AFORISMA DEL GIORNO

23 aprile, 2011

Sempre più numerosi i medici stranieri impiegati in Italia: +30% negli ultimi 10 anni

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È sempre più "global" la classe medica in Italia: negli ultimi dieci anni il numero di "camici bianchi" stranieri, fra medici e dentisti, è cresciuto del 30%, dai 10.900 del 2001 fino a sfiorare quota 15mila (14.737).

Sono i dati presentati sul sito del AMSI, "Associazione dei medici di origine straniera in Italia", presieduta dal palestinese Foad Aodi. Una progressiva globalizzazione della categoria sanitaria dunque che annovera arrivi da Paesi membri Ue, come Germania (oltre mille) e Grecia (864). E poi dalla Svizzera (868), dall’Iran (756), fino a singoli casi di medici della Jamaica, Taiwan, Gibuti, Nuova Zelanda, e altri.

Tutti nati all’estero, ma iscritti all’Ordine dei medici e degli odontoiatri italiani. «Nel giro di sette anni - stima il presidente Amsi Foad Aodi - il numero dei medici stranieri è destinato ad aumentare di un altro 40%. Un bene, vista la prevista carenza di camici bianchi nel nostro Paese». Nella geografia nazionale, dall’analisi del servizio studi previdenziali e documentazione dell’Enpam emerge che i quasi 15 mila medici stranieri lavorano principalmente al Nord. Si concentrano soprattutto in Lombardia (2.588), Veneto (1.425) Emilia Romagna (1.408) e Piemonte (1.019). Tanti anche gli iscritti agli ordini professionali del Lazio (2.303). I medici di origine straniera iscritti in Toscana sono invece 927, divisi a metà: 464 uomini e 463 donne. Le regioni `fanalino di coda´ per numero di camici bianchi nati all’estero sono Basilicata (71), Molise (63) e Valle D’Aosta (37). Curioso - per numero di residenti - il dato relativo al Trentino Alto Adige, dove esercitano ben 543 medici stranieri. Tanti se si prendono come parametro altre regioni. In Campania ad esempio - dove risiedono oltre 3 milioni di persone - i medici e i dentisti nati all’estero sono 677.

Gli ordini provinciali più poliglotti sono naturalmente nelle grandi città: Roma (2.038) e Milano (1.116) su tutte. Segue Torino con 647 professionisti iscritti. I professionisti stranieri, precisa ancora Amsi, sono soprattutto pediatri, medici di famiglia, ginecologi e specialisti che operano nell’area dell’emergenza. «Il 65-80% lavora nel privato» sottolinea Aodi perché, spiega, «senza la cittadinanza i medici extracomunitari non possono fare concorsi pubblici e questo ha impedito a molti di inserirsi veramente. Noi - conclude il presidente Aodi - siamo per un’immigrazione qualificata, e chiediamo che dopo cinque anni di lavoro legale in Italia si possa finalmente accedere ai concorsi pubblici, anche senza cittadinanza. A lavorare nel pubblico sono soprattutto gli stranieri arrivati negli anni `60, ´70 e `80 - provenienti soprattutto da Iran, Grecia, Palestina, Giordania - che si sono laureati e specializzati in Italia. E che in buona parte, nel frattempo, hanno ottenuto la cittadinanza».

FONTE: Il secolo XIX
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Lampade al neon non piacciono ai tedeschi: sarebbero cancerogene, secondo una recente ricerca...

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Le lampadine a risparmio energetico hanno avuto negli ultimi anni una larghissima diffusione a livello commerciale, contribuendo a limitare il consumo di energia e il costo della bolletta in ogni casa. Tuttavia, probabilmente in un futuro non lontano, il modello attuale più comune di tali lampade dovrà essere accantonato e il loro uso complessivo ridimensionato, in tutto per ragioni di sicurezza.

