AFORISMA DEL GIORNO

28 luglio, 2013

Università, Boom di domande per Medicina

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Accesso a Medicina sempre più difficile. A settembre, superare il test per intraprendere la carriera di medico sarà più ostico degli anni passati. Il numero di coloro che entro il 18 luglio scorso ha fatto domanda è cresciuto notevolmente rispetto a 12 mesi fa mentre i posti messi a disposizione dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca sono rimasti praticamente invariati. Così, per gli oltre 84mila aspiranti che il 9 settembre si presenteranno puntuali negli atenei italiani per confrontarsi col quizzone di 60 domande, la strada si fa in salita. E a complicare le cose, rendendole più incerte ancora, sarà il bonus-maturità, voluto dall’ex ministro Francesco Profumo, che la neoministra Maria Chiara Carrozza non se l’è sentita di congelare.

La valanga di polemiche seguite alla prima versione del meccanismo dei “percentili” che regola il premio ha infatti prodotto soltanto una rivisitazione del sistema di attribuzione del bonus che lascia invariate le disparità tra concorrenti. L’anno scorso, secondo i dati comunicati ufficialmente da viale Trastevere, gli studenti delle superiori che fecero domanda per sostenere il test di ammissione a Medicina furono 68.426, quest’anno 84.165: il 23 per cento in più. Evidentemente, ai giovani italiani quella del medico deve apparire una carriera che può garantire un futuro lavorativo. I posti messi in palio dal ministero sono 10.748 per Medicina e chirurgia, praticamente lo stesso numero del 2012, e 984 per Odontoiatria. Con test di ammissione unico per tutte e due le facoltà.

Per comprendere che quest’anno l’accesso sarà più difficile basta fare una semplice divisione tra aspiranti e i posti. Nel 2012, per la sola facoltà di Medicina era disponibile un posto ogni 6 candidati e qualcosa: 6,37 per l’esattezza. Quest’anno, ci sarà un posto ogni 8 candidati circa: uno ogni 7,83, per la precisione. L’unica consolazione per le migliaia di concorrenti che si stanno preparando – da soli o seguendo costosissimi corsi – è che per la prima volta la graduatoria sarà nazionale e non sarà possibile subire la beffa che centinaia di studenti hanno dovuto sopportare in passato. Quando, con un dato punteggio, si veniva esclusi nell’ateneo in cui si era presentato domanda ma si sarebbe riusciti ad entrare in altri atenei del Belpaese.

Con la graduatoria nazionale, tutto questo, non sarà più possibile. Resta il fatto che questo stesso meccanismo penalizzerà i figli dei meno abbienti: uno studente di Catania senza gradi disponibilità economiche potrebbe trovare piuttosto sconveniente, o addirittura impossibile, studiare a Torino, Milano o Udine ed essere costretto a rinunciare al sogno del camice bianco. Inoltre, quest’anno, il bonus-maturità – variabile da uno a 10 punti, per color che si sono diplomati con almeno 80 centesimi – renderà il test di ammissione una specie di lotteria, perché due ragazzi col medesimo punteggio al diploma e lo stesso nel test di ammissione, che nella graduatoria del test occuperebbero due posti vicinissimi, nella classifica generale – data dal punteggio del test più quello relativo al bonus – potrebbero occupare due posizioni distanti anche qualche migliaio di posti.

Infatti, il bonus-maturità verrà attribuito in base alla distribuzione dei voti conseguiti da tutti i candidati della medesima commissione – che è composta da due quinte classi – e sarà più alto, a parità di punteggio, nelle commissioni dove i voti sono stati bassi e minore in una commissione, anche dello stesso istituto, dove sono fioccati i voti alti. E a nulla, a questo punto, servirà il corso di formazione – pagato dai genitori da 400 a 4mila euro – che tantissimi studenti delle scuole superiori hanno seguito durante i mesi invernali, prima degli esami di maturità, e continuano a seguire in questi giorni per allenarsi a risolvere le domande del test.

AUTORE: Salvo Intravaia
FONTE: Repubblica.it
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18 luglio, 2013

Il vantaggio della formulazione liquida monodose della levotiroxina

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L’ampia diffusione di patologie tiroidee rendono la terapia ormonale sostitutiva una delle cure mediche maggiormente prescritte a livello mondiale. Per circa cinque milioni di italiani l’assunzione di levotiroxina (principio attivo analogo dell’ormone tiroideo T4) rappresenta l’unico sollievo efficacemente riconosciuto per la cura dell’ipotiroidismo ovvero l’insufficiente sintesi ormonale da parte della tiroide.

