20 gennaio, 2012
Lupus, scoperto un interruttore genetico che accelera il decorso della malattia
Un ‘interruttore genetico’ in grado di rendere ancora più “feroce” il Lupus, la malattia autoimmune che colpisce soprattutto il sesso femminile. A scoprirlo i ricercatori della facoltà di Medicina della Cattolica di Roma. Un risultato che – secondo quanto spiegato Gianfranco Ferraccioli, docente di Reumatologia e responsabile dell’Unità Operativa di Reumatologia e Medicina Interna CIC del Policlinico Gemelli – potrebbe condurre a nuove terapie più mirate ed efficaci contro questa complessa malattia, in particolare contro i casi più gravi e meno gestibili.
L’'interruttore' scoperto si chiama “enhancer HS1.2", agisce come il pedale di accelerazione dell’automobile e iperattiva una serie di geni che amplificano la risposta immunitaria patologica tipica della malattia. Il risultato finale è che le cellule immunitarie impazzite che producono gli anticorpi patologici, attaccano il corpo del paziente invece di difenderlo (autoanticorpi).
Lo studio che Ferraccioli ha realizzato insieme a Domenico Frezza della facoltà di Biologia dell’Università di Roma Tor Vergata e a Raffaella Scorza dell’Università Statale di Milano è stato recentemente pubblicato sulla rivista Annals of the Rheumatic Diseases.
Il Lupus eritematoso sistemico è una malattia autoimmune, cioè una patologia in cui il sistema immunitario del paziente va “in tilt” e comincia ad attaccare il corpo del paziente stesso, invece di difenderlo. È una malattia feroce come l’animale, il lupo, da cui prende il nome, per le caratteristiche chiazze rossastre (simili alle macchie sul pelo del lupo) che compaiono sul viso dei pazienti. Il Lupus colpisce in Italia circa 60.000 persone e la fascia di età più a rischio è quella tra i 15 e i 45 anni, con una netta preferenza per il sesso femminile. Si tratta di una malattia dai tanti volti perché colpisce diversi organi e tessuti e dà una molteplicità di sintomi che ne rendono anche difficile la diagnosi, tra cui dolori alle articolazioni, febbre, manifestazioni cutanee, perdita di capelli, raynaud, anemia, nefrite, cerebrite.
Le terapie oggi in uso contro il Lupus, ha spiegato Ferraccioli, si basano sull’uso oculato del cortisone, di farmaci antimalarici e immunosoppressori (azatioprina, micofenolato, ciclofosfamide) e negli ultimi anni anche di farmaci biologici (Rituximab, Belimumab). Ma ci sono parecchi casi in cui il Lupus si manifesta in modo più aggressivo e finora non era chiara l’origine di questa particolare gravità.
I ricercatori italiani hanno scoperto che il succo del problema risiede nell’interruttore di accelerazione enhancer HS1.2. In generale gli enhancer, potenziatori genetici, sono delle sequenze di dna deputate ad accelerare l'attivazione di geni limitrofi, da cui il nome. HS1.2 porta a un’attivazione potenziata del “fattore di trascrizione Nf-KB” (un fattore di trascrizione è una molecola che “legge” i geni per farli funzionare) che a sua volta aumenta enormemente l’aggressività dei processi infiammatori alla base della malattia.
In particolare, gli studiosi della Cattolica di Roma hanno scoperto che oltre il 30% del totale dei pazienti è portatore sul proprio Dna dell'enhancer HS1.2 e che questo causa una forma più grave di Lupus. Si è potuti giungere a questa scoperta dopo aver dimostrato negli ultimi due anni che l’enhancer HS1.2 favorisce l’insorgere di altre malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide e la sclerodermia, ma soltanto in quest’ultimo studio è stato possibile definire, grazie anche alla cooperazione di ricercatori statunitensi, il meccanismo attraverso il quale l’enhancer genera la maggiore predisposizione alla malattia autoimmune.
«La nostra speranza, prima neppure ipotizzabile – ha spiegato Ferraccioli - è che bloccando l'enhancer HS1.2, o il suo effetto su Nf-KB, con farmaci specifici si possa fermare la malattia senza dover ricorrere a farmaci immunosoppressori o ad altre terapie che presentano non pochi effetti collaterali. Intanto – ha concluso – la scoperta del ruolo di questo enhancer permetterà di classificare in modo più accurato i pazienti e quindi formulare una prognosi più precisa indirizzandosi verso cure più personalizzate».
FONTE: Cattolica News
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