AFORISMA DEL GIORNO

28 settembre, 2011

Neutrino: la particella dissidente e trisaporita che sfida Einstein e viaggia indietro nel tempo? Spiegazione chiara di un dato (forse) epocale...

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Dopo la sua morte, Albert Einstein non ha certo avuto una vita facile. Nonostante le migliaia di verifiche sperimentali che hanno confermato con assoluta precisione la sua teoria della relatività, che all’epoca in cui fu per la prima volta esposta – nel 1905 – era appunto solo una teoria priva di riscontri empirici, c’è sempre chi spera di demolire quello che oggi è il più solido tempio della fisica moderna. Non fosse altro perché Einstein è Einstein, un’icona, un “mostro sacro”, e coglierlo in fallo vorrebbe dire riscrivere in buona parte la fisica odierna e aggiudicarsi un sicuro premio Nobel. Perciò, di dichiarazioni sensazionalistiche al riguardo ne sono state fatte tante, nessuna delle quali davvero capace di incrinare la solidità della fisica relativistica. Eppure, il risultato raggiunto dall’esperimento CNGS (Cern Neutrinos to Gran Sasso) è tale da far tremare i polsi, perché ad annunciarlo non è certo un misconosciuto scienziato fai-da-te, ma la più importante comunità scientifica oggi attiva, che fa a capo al miracoloso acceleratore di particelle LHC del Cern di Ginevra. Proprio quello che, secondo teorie catastrofiste in voga qualche anno fa su Internet, avrebbe potuto produrre un buco nero capace di inghiottire tutta la Terra. Invece, il potentissimo acceleratore sta producendo scoperte sorprendenti e gli scienziati di tutto il mondo guardano a Ginevra allo stesso modo in cui le borse mondiali attendono trepidanti i responsi di Wall Street. Di per sé, la storia sembra molto più banale rispetto alle dichiarazioni sensazionalistiche dei media. Un fascio di neutrini, sparato dal Cern di Ginevra in direzione dei laboratori del Gran Sasso penetrando immense barriere di roccia (non certo viaggiando all’interno di un tunnel…) è arrivato a destinazione con 60 nanosecondi d’anticipo sui tempi previsti. Per capirci, un nanosecondo è un miliardesimo di secondo, e la differenza registrata rispetto alla velocità prevista, quella della luce – circa 300.000 km/s –, è di appena lo 0,0025%. Ma le implicazioni sono enormi. Gli scienziati si aspettavano che i neutrini viaggiassero a una velocità di poco inferiore a quella della luce: mai avrebbero immaginato che invece la superassero! Per capire le conseguenze possibili di questa scoperta bisogna comprendere alcuni elementi di base della fisica contemporanea. Che conseguenze ha la scoperta del Cern?

Innanzitutto, perché esiste il limite della velocità-luce? Nella sua teoria della relatività ristretta, Einstein aveva fatto notare che tutto è relativo, compresi lo spazio e il tempo. Viceversa, la velocità di luce è una costante universale (indicata con c): dovunque e in qualsiasi momento ci troveremo a misurarla, scopriremo che è sempre pari a circa 300.000 km/s nel vuoto. Ma perché proprio la luce? Perché la luce è impacchettata all’interno di una particella, il fotone, che non ha massa. Una conseguenza dalla nota equazione E=MC2 è che un qualsiasi corpo accelerato alla velocità della luce (c) dovrebbe aumentare la sua massa (m) all’infinito e richiedere un’energia necessaria per accelerarlo (e) infinita, entrambi cose impossibili. Il problema non si pone con il fotone, che non ha massa e quindi ha una velocità che è la massima raggiungibile nel cosmo: qualsiasi altra particella dotata di massa, dunque, deve necessariamente muoversi a una velocità inferiore. Per molto tempo si è ipotizzato che il neutrino non avesse massa, e pertanto viaggiasse alla velocità della luce. Esperimenti successivi hanno messo in dubbio questo assunto. Dunque, il fatto che un neutrino possa superare, per quanto di pochissimo, la velocità della luce, vuol dire che la costante fondamentale c non è più tale: o che, perlomeno, il record di velocità nell’universo non appartiene più al fotone ma al neutrino.

