere valutati per accedere alle facoltà a numero chiuso”.

Plauso anche dal presidente del Veneto Luca Zaia: “Ogni cosa va bene – ha detto – purché sia posta la parola fine a un numero chiuso pesantemente discriminatorio, perché determinato da ridicoli test a crocette secondo i quali potrebbe essere un bravo medico chi indovina di che colore era il cavallo di Garibaldi”.

Ma è già polemica. In tanti "addetti ai lavori" stanno commentando la notizia soprattutto sui social network, facendo emergere le chiari crepe di questa soluzione prospettata. Un paio di domande, che rivolgiamo anche a voi lettori:

1) effettuare una selezione nei primi 2 anni, conferendo il potere di confermare o meno un'iscrizione a tanti professori, non significa restituire quel potere "baronale" che era stato apparentemente ridimensionato con la riforma per l'accesso alle scuole di specializzazione?

2) è normale estendere l'accesso ad oltre cinquantamila potenziali nuovi dottori ogni anno, per poi tagliare nettamente i posti di specializzazione, già adesso nettamente insufficienti rispetto all'attuale contingentato numero di medici laureati?


FONTE: Il Fatto Quotidiano
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12 maggio, 2014

Sanità: previsti 11 miliardi di risparmi dalla Lorenzin, ma non si può più tagliare...

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Per ora il fondo di finanziamento del Servizio sanitario nazionale (Ssn) si è salvato: il Tesoro voleva tagliarlo per coprire il bonus da 80 euro, ma Matteo Renzi non ne ha voluto sapere a poche settimane dalle sue prime elezioni da premier. Solo per ora, però, visto che nella legge di Stabilità la mannaia arriverà eccome: il ministro Beatrice Lorenzin ha già detto che nel triennio l’obiettivo è risparmiare quasi 11 miliardi, vale a dire un terzo dell’obiettivo assegnato a Carlo Cottarelli con la spending review (32 miliardi entro il 2016).

C’è un problema, però: come certificano le conclusioni di un’indagine conoscitiva del Parlamento sulla sostenibilità finanziaria del Ssn, il settore della sanità non può reggere ulteriori tagli, specialmente se lineari. Il testo – che Il Fatto Quotidiano ha potuto leggere in bozza (è in via d’approvazione da parte delle commissioni Bilancio e Affari sociali della Camera) – è pieno di numeri che certificano lo stato di prostrazione del Servizio sanitario: sarà divertente vedere come, dopo aver votato un testo che chiede semmai ulteriori fondi per la salute, il Parlamento si troverà a dover approvare una manovra di tagli da 10 miliardi in tre anni. Lo stesso ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, in audizione parlamentare, ha chiarito che “il risanamento avviato finora è avvenuto con tagli lineari, per i quali però ora non vi sono più margini”. Notevole che l’obiettivo di Lorenzin sarebbe enorme anche recuperando l’intero stock di spesa considerato inquinato dalla corruzione: 5-6 miliardi di euro.

Secondo Istat, la spesa sanitaria pubblica si situa nel 2013 su un valore di circa 110 miliardi di euro, pari al 7,1% del Pil. La percentuale sale al 9,2% se si aggiunge anche la spesa sanitaria privata, che l’anno scorso ammontava all’ingrosso a 30 miliardi. Come si può vedere anche dalla tabella (e i dati sono del 2011, prima dei tagli più consistenti), l’Italia spende meno della media Ue a 15 (10%), meno di quella Ocse (9,5%), meno di paesi paragonabili. Non solo: l’incidenza sul Pil è già prevista in calo nei prossimi anni – e senza i tagli di Cottarelli – fino al 6,7% del 2017. In queste condizioni, si legge in un passaggio della relazione, “l’obiettivo costituzionalmente garantito (quello alla salute sancito dall’articolo 32, ndr) è ora rimesso in discussione”, visto che “il nostro sistema ha meno risorse effettive e non riconosce alcun aumento dei bisogni” (che pure c’è per il semplice motivo che l’età media continua ad aumentare).