L’attenzione va posta in particolare sull’assunzione farmacologica della levotiroxina  la quale – essendo una terapia cronica – va seguita per tutta la vita. Affinché l’ormone sia pienamente efficiente occorre prenderlo di mattina a digiuno, attendendo – in alcuni casi – fino ad un’ora prima di fare colazione, poiché gli alimenti comprometterebbero il corretto assorbimento dell’ormone. Senza tener conto degli effetti di malassorbimento del farmaco in compresse uniti alle costanti difficoltà nella modalità di somministrazione e calibrazione del dosaggio che – richiedenti continui adeguamenti della dose – interferiscono massicciamente sulle condizioni di vita e di benessere del paziente.
Sebbene la cura assicuri la giusta dose di ormone tiroideo e migliori il funzionamento dell’organismo, ha, tuttavia, insito nelle proprie indicazioni d’uso il suo stesso tallone d’Achille. Secondo un’indagine Doxa per IBSA farmaceutici un paziente su tre fatica a seguire correttamente la terapia e che oltre il 66% dei pazienti fa colazione prima dei canonici trenta minuti. Inoltre in un recente Rapporto Health Search presentato all’ultimo Congresso nazionale della SIMG, la compressa non andrebbe d’accordo né con gli organi del tratto gastrointestinale, né con i farmaci antiacidi utilizzati per la digestione, avvalorando l’associazione fra ipotiroidismo e malattie dello stomaco.

La ricerca scientifica si è perciò indirizzata verso lo studio di soluzioni più versatili, che non necessitano di raffinate calibrazioni per trovare il dosaggio ideale e che consentano di ridurre il rischio di interazione fra farmaco e altri farmaci, cibo e/o bevande qualora queste venissero assunte troppo ravvicinate. Da questi sforzi è stata messa a punto l’innovativa formulazione liquida monodose della levotiroxina che, rispetto alla classica compressa – essendo già dissolta e pronta per l’assimilazione – è in grado di superare problemi di malassorbimento, migliorando sensibilmente la qualità della vita e l’aderenza alla terapia dei pazienti.

In particolare, si è arrivati a queste nuova via scoprendo che le soluzioni liquide garantiscono una migliore permeazione del principio attivo (fino al 30% più rapida), persino nei pazienti con problemi di malassorbimento gastrico e intestinale. In pratica, eliminando la fase di dissoluzione tipica delle compresse, i farmaci in forma liquida si miscelano direttamente con i fluidi gastrointestinali, rendendosi subito disponibili, anche in casi di patologie come celiachia o intolleranza al lattosio. Questa ottimizzazione del processo potrebbe consentire anche di ridurre il rischio di interazione tra farmaco e cibo e/o bevande qualora queste venissero assunte  troppo ravvicinate, con evidenti risvolti positivi sulla garanzia del risultato terapeutico. Il vantaggio delle formulazioni liquide costituisce un grande passo in avanti a livello terapeutico.

FONTE: www.tiroide.com
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Grazie al gene "XIST" nuove prospettive di terapia genetica per la sindrome di Down

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Si aprono all'orizzonte nuove prospettive per una terapia genetica per la Sindrome di Down. Per la prima volta è stata neutralizzata in provetta la terza copia del cromosoma 21 responsabile della sindrome. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, non ha ancora un'applicazione clinica ma è una premessa importante per una futura "terapia cromosomica" di questa malattia. Il lavoro, che si deve a un gruppo coordinato da Jeanne Lawrence dell'università americana Massachusetts Medical School, potrebbe aiutare anche a comprendere meglio i meccanismi di base delle malattie dovute ad anomalie cromosomiche.

Neell'uomo vi sono 23 coppie di cromosomi, tra cui due cromosomi sessuali, per un totale di 46 cromosomi. Nelle persone con la sindrome di Down invece vi sono tre (anziché due) copie del cromosoma 21, e questa 'trisomia 21' provoca la malattia che causa disabilità cognitive, un maggior rischio di leucemia infantile, difetti cardiaci e del sistema immunitario.