Ma cos’è un neutrino? Quella del neutrino è una storia molto italiana. A suggerirne per la prima volta l’esistenza fu Enrico Fermi, che battezzò così una particella allora soltanto teorizzata ma non osservata sperimentalmente. Doveva esistere, secondo gli scienziati, perché altrimenti la meccanica del decadimento radioattivo aveva qualcosa di sbagliato: quando un nucleo atomico radioattivo decade, produce infatti un’energia che all’epoca non si capiva bene da cosa fosse veicolata. Doveva trattarsi di una particella priva di massa dotata solo di una certa quantità di energia. Trovarla non fu facile: essendo priva di massa, non interagiva facilmente con il resto della materia. In effetti i neutrini viaggiano nell’universo superando qualsiasi barriera: passano all’interno del nostro corpo senza lasciare traccia, penetrano la Terra senza fermarsi nella loro folle corsa verso l’infinito. È stato calcolato che un neutrino dovrebbe sfrecciare all’interno di un blocco di piombo spesso 100 anni luce prima di avere solo il 50% di probabilità di fermarsi, interagendo con una particella dotata di massa e venendo da essa assorbito. Non c’è da stupirsi che la caccia al neutrino abbia costretto gli scienziati a fare salti mortali. I laboratori del Gran Sasso si trovano in profondità sotto la roccia perché in questo modo tutte le altre particelle dell’universo vengono fermate dal suolo terrestre tranne i neutrini, che penetrano il terreno e giungono fino ai rilevatori costruiti dai fisici. Un altro italiano, Bruno Pontecorvo, suggerì un metodo per individuare l’esistenza dei neutrini. Nelle profondità del sottosuolo del South Dakota, nel 1968, fu posto un enorme serbatoio riempito con 400.000 litri di tetracloroetilene. Si tratta di un composto organico costituito principalmente dall’isotopo Cloro-37, così detto perché costituto da 17 protoni e 20 neutroni (la loro somma costituite il “peso atomico” di un atomo). Se un neutrino si scontra con uno dei neutroni di Cloro-37, il fortunato neutrone decade emettendo un elettrone e trasformandosi in un protone. Quello che ne deriva è un nuovo atomo, costituito ora da 18 protoni e 19 neutroni: l’Argo-37. Raccogliendo nel serbatoio i neutrini prodotti dal Sole, fu possibile osservare che una minuscola ma sperimentalmente significativa quantità di Cloro-37 si era trasformata in Argo grazie all’interazione con i neutrini. Da allora, sappiamo che esistono.

Ma la storia non finì lì. Infatti si scoprì, con grande stupore degli scienziati, che il neutrino, dopo tutto, ha una massa. Nel 1980 un primo esperimento compiuto a Mosca portò ad annunciare che il neutrino possiede una massa di 45 eV (elettronvolt). Questo risultato è stato successivamente messo in discussione: verifiche sperimentali ne hanno significativamente abbassato il valore, che oggi risulta compreso tra 1 e 2 eV. Una massa così insignificante, fino a un milione di volte inferiore a quella dell’elettrone, che è la particella atomica più leggera, è talmente elusiva che ancora non si può dire con certezza che il neutrino abbia davvero una massa. E qui arriviamo alle sorprendenti conseguenze derivanti dalla scoperta del Cern-Gran Sasso. Delle due l’una: o il neutrino non ha massa, e allora può effettivamente viaggiare a una velocità di circa 300.000 km/s, o la possiede, e quindi non può viaggiare a quella velocità ma deve andare un po’ più piano. Come è possibile allora che vada addirittura un po’ più veloce? Può anche essere che verifiche successive, che verranno effettuate dagli Stati Uniti, mettano in discussione questa scoperta. Ma non è detto. È molto probabile che invece venga effettivamente confermato che il neutrino supera dello 0,0025% la velocità della luce. Secondo alcuni, c’è poco di cui preoccuparsi: magari i neutrini vanno più veloci, e allora semplicemente la costante c sarà data non più dalla velocità dei fotoni ma da quella dei neutrini nel vuoto, e l’equazione E=MC2 resterà tale, considerando solo che c è appunto ora dato dalla velocità del neutrino. Anche in questo caso le conseguenze sarebbero significative, ma non tanto quanto quelle che emergerebbero se effettivamente si ammettesse che il neutrino possiede una massa. Infatti, riprendendo l’equazione di Einstein, si è detto che nessun corpo dotato di massa, per quanto piccola, possa viaggiare alla velocità della luce; figuriamoci superarla! Ma se il neutrino ha massa, come invece sembra accertato, nel momento in cui interagisse con un’altra particella, venendone arrestata, dovrebbe trasformare la sua massa in energia, e produrre quindi un’energia infinita. Nulla di tutto questo è stato osservato, anche perché se ciò avvenisse l’universo sarebbe distrutto dalla liberazione di un’energia siffatta.

Allora la prospettiva è quasi fantascientifica: la velocità del neutrino non sarebbe la velocità-limite, ma esisterebbe una velocità ancora superiore, al di sotto della quale il neutrino può quindi tranquillamente viaggiare senza incorrere nel problema della massa-energia infinita. Se questo limite fosse significativamente superiore, e non di pochi nanosecondi, anche corpi di massa superiore a quella del neutrino potrebbero in teoria viaggiare a velocità vicine, uguali o superiori a quella della luce. Secondo alcuni fisici, particelle battezzate tachioni sfreccerebbero in effetti a velocità superluminali. Le bizzarre leggi della meccanica quantistica, per la verità, prevedono già che l’informazione superi la barriera di c. E’ il fenomeno dell’entanglement, che secondo Einstein costituiva un paradosso proprio perché imponeva il superamento della velocità della luce, un effetto considerato impossibile (si chiama “paradosso EPR” dalle iniziali di Einstein, Podolsky e Rosen che per primi lo teorizzarono). Senza entrare nei complessi dettagli, le verifiche sperimentali hanno accertato che due particelle prodotte dalla stessa particella-madre restano ‘legate’ anche a distanze superluminali, potendo istantaneamente produrre effetti l’una sull’altra quale che sia la loro distanza nell’universo. Un’eventuale conferma della scoperta del Cern-Gran Sasso potrebbe dare maggiore credibilità al fenomeno dell’entangelment, smentendo davvero Einstein, che riteneva tale fenomeno impossibile. Allora, in qualche modo, non esisterebbe nessun limite alla velocità dell’informazione nell’universo. La c non sarebbe più una costante.