Infatti in un articolo pubblicato su di una rivista tedesca si sottolineano gli aspetti di una recente ricerca in cui alcuni scienziati tedeschi avrebbero rilevato il come le lampade fluorescenti compatte (CFL) emettano gradualmente durante il loro riscaldamento sostanze chimiche cancerogene e tossiche, tra cui fenoli, naftalene, e stirene. Tali lampade dunque, sempre secondo quanto raccomandato nelle considerazioni del pool che ha condotto la ricerca, dovrebbero essere utilizzate "molto economicamente" e "non devono essere utilizzate in aree non ventilate e sicuramente non in prossimità della testa" in quanto ciò faciliterebbe l'inalazione delle particelle nocive.

Altri esperti britannici tuttavia rassicurano, dalle pagine del "Telegraph", in merito a tale allarme, precisando la vacuità dei risultati ottenuti nonchè la necessità di ulteriori ricerche e specificando il come la quantità di particelle effettivamente prodotte dalla lampada riscaldata sarebbe ben al di sotto dei livelli di tolleranza.

Fonte: Newser
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14 aprile, 2011

Diabete e il microinfusore: vantaggi e svantaggi della terapia di infusione continua sottocutanea

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Il microinfusore è un dispositivo che consente l’infusione continua, 24 ore su 24, di insulina nel tessuto sottocutaneo favorendo il raggiungimento del miglior controllo glicemico possibile. Il microinfusore è in grado di somministrare insulina nel tessuto sottocutaneo in due modalità: 1) Infusione basale continua, cioè quella che serve a mantenere normali i valori della glicemia nel periodo di digiuno. 2) Bolo rapido. È un bolo insulinico regolato e attivato direttamente dalla persona in base alle esigenze del momento (pasto o valori glicemici troppo elevati).

Caratteristica peculiare dei microinfusori moderni è quella di infondere insulina in maniera continua con la possibilità di variare la velocità di infusione durante la giornata secondo le necessità dell’individuo, riproducendo così in modo più preciso la presenza fisiologica dell’ormone nel corpo che varia nell'arco della giornata.

Oggi esistono diversi modelli di microinfusori, ma tutti hanno ormai dimensioni così ridotte da poter essere portati a contatto con il corpo senza che si notino, più o meno come avviene per un qualsiasi telefono cellulare. I microinfusori più recenti sono dei piccoli computer, in grado di emettere segnali acustici in caso di problemi tecnici di funzionamento (per esempio occlusione del set di erogazione oppure batteria scarica). Il funzionamento è garantito da una batteria che consente un’autonomia variabile da due settimane a due mesi. Grazie all’azione di un motore interno e di un set d’infusione, l’insulina contenuta in un’apposita cartuccia viene iniettata nel tessuto sottocutaneo.

Il set di infusione si compone di un piccolo ago di plastica, la cannula, collocato sotto la cute assieme a un tubicino, anch’esso in materiale plastico. Ogni due-tre giorni il set deve essere sostituito per evitare infezioni. L’inserimento del set è facilitato dall’uso di un ago introduttore che viene poi successivamente rimosso.

Alcuni microinfusori, poi, possono essere integrati con sistemi di monitoraggio continuo della glicemia, per un controllo dei valori glicemici ancora più precisi.

Se il percorso addestrativo e l'impostazione dei parametri del micro viene fatta a dovere i suoi vantaggi rispetto la terepia multiiniettiva vengono sfruttati al meglio.

Elenco qui sotto i principali vantaggi e svantaggi



*********** VANTAGGI ****************


1) Meno buchi e maggior discrezione. Il micro è grande come un telefonino contiene una pompa e una fiala di insulina. Poi è collegato con un tubicino che si attacca ad un cerotto applicato sulla pelle che riene ferma una microcannula in teflon inserita sottocute. I comandi si possono dare sia sul micro stesso moppure tramite telecomando. Il cerotto cannula si cambia ogni 3 giorni

2) Diminuzioni ipo gravi: il micro infonde in modo continuo piccole quantità programmate per ora di insulina solo rapida. questa infusione "basale" sostituisce le lente. Ai pasti poi si erogano unità (dette boli) di rapida come con la penna con la differenza che basta premere un bottone. Non vi è quindi accavallamento di insulina lenta e rapida che determina ipo gravi

3) Migliore gestione dello sport potendi ridurre l'infusione basale prima e durante l'attività

4) Migliore gestione di stati di malattia , potendo aumentare l'infusione basale .