A differenza delle malattie genetiche causate dal difetto di un singolo gene, la correzione genetica di un intero cromosoma è stata finora impossibile. I ricercatori sono riusciti nell'impresa sfruttando la funzione naturale di un gene chiamato Xist, che normalmente 'spegne' uno dei due cromosomi X che si trovano nei mammiferi di sesso femminile e che sono ereditati da madre e padre. Spegnendo questo cromosoma X in più si rende l’espressione dei geni collegati al cromosoma X, nelle femmine, simile a quella dei maschi che hanno solo un cromosoma X.

I ricercatori hanno quindi pensato di sfruttare questa abilità del gene applicandola al cromosoma responsabile della sindrome di Down. Hanno quindi trasferito il gene Xist nelle cellule staminali derivate da pazienti con la sindrome di Down. Il gene ha rivestito la terza copia extra del cromosoma 21, mettendolo a 'tacere', ossia ha modificato la sua struttura in modo che non ha più potuto esprimere geni. Confrontando cellule con e senza il cromosoma supplementare silenziato, si è osservato che il gene Xist aiuta a correggere gli schemi insoliti di crescita e di differenziazione cellulare osservati nelle cellule derivate da persone con la sindrome di Down.


FONTE: Ansa.it
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10 luglio, 2013

Diabete, è allarme in Basilicata: cresce la prevalenza di nuovi casi rispetto al resto del paese

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Sono “preoccupanti” i dati sulla diffusione del diabete in Basilicata, la percentuale di diabetici in regione è del 6,9%, un dato questo superiore alla media nazionale che si attesta al 5,5% e tra i più elevati d’Italia con un tasso di mortalità che nel 2009 era di 35 casi su centomila persone, in linea con il trend italiano.

Un dato certamente preoccupante quello che si legge nel “Libro Bianco sul diabete” presentato ieri mattina nell’auditorium dell’ospedale San Carlo di Potenza. A pesare sulla popolazione lucana è il forte impatto dell’obesità, il rapporto denuncia che il 32,9% dei soggetti residenti in Basilicata, principalmente rientranti nella fascia di età compresa tra i 6 e i 17 anni, risulta in eccesso di peso, un dato notevolmente superiore al valore nazionale. In regione ci si muove poco, ad impattare negativamente sono anche la sedentarietà e la mancanza di attività fisica, in regione il 48,4% della popolazione non pratica alcuno sport o attività fisica. In più la Basilicata si contraddistingue per un consumo ridotto di ortaggi, frutta e verdura, il consumo di alimenti ricchi di grassi risulta piuttosto elevato fra i lucani, infatti il 30,9% degli abitanti consuma snack più di una volta a settimana, infine risulta elevato anche il consumo di dolciumi, il 49,8% ne consuma più di una volta a settimana, sebbene alto questo dato è in linea con il trend nazionale. Tutto questo rende i lucani a forte rischio diabete.

Il “Libro Bianco” è un report sulla patologia diabetica nato dalla collaborazione tra l’Osservatorio regionale sul diabete e l’Istituto di igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Presentare il primo Libro Bianco sul diabete significa fare una fotografia sulla stato di salute dei lucani – ha detto Attilio Martorano, assessore regionale alla Sanità – da qui partiamo per porre in essere una intensa e articolata lotta al diabete, e lo facciamo con due progetti, da un lato orientanti alla conoscenza delle cause di questa malattia e dall’altro con un’ iniziativa che miri alla prevenzione”.

FONTE: Nuova del Sud
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09 luglio, 2013

Oxford, nato a Giugno bambino da embrione con DNA "studiato" mediante tecnica NGS

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È nato il primo bambino il cui embrione è stato selezionato attraverso una nuova tecnica di sequenziamento del genoma, che promette di rivoluzionare la fecondazione in vitro. Lo ha annunciato l'Eshre (società per la riproduzione umana e l'embriologia) nel corso del suo meeting annuale, specificando che il bambino è nato in giugno, sano e senza problemi.

La fecondazione in vitro è una tecnica di lotta alla sterilità faticosa e costosa, poiché molti degli embrioni impiantati non arrivano al termine della gravidanza: solo il 30% sopravvive. Si sospetta che l'elevata mortalità sia dovuta a difetti genetici non identificati, e che uno screening per selezionare gli embrioni migliori aumenterebbe molto le probabilità di successo. Le metodologie sperimentate finora, tuttavia, avevano dei problemi che ne hanno causato l'insuccesso durante i test clinici, oppure risultavano molto costose.