C’è un problema che però frena gli scienziati. Le più grandi fonti naturali di neutrini sono le stelle, e soprattutto le supernove, poiché quando una grossa stella esplode libera una quantità enorme di neutrini. Nel 1987 i resti di una supernova lontana 168.000 anni-luce giunsero sulla Terra sotto forma di fotoni e neutrini. Se i neutrini avessero viaggiato a una velocità superiore a quella dei fotoni sarebbero dovuti arrivare circa quattro anni prima del segnale luminoso, ma invece la loro presenza fu individuata solo con poche ore di anticipo rispetto ai fotoni a causa del fatto che, secondo le previsioni, i neutrini vengono espulsi dalle supernove poco prima dell’esplosione finale (che emette i fotoni). Quindi, quei neutrini non andavano più veloce della luce. È vero però che si trattava di neutrini diversi da quelli dell’esperimento CNGS: erano neutrini elettronici, diversamente da quelli sparati dal Cern che sono muonici. Sì, perché i neutrini hanno tre “sapori” diversi (elettronico, muonico e tau) che possiedono masse diverse. Forse allora esiste un quarto sapore, il neutrino tachionico, che viaggia più veloce della luce? Forse, si sono spinti a ipotizzare altri, la velocità della luce è diversa nelle varie zone dell’universo? O magari i neutrini del Cern hanno preso una scorciatoia, penetrando per qualche istante all’interno di una dimensione nascosta, come prevede la teoria delle stringhe, secondo la quale esistono 10 dimensioni, di cui solo 4 (tre spaziali e una temporale) avvertibili con i nostri sensi?

Quale che sia la soluzione all’enigma, i fisici sanno che non sarà semplice. Se la scoperta sarà confermata, la teoria della relatività, pur restando valida, sarà superata da una teoria più completa, così come quella di Einstein superò perché più completa la teoria della gravità di Newton, che ancora oggi resta valida a scale “umane”. Pochi nanosecondi potrebbero stravolgere la nostra concezione del mondo; ormai, nemmeno la velocità della luce è più quella di una volta.

FONTE: Fanpage.it



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Dal CERN al Gran Sasso tra stupore e cautela si presentano i risultati delle misure sulla velocità del tempo di volo del neutrino nell’ambito dell’esperimento CNGS-OPERA. Dopo il comunicato stampa e il seminario di presentazione al CERN, lunedì 26 settembre è stata la volta del seminario ufficiale di presentazione dei nuovi e inattesi risultati presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso. I risultati, anticipati da un’inaspettata fuga di notizie giovedì 22, sono stati mostrati in un seminario da Pasquale Migliozzi, trasmesso in streaming anche nella giornata inaugurale del XCVII congresso nazionale della Società Italiana di Fisica, che si svolge questa settimana a L’Aquila. L’esperimento, frutto di una collaborazione di 160 fisici, 30 istituti di ricerca, 4 centri di metrologia internazionali e 11 nazioni coinvolte, mostra per la prima volta un dato sperimentale in cui una particella, il neutrino, supera (seppur di poco) la velocità della luce. Queste particelle continuano a far parlare di sé come figlie anarchiche, ma particolarmente amate nella famiglia della fisica delle particelle elementari. Dapprima previste, ma non osservate. In seguito osservate, ma con pochissimi eventi. Massive, ma con masse sfuggenti. Ora si permettono anche di andare più veloce della luce (e quindi, potenzialmente, tornare indietro nel tempo. n.d.R)

“Il risultato ha potenzialmente un grandissimo impatto nel mondo della ricerca e pertanto richiede la massima cautela e prudenza”, ha sottolineato Antonio Ereditato, coordinatore dell’esperimento, all’inizio del seminario di Migliozzi, “e pertanto non è possibile parlare di scoperta, almeno fin quando non verranno effettuate misure indipendenti per confermare la sorprendente osservazione”. Stupore e cautela sono le parole più ricorrenti tra gli scienziati coinvolti nella ricerca, come confermano Alessandra Pastore dell’Università di Bari e Fabio Pupilli dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso – INFN che partecipano all’esperimento OPERA.