5) Migliore gestione di alimenti come la pizza complicati da gestire per la concomitanza di carboidrati e grassi. Con questi alimenti nei quali l'innalzamento glicemico è rallentato e prolungato normalmente con le penne servono 2 o più iniezioni di rapida differiti. Con il micro si può decidere di erogare parte del bolo subito e la restante diluita in un tot ore

6) Minore fabbisogno insulinico dia, il tipo di infusione si sola rapida e continua determina un numero di unità complessive dia generalmente già -20% rispetto la multiiniettiva


************* SVANTAGGI *****************

1) Accettazione di un'appendice permanentemente attaccata al corpo, con la dovuta attenzione necessaria per la gestione del tubicino (problema in futuro risolvibile con la commercializzazione dell'Ipod)

2) Scarsa praticità in talune situazioni del sistema pompa-tubo-cerotto/cannula (doccia, mare, sport acquatici)

3) Minor numero di sede di immissione di insulina (addome e, talvolta, gluteo)

4) Possibilità di sviluppo di segni cutanei antiestetici (macchie, microcicatrici, lipodistrofia) nell'area di utilizzo (soprattutto se non si effettua il cambio della cannula con un accurato procedimento di disinfettazione e nei tempi corretti)

5) Necessità di raggiungere una piena conoscenza per il controllo del proprio micro, con l'abituale uso del bloccatasti per impedire eventuali digitazioni involontarie

6) Necessità di porre grande attenzione alla manutenzione e alla protezione del proprio microinfusore, in quanto ha un costo molto elevato (n.b. solitamente coperto dalla propria ASL regionale, per cui la dotazione per il diabetico è gratuita)



*********** NOVITA' IN ARRIVO ****************************

Alcuni dei svantaggi di cui sopra potrebbero essere ridimensionati notevolmente dall'arrivo dei micro cerotti dove il tubo di collegamento tra cerotto/cannula e pompa non esiste.

Vi è un cerotto con cannula e sopra un guscio contenente fiala e pompa. Il tutto è controllato da un telecomando



******************** ATTENZIONE ************************

L'avviamento alla terpia insulinica in infusione continua sottocutanea deve avvenire con un processo graduale che prevede insegnamento di concetti basilari come:

- conta cho

- rapporti insulina/carboidrati ai pasti

- fattore di correzione

- durata e azione dell'insulina rapida utilizzata

- gestione dell'infusione basale

- gestione dei vari tipi di bolo

- utilizzo e comprensione del suggeritore bolo



Tale processo deve prevedere momenti di verifica del grado di apprendimento ed autonomia del paziente prima di lasciarlo a tu per tu con lo strumento.

Da parte dei medici inoltre particolare attenzione va dedicata all'impostazione della basale "su misura" ora per ora in base al fabbisogno insulinico del paziente

Se tutto ciò non avviane si assiste molto frequentemente a peggioramento del compensio e della glicata con l'aggravio di una minore praticità che dunque elevano il rischio di un ritorno alla multiiniettiva (drop-out).


Molto di frequente ahimè i micro vengono applicati senza insegnare concetti come la conta cho e/o con basali "piatte" (uguali per le 24h) o tarate non in base al reale misurato fabbisogno bensì sulla base dei fenomeni di "alba" e "tramonto" citati nelle letterature.

DIFFIDATE dunque di centri nei quali il micro viene consegnato frettolosamente al paziente per motivi diciamo "commerciali".



FONTE DELLA PARTE INTRODUTTIVA DI PRESENTAZIONE DEL MICROINFUSORE: Wikipedia
AUTORE DELLA PARTE DEL POST RELATIVA A VANTAGGI E SVANTAGGI: Biagio Barletta
FONTE ARTICOLO RELATIVO A VANTAGGI E SVANTAGGI: Nota su Profilo Facebook dell'autore
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07 aprile, 2011

Ricercatori calabresi scoprono un'anomalia genetica presente nel 10% delle pazienti con Diabete di tipo 2

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Dalla ricerca sulle malattie rare nuova luce su una delle malattie metaboliche più diffuse nel mondo, il diabete mellito di tipo 2: il gruppo di ricerca dell'Università di Catanzaro "Magna Græcia" coordinato da Antonio Brunetti ha scoperto che in un diabetico su dieci è presente una sorta di "firma genetica" che aumenta di sedici volte il rischio di sviluppare questa malattia, che nel mondo colpisce 250 milioni di persone.