La tecnica usata in questo caso, detta Ngs (Next generation sequencing), permette invece di sequenziare l'intero genoma in modo rapido ed economico, e di eliminare gli embrioni con anormalità che potrebbero causare un aborto o che presentano altri difetti genetici gravi; il tutto senza necessità di congelare l'embrione nell'attesa dei risultati.

Lo studio sulla Ngs è stato condotto da Dagan Wells del Nihr Biomedical Research Centre dell'Università di Oxford, alla guida di un'équipe internazionale. La nuova metodologia è stata testata inizialmente verificando la sua capacità di individuare cellule di embrioni con difetti genetici noti. È stata poi sperimentata su due puerpere volontarie, di 35 e 39 anni, una delle quali aveva già subito aborti spontanei.

Il dottor Wells ha dichiarato: «Negli anni passati i risultati di test clinici casuali hanno suggerito che la maggior parte delle fecondazioni in vitro beneficerebbe di uno screening dei cromosomi dell'embrione, e alcuni studi riferiscono di un miglioramento del 50% nel numero di gravidanze ottenute. Tuttavia i costi dei test genetici non sono alla portata di molte pazienti. Next Generation Sequencing è un modo per rendere i test cromosomici più accessibili per un gran numero di persone. Il nostro prossimo passo saranno test clinici casuali per rivelare l'autentica efficacia di questo approccio, che cominceranno entro quest'anno».

FONTE: Ilsole24ore
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02 luglio, 2013

Università, l’Ocse sbugiarda stampa e politica. “Troppi costi e studenti = falso!"

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Tutta la verità sull’università italiana, ovvero: come ti sbugiardo dieci anni di proclami (e programmi) politici che hanno fatto del luogo comune e dell’analisi falsata il grimaldello per entrare nel sistema dell’istruzione e giustificarne la progressiva demolizione, dalle guerre sante dei berluscones contro la scuola pubblica agli strali dei “professori” chiamati da Monti a tagliare la spesa statale per l’istruzione. “Abbiamo troppi laureati”, no troppi professori, l’università pubblica “costa troppo”, la laurea “non vale nulla”… Tutte clamorosissime “balle”, e lo certifica l’Ocse che ha appena diffuso l’edizione 2013 del suo Rapporto sullo stato dell’istruzione a livello mondiale (scarica). Si parla anche dell’Italia, eccome. Numeri su numeri, statistiche comparative tra nazioni su spesa, costi privati, quantità di professori, studenti, laureati e dottorandi. E ancora, analisi su benefici e costi socioeconomici dell’istruzione universitaria e del valore del titolo accademico.

Il battagliero e informale network di ricercatori “Roars“ ha studiato le 440 pagine di dati e si è divertito a confrontarli con quanto dichiarato negli ultimi anni dal variopinto pool di “esperti” chiamati a vario titolo dalla politica e dalla stampa a contribuire al discorso pubblico su emergenze e prospettive del sistema universitario. Tra gli altri Gelmini, Giavazzi, Andrea Ichino, Profumo, Martone. Il confronto tra il proclama del momento e il dato fornito dall’Ocse è spesso esilarante, ma è soprattutto preoccupante: in un attimo rivela il livello di approssimazione delle analisi e delle valutazioni di chi per anni ha avuto tra le mani la delega al settore o è stato chiamato a dire la sua, in virtù di una patente di competenza scientifica pubblicamente riconosciuta. Ecco le cantonate più grosse.

1. “L’università italiana costa troppo”
Era la grande convinzione del ex ministro Mariastella Gelmini che nella stagione dei tagli e della contestazione del 2009 apostrofava così le voci del dissenso: “È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea)”. Ma cosa dice l’Ocse in proposito?

L’esatto contrario della Gelmini: ad eccezione di Repubblica Slovacca e Ungheria, l’Italia spende meno di tutte le altre nazioni europee (61% della media Ocse, 69% della media Eu21). Mentre la maggior parte delle altre nazioni hanno riconosciuto la natura strategica delle spese per istruzione, l’Italia, con la sola eccezione dell’Ungheria, è la nazione che ha effettuato i tagli più pesanti (il rapporto Ocse non fornisce il dato relativo alla sola spesa per università, ma un dato aggregato relativo all’intera spesa per istruzione). Se si considera la percentuale della spesa pubblica destinata all’istruzione, si scopre che l’Italia è ultima su 32 nazioni. Insomma, Gelmini bocciata su tutta la linea.