“Inizialmente siamo rimasti stupiti dall’inattesa osservazione sperimentale e questo ci ha spinto a essere cauti nella divulgazione dei risultati. Sono stati necessari 3 anni di presa dati e analisi accurate per scartare tutte le fonti di possibili errori sperimentali. Solo quando il dato è stato considerato abbastanza robusto si è ritenuto di poter passare al vaglio della comunità scientifica presentando la ricerca in un articolo“, raccontano i due ricercatori. In effetti i dati mostrati si riferiscono a misure relative a più di 15.000 eventi e le misure di sincronizzazione tra il momento della produzione del fascio di neutrini al CERN e quello della rilevazione nel rivelatore di OPERA mostrano un errore (10 nanosecondi) ben al di sotto del tempo di anticipo osservato (i neutrini arrivano con 60 nanosecondi prima di quanto aspettato). Ma nonostante questo, gli stessi autori della pubblicazione sono consci della necessità di andare più a fondo e trovare delle verifiche o delle smentite al di fuori della cerchia dei ricercatori direttamente coinvolti nel progetto.

“L’intento della pubblicazione e divulgazione dei risultati è principalmente di raggiungere un audience più vasto rispetto ai partecipanti all’esperimento per ricevere feedback dal mondo scientifico, senza scatenare clamore mediatico attorno a nuove presunte teorie prima della conferma, anche attraverso misure indipendenti, del risultato”. “La divulgazione dei dati avrebbe dovuto seguire un iter ben preciso con una successione di comunicati stampa e seminari ufficiali al CERN e al LNGS già in calendario da alcuni giorni”. La fuga di notizie che ha preceduto l’ufficializzazione della notizia il 23 settembre ha creato non poco scompiglio non solo nel mondo scientifico, ma anche nel mondo della comunicazione, soprattutto in Italia.

“L’approccio dei media stranieri è stato molto cauto con una maggiore attenzione ai contenuti del lavoro, mentre la stampa italiana è sembrata molto più attenta a titoli sensazionalistici che non rispecchiano le intenzioni degli autori del lavoro”. L’articolo, come sottolineato da tutte le persone coinvolte sia al CERN che al Gran Sasso, si chiude volutamente senza un’interpretazione teorica del dato e con una richiesta alla comunità scientifica di maggiori e indipendenti verifiche vista la portata dei nuovi risultati.

L’anomalia riscontrata nella velocità del neutrino maggiore di 20 parti per milione rispetto alla velocità della luce, considerato il limite massimo di velocità, dovrà pertanto essere discussa e verificata dalla comunità scientifica. Non ci resta che aspettare prima di poter aprire un nuovo capitolo nella storia della fisica.

AUTORE: Pietro Parisse
FONTE: Oggiscienza Blog
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La guerra italiana alla Diabesity: le ultime cifre

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L’Italia, un tempo terra di navigatori, oggi Paese "dei sedentari", si avvia a diventare la nazione degli obesi (sono 6 milioni gli adulti e il 35% i bimbi e ragazzi in sovrappeso o obesi) e dei diabetici (3 milioni in tutto, escluso il milione di italiani ignaro della propria glicemia troppo alta). Non proprio un bel primato quello del Belpaese, che vede diminuire di 15 anni l’aspettativa di vita dei diabetici, registrando un tasso di crescita (sempre rispetto al diabete) del 9% in 5 anni. Se ne e’ discusso oggi al ministero della Salute, alla presentazione del decimo ‘Quaderno del ministero’ dedicato proprio alla prevenzione e all’assistenza per le persone con obesita’ e diabete. Emergenza sociale e sanitaria, quindi: la cosiddetta ‘epidemia di diabesity’ -le due condizioni sono strettamente legate, oltre l’80% dei diabetici e’ obeso- porta con se’ importanti ripercussioni di carattere sociale ed economico. Tanto che nel corso del 2010 ha determinato il 10-15% dei costi complessivi dell’assistenza sanitaria nazionale, facendo registrare oltre 70mila ricoveri per complicanze.
“Questo ‘Quaderno’”, ha sottolineato il ministro della Salute Ferruccio Fazio, intervenuto al ministero di via Ribotta per la presentazione del lavoro, “testimonia la piena consapevolezza del ministero dell’estrema rilevanza della tematica e soprattutto l’intenzione di fornire elementi necessari a definire i criteri di appropriatezza, clinica, strutturale, tecnologica e operativa per la prevenzione di obesita’ e diabete. Un concetto base, quello dell’appropriatezza” a 360 gradi, “della politica sanitaria del nostro Paese - ha continuato Fazio - che deve consentirci di riportare a un sistema virtuoso le regioni rimaste indietro”.
In Italia, le persone con diabete rappresentano ufficialmente il 4,9% della popolazione (ISTAT 2010). Nel nostro Paese, ogni anno, si e’ appreso nel corso dell’incontro, 75mila persone con diabete subiscono un infarto, 18mila un ictus, 20mila vanno incontro a insufficienza renale cronica, mentre 5mila patiscono l’amputazione degli arti inferiori e 18mila muoiono. Inoltre, due terzi dei soggetti con diabete di tipo 2 sono obesi (BMI superiore a 27) e solo meno del 20% risulta normopeso. Invece, nel diabete di tipo 1, l’obesita’ riguarda circa un quarto dei pazienti. Dati contenuti negli Annali AMD 2010, il rapporto nazionale sulla qualita’ dell’assistenza offerta nei centri di diabetologia redatto annualmente dall’Associazione Medici Diabetologi (AMD).