Pubblicato sulle pagine del Journal of American Medical Association (JAMA), lo studio è stato finanziato anche da Telethon e ha coinvolto quasi 9000 pazienti diabetici, di cui 4000 italiani. Da molti anni Brunetti studia la resistenza all'insulina, ovvero la ridotta risposta dei tessuti all'azione dell'ormone che controlla i livelli di zucchero nel sangue. Questo fenomeno, tipico delle persone affette da diabete di tipo 2, si riscontra in modo ancora più accentuato in alcuni individui affetti da rare malattie genetiche come la sindrome di insulino resistenza e acanthosis nigricans di tipo A, il leprecaunismo e la sindrome di Rabson-Mendenhall. "Queste forme rare si sono rivelate un ottimo modello sperimentale per lo studio del diabete" spiega Brunetti.
"Grazie al supporto di Telethon, nel 2005 abbiamo dimostrato come la resistenza all'insulina può dipendere da alterazioni nel gene HMGA1, che contiene le informazioni per una proteina che "accende" il gene per il recettore dell'insulina, la molecola che si affaccia fuori dalla cellula, cattura l'ormone, traduce il suo messaggio e lo trasmette all'interno della cellula".

Scoperta questa alterazione in 4 pazienti affetti da forme rare di insulino-resistenza, Brunetti e collaboratori si sono chiesti se questo difetto potesse essere riscontrato anche nella forma più comune della malattia, per la quale ancora oggi la causa non è ben nota. Per cercare una correlazione tra la malattia e difetti nel gene HMGA1, i ricercatori calabresi hanno quindi raccolto una casistica molto ampia di pazienti diabetici: 3278 pazienti italiani, 970 americani e 354 francesi, e oltre 4000 individui sani di controllo. Studiandone il patrimonio genetico, Brunetti e il suo gruppo hanno scoperto come circa il 10% delle persone affette da diabete di tipo 2 presenti varianti funzionali del gene HMGA1. "Questo risultato ha delle grandi ricadute nella pratica clinica" spiega il ricercatore. "Fino ad oggi non era mai stato individuato un fattore genetico con un'associazione così forte con la malattia. Innanzitutto la presenza di queste varianti potrà servire come indicatore precoce del diabete di tipo 2, specialmente negli individui con familiarità diabetica".

Ma non è tutto: anche la risposta ad eventuali terapie farmacologiche e la progressione della malattia con gli anni possono essere influenzate dalla presenza di questi determinanti genetici. "Questo lavoro è un ottimo esempio di come lo studio delle malattie rare possa avere ricadute molto più ampie e fare luce su patologie che colpiscono invece milioni di persone nel mondo. Il prossimo passo sarà andare a fondo dei meccanismi con cui difetti nel gene HMGA1 rendono l'organismo resistente all'azione dell'insulina, in modo da poter disegnare in futuro terapie specifiche per questo tipo di pazienti diabetici", conclude Brunetti.

FONTE: Molecularlab.it
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Il russare, il sonno e la prevenzione di patologie cardiache: l'importanza del dormir bene...

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Sono stati necessari anni prima che, sulla base di numerose evidenze cliniche e strumentali (polisonnografia), si consolidasse, nella mentalità medica e della gente comune, l’idea che il russare non è soltanto un fastidioso e curioso rumore emesso da alcuni soggetti durante la respirazione nel sonno, bensì una condizione patologica. Il russare (o russamento) è un rumore provocato dalle vibrazioni del palato molle al passaggio di aria durante l’inspirazione. Il russamento è cioè espressione di una subostruzione delle vie aeree in sonno (ostruzione ipnogenica) e occorre principalmente nella fase dell’addormentamento e nel sonno lento profondo. Di fatto questo disturbo rappresenta il primo stadio della sindrome delle apnee morfeiche altrimenti detta "sleep apnea ostruttiva" e la precede spesso di molti anni.