2. Troppi studenti. Parola di Giavazzi, l’uomo della spending review
L’altro mantra che si ripete da tempo è l’eccessivo numero di studenti. Tra chi si esercita in affondi letali per il mondo accademico italiano spicca Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere. Che non ha alcun dubbio in proposito, tanto che quando Mario Monti l’ha chiamato a realizzare la spending review e tagliare teste molti in università si son fatti il segno della Croce.

Ed ecco che sul sito de Lavoce.info, l’esperto getta il sasso nello stagno al motto “Siamo davvero sicuri che questo Paese abbia bisogno di più laureati?” (28/11/2012).  Ma ha ragione Giavazzi, sono davvero troppi gli studenti dell’università italiana? Niente affatto e l’Ocse lo certifica. Come percentuale di laureati nella fascia più giovane (25-34 anni) l’Italia è all’ultimo posto in Europa (21% contro 39% della media Ocse). Se si considera che il Brasile è una nazione non-Ocse, l’Italia è al penultimo posto tra i Paesi Ocse dato che solo la Turchia (19%) ha meno laureati di noi. Sarà allora che abbiamo troppi docenti.

3. Contrordine: sono troppi i professori
Se non sono troppi gli studenti tocca prendersela con i professori, altrimenti il gioco a chi spara sull’università non funziona più. Per accreditare l’idea che gli atenei siano in balia di masse di baroni, orde incontrollate di docenti,  Giavazzi usa le pagine del Corriere. La sentenza è inappellabile: “Non c’è dubbio che nell’università siamo in troppi”  (24 ottobre 201o).

Non c’è dubbio. Ma anche qui, sbaglia. Ricorda l’ingegner Giuseppe De Nicolao, professore e analista all’università di Pavia: su 26 nazioni considerate solo 5 hanno un rapporto studenti/docenti peggiore del’Italia (Indonesia, Repubblica Ceca, Arabia Saudita, Belgio e Slovenia). Dato che Indonesia e Arabia Saudita sono paesi non-Ocse, l’Italia risulta essere quart’ultima tra i paesi Ocse per rapporto docenti/studenti. “Eppure anche questo dato, disponibile a tutti e da alcuni anni, non è mai stato utilizzato perché non funzionale come altri a dare addosso al sistema universitario. Fa parte di quel corredo di parametri sistematicamente occultato da chi guardava ai numeri del settore con gli occhiali dell’ideologia politica”.

4.L’ultima spiaggia: troppi dottorandi
A un certo punto se non sono troppi i laureati e neppure i professori a qualcuno viene in mente che possano essere i dottorandi, ad esempio a Sergio Benedetto, illustre professore del Politecnico di Torino ma sopratutto l’uomo messo a capo dell’organismo di valutazione della ricerca, deputato dall’Anvur a premiare o punire 95 atenei stabilendo criteri per l’erogazione di 800 milioni di fondi. Incarico delicatissimo, dunque.

Ebbene Benedetto su Repubblica annuncia: “Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta” (Repubblica, 4/02/2012). Ma l’assunto iniziale era corretto, ovvero l’Italia ha un numero di dottorandi  tanto spropositato da doverlo ridurre? Nel seguente grafico viene riportata la percentuale di studenti che proseguono i loro studi fino al conseguimento del dottorato di ricerca. L’Italia è al di sotto della media Ocse e si colloca in 21esima posizione su 32 nazioni. Per la spiegazione delle età medie di entrata particolarmente elevate in alcune nazioni (Islanda, Spagna, Portogallo, Corea, …) si veda la discussione a p. 296 del Rapporto “Education at a Glance”.

 5. La moltiplicazione dei fuoricorso
Ma ecco il turno di Francesco Profumo che se la prende con i fuori corso d’Italia, massa di fannulloni che non avrebbe pari in tutta Europa. “I fuori corso all’università esistono solo da noi (…) All’Italia manca il rispetto delle regole e dei tempi. Credo che la scuola sul rispetto delle regole debba dare un segnale forte perché gli studenti fuori corso hanno un costo, anche in termini sociali” (Corriere, 15-10-2012). Vero, non vero?

