AFORISMA DEL GIORNO

12 giugno, 2010

Lecce: sconfortante errore all'ospedale locale, esame ripetuto per errore informatico

Si chiama pancolonscopia o esofago gastroduodenoscopia, ma si legge colonscopia: è uno degli esami decisamente più fastidiosi, persino dolorosi e, in genere, chi è costretto ad affrontarlo, sa bene che gli tocca per ragioni molto serie. Nell’immaginario collettivo, l’invasività di quell’esame lo rende di fatto agli occhi dei più un vero incubo. Ma cosa succederebbe se, dopo il fastidio, dovesse arrivare anche la beffa e il malcapitato paziente di turno fosse costretto a ripetere l’esame, per colpa di un errore informatico? Il dubbio è legittimo, ma il problema è che la realtà si spinge oltre l’immaginazione come sempre.

Maria (nome di fantasia, ma non il personaggio in questione), è una donna di 65 anni, madre e vedova da poco più di un quarto di secolo. Soffre di broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), ossia una malattia dell’apparato respiratorio, caratterizzata da un’ostruzione irreversibile delle vie aeree, di entità variabile a seconda della gravità, con azione progressiva, associata ad uno stato di infiammazione cronica del tessuto polmonare, che, a lungo termine, riduce la capacità respiratoria. Come se non bastasse, è colpita da Diabete Mellito di Tipo 2 e patologie collegate alle precedenti, come cuore polmonare ed ipertensione, oltre ad un’osteoporosi di grado severo, che l’ha costretta a sottoporsi, negli anni, all’impianto di cinque protesi, tra cui una artroprotesi al femore e ad entrambe le ginocchia.

In una paziente del genere, obbligata a ingurgitare più farmaci che cibo solido, la colonscopia diventa un atto dovuto per controllare lo stato generale dell’organismo. Maria ha una figlia, Lidia, chiamiamola così, che si occupa di lei e che prenota la visita l’11 marzo, presso il Centro Cup Web della propria farmacia di fiducia. Con un promemoria, si fissa in testa la data: giovedì 13 maggio, ossia due mesi di attesa per un esame che non mette di certo buon umore.

Poi, un paio di settimane prima della colonscopia, Lidia decide di buttare uno sguardo su quelle carte, che recano il titolo “Informazioni per il paziente”: sono contorte da sembrare scritte in ostrogoto antico; una persona di media preparazione probabilmente per comprenderle si affiderà a qualche illuminazione celeste. Per Lidia è ancora peggio, perché i dubbi si moltiplicano: c’è da comprendere come gestire la terapia insulinica nel giorno precedente all’esame, quando, cioè, viene specificato che bisogna bere esclusivamente liquidi: teme, infatti, il rischio di una crisi ipoglicemica.

Nel cartaceo, si leggono elenchi controversi: Selg Esse 1000, Isocolan 34,8 gr., Moviprep. Sembrano parolacce, ma sono farmaci. Non si capisce, però, quale sia la differenza tra uno e l’altro: se poi, si ha a che fare con una paziente diabetica, che usa abitualmente lassativi in dosi elevate, qualche delucidazione in più non guasterebbe. L’unica nota arriva sul Phospholax: “Solo pazienti giovani e senza patologie pregresse”. Significa che c’è un farmaco in meno da considerare. Il medico curante, a cui chiede chiarimenti, le consiglia di rivolgersi al centro diabetico per delucidazioni sulla terapia insulinica; lo stesso le ribadiscono in farmacia, chiarendo tuttavia che le composizioni saline si avvicinino molto a prescindere dal nome della preparazione.

Con la difficoltà tipica di accedere al centro diabetico, dove vagano in cerca di visita centinaia di pazienti al giorno, Lidia aspetta il miracolo: come un pivot che afferra il pallone da basket, aspetta di intercettare un medico nell’unico istante utile, tra l’arrivo dei dati sui prelievi di sangue e l’inizio delle visite. Il terzo giorno, come nei racconti biblici, un dottore si manifesta ai suoi occhi e le fornisce le indicazioni cercate: “Segui la terapia prescritta, cioè, i tre giorni senza scorie e i 4 litri di bevanda, poco importa con che cosa. Sospendi l’insulina a rilascio prolungato la sera prima dell’inizio della dieta liquida, ma continua con le pillole ed il resto della terapia. Tieni a portata di mano una siringa di insulina rapida. Esegui il controllo della glicemia molto spesso e se supera il valore di 250, iniettale cinque unità, controlla che reagisca opportunamente e, se necessario, chiama il 118”.

Semplice a parole, ma Lidia non si sconforta, anzi prepara l’appuntamento del 13 maggio, eliminando i pasti vietati e tenendo d’occhio la madre, affinché non faccia come i tanti diabetici, che mangiano di nascosto. Poi arriva il giorno della dieta liquida e la notte di sospensione dell’insulina a rilascio graduale: ogni due ore si sveglia, goccia di sangue dalle dita per controllare la glicemia. Tutto a posto, anche la pressione. Maria sembra reggere bene, finché non le tocca ingerire nel disgusto dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 quattro litri della composizione salina. E lì qualche imprecazione scappa.