E’ documentato che, per il sopraggiungere di vari fattori (tra i principali: l’età, l’aumento di peso, l’uso cronico di fumo e alcolici, patologie che provocano ostruzione a livello nasale o oro-faringeo), l’ostruzione ipnogenica solo parziale delle vie aeree responsabile del russamento, diviene completa e porta alla comparsa di apnee nel sonno, con relativo calo dell’ossigeno nel sangue. La comparsa delle apnee comporta inoltre una progressiva frammentazione del sonno; infatti alla fine di ogni apnea il soggetto ha un alleggerimento della profondità del sonno o addirittura un fugace risveglio.

Conseguentemente nel tempo il soggetto con sleep apnea ostruttiva sviluppa sonnolenza diurna, calo della capacità di concentrazione e della memoria. Si configura cosi’ il quadro clinico tipico dei pazienti sleep-apnoici caratterizzato da lunga storia di russamento, successiva sonnolenza eccessiva diurna , generalmente in soggetto di sesso maschile, di mezza età e in soprappeso corporeo.

La prevalenza della sleep apnea ostruttiva nella popolazione generale è del 4% negli uomini e del 2% nelle donne. Nelle donne il disturbo si riscontra soprattutto dopo la menopausa. La sleep apnea ostruttiva e’ tipicamente una patologia della mezza eta’ ma puo’ colpire anche soggetti in età infantile, in particolare soggetti con ipertrofia adeno-tonsillare. Varie evidenze cliniche, epidemiologiche e strumentali hanno chiaramente documentato che il russamento di per sè e ancor più la sleep apnea rappresentano un fattore di rischio per la salute cardio-cerebro-vascolare, indipendentemente dal fatto di essere spesso in associazione con altri noti fattori di rischio vascolare, quali il soprappeso corporeo, l’età, il diabete, il fumo e l’alcol.

I soggetti sleep apnoici sono più frequentemente ipertesi. Inizialmente il primo segno è subdolo e questi soggetti presentano valori pressori nei limiti della norma di giorno ma hanno valori alterati di notte (di notte la pressione dovrebbe normalmente avere valori più bassi rispetto a quelli diurni e invece in questi soggetti ciò non si verifica),. Successivamente i valori pressori aumentano anche nelle ore diurne. I pazienti con sleep apnea hanno una più alta incidenza di cardiopatie ischemiche e ictus cerebrale.

Spesso a complicare il quadro interviene il fatto che una lesione vascolare cerebrale può a sua volta essere causa ex novo di una sleep apnea o peggiorare una sleep apnea pre-esistente. I meccanismi attraverso cui la sleep apnea nuoce al sistema cardiocircolatorio sono molteplici e non ancora tutti chiariti. Sia per l’aumento della pressione intratoracica negativa con aumento del ritorno venoso sia per la vasocostrizione provocata dall’ipossiemia, la sleep apnea comporta aumento della pressione sia a livello del circolo polmonare sia a livello sistemico. Nella sleep apnea possono generarsi, verosimilmente in relazione a un maggior tono del simpatico, aritmie cardiache di varia gravità (extrasistolia sopraventricolare e ventricolare, flutter, fibrillazione atriale etc…).