FONTE: Agi.it
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Il governo blocca la liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia "C" e continua la sua lotta alle parafarmacie...

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C’è un salvagente nascosto nella manovra finanziaria alla voce "liberalizzazioni, privatizzazioni e altre misure per favorire lo sviluppo" che mette al sicuro i farmacisti italiani e li mantiene al riparo dal mercato e dalla concorrenza. Nell’ultima versione del testo, prima del voto in Senato, è stata inserita una postilla attraverso la quale si riconosce la libertà dell’attività economica privata ad eccezione dei casi in cui intervengono «disposizioni indispensabili per la protezione della salute umana». Poche parole che vogliono dire molto perché grazie ad esse le farmacie in Italia mantengono il loro status di casta chiusa alla domanda di liberalizzazione che arriva dall’esterno. E un’altra vittoria dello status quo è stata messa a segno il 5 settembre scorso quando la commissione Bilancio del Senato ha respinto tre emendamenti che chiedevano la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, quelli venduti con la presentazione di una ricetta medica ma non a carico del Sistema sanitario nazionale. «Ancora una volta – ha denunciato l’Associazione nazionale parafarmacie italiane – abbiamo verificato che il governo nei confronti delle caste non può fare riforme liberali». La lobby, del resto, agisce dall’interno se è vero che il presidente della commissione Sanità del Senato, il senatore Pdl Luigi D’Ambrosio Lettieri, è anche presidente dell’ordine dei farmacisti di Bari dal 1996 e vicepresidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani. Da parte sua la categoria si difende: «Anche noi siamo per un processo di ammodernamento – spiega Andrea Mandelli, presidente della Federazione nazionale dei farmacisti – nel quale però si riconosca il farmaco come un bene esistenziale e non di mercato». «Il rischio – continua – è quello di una commercializzazione del settore che guardi solo all’interesse economico perdendo di vista il servizio pubblico fornito alla collettività».

In realtà la legge parla chiaro: lo Stato, in particolare le Regioni, possono rilasciare licenze per aprire una farmacia ogni 5mila abitanti se il comune ha una popolazione inferiore alle 12mila anime, e ogni 4mila se l’anagrafe del comune supera quella cifra. Questo significa che in regioni come Lazio e Puglia i concorsi non si svolgono da 15 anni, ancora di più nel caso della Campania. Ristretto è quindi anche il numero degli attori in gioco: il business delle farmacie italiane è in mano a 17mila titolari, mentre sono 34mila i collaboratori che hanno preso la laurea e superato l’esame di stato, ma sono costretti a svolgere le funzioni di semplici commessi. «Siamo l’unica categoria – attacca Vincenzo Devito, presidente del Movimento Nazionale Liberi Farmacisti – in cui la maggioranza degli iscritti all’ordine non può esercitare la professione. L’esame di stato viene superato in media dal 95% dei candidati. Questi ragazzi si iscrivono all’albo e poi diventano manovalanza a basso costo». In realtà le barriere alzate contro la liberalizzazione non penalizzano solo i giovani che bussano alle porte del mercato, ma il mercato stesso e minano i principi della libera concorrenza. Secondo il Codacons, la riforma Bersani del 2006 con la liberalizzazione dei farmaci da banco ha prodotto in cinque anni 1,6 miliardi di euro di risparmi per i cittadini grazie agli effetti benefici introdotti dalla concorrenza. Non solo: dal 2006 ad oggi sono nate circa 3.600 nuove aziende specializzate nella vendita di questi farmaci e sono stati creati oltre 7mila posti di lavoro. Ma non è tutto perché l’impatto delle liberalizzazioni di cinque anni fa è scritto nei numeri. A maggio 2011 il numero delle parafarmacie aperte era di 3.616 unità, di cui solo il 15% legato alla grande distribuzione e la stragrande maggioranza (85%) di proprietà di giovani farmacisti. Inoltre nel 2010 lo sconto praticato da farmacie e parafarmacie sui farmaci d’automedicazione è stato pari a 100 milioni di euro. E un impatto ancora più consistente sul mercato l’avrebbe avuto oggi la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, bloccata dalla maggioranza di governo. L’apertura del settore avrebbe assicurato un risparmio annuale minimo sul prezzo di acquisto nell’ordine di 480 milioni di euro con la creazione di 9mila nuovi posti di lavoro e investimenti privati per 700 milioni di euro.

Sarebbe stato un passo importante anche per riavvicinare l’Italia all’Europa dove la liberalizzazione delle farmacie non è più un tabù. È così in Polonia, Belgio e Grecia dove tutti i vincoli professionali sono stati abbattuti; poco più stringente è la normativa inglese che richiede l’autorizzazione del servizio sanitario e del sindacato dei titolari di farmacie, mentre in Francia nel 2008 il governo è intervenuto sui numeri, concedendo l’autorizzazione ad aprire una farmacia ogni 2.500 abitanti. Anche su questo fronte il nostro Paese si mostra indietro rispetto all’Unione europea dove in media esiste una farmacia ogni 3.300 cittadini, ben al di sotto della soglia italiana dei 4/5mila. Per gli aspiranti farmacisti si tratta di un muro invalicabile, eretto da frange corporative ancora forti che trovano una sponda amica in Parlamento. Per abbatterlo e favorire la libera concorrenza, sarebbe sufficiente approvare una riforma che riconosca la farmacia come un bene patrimoniale privato, liberamente trasferire a chiunque, aperta senza vincoli e limitazioni territoriali, con il solo obbligo della direzione responsabile di un farmacista, non necessariamente titolare o proprietario. Per scrivere una riforma del genere non servirebbe guardare al futuro, ma basterebbe rileggere la legge 5849 del 22 dicembre 1888 che porta il nome del suo promotore, l’allora presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Francesco Crispi

AUTORE: Daniele Auteri

FONTE: Repubblica.it Affari e Finanza
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Addio a Wilson Greatbatch, l'inventore del pacemaker impiantabile

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E' morto a Buffalo, l'americano Wilson Greatbatch: ingegnere, aveva 92 anni ed era passato alla storia come il papà del pacemaker impiantabile, la micromacchina stimola-cuore che ha salvato la vita a una lunghissima lista di pazienti cardiopatici. Un invenzione nata per "sbaglio "però. Nato sempre a Buffalo, il 6 settembre 1919 Greatbatch iniziò a interessarsi all'elettronica in gioventù, mentre lavorava in una radio amatoriale. La passione per le "onde corte" continuò anche negli anni dell'università e durante la Seconda Guerra, dove fece il radio-operatore in Marina. Dopo essersi laureato in ingegneria, iniziò a studiare le correlazioni tra cuore e sistema elettrico e a lavorare a dei nuovi transistor che rivelassero accelerazioni del ritmo cardiaco. Ed ecco come nacque il pacemaker: un giorno installò un resistore con una resistenza sbagliata. Greatbatch si accorse però che le pulsazioni da quella create erano identiche al normale battito del cuore. E si rese conto che questo nuovo circuito si sarebbe potuto utilizzare per controllare il battito dell'uomo. Da qui l'idea del pacemaker: Greatbatch ci lavorò nel laboratorio di casa sua: «Dovevo risolvere il problema di come ridurre un'apparecchiatura elettronica che aveva le dimensioni di un armadio, in un dispositivo grande come la mano di un bambino». Dopo alcune sperimentazioni sugli animali, e le prime diffidenze del mondo della medicina, nel 1960 il pacemaker venne finalmente impiantato in un uomo, il 77enne Henry Hennafeld che sopravvisse i successivi 18 mesi senza alcun problema. Cinque dei 15 pazienti che avevano ricevuto i pacemaker erano vivi 19 anni dopo. Wilson depositò il brevetto il 22 luglio del 1960. Oggi circa un milione di persone in tutto il mondo hanno un pacemaker nel cuore.
 

Greatbatch fu un inventore instancabile: più di 150 brevetti portano la sua firma. Una passione lunga una vita. Tanto che nel 1998 fu ammesso nella Hall of fame degli inventori ad Akron (Ohio). Il papà del pacemaker aveva fondato anche una sua società, la Greatbatch Ltd - un tempo Wilson Greatbatch Ltd - che produce batterie per i pacemaker impiantabili. Il dispositivo che oggi fa battere i cuori di milioni di pazienti gli è valso diversi premi, non ultimo il Lemelson-MIT Prize nel 1996, ricevuto all'età di 76 anni. Guardava con interesse al lavoro della nuova generazione di inventori ai quali lanciò anche una sfida, proponendo loro di lavorare alla fusione nucleare usando un tipo di elio che si trova sulla luna. Prima di morire ha avuto anche modo di lanciare una previsione sul futuro delle risorse enrgetiche del pianeta: secondo Greatbatch, i combustibili fossili si esauriranno entro il 2050.


FONTE: Corriere.it Salute
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05 settembre, 2011

Test di Ingresso 2011: al via i quiz per l'ammissione alle facoltà con il numero chiuso. Ed è record di pretendenti al camice bianco...

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Novantamila candidati per poco più di 10 mila posti: parte la lotteria dei test di ammissione all'università. Ed è record di pretendenti al camice bianco. Domani mattina, in tutti gli atenei italiani si svolgeranno le prove di ammissione alla facoltà di Medicina e chirurgia che, quest'anno, varranno anche per l'ammissione alla facoltà di Odontoiatria. Secondo i dati forniti dal Cun (il Consiglio universitario nazionale), quest'anno gli aspiranti medici e odontoiatri sono poco meno di 90 mila. Nel 2009/2010, le prove di ammissione alle due facoltà di sono svolte in giorni diversi e furono 92 mila le domande presentate, ma poi si sedettero a svolgere le prove in 78 mila: parecchi avevano presentato domanda per tutte due le facoltà.

Gli studenti che intendono intraprendere la professione di medico o di odontoiatra saranno chiamati a svolgere un questionario di 80 domande a risposta multipla, con qualche novità rispetto all'anno scorso. "Questo anno  -  dichiara Andrea lenzi, presidente del Cun  -  i quiz di ammissione cambiano: gli 80 quesiti a risposta multipla contengono meno domande di tipo nozionistico e più quiz di logica, di risoluzione dei problemi e di comprensione di test. I quesiti di tipo scientifico fanno inoltre riferimento in modo più guidato a programmi dedotti da quelli delle scuole secondarie".

I posti a disposizione sono 9.501 per iscriversi a Medicina e 860 per i futuri dentisti. Un numero che il Cun considera insufficiente. "Abbiamo

bisogno in media, di 9 mila nuovi medici ogni anno. Da dieci anni  -  spiega Lenzi  -  gli immatricolati ai corsi di laurea in medicina sono, in media, 7 mila e 500 e arrivano alla laurea in 6 mila e 500, ovvero circa l'85 per cento. Oggi il numero dei medici supera ancora la media dei paesi Ocse ma a breve la situazione potrebbe cambiare ed è necessario aumentare le immatricolazioni". Lo spauracchio che, in assenza di medici a disposizione, il mercato venga saturato dai camici bianchi stranieri è più che concreto.

"Con i circa 9 mila immatricolati di questa tornata  -  continua il presidente del Cun  -  possiamo prevedere, nel 2017, circa 8 mila laureati. L'università italiana ha il potenziale formativo in grado di accogliere 11 mila immatricolati che garantirebbero 10 mila nuovi medici all'anno che sarebbero necessari per essere a regime entro il 2018". Ma tra il diploma di maturità e l'accesso a Medicina c'è di mezzo il test, che alcuni considerano una lotteria. E dall'indagine condotta dal Cun sugli ammessi degli anni precedenti si scopre che sono favoriti coloro che hanno una buona preparazione in ambito umanistico. La preparazione nelle discipline scientifiche risulta invece carente.

Quaranta degli 80 quiz che si troveranno di fronte domani i 90 mila candidati saranno di cultura generale e ragionamento logico, 18 di biologia, 11 di chimica e 11 di fisica e matematica. "Le prove di selezione a quiz commenta Lenzi  -  hanno il vantaggio fondamentale della prova unica nazionale che premia il merito e si svolge in assoluta trasparenza. Ma non sono sufficienti, le prove vanno riformate. E' auspicabile inserire delle varianti nella selezione, migliorando il peso del curriculum degli studi precedente. Inoltre è ora di dedicarsi ad un aspetto fino ad oggi trascurato ma fondamentale per le scelte professionali dei giovani: rafforzare l'orientamento pre-universitario".

E gli studenti dell'Udu esortano i colleghi a "non perdere la testa" e ad "affrontare il test in sicurezza". Si tratta della campagna lanciata dall'Unione degli universitari per evitare i trucchi dei soliti furbetti. Attraverso un vademecum viene "spiegato l'iter che deve avvenire in aula durante l'esame, per evitare eventuali irregolarità lungo lo svolgimento". Sin dal primo giorno dei test, in più di 30 città italiane, da Brescia a Catania, ci sarà la distribuzione dei moduli e del vademecum da parte dei ragazzi dell'Udu che "esprime forte contrarietà al numero chiuso e all'utilizzo dei test d'ingresso".

"Non solo perché  -  spiegano gli studenti  -  questi ultimi non rispondono ai criteri di scelta meritocratica cosi tanto decantata dal ministro Gelmini (basta vedere determinate domande banali dei test) ma anche perché sono indice di un altro tentativo del governo di non investire sul mondo del sapere, riducendo il numero degli studenti invece di adeguare e migliorare le strutture universitarie". Martedì 6 settembre si proseguirà con i test di ammissione a Veterinaria e il giorno dopo con quelli per l'accesso ad Architettura. Per le cosiddette Professioni sanitarie (infermiere, ostetrica, ecc.) i test si svolgeranno l'8 settembre e il 9 sarà la volta di medicina in lingua inglese, che non richiede più la certificazione di conoscenza della lingua.

AUTORE: Salvo Intravaia
FONTE: Repubblica.it
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02 settembre, 2011

I politici della "qultura": con la "Legge Levi" niente più sconti oltre il 15% sui libri (e nessun sconto a natale)

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Da questa estate il governo (l'idea è di un deputato di sinistra ma il consenso per l'approvazione è stato bipartisan) ha attuato un provvedimento che vieta promozioni sui libri nel periodo natalizio e limita gli sconti al solo 15% del prezzo originale di copertina nei restanti periodi stagionali. Per chi "sgarra" facendo sconti più pesanti o in periodo natalizio, multe e chiusura d'esercizio. La scusa ufficiale è "Salvaguardare le piccole librerie dalla concorrenza dei colossi dell'e-commerce tipo Amazon che fanno sconti di prezzo molto più corposi". Ammesso pure che la gente non reagisca all'aumento dei prezzi comprando presso i siti di e-commerce esteri o semplicemente contraendo gli acquisti, secondo voi chi pagherà invece, e in modo salato, il divieto di far sconti sui libri originali? Gli studenti universitari, ovviamente, che vedranno un'ulteriore lievitare dei prezzi su testi costosissimi e spesso sempre più "infotocopiabili".

Di seguito uno degli articoli che descrivono il provvedimento, passato praticamente sottosilenzio nei media nazionali:

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I detrattori lo hanno ribattezzato «provvedimento anti-Amazon» e sono convinti che finirà per uccidere la lettura. Secondo i sostenitori, invece, garantirà la ricchezza e il pluralismo dell’offerta culturale. Entra in vigore il primo settembre, dopo un acceso dibattito e oltre due anni di gestazione, la nuova legge sul prezzo dei libri, meglio nota come «legge Levi», dal nome del primo firmatario Ricardo Franco Levi, deputato del Partito Democratico. Il testo, approvato in via definitiva lo scorso 20 luglio con un consenso bipartisan, stabilisce un tetto massimo del 15 per cento allo sconto che tutti i venditori (dai piccoli librai, alla grande distribuzione, agli store online) possono applicare sul prezzo di copertina. Limiti di sconto vengono imposti anche agli editori: mai oltre il 25 per cento e solo nell’ambito di promozioni che non devono superare la durata di un mese né possono tenersi a dicembre.

La legge raccoglie i consensi soprattutto delle librerie indipendenti e dei piccoli editori. I protagonisti del settore, cioè, che più hanno sofferto la concorrenza dell’e-commerce e di ineguagliabili campagne di sconti come quelle di Amazon o dei grandi gruppi editoriali. «Finalmente una normativa che corregge l’anomalia dell'Italia, Paese in cui i grandi editori sono anche venditori, con inevitabili squilibri sui prezzi» commenta Paolo Pisanti, presidente dell’Associazione librai italiani (Ali). «Una legge equilibrata che garantirà un'offerta plurale» commenta Marco Polillo, presidente dell'Associazione italiana editori (Aie). Sulla stessa linea Marco Cassini, cofondatore di Minimum Fax e uno degli animatori di Mulini a Vento, il gruppo di editori che si è a lungo battuto per la regolamentazione del prezzo dei libri. «La legge è un importante passo in avanti» sostiene Cassini. Pur ammettendo che «non è la migliore in assoluto e che alcuni aspetti, come ad esempio le sanzioni per chi non rispetta le regole, andrebbero comunque precisati».

Il tetto agli sconti non piace invece per nulla a chi i libri li acquista e che, in tempi di tagli e manovre, potrà risparmiare di meno. Nelle scorse settimane si è accesa la protesta sui blog e ha avuto un sorprendente successo (oltre 2.500 firme in tre giorni) la petizione online promossa dall’Istituto Bruno Leoni perché il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non firmasse la legge. Chi sostiene il provvedimento, in realtà, ritiene che l'impossibilità di fare grossi sconti avrà come conseguenza, sul medio e lungo termine, l'abbassamento del prezzo di copertina e che, quindi, i lettori non spenderanno di più. «Nessuno può garantirlo - ribatte però Serena Sileoni, ricercatrice del Bruno Leoni -. E comunque l'effetto immediato sarà che i lettori non compreranno o compreranno di meno». Critiche poi anche sull'«inefficacia» e la «pericolosità ideologica» della legge: «Basta registrare un sito di vendita all'estero per aggirarla - spiega la Sileoni -. Senza contare quanto anacronistico sia tentare di arginare l'e-commerce e lo sviluppo tecnologico».

Grande preoccupazione, infine, tra i bibliotecari. La legge Levi prevede che lo sconto che gli editori possono fare alle biblioteche che si riforniscono di libri è al massimo del 20 per cento. «Ma finora riuscivamo a ottenere riduzioni fino al 25-30 - denuncia Stefano Parise, presidente dell'Associazione italiana biblioteche (Aib) -. Solo nel polo che dirigo, Fondazione Per Leggere – Biblioteche Sud Ovest Milano, ho stimato che potremmo acquistare, e quindi offrire ai nostri utenti, 3.500 libri in meno all'anno». «L'Aib non è contraria a una regolamentazione del prezzo del libro - precisa ancora - ma, se come è scritto nel testo, si farà un bilancio della legge tra dodici mesi, chiediamo che per le biblioteche, già penalizzate dai pesanti tagli ai finanziamenti statali, non si applichino tetti di sconto».

Vantaggi, invece, potrebbero scaturire per il settore dei libri digitali. Sebbene rappresentino ancora una fetta esigua del mercato (o,3-0,4 per cento) e siano penalizzati dall'Iva al 20% (contro il 4% dei volumi cartacei), gli ebook non sono infatti soggetti alla legge Levi. E possono quindi essere ancora venduti con i discussi, ma vantaggiosi, saldi e promozioni da record.

AUTRICE:  Alessia Rastelli
FONTE: Corriere.it

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