Le regioni, che gestiscono la spesa sanitaria, hanno lamentato che la riduzione dei trasferimenti per il periodo 2011-2015 ammonta a circa 31 miliardi e 553 milioni di euro, la ministro Lorenzin ha provato a replicare parlando di “tagli veri” per 23 miliardi. La Corte dei Conti, però, ha dato ragione ai governatori: “Oltre 31 miliardi”. Di più: aver scelto i tagli lineare ha finito per “penalizzare le realtà più virtuose”, cioè quelle che già spendevano poco e si sono ritrovati a non poter tagliare “il grasso”, ma i servizi ai cittadini. Già ora, per dire, l’obiettivo è ridurre ulteriormente i posti letto di 20 mila unità, settemila delle quali nel Ssn: alla fine saremo “uno dei paesi europei col più basso numero di posti letto per abitante”. “Certo vanno rimossi i vecchi sprechi, ma la sfida è più complessa – scrivono i deputati nelle loro conclusioni -. La riorganizzazione richiede tempo se non vogliamo i letti non nei corridoi, ma per strada”. Anche i ticket non hanno funzionato per ri-orientare la spesa: l’hanno solo fatta confluire sul privato.

Anche chi lavora nel Servizio sanitario ha subìto l’andazzo dei tagli: il blocco del turnover ha causato un progressivo invecchiamento degli addetti, soprattutto i medici, in una professione che – specie negli ospedali – è davvero usurante. Se si guarda ai numeri totali, invece, bisogna fare una distinzione: l’Italia ha 3,7 medici ogni mille abitanti, in linea con la media Ue, mentre il rapporto medici-infermieri è solo di 1,4 contro il 3,2 del resto d’Europa. Pure dal lato del monte stipendi si notano le politiche di austerity (il blocco dei contratti della P.A. influisce pure sul comparto): nel 2008 la spesa era di 38,3 miliardi complessivi, oggi siamo vicini ai 36.

Particolarmente divertente è la vicenda della spesa in beni e servizi. Al netto dei farmaci ospedalieri, questa categoria per l’intero comparto pesa per circa 21 miliardi l’anno: le manovre da Monti a Letta hanno previsto tagli lineari per 3,8 miliardi entro quest’anno, circa il 18% del totale, compresi i contratti in essere (col relativo contenzioso quasi sempre favorevole alle imprese). Raggiungere l’obiettivo però – si legge nella bozza di conclusioni dell’indagine parlamentare, “non è stato possibile e non era possibile” e “il taglio si è tradotto in riduzione del finanziamento al sistema e quindi in riduzione dei servizi sanitari”. Curioso che proprio a un taglio lineare degli acquisti di beni e servizi sia ricorso Matteo Renzi per coprire parte del suo sconto Irpef: risparmiare 700 milioni, ad esempio, tocca pure alle regioni, i cui bilanci per l’80% sono costituiti proprio dalla spesa sanitaria. È lì che dovranno fare la maggior parte dei tagli e anche stavolta, come sempre, intervenendo sui contratti in essere: il buco, però, potremo scoprirlo solo a consuntivo e verrà coperto con nuovi tagli ai servizi. Al solito.

Parola alle conclusioni dei deputati: “Senza innovazione, un moderno sistema sanitario non solo non è in grado di garantire i nuovi diritti di salute della popolazione, ma perde quotidianamente qualità nel garantire i diritti che appaiono già consolidati”. Insomma servono soldi: “Un servizio sanitario che rinunci all’innovazione è destinato a diventare un servizio sanitario residuale, in quanto l’universalismo deve contenere al suo interno la parte più debole e la parte più forte della popolazione, laddove, se un sistema sanitario non sa introiettare l’innovazione , la parte più forte è la prima a uscire dal sistema, e a quel punto l’impoverimento della qualità vale per tutti.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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