Anche questo non è vero, a insistere sullo stesso punto è però l’ex sottosegretario Michel Martone (quello che laurearsi dopo i 28 anni “è da sfigati”), su Repubblica: “Il problema dell’età media dei laureati in Italia esiste”. L’Ocse dice esattamente il contrario: l’età media dei laureati italiani è addirittura più bassa della media europea. In realtà il mancato rispetto dei tempo nominali è un fenomeno diffuso a livello mondiale, mentre nelle dichiarazioni degli “esperti” viene propagandato come il piccolo e imperdonabile vezzo di un Paese che tira a campare, azzoppato dal carrozzone universitario, mentre l’Europa e il mondo corrono.

6. Lo studente che costava troppo. Il problema che non è mai esistito
Ad avvertire che “spendiamo troppo per gli studenti” è Roberto Perotti, economista della Bocconi che nel libro L’università truccata (Einaudi) ha messo in croce il malcostume accademico dei privilegi. Ma ha commesso anche qualche errore di conto.

L’assunto iniziale (e quindi i rimedi finali intesi come proposte di riforma in appendice al discorso) sono falsi. “Si basano infatti sul precedente rapporto Ocse e su una rielaborazione fai-da-te del Perotti del dato sulla spesa per studente che già lo stesso rapporto indicava come inutilizzabile a fini comprativi”, spiega De Nicolao. Il rapporto mostra che la spesa media per studente lungo la durata media del suo corso di studi, lungi dall’essere la quarta al mondo, è invece 14-esima con un valore pari al 75% della media Ocse”. In altre parole il sistema universitario italiano non è quella babele di sprechi e costi ingiustificati che si vuol sempre rappresentare nel dibattito pubblico. O almeno, l’Italia (almeno in questo) non è la pecora nera d’Europa.

 7. Il falso mito delle rette troppo basse, una mina sull’istruzione di massa
Altro mito da sfatare buttato in pasto al dibattito sul destino dell’istruzione universitaria è il seguente: “Non possiamo più permetterci un’università quasi gratuita”, sempre Giavazzi (Corriere, 24-10-2010). Vero, perché dobbiamo pagare noi per masse di studenti sfaccendati, professori e ricercatori parassitari?

Peccato che anche questo dato sia del tutto campato in aria. Dalle comparazioni Ocse per l’Italia risulta un quadro della situazione decisamente diverso: il nostro Paese si posiziona decimo in classifica sulle 25 nazioni considerate per costo delle tasse e addirittura terza se si considera poi l’aumento delle rette dell’ultimo anno, soprattutto nelle private. Qui effettivamente la retta corre e forse dovrebbe essere posta più attenzione nel dibattito pubblico. Tanto che, considerando solo le private, l’Italia è addirittura seconda in Europa per costo delle rette, seguita dall’Inghilterra. Ma (chissà perché) di questo non si parla mai mentre si riempiono fiumi d’inchiostro sul falso mito dell’università semi-gratuita per tutti.

 8. Il sistema pubblico ci costa e ci danneggia tutti. Quelli che…  ”meglio le private”
Ma ecco che Andrea Ichino, fratello del giuslavorista Pietro con cattedra all’università di Bologna, metteva in dubbio i benefici sociali della laurea: “Uno dei nostri argomenti, però, è che chi ha provato a misurare empiricamente la presenza di questi benefici sociali [della laurea], aggiuntivi rispetto a quelli privati, ha trovato poco o nulla”, scriveva proprio su “Roars” il 18 febbraio scorso.

La questione viene analizzata in dettaglio dall’Ocse che sfata l’ennesimo falso mito: i benefici sociali conseguenti da un laureato italiano maschio sono 3,7 volte maggiori dei costi pubblici  (media Ocse: 3,9), nel caso di una laureata femmina sono 2,4 volte maggiori  (media Ocse: 3,0). Quindi un euro speso in ricerca ne porta da 2,4 a 3,7.

I ritorni economici di un laureato italiano (ovvero i benefici meno i costi sostenuti), sia pubblici (169mila dollari) che individuali (155mila dollari) elaborati dall’Ocse per i laureati non solo sono di entità del tutto paragonabile ai valori degli altri paesi, ma  in Italia il ritorno per la collettività sarebbe superiore addirittura a quello individuale. In altre parole, incentivare e investire sull’accesso al sistema universitario conviene a tutti, anche a chi decide altrimenti.

 9. L’affondo finale: quelli che “La laurea non serve”. Parola di Oscar Giannino
Ma cosa ti laurei a fare? L’università non serve ormai a nulla. L’ultimo a sostenerlo, forse per ragioni strettamente personali, è stato Oscar Giannino, beccato in castagna a vantare titoli mai posseduti: “Cinquantamila universitari in meno vuol dire che i giovani non sono fessi, vedono l’università senza merito come inutile”. Anche qui l’Ocse ristabilisce due elementi di verità. Nel seguente grafico viene rappresentato il maggior guadagno percentuale che deriva dall’essere laureati rispetto a possedere un diploma di istruzione secondaria.

Per i laureati italiani tale maggior guadagno (+48%) non appare trascurabile, anche se negli altri paesi Ocse tende ad essere ancora maggiore (media Ocse: +57%). Non solo. Il beneficio della laurea (il cui valore legale è sempre a rischio di abolizione) emerge anche rispetto al dato occupazionale. Nell’ultimo grafico si osserva infatti la minore probabilità di disoccupazione tra chi ha in tasca un diploma di laurea e chi non lo ha. Il tasso di occupazione per i laureati italiani è pari al 79% (media Ocse:84%) contro il 75% dei maturati (media Ocse: 84%) ed il 58% per chi si è fermato alla media inferiore (media Ocse: 58%). Se da un lato, la situazione italiana è peggiore della media Ocse, il differenziale  di quattro punti percentuali tra laureati e maturati è identico. Tutto il resto è, semplicemente, falso.

FONTE: Il Fatto Quotidiano
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01 luglio, 2013

Diabete, allarme in Sicilia: 290 mila soggetti ammalati, 5% della popolazione è a rischio

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Allarme diabete in Sicilia. Ormai, stando alle ultime stime si può considerare un'epidemia silenziosa che avanza e che preoccupa non poco specialisti e soprattutto le istituzioni sanitarie dell'Isola che da anni si battono con campagne di prevenzione per tentare di frenare il trend sempre più in aumento. Non a caso, dall'ultima indagine risulta che la percentuale di diabetici in Sicilia supera la media nazionale. Oggi sono 290 mila i soggetti diabetici accertati in tutte e nove le province, ma almeno il 40 per cento di questi non sa ancora di essere portatore di questa patologia.

La Sicilia ha un numero di diabetici accertati che è tra i più alti del Paese, con una percentuale che supera il 5,8 per cento della popolazione, contro una media nazionale – stando ai dati Istat del 2012 - del 5,5 per cento. E l’Isola si colloca al terzo posto tra le regioni per numero di diabetici, rapportato al numero degli abitanti, con un indice di mortalità che è superiore a quello del resto del Paese. Con i circa 2.500 decessi l'anno per la mancata prevenzione delle complicanze, il diabete costituisce la quarta causa di mortalità in Sicilia. Mortalità che risulta essere superiore a quella del resto del Paese, in particolare tra le donne, con il 40% in più rispetto agli uomini.

Nel 2011, nella popolazione generale italiana, la media di diabetici era del 4,9, in Sicilia del 5,4. Un aumento, esponenziale, anno dopo anno, che indica epidemia. E si sa quanto il diabete non controllato possa arrecare ulteriori danni alla salute. Tra le complicanze, la retinopatia che può portare, nel tempo, alla cecità, patologie cardiache, renali, neurologiche e possibili amputazioni degli arti inferiori. In questo panorama seriamente preoccupante, nasce l’indagine sul diabete in Sicilia, realizzata da "Az Salute" con la collaborazione dell’assessorato regionale alla Salute, le nove Asp territoriali, i medici diabetologi. Dall’indagine emerge una situazione fortemente inquietante, ma anche un impegno regionale di grande spessore organizzativo, tanto che il Piano Sanitario Regionale ha incluso il diabete tra le priorità di intervento, alla luce del particolare impatto epidemiologico sul territorio.

Questa mattina all'assessorato regionale alla Salute questi dati sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa al quale ha partecipato l'assessore Lucia Borsellino. "Diabete e scompenso – ha detto l’assessore alla Salute - sono tra le patologie a maggiore impatto sulla popolazione siciliana e sulle quali si concentra, prevalentemente, la programmazione sanitaria regionale e locale. Recenti provvedimenti hanno dato, sul piano organizzativo, un forte impulso alla gestione integrata di queste patologie, come dimostrano i dati relativi alle attività scaturenti da una maggiore attenzione allo sviluppo della rete dei servizi sul territorio. Anche il recente provvedimento per il monitoraggio delle prescrizioni rientra tra le azioni di maggiore appropriatezza, a tutela dei pazienti e a supporto degli operatori, per l’attuazione delle quali l’assessorato, oggi, può fornire idonei strumenti ed evidenze per il governo clinico. Una buona cura, infatti, nasce favorendo un’alleanza tra il paziente, il suo medico di famiglia e lo specialista".

Analizzando i dati dell'indagine si evidenzia che poco più di 290 mila i siciliani che hanno ricevuto una diagnosi di diabete. Di questi, intorno al 10 per cento è affetto da diabete di tipo 1, il cosiddetto diabete giovanile o insulino-dipendente. E i casi attesi sono quasi 4 mila nella fascia di età 0-17 anni, in buona percentuale con diabete di tipo 1. Ben 190 mila diabetici sono in età 18-69 anni, il resto sono over 70. Ed è noto che la prevalenza del diabete aumenta con l’età, fino a raggiungere il 20,3 per cento nelle persone con età uguale o superiore ai 75 anni. E si stima che per ogni due-tre persone con diabete ce ne sia una che ancora non lo sa. Nell’Isola, ci sarebbe il 30-50 per cento di diabetici non diagnosticati, percentuale che porterebbe i siciliani portatori della malattia ad oltre 400 mila.

Sempre secondo i dati più aggiornati forniti dall’assessorato della Salute della Regione Siciliana, l’Asp di Palermo ha il più alto numero di assistiti: 42.437. Catania ne ha 36.646, Messina 23.879, Siracusa 23.843, Trapani 19.725, Agrigento 18.775, Ragusa 14.857, Caltanissetta 9.488, Enna 8.963. Nel corso del 2011, la spesa media pro capite è risultata essere intorno ai 2.500 euro. Il valore più elevato è stato registrato nell’Asp di Messina (2.674), mentre quello più basso è stato osservato nell’Asp di Agrigento (2.192). Se moltiplichiamo la media di 2.500 euro l’anno per il numero di assistiti, si arriva ad una cifra che sfiora i 500 milioni di euro l’anno, senza contare le complicanze e i ricoveri ospedalieri. Ecco l’importanza della prevenzione che dovrebbe essere intensificata. Negli ultimi anni, si assiste ad un significativo cambiamento del diabete di tipo 2 (intorno al 90% dei casi). Fino a pochi anni fa, era una patologia che colpiva in età adulta, oggi si sta diffondendo anche tra i giovani. Tra le cause, l’aumento dell’obesità tra i giovanissimi, fenomeno che, oggi, arriva a toccare anche il 30 per cento in età scolare.

Carla Giordano, ordinaria di Endocrinologia dell'Università di Palermo e componente del Consiglio nazionale della Società italiana di Endocrinologia: "Il diabete in Sicilia sta galoppando verso un’epidemia. E come se non bastasse si assiste alla presenza di diabete 'doppio' una forma emergente dove diabetici di tipo 1, insulino-dipendenti, hanno anche le caratteristiche del tipo 2, un fenomeno che prima non si osservava".

E poi c'è il dato dell'ospedalizzazione: sono intorno a 46 mila i siciliani portatoti di diabete che, ogni anno, fanno ricorso a ricoveri ospedalieri in regime ordinario per qualsiasi causa, con un picco di ospedalizzazione negli anziani tra i 60 e i 70 anni. Solo nel campo della diagnosi sono quasi 7.500, la maggior parte donne (54,8 per cento), una tendenza che vede in prima linea Catania, Messina, Palermo, Siracusa e Trapani, mentre per le province di Agrigento e Caltanissetta si evidenzia una maggioranza negli uomini. L’Asp con più ricoveri ospedalieri è Palermo, con 10.329, seguita da quella di Catania (9.746), Messina (6.746), Agrigento (4.631), Trapani (4.424), Siracusa (3.442), Caltanissetta (2.921), Ragusa (2.699), Enna (1.895).

FONTE: Ilsitodipalermo.it
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