È il giorno fatidico: Maria arriva, con accenni di crisi asmatiche, scortata da Lidia, all’ambulatorio di chirurgia generale di Casarano. All’esame, i medici la fanno entrare con la figlia. Che sia un intervento doloroso, lo si evince subito, ma Maria non sussurra un lamento: li conserva tutti per la figlia al termine del controllo. Ma il colpo di scena arriva al termine della colonscopia, quando il peggio sembra passato, col medico che si avvicina a Lidia e le spiega che l’esame va ripetuto, perché la pulizia dell’intestino non è stata adeguata ad una diagnosi certa.

Lidia vuole capire cosa non ha funzionato: ha seguito con scrupolo e dovizia di particolari ogni indicazione. “Non doveva bere la soluzione ieri mattina dalle 10 alle 12 – afferma il medico -, ma questa mattina dalle 07 alle 08.30!”. Lidia fa presente che sul foglio di prenotazione le indicazioni siano altre: qui interviene l’infermiera, che ammette come da un po’ di tempo capiti di dover ripetere l’esame ai pazienti che hanno seguito quelle indicazioni, perché sbagliate. C’è un errore, insomma. Il dottore controlla le carte e fornisce il foglio con le informazioni corrette per i pazienti: le prescrizioni, in effetti, non coincidono. Decide di telefonare, inviperito, al centro Cup, ma sono tutti a pranzo e dall’altra parte del cavo nessuna risposta.

Lidia si deve segnare un altro appuntamento a distanza di tre settimane: tutto da ripetere, compresi stress fisico alla madre e trattamento invasivo in tempi stretti. Per alcuni giorni, dopo una procedura umiliante e dolorosa, Maria è risultata confusa e non perfettamente lucida, con vuoti di memoria e prese di posizione insensate. Lidia ha capito che si fosse ripresa del tutto solo quando, dal lavoro le aveva telefonato in un giorno di pioggia per chiedere se stava bene e Maria l’aveva presa in giro, rivoltandole la domanda.

Ma potrebbe essere che le indicazioni riportate sulla prenotazione dal Cup Web siano fallaci solo nella zona specifica del Salento, da dove è stata effettuata la prenotazione. Non resta che verificare. Ed è cosi che il viaggio nelle anomalie sanitarie, porta prima in una farmacia del gallipolino e poi in una del magliese, a ripetere la procedura di prenotazione della colonscopia attraverso il Cup Web: lo stampato è esattamente lo stesso, reca le medesime indicazioni sbagliate. Quindi, è probabile che anche in altri ospedali, diversi da Casarano, qualche paziente si sia visto costretto a ripetere l’esame per un errore informatico.

Per essere ancora più certi, l’indagine passa nel mondo dei Cup Web di Asl di altre regioni, per verificare quel che accade altrove: con sorpresa, si trovano informazioni dettagliate sull’esame e sulla preparazione dello stesso; si ritrova un servizio di medico web, con cui interagire. Decido di scambiare qualche battuta sulle controindicazioni dell’esame, spiegandogli che ho paura, perché mi devo personalmente sottoporre ad una colonscopia. Il medico mi rincuora, ma mi avverte che effettivamente qualche pericolo per la salute c’è. Tuttavia una corretta comunicazione con i dottor, nella fase dell’esame, previene ogni possibile rischio.

Non resta che fare un ennesimo tentativo per capire fin dove sia arrivato l’errore informatico: con l’aiuto di persone fidate, fingo di essere incappato nell’errore di due procedure diverse e chiedo direttamente ad operatori dell’Asl di avere le indicazioni che forniscono al paziente, per la colonscopia: arriva un vero e proprio papiro, ma questa volta fin troppo dettagliato. Non manca niente. Trovo informazioni che altrove non c’erano. A proposito, scopro che anche il secondo foglio, quello ricevuto da Lidia a Casarano, più corretto rispetto a quello della prenotazione Cup, presenta qualche incompletezza non di poco conto: non c’è alcun timbro dell’Asl, quindi, tecnicamente è uno stampato che potrebbe scrivere e rilasciare chiunque (dove sta la certificazione per il paziente che sia la procedura giusta?); ma soprattutto, non reca un’indicazione fondamentale, ossia, che, viste le numerose controindicazioni per i pazienti sottoposti a colonscopia, sia necessario essere accompagnati agli ambulatori da persone adulte, idonee alle guida.

Quello che sconforta, al termine di un viaggio lungo un paio di settimane, è come il lavoro quotidiano di molti medici sia messo in discussione da un dettaglio burocratico, che non trova una palese responsabilità. Ma, soprattutto, come raccontava in una mail, Lidia “la difficoltà e l’umiliazione di un paziente travolto da un copia/incolla fatto male”: anche chi come lei se la cava, ha una buona conoscenza degli ambienti ospedalieri, è rimasta coinvolta in questa situazione.

Si può immaginare che cosa può avvenire ad un paziente che riceve una grave diagnosi in ritardo, perché i reparti sono intasati dalle colonscopie da rifare per un errore di battitura. Ripetere l’esame, con controindicazioni terribili (tanto che si firma un’informativa sui rischi), è un disservizio grave e pericoloso. E c’è un costo che si ripercuote sulla pelle di chi l’esame lo subisce e su tutti quelli che pagano le tasse e che sono costretti ad effettuarlo col ticket. “Agli ospedali d’Italia – scrive Lidia - devo la fortuna di avere ancora una madre. Le ho sacrificato tutto per proteggerla e curarla. Ma non accetto che un banale errore di stampa ponga a rischio la sua salute e quella di chiunque altro”.

AUTORE: Mauro Bortone
FONTE: LeccePrima.it

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