Sono inoltre segnalati in questi pazienti aumento della viscosità ematica, aumento della proteina C reattiva e della resistenza all’insulina, tutti fattori che entrano nella fisiopatologia del danno vascolare. Non esiste, a tutt’oggi, una terapia farmacologica efficace per la sleep apnea ostruttiva. L’intervento curativo è multidisciplinare. Un ruolo importante ha il calo ponderale tramite dieta e la correzione di eventuali patologie di pertinenza otorinolaringologica (deviazione del setto nasale,ipertrofia dei turbinati, ipertrofia adeno-tonsillare, ipertrofia palato molle e ugola). In molti casi il trattamento può risolversi nell’applicazione, di notte, di un ventilatore a pressione positiva che “pompa” l’aria attraverso una mascherina nasale e/o buccale e forza così’ il flusso aereo senza far occorrere le apnee.




a cura del dott. Cesare Arezzo Specialista in Fisiopatologia Respiratoria
Centro per la Diagnosi e Terapia dei Disturbi Respiratori Sonno Correlati
Fisiopatologia Respiratoria - Ospedale "San Paolo" di Bari

Ulteriori info su: www.cesarearezzo.it

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DEFEND-1: un progetto internazionale sull'uso dello Otelixizumab per ostacolare l'emersione del diabete mellito

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Sconfiggere il diabete mellito di tipo 1 senza ricorrere al trapianto: è l’obiettivo del progetto internazionale Defend-1, di cui l’Università Campus Bio-Medico di Roma è centro di coordinamento italiano. Questa patologia autoimmune, che distrugge le cellule del pancreas produttrici di insulina, fa registrare ogni anno nel nostro Paese circa 3mila nuovi casi nella fascia di età compresa tra i 18 e i 35 anni.

Proprio i malati di diabete di tipo 1 neo-diagnosticati e di età superiore ai 18 anni sono i soggetti cui è interessato lo studio, il primo controllato, internazionale e di ampia portata che preveda l’utilizzo dell’otelixizumab, un anticorpo monoclonale, cioè a bersaglio specifico, in grado di regolare i linfociti responsabili dell’attacco alle cellule che producono l’insulina.

Il Laboratorio di Endocrinologia e Malattie Metaboliche del Campus Bio-Medico di Roma, diretto dal Professor Paolo Pozzilli, ha reclutato il primo paziente in Italia e opererà in collaborazione con altri centri di ricerca universitari e ospedalieri italiani.

Tra questi: l’Università ‘Sapienza’, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, gli Ospedali Pertini e San Camillo (a Roma), il Polo Pontino della Sapienza (a Latina), l’Ospedale San Raffaele di Milano e le Università di Bari e di Palermo.

La partecipazione al progetto Defend-1 da parte di università e ospedali dislocati su tutto il territorio nazionale consentirà ai potenziali candidati un accesso più facile a questa terapia innovativa.

“Il diabete di tipo 1 – spiega Pozzilli – genera, come per le allergie, una risposta iperreattiva dell’organismo umano: in soggetti predisposti geneticamente, alcuni linfociti e autoanticorpi distruggono le beta-cellule, produttrici di insulina. Il protocollo che oggi portiamo a livello di trials clinici, verificherà il funzionamento di speciali cellule immunitarie regolatrici, prodotte dall’organismo stesso grazie all’otelixizumab. Questa terapia dovrebbe colpire e neutralizzare i linfociti alterati, preservando le beta-cellule sane ancora presenti nei pazienti neo-diagnosticati. In questo modo, contiamo di ottenere anche un certo recupero funzionale di quelle danneggiate ma che ancora producono insulina”.

La ricerca raccoglierà informazioni sulla sicurezza e l’efficacia dell’utilizzo di otelixizumab nell’arco di due anni ed è il frutto di dieci anni di studi internazionali. L’anticorpo monoclonale otelixizumab è già stato sperimentato con successo nel mondo in due studi pilota pubblicati negli ultimi anni sul New England Journal of Medicine.

“Il successo di questa cura convalidato su larga scala – sottolinea Pozzilli – significherebbe, tra l’altro, un parziale mantenimento dell’autonomia nella produzione insulinica per questi pazienti, con una notevole riduzione del fabbisogno esterno e, di conseguenza, un maggior controllo della glicemia, unito a una minore incidenza futura delle complicanze del diabete, che interessano occhi, rene e sistema nervoso”.

I pazienti interessati a ricevere ulteriori informazioni sui centri universitari e ospedalieri che partecipano alla sperimentazione possono contattare il numero verde 800.98.44.49.

FONTE: http://www.unicampus.it

Ulteriori info su:
www.diabetando